Thriller paratattico: Il Risveglio della Forza


Fermatevi! Non andate oltre!

Prima di tutto, seguite questo link, fate click su “begin” e godetevi i titoli di testa…

Ecco. E adesso…

foto_luna_horror

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

…c’era il blog di Helgaldo con il Thriller paratattico. Ma la Forza è con noi e permea tutto l’universo: il blog di Helgaldo, il thriller, chi lo scrive. Persino questo blog è attraversato dalle sue misteriose correnti. Allora, dato che il Maestro Yoda Helgaldo dice che c’è “Fare, o non fare! Non c’è provare!” e dato che, se non si fa, il lato oscuro ci inghiottirà tutti, non ci rimane altro che farlo, questo benedetto thriller.

Voi sapete che uno dei miei pallini è che uno scrittore dovrebbe scrivere di tutto (no, non significa che debba essere bravo a scrivere di tutto). Visto che la scrittura di genere è a volte considerata di minor pregio (sbagliando, perché ha regole rigide e scrivere tenendone conto non è affatto semplice) oggi si gioca alla fantascienza. Tirate fuori i laser dalle soffitte, date una spolverata al motore iperatomico, riaccendete quei due vecchi droidi che avete in cantina (ehi: sono proprio quelli che stavo cercando!).

Io, che non sono Helgaldo e neppure un Signore dei Sith, non mi sento di giudicare gli svolgimenti. Però ho visto che, tutti insieme, siamo piuttosto bravi a farlo. Ecco allora che il meccanismo per decretare il vincitore sarà lo stesso di “Sostiene l’autore”: un bel form anonimo attraverso il quale dare la nostra preferenza, motivandola. Va bene anche un “perché sì”, per quanto io preferisca quelle più argomentate…

Prima di cominciare, quindi, ecco a voi il mitico Thriller paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti!

***

Le votazioni sono chiuse.

***

A questa pagina (oppure lassù, in alto, sopra al banner del blog) trovate l’elenco degli svolgimenti effettuati fino ad oggi.

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56 thoughts on “Thriller paratattico: Il Risveglio della Forza

  1. Noooo, la fantascienza!
    L’anno scorso ho rinunciato al saggio di Helgaldo perché ho ammesso la mia incapacità…
    Va bene, non posso rifiutarmi di onorare il tuo esordio, dunque – ahimè – proverò a inventarmi qualcosa! 🙂

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  2. Guarda, giusto per il bene che ti voglio…

    Una missione difficile la sua: portare in salvo Mordus, Re della Galassia Eukaryoda, sfuggito all’invasione dei vicini abitanti dell’Asteroide Metazoa. Questi è atterrato, con la sua navicella di salvataggio, su PariG, il pianeta degli artisti bionici e di lui si sono perse le tracce. Così Par, entra dentro il trasformatore di identità, accetta di diventare una giovane donna e adesso si trova in mezzo al quartiere di Montmar3, con una mappa teragrafata, che segna alcuni punti possibili in cui cercare il sovrano. Procede cauta, guidata dal supervisore ottico e dal terzo occhio impiantato sul braccio; attorno a lei una scura coltre di buio. L’indicatore di energia cardiaca monitora l’entità della sua paura. Ne ha tanta, ma raggiunge finalmente il primo obiettivo della sua ricerca: una casa da cui si intravede una luce.
    Il sensore a induzione elettrostatica si attiva e lei, sollevatasi da terra, attraversa il vuoto fino all’ultimo piano. Plana sul pavimento proprio davanti a una porta. La apre con la forza del pensiero e si trova nel mezzo di un bardano, luogo di svago degli artisti bionici di PariG. Diventa subito oggetto di attenzioni: due replicanti, dotati di mascelle polimeriche artificiali e denti di fibra metallica, le si avvicinano, provano a toccarla. L’indicatore di energia cardiaca manda in tilt il congegno elettronico: quei bruti l’afferrano, le strappano il supervisore ottico e tentano di rubarle il terzo occhio dal braccio. Lei urla, vorrebbe raggiungere con una mano il pulsante di monitoraggio che la teletrasporterebbe in un luogo sicuro, ma i replicanti sono più veloci: la legano e la gettano nel fiume Annes, dove i guardiani della riva sacra, i feroci Rodimantus, aspettano di sacrificarne le carni al dio Sen. La donna sprofonda nell’acqua, dondolando senza respiro. Poi una mano, all’improvviso, la scuote e lei si sveglia dentro il trasformatore di identità, ancora stordita e spaventata.
    “Missione fallita”, è il responso del megafono intergalattico a conclusione dell’operazione.
    Lei recupera le sue vere sembianze e riceve comunque la sua ricompensa: la “cor”, preziosa medaglia, guadagnata per il coraggio.

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  3. Ma il Thriller paratattico nel proprio stile, cioà l’ultimo proposta da Hel prima del cambio presidenziale, verrà giudicato da chi?
    Sulla fantascienza sto a – 1000000 vediamo 😀
    Bella l’idea del giudizio collettivo anomimo.

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    • Per l’ultimo esercizio non saprei: quella è materia di Helgaldo 🙂

      La fantascienza è un tema che spero dia una mano ai nuovi, per cominciare, e magari metta “i vecchi” davanti a una sfida nuova, per ampliare la propria cassetta degli attrezzi scrittoria. Più avanti, a rotazione, mi piacerebbe ripassarli un po’ tutti, i generi.

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  4. Meraviglia per i titoli di testa. Aggiungo, citando Leo Ortolani, che per leggere le versioni di oggi bisogna inclinare lo schermo e allontanarlo lentamente 🙂

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      • Ok, un thriller piccolo piccolo.

        Un androide non dovrebbe provare paura, nemmeno se si tratta dell’ultimo modello Hel9000, costruito con le sembianze di una giovane donna e dotato di chip emozionale perché possa replicare atteggiamenti umani.
        “La paura non faceva parte del database di sentimenti indotti, c’è qualcosa che non va” pensa Hel9000, mentre percorre i vicoli bui dell’avamposto spaziale Montmartre.
        Le torri di osservazione oscurano le stelle gemelle gettando lunghe ombre sui passi incerti della ragazza robot. L’urgenza di sfuggire a quell’inaspettata e persistente sensazione di pericolo la spinge a infilarsi nella prima porta aperta sulla strada. Corre su per le scale, verso una luce, in cerca di sollievo, ma arrivata all’ultimo gradino si trova circondata da occhi rossi, non umani. In un istante riconosce quelli che i tecnici definiscono mostri: androidi difettosi che manifestano comportamenti aggressivi. Da anni vengono abbandonati in stazioni d’isolamento come Montmartre perché smaltirli sarebbe troppo costoso. Eccoli lì, dove sarebbe finita anche lei a causa del suo chip difettoso. Cavi e circuiti in tutto il suo corpo lucente sperimentano un brivido.
        I mostri le si avventano addosso: vogliono sottrarle pezzi di ricambio e batterie di ultima generazione. Hel9000 urla di terrore, si agita mentre viene smontata e gettata nella cisterna di olio motore con gli occhi ancora aperti e il chip emozionale in modalità paura alla massima potenza. L’androide sprofonda nell’olio che scivola tra le giunture e s’infiltra in ogni fessura. Si sente soffocare.
        Una mano preme il tasto di riavvio sulla nuca di Hel9000 che si sveglia e riconosce la voce amica del manutentore: «Chip emozionale riparato. Mezza corona, prego!».

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  5. È tempo anche per me di scendere nell’agone…

    Il ronzio dell’aerazione riempiva i corridoi dell’astronave ancora più dell’oscurità. Ellen Ripley aveva attraversato cauta il labirinto della zona cargo, contrassegnata da grosse “C” stampate a caratteri cubitali sulle pareti, ringraziando il lucore verde degli occhiali per la visione notturna. Secondo il manuale di volo avrebbe dovuto fare attenzione ai robot addetti alla movimentazione merci; invece quei robot erano fermi e c’era qualcos’altro, cui fare attenzione. Qualcosa che il manuale non aveva previsto, e che rendeva le tenaglie di un droide da carico innocue come le zampe del gatto che la seguiva, placido. Ripley gli diede un’occhiata veloce: se lui era tranquillo, anche lei poteva esserlo.
    Un fondo alla stiva C21 una luce aveva attirato la sua attenzione; il computer aveva segnalato che tutta la zona era stata staccata dall’alimentazione principale, ma qualche interruttore doveva essere in corto circuito: su questo non c’erano dubbi. Il detector di movimento rimaneva muto. Il gatto, invece, aveva deciso di averne abbastanza di tutto quel buio e si era diretto trotterellando verso la luce.
    «Ehi!» aveva provato a chiamarlo, allungando un braccio come se davvero avesse potuto prenderlo a qualche metro di distanza.
    La bestiola se n’era infischiata del richiamo, assecondando la propria natura di felino curioso. Aveva trotterellato spedita e si era infilata dentro alla porta illuminata. Ripley era rimasta nel buio, con il solo ausilio del blip! rassicurante con cui il detector segnalava la sua solitudine, all’interno della pancia della Nostromo. Aveva guardato sconsolata il monitor: l’elettronica poteva essere un valido aiuto, ma aveva imparato per esperienza che un paio di baffi, a portata di mano, potevano fare la differenza tra l’essere vivi e l’essere morti. Meglio: l’augurarsi di esser morti. Uno xenomorfo attaccato alla faccia era una cosa peggiore della morte. Aveva fatto qualche passo di corsa, per recuperare lo svantaggio, ed era entrata.
    Il cambio improvviso di illuminazione l’aveva lasciata cieca per qualche secondo. Non appena era riuscita a vedere qualcosa, aveva scoperto che c’era un unico neon, acceso, subito vicino all’ingresso. Il resto della stanza era buio pesto. Del gatto, nessun segno.
    «Jones» aveva chiamato, sottovoce.
    Un brivido lungo la schiena la implorava di andarsene, ma non avrebbe lasciato il gatto per tutto l’oro del mondo.
    «Jones!» aveva chiamato ancora, a voce più alta e spazientita.
    Per tutta risposta aveva sentito il gatto soffiare. Un soffio lungo, impaurito, che era stato subito sovrastato da un soffio molto più forte. Viscido. Che diceva “morte”. La testa dello xenomorfo era emersa, bavosa, da dietro un grosso tubo. Quasi contemporaneamente aveva sentito lo scatto della porta alle sue spalle e lo schiudersi gelatinoso dei petali di carne di un uovo. Adesso c’era un parassita affamato, libero, che aveva un solo obbiettivo: la sua faccia e la sua gola.
    Il gatto aveva cacciato un miagolio feroce e aveva attraversato la sua visuale come un lampo rosso. Lei si era voltata, per seguirlo con lo sguardo. Ma si era trovata di fronte al parassita; un istante dopo cercava con tutte le forze di staccarselo dal volto, mentre la sua coda mucillaginosa si faceva strada tra le sue labbra. Poi era stata la volta dei denti, aperti contro la sua volontà. Infine aveva sentito anche la lingua farsi da parte e la gola strozzarsi.
    Svenendo le era parso persino di affogare, in un’acqua nera. Marcia. Fitta di topi affamati, pronti a banchettare con le sue carni.
    Aveva sperato che lo xenomorfo sbagliasse qualcosa; che la soffocasse per davvero, prima di impiantarle dentro una nuova creatura. Aveva implorato che quella mano che la strattonava non fosse qualcuno venuto a salvarla, inconscio del pericolo.
    Aveva aperto gli occhi e riempito i polmoni, che sembravano vuoti da anni. C’era un dottore, che la guardava.
    «Ancora un incubo, eh?» aveva detto con l’aria di chi non abbia voglia di sentire la risposta.
    Lei aveva respirato a fondo, per capire d’esser viva. Al suo fianco, un’apparecchiatura medica i cui fili si infilavano nel suo pigiama stava rallentando la propria raffica di blip!.
    «Certo che devi sognare in technicolor, tu. Mi sto specializzando in psicologia: per mezzo dollaro puoi raccontarmi cosa hai visto.»
    «Fottiti» aveva sussurrato Ripley.
    Il gatto, ai piedi del letto, aveva allungato una zampa per stirarsi e aveva sbadigliato.

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  6. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica di un ingegnere: «Tutto resettato Bionica72. Mezzo parsec, prego!».

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  7. Ti assicuro che mezzo parsec è tanta roba. Permette di andare lontano, abbandonando questo sistema solare prossimo alla fine. Tutti vogliono lasciare questo pianeta morente, e rincominciare altrove. Ma se non hai dei parsec da qualche parte come fai a pagarti il viaggio?

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  8. La più giovane Cyber Girl di Girgimiglio si trova sperduta nei quartieri che propongono la ricostruzione di pianeti arretrati anni luce. Svolta alla prima a sinistra dopo Plutone e si ritrova sulla Terra, intorno a lei una coltre scura. “È solo un gioco” si dice mentre costeggia il muro. Del resto era stata avvisata che trasferendosi in un mondo e un tempo che non le appartengono avrebbe potuto provare anche sensazione sconosciute, vivendo il transfer emozionale. Digita sul tastierino luminescente sotto il giro vita cosa prova, cercando tra le diversi opzioni e una parola sconosciuta appare in un blu cobalto sul braccio: P.A.U.R.A.
    La copia di nuovo nel tastierino e legge: “La paura è un’emozione dominata dall’istinto (cioè dall’impulso) che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto a una suffragata situazione di pericolo”. Una casa, sì dovrebbe essere una casa quel cubo scalcinato che le si para davanti. Cerca di dominarsi e di ricordare a se stessa che si tratta solo di una sfida, ha scelto di partecipare al contest e ora le tocca superare questa prova: affrontare il passato. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini dall’aspetto selvaggio. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. Ha sentito parlare di pratiche simili, voci tramandate dalle nonne. La donna urla, ma non ha modo di verificare di nuovo quale emozione sconosciuta stia provando.
    I maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata da creature ormai scomparse, deve averne visto qualche immagine sui libri di storia. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del bionico: «Tutto fatto Star 849208. Hai superato il primo step per diventare una guardia reale. Domani ti toccherà il livello successivo: il dentista!”

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  9. Scusandomi in anticipo con eventuali estimatori del genere, ecco la mia versione: ^_^

    La stanza criogenica era immersa nel freddo e nel buio; a rompere quella scura assenza di colori e suoni, solo l’incessante bip del monitor di controllo cardiaco. Ai computer di bordo non serviva la luce per tenere la rotta e mantenere in ipersonno l’equipaggio umano.
    Nel quadrante nord della galassia di Montmartre, lontane anni luce, brillavano costellazioni straniere tra le quali aleggiavano solitari corpuscoli, supernove, nebulose, ma nessun pianeta abitato su cui fare scalo, nessuna base spaziale da cui rifornirsi di aria, acqua e cibo. Forse, a causa di un’avaria o di un errore umano nel calcolo della rotta spaziale, il cargo si ritrovava improvvisamente fuori rotta e non poteva più essere guidato dai checkpoint interplanetari.
    Il protocollo di sicurezza prevedeva che in casi del genere, fosse il capitano a prendere in mano la situazione; con immediata precisione si attivarono automaticamente tutte le procedure necessarie per risvegliarlo. Pochi, intensi minuti di intervento e le sue funzioni vitali furono tempestivamente ripristinate. Il portello si aprì con un rapido scatto e dalla cabina, ancora in uno stato di lieve stordimento, uscì la giovane donna che aveva il compito di riportare la direzione della nave secondo la rotta prevista. Lei sapeva che se era stata risvegliata attraverso la procedura di emergenza non c’era un solo istante da perdere; qualcosa minacciava la vita dell’equipaggio e doveva porvi rimedio. Alzò lo sguardo sul monitor del computer centrale: tutti i sensori riportavano valori anomali, la strumentazione di bordo era fuori uso e il ponte radio con lo spazioporto di destinazione era interrotto. Forse, qualcosa aveva colpito la sua astronave danneggiandola; non le restava che tentare un atterraggio di emergenza su qualche pianeta di fortuna. Come se fosse facile trovarlo, pensò, concedendosi un breve momento di sconforto, mentre i suoi occhi scrutavano l’universo che le si spalancava davanti. Era smarrita nello spazio oscuro e devastante, e nessun tentativo finora eseguito era riuscito a captare un radiofaro familiare per scampare al pericolo di finire dispersa nel vuoto cosmico. Non poteva fare altro che proseguire la sua navigazione con cautela cercando di controllare le emozioni da cui era pervasa: l’assalto della paura contro la speranza di sopravvivere. Improvvisamente, intravide un bagliore, e lei si augurò che fosse quello di una stazione di ristoro; subito virò in quella direzione aumentando la velocità dell’astronave, ma risultò una decisione avventata e sbagliata. Quando fu vicina a quello che credeva un rifugio, si accorse che in realtà si trattava della luce di una cometa di straordinaria lucentezza che irruppe con tutto il suo chiarore dallo schermo di comando, illuminando a giorno la cabina di pilotaggio; era in guai seri. Il capitano fu costretto a chiudere gli occhi per ripararsi, e di conseguenza, perse nuovamente il controllo dell’astronave; con tutta l’abilità di cui era capace dovette effettuare una manovra disperata di recupero che non poteva riuscire perfettamente. Il cargo, ora, era ostacolato da una cinta di asteroidi impazziti che gli si stagliavano contro come uomini ubriachi. L’astronave subì una serie di ininterrotti e violenti urti, sobbalzi e rinculi mutando quello che doveva essere un quieto viaggio in una catastrofica centrifuga spaziale. Con i propulsori ormai a secco di energia e i serbatoi vuoti di materia oscura, lei e il suo ignaro equipaggio non avevano più nessuna speranza di mettersi in salvo; a chiudere definitivamente i giochi fu l’attrazione gravitazionale verso un inesorabile buco nero. Il grido inutile della giovane donna venne catturato e contratto fino all’annichilimento dalla compressione spazio-temporale. Per il capitano il momento di arrendersi al suo destino durò così a lungo da sembrare infinito… infinito… finito… finito…
    “Ho finito. Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Finalmente, poteva lasciare lo spazio e ricominciare a vivere nel mondo umano. Del resto, non si sentiva pronta per vagare nell’universo tra lo scintillio dei pianeti!

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  10. Una cosa è sicura: qualunque cosa ci riservi il futuro, usano ancora la parola “equipollente”. Que mierda!

    Interno, penombra. Forse un bar, ambientazione avveniristica con luci basse e diffuse, pannelli lucidi, sul grigio, solcati da simboli geometrici rossi e blu che fanno da sfondo ad un tavolo minimalista di materiale vetroso. Due sedie bizzarre, molto alte. Su una è seduto un uomo avvolto in una semplice tunica sintetica chiara. L’uomo è magro, nervoso, capelli corti e un accenno di barba. Parla a scatti, muove gli occhi in continuazione. Tiene le mani scarne immobili e abbandonate sul tavolo. Una cicatrice arcuata gli attraversa lo zigomo sinistro, dall’alto in basso. Sembra un pirata.
    Contrabbandiere – Quando è successo? Demoni, come posso ricordarlo con precisione? Mi sono preso tante di quelle oscillazioni sopraliminali nei neurocondensatori che non so come facciano le interfacce a funzionare ancora. Saranno stati 20, 25 milioni di betacicli prima della festa di Malbec. Insomma c’era quel drone femmina; roba raffinata, da intenditori, capito che intendo? – mima un gesto volgare con un movimento rapido della mano destra.
    Si sente una voce fuori campo, maschile, roca, dal tono formale. Sembra quella di un poliziotto.
    Agente – Vai avanti.
    Contrabbandiere – Sì. Uno scenario in costume, da mitologia antica prespaziale. Venere, la Terra o persino le civiltà perdute di Giove. L’introduzione era un capolavoro, ti mandava in tiro dal primo betaciclo. La verginella in costume percorreva una strada buia, tremando di paura, camminava rasente ai muri. Poi entrava in una catapecchia preistorica, saliva una di quelle rampe a scalini dell’epoca. Poi iniziava l’azione.
    Agente – Intendi la scena del delitto?
    Contrabbandiere, alzando la voce – Non ho commesso nessun delitto, cazzo!
    La scena si oscura. Rumori di percosse, grida. La voce dell’Agente urla di rispondere a tono. Un gemito. La scena si illumina di nuovo; il contrabbandiere si preme una mano sul labbro arrossato di sangue.
    Agente – Descrivi la scena del delitto
    Contrabbandiere, con voce impastata – L’utente fa parte di un branco. Uomini primitivi, ubriachi, dentro un locale d’epoca. Le interfacce, prima dell’azione, vengono gonfiate di naramine: l’effetto è realistico. Cazzo, ti senti connesso al branco, sei parte di un tutto: partiamo all’unisono, le tue mani sono quelle di tutti gli altri, senti che strappano, palpano, si infilano. Odori la paura della femmina, tocchi il sangue, la pelle, la… tutto quanto. Lei urla come un motore iper-T fuori regime.
    Agente – La simulazione non è limitata?
    Contrabbandiere – Certo. A casa ho ancora la confezione, posso provarlo: roba originale, mi è costata 20 grigi. C’è il simbolo di sicurezza e il decoder l’ha mandata giù senza problemi. Senta agente, io non sono un disturbato…
    Agente – continui a raccontare, per favore.
    Contrabbandiere – Come vuole. Il fattore Secur è uno del branco: all’improvviso dice “fermi tutti. Questa strilla troppo. Leghiamola e buttiamola nel fiume”. E così la prendiamo, la leghiamo, la portiamo alla finestra e la buttiamo nel fiume. Divertente, ma non letale: ho letto il finale, dopo il droide si sveglia su una poltrona dell’autodoc e crede di aver avuto una leggera oscillazione.
    Agente, sarcastico – Leggera oscillazione, eh? Il droide è andato fuori schema. L’interfaccia si è bruciata, è irrecuperabile. Per le leggi 98.233 e 44.ah65b sull’Equivalenza delle IA e sulla non distinguibilità delle realtà simulate, si tratta di omicidio equipollente.
    Contrabbandiere, inghiottendo saliva – Non può essere omicidio. Ho seguito il Secur, ho fatto esattamente…
    Agente, interrompe, recitando da un testo scritto – “L’utente delle simulazioni neurotroniche ad alta stimolazione che, consapevolmente o inconsapevolmente, danneggia una forma di vita intelligente naturale o artificiale, indipendentemente da ogni circostanza attenuante, è passibile del reato equivalente contestabile durante il comportamento non simulato”
    Contrabbandiere – Ma io non sapevo che…
    Si sente un sibilo acuto e uno schianto. La scena è attraversata da un bagliore e si riempie di fumo. Quando il fumo si dirada, l’uomo è riverso sul tavolo, immobile.
    Agente – Sentenza eseguita. Quant’è la taglia?
    Seconda voce fuori campo, più lontana – Mezza corona, prego.

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  11. Pingback: Fantascienza, thriller, preistoria | da dove sto scrivendo

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