Una storia… carina


photo credit: laberinto via photopin (license)

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Herbert Spencer: The Philosophy of Style, the Economy of Attention, and the Ideal Writer (1852)

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/03/19/herbert-spencer-philosophy-of-style-ideal-writer/

“Avere uno stile peculiare significa avere povertà di linguaggio.”

***

Il vecchio aveva tamburellato sulla scrivania, mentre scorreva velocemente l’ultimo foglio. Si era quindi passato una mano sui radi capelli bianchi. Aveva borbottato qualcosa sulla pensione ancora troppo lontana e aveva posato lo sguardo sull’uomo seduto di fronte a sé, in attesa. Il vecchio aveva un incarnato ceruleo, colore di tutta la carta che aveva maneggiato nella sua vita. Aveva fatto un lungo sospiro, come a dire che gli scrittori esordienti sono tutti uguali, e mai che ce ne fosse uno che spiccasse almeno un po’. Però, a volte, se ne trovava qualcuno, che avesse quel minimo di talento. Che mostrasse, tra le sue pagine, un qualche lampo di quella bellezza che lui aveva cercato per una vita. Era difficile, ma sì, l’aveva trovata, a volte. Solo che quelle volte erano di rado. Troppo di rado. E lui era vecchio. Aveva sorriso all’uomo che lo guardava con trepidazione; si era schiarito la voce e aveva iniziato:
«Vedi, il tuo romanzo è…»

Il telefono aveva squillato.

«Ti dispiace se rispondo?» aveva domandato il vecchio.
«Prego, faccia pure.»
«Sei sicuro? Voglio dire, per me non c’è problema.»
«Neppure per me. Se pensa di dover rispondere…»

Il vecchio aveva allungato una mano e si era portato il ricevitore all’orecchio. La voce, all’altro capo, era concitata. Forse non sarebbe stato necessario portare il telefono così vicino al cranio, per sentirla.
«Senti, sai dove sia andato quel tale che era qui da me, prima?» aveva detto la voce.
«Tale? Quale tale?»
«Quel cretino che era venuto a portare il suo manoscritto.»
Il vecchio si era grattato un orecchio e aveva guardato l’uomo di fronte a sé.
«Non ne ho idea.»
«Scusa… Io, io… Ti ho disturbato?»
«No, figurati.»
«Ti avrò disturbato sicuramente. È che questo tizio si è presentato con un romanzo di fantascienza: lo sai che quando vengono da me con dei testi che non possono andare in collana, poi mi va giù la catena.»
«Ti dico che non mi hai disturbato. E poi gli esordienti se ne fregano, delle collane. Se ne fregano anche degli editori. Per loro siamo tutti uguali: stampiamo libri, e tanto basta» aveva detto il vecchio, mentre con l’indice giocava ad arrotolare il cavo nero dell’apparecchio. In quarant’anni, aveva sentito o ripetuto lo stesso discorso un’infinità di volte, con insignificanti variazioni verbali.
«Ma se ti presenti da me con un romanzo che sembra tratto da Alien cosa diavolo posso rispondere, io?» aveva insistito la voce, «Lo mando al diavolo, ecco cosa posso rispondere.»
Il vecchio aveva inspirato a lungo. Ci voleva tanta pazienza, con gli editor senza troppi anni di servizio. Aveva sbuffato forte, ma l’uomo davanti a lui sembrava impegnato a controllarsi la punta delle scarpe.
«E questa storia com’era?»
«Come vuoi che fosse… carina. Ecco: la classica storia che leggi e dici: “carina”. Però non basta. Lo sai anche tu che non basta. Gli esordienti, invece, pretendono. Si presentano qui dicendo che li manda questo o li manda quell’altro. Tutta gente con il culo coperto, viene qui. E io cosa gli racconto, al direttore? Che deve pubblicare questo schifo o che deve fare un torto al paraculo di turno?»
«Senti, è meglio se ti calmi.»
«Fai presto, tu, a dire di calmarmi. Tanto vai in pensione l’anno prossimo: che ti frega, a te?»
«Però sono qui. Devo lavorare, e il direttore se la prende anche con me. Non ci si può fare niente: lui è fatto così, e lo sai bene quanto me. Non è mai contento. E allora fai tu. Fai la cosa che ti sembra giusta, e te ne freghi. Hai la coscienza pulita, così. Se non ne valeva la pena, hai fatto bene a mandarlo via.»
«Ma se il tizio poi mi fa telefonare?»

Il vecchio aveva guardato l’uomo che, abbandonate le scarpe, aveva controllato lo stato delle proprie unghie prima di cacciarsi le mani in tasca. Ci voleva proprio una gran pazienza. Con il direttore, con i colleghi più giovani e anche con gli esordienti. Raccomandati o meno che fossero.

«Se ti fa telefonare» aveva detto il vecchio, stringendosi nelle spalle, «tu sei a posto. Hai fatto quello che ritenevi giusto. Che vadano da qualche altra parte, a fare le loro porcherie.»
«Dici, eh? Speriamo. Speriamo che vada tutto liscio. Scusa se ti ho disturbato. Dai, passo dal tuo ufficio e andiamo a prendere un caffè. Ti va?»

Il vecchio aveva guardato l’uomo: adesso era immerso nella contemplazione di quella fetta minuscola di cielo grigio che si poteva vedere dalla finestra di quell’ufficio.

«Da me? No, meglio di no» si era affrettato a dire il vecchio, «il caffè mi rende nervoso.»
«Ti offro un deca. Ce l’avranno, al bar, un decaffeinato. O no?»
«Mi fa acidità. Come accettato: sarà per un’altra volta.»
«Hai gente, lì, vero? Lo sapevo che ti avrei disturbato. Scusami. Scusami tanto. Ci sentiamo dopo…»
«Ma no, ti dico che non mi hai disturbato. Comunque ci sentiamo dopo, va bene.»

Il vecchio aveva posato il telefono. L’uomo davanti a lui era scattato come una molla: non voleva sprecare la sua occasione. Non un’altra volta.

«Dicevo: il tuo romanzo è carino» aveva ricominciato il vecchio.
Un’ombra ne aveva attraversato il volto, fugace, poi l’uomo aveva annuito in silenzio. Il vecchio aveva continuato:
«Capisco che possa essere piaciuto. Anche a persone di cui noi, qui, abbiamo molta stima.»

Il vecchio aveva tamburellato sul tavolo, schiarendosi la voce, come se fosse alla ricerca della parola giusta. Forse di un’intonazione. Poi aveva ripreso, con il tono piatto di chi abbia detto già le stesse cose almeno un milione di volte.

«Converrai con me, però, che mantenere per trecento pagine lo stesso stile, senza variare di una virgola, è claustrofobico.»
L’uomo si era illuminato:
«È proprio questo il senso dell’opera! La frustrazione e l’impotenza del lettore, che si sente chiuso in uno spazio sempre uguale. Come se fosse attorniato da una miriade di specchi che ne rimandano…»

Il telefono aveva squillato ancora. Il vecchio aveva imprecato sottovoce e l’uomo gli aveva fatto un gesto con la mano, come a dire che rispondesse pure. Il vecchio aveva inarcato le sopracciglia, aveva fatto un lieve cenno di diniego, poi aveva risposto.

«Scusa, lo so che ti disturbo» aveva detto la stessa voce concitata di poco prima.
«Ti ho detto che non mi disturbi» aveva risposto il vecchio, il tono appena più acido di quanto avesse voluto.
«Volevo solo dirti che mi ha telefonato il direttore, adesso. Ha detto che ho fatto bene a mandarlo via, quel tale. Si è complimentato con me, addirittura.»
«Vedi: te l’avevo detto» aveva sospirato il vecchio.
«Guarda, devo proprio ringraziarti. Se non ci fossi tu…»
«Figurati. Meglio così, ad ogni modo.»
«Sono proprio in debito con te.»
«Non ci pensare…»
«Come minimo ti devo offrire un caffè.»
«No. Te l’ho detto prima…»
«Scusa, scusa» aveva glissato la voce, «hai ragione: ti fa acidità. Beh, quando vuoi andiamo al bar e prendi quello che vuoi.»
«Magari domani.»
«Domani, sì. Ché adesso sei occupato. Scusa se ti ho disturbato ancora.»
«Nessun disturbo. A domani.»

Il vecchio aveva sistemato il ricevitore con cura, come se avesse voluto assicurarsi che fosse tutto a posto. Si era preso la faccia tra le mani e se l’era sfregata. Dopo quel trattamento il volto aveva preso una bella tonalità di rosa, che il pallore di prima non avrebbe mai lasciato presagire.

«Quello che volevo dire» aveva ripreso l’uomo, con il tono di chi voglia vendere un’auto, «è che lo stile sempre uguale…»
«È sinonimo di sciatteria» lo aveva interrotto il vecchio, «senza contare che di romanzi intimisti il mercato è saturo e non saprei proprio dove piazzarlo. Piuttosto, potresti provare con la scrittura di genere. Chessò: un giallo, fantascienza. Fai tu.»

Gli aveva indicato la porta. L’uomo aveva provato a protestare, garbatamente, ma al vecchio era venuto un gran mal di testa. Lo aveva salutato in fretta. Una volta uscito, aveva guardato l’orologio: non mancava molto e aveva pensato che gli avrebbe fatto bene uscire dal lavoro prima del solito.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

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15 thoughts on “Una storia… carina

  1. Ma perché tutti quei tempi composti? “Guardò l’orologio: non mancava molto. Uscire dal lavoro prima del solito gli avrebbe fatto bene.” Via anche il pensò, non serve a niente, come gli altri verbi filtro. Alleggerire, giovanotto, alleggerire! 😁 (Tratto da “Come farsi detestare il giorno di Santo Stefano in poche semplici mosse”)

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