Giubbotto di pelle


Ero troppo piccolo, per potermene ricordare. Eppure nella testa ho quest’immagine di mio nonno, con la Guzzi rossa e il giubbotto di pelle nera. Non c’erano il chiodo e tutte quelle robe americane, e fare il motociclista voleva dire essere un cavaliere. Anche se c’era il giornale, nascosto sotto, per tenere al caldo la pancia. Ma eri pur sempre un cavaliere: il vento nei capelli e la polvere della strada in faccia.

Mio nonno era pieno di vita perché temeva la morte: adesso lo so. Mi domando cosa lo spaventasse di più. La solitudine degli ultimi istanti. Il dolore. O forse l’angoscia e la paura di non sapere cosa ci fosse, dopo. Cavalcare quel tuono rosso era una sfida, il coraggio di guardare quella falce a muso duro. Essere pronti a bere quel calice, in ogni momento.

Ma la morte è subdola. E bastarda.

Ha tutto il tempo del mondo e non ha bisogno della forza o del coraggio per prendere quello che le spetta: attende, senza fatica. Lavorano al posto suo le malattie, la vecchiaia, l’Alzheimer. Cioè quella cosa che mi ha fatto vedere mio nonno che accarezzava la sua motocicletta, mentre era incartapecorito in una stanza d’ospedale, senza sapere chi fossi io e dove fosse lui.

Altro che cavaliere: non c’è onore, nell’affrontare la fine della vita senza coscienza. Avendo perso e seppellito in un buio senza nome moglie, figli, ricordi. Mentre il corpo si ostina tenace a respirare, mangiare, cagare in spregio a qualsiasi decenza. Ci sono giorni in cui mi infilo in quel giubbotto perché vorrei sapere da cosa dovrò difendermi, alla fine della mia vita.

Ma non trovo altro che silenzio; un silenzio nero, come quella pelle.

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32 thoughts on “Giubbotto di pelle

  1. Bellissimo davvero, poi io ho un debole per questo genere di argomenti. E la moto Guzzi sta a Mandello e ci passo davanti spessissimo. Una casetta verde. 2000 battute sono pochissime ma tu hai condensato tutto con maestria. Bacione

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      • Non in bergamasco, dialetto laghee, del lago di Como anche se lui è monzese come me. Il tuo racconto (che dovevi mandare al concorso) mi ha ricordato l’atmosfera di un suo pezzo “La macchina del ziu Toni”, la nostalgia che affiora grazie a piccole cose.

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  2. Risposta cumulativa: nessun rimpianto. Il pezzo continua a non piacermi abbastanza: è pretenzioso e si appoggia a facili sentimenti. Potrà essere buono, ma in concorso ce ne sono di migliori: provare per credere. Il concorso è “storie dell’armadio” e dietro le quinte c’è Mozzi. Sempre lui 🙂
    Diciamo che non volevo che fosse questo il mio biglietto da visita, perché posso fare di meglio…

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  3. Il racconto è bello e i facili sentimenti, come li hai chiamati tu, si devono saper raccontare, altrimenti diventano sciocchi sentimentalismi e non è questo il caso. Certo che si può sempre fare di più, ma nel frattempo si può tentare con il meglio che si è già fatto. Che poi, qualche volta, sarebbe meglio togliersi dallo specchio e lasciarsi guardare dagli altri.
    Ciao ^_^

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  4. Che bel brano! I “facili sentimenti”, come li hai definiti in un precedente commento, possono essere un limite se raccontati senza sincerità. Ma in questo brano i sentimenti sono funzionali nell’esprimere il rapporto d’affetto nipote-nonno e quindi, da lettore, mi sono sembrati ben dosati. E poi mi accodo a quello che hanno già detto altri in precedenza: il giornale sotto il giubbotto di pelle è un’immagine molto bella, vera: mi pare anche una bella testimonianza di un’epoca.

    Andrea

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