Thriller paratattico: un incipit


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Ahimè, c’è stato un solo voto per il thriller lento-veloce della settimana scorsa: ancora una volta il libro non trova un vincitore presso cui accasarsi. E adesso, Helgaldo, dimmi che l’economia non è il mio forte, visto quello che ti faccio risparmiare! Ad essere sincero, ho avuto un-voto-uno: Marina, era per te. Però non basta. Di questo passo bisognerà cambiare metodo di voto. E se non dovesse bastare, mi trasformerò nel prof. gran. lup. mann. vic. di Helgald. chiarissimo Michele Scarparo e assegnerò d’ufficio voti e punizioni. Soprattutto le seconde. Questo non è un ricatto: è proprio una minaccia.

Oggi, comunque, era impossibile stabilire quale fosse la versione migliore: nella gara al ribasso che si è scatenata ognuno, a seconda della propria sensibilità, ha deciso cosa tenere e cosa tagliare. In questo contesto si parla di gusti, non comparabili per principio, e scendere sul mero numero di parole significa svilire il senso dell’esercizio.

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Archiviata la lentezza, siamo nel bel mezzo della settimana di fine d’anno. Tempo di bilanci ma, soprattutto, di nuovi inizi. Non sto parlando di diete da cominciare, rigorosamente il lunedì successivo alle feste, ma di un inizio per il nostro thriller. La storia la conosciamo come le nostre tasche; è ora di scrivere quelle famose cinque-dieci righe che aggancino un potenziale lettore. Sì: sto parlando proprio dell’incipit, croce e delizia di ogni scrittore.

Ce ne sono di famosissimi (Chiamatemi Ismaele) e di famigerati (Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà). Che seguono le regole canoniche (ma quali saranno?) e che le infrangono (Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale). Noi abbiamo anche fatto una gara, in maggio, per decretare – e capire – l’incipit più bello.

Adesso è ora di applicare tutto quello che non sappiamo sugli incipit e donarne uno al nostro mitico thriller. Per farlo avete carta bianca: un magnifico foglio intonso. Niente panico: siamo scrittori. Intingete la penna nel calamaio, scaldate le dita e si parte. Abbiamo trecento pagine di romanzo, già scritte, la cui micro-sinossi ci è stata fornita da Helgaldo.  Però lo sappiamo che i lettori generalmente amano aprire i libri sugli scaffali, per scorrerne le prime parole. La regola del 69, del 99, o di una pagina ε a piacere non ci interessa: per dirla tutta è Amazon il nostro obbiettivo. Perché le regole che impone sono quelle con le quali dobbiamo giocare, che ci piaccia o no. I lettori vogliono sapere se la storia meriti il tempo di leggerla.

Allora bisogna dare loro un buon motivo per comperare il frutto delle nostre fatiche: ci serve qualche riga che proietti il lettore nel suo (e nostro) sogno. Non siate timidi e lo dico soprattutto a voi, che ci osservate nell’ombra. Vi vedo, a partire dal secondo banco, che vi nascondete! Ma qui siamo tra amici e si gioca in compagnia: ci si diverte, e forse si impara anche qualcosa. Niente brutti voti, per nessuno (per quello, c’è “Sostiene l’autore”). E, dunque, fatevi avanti…

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti!

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Le votazioni sono chiuse.

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A questa pagina (oppure lassù, in alto, sopra al banner del blog) trovate l’elenco degli svolgimenti effettuati fino ad oggi.

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24 pensieri riguardo “Thriller paratattico: un incipit

  1. Partecipo subito. Eccolo.
    Per vivere faccio uno dei lavori più odiosi e odiati da chiunque, in ogni parte del mondo. Senza distinzione di razza, credo politico, fede religiosa, sesso e altro. Mi detestano tutti, eppure si paga per avere i miei servigi. E anche tanto. Di recente ho brevettato un metodo rivoluzionario per addormentare chi capita da queste parti: spedisco i pazienti – che io preferisco chiamare clienti, visto che pazientano poco – in qualche luogo tremendo e, se si svegliano, talvolta mi vengono dubbi in tal senso, sono felici di ritrovarsi accanto a me e rendersi conto che no, nulla era reale dell’incubo di poco prima.
    Sono un dentista.

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  2. Quando stiamo bene sembriamo così uguali gli uni agli altri, ma basta un piccolo dolore perché ognuno stia male a modo proprio. E il mal di denti non fa differenza, è anzi peggio degli altri: ti si insinua nella testa e, da quel foro, risucchia tutti i tuoi pensieri. Come se non fosse abbastanza, anche curarlo è spiacevole. Basta entrare nella sala d’aspetto di un dentista per scoprirlo. Il rumore acuto del trapano si infila anche nei denti sani, aggiungendo brividi e dolore dove non servirebbe. Altro che sollievo. Per non parlare di quegli odiosi odori di medicamenti, nascosti sotto uno strato di menta sintetica.
    Io, purtroppo, ero proprio là: stavo sprecando la mattina nella sala d’aspetto del mio dentista. Con un dente che mi pulsava nella mandibola e la rabbia che traboccava, al pensiero di quel biglietto per Parigi appoggiato sul tavolo in cucina: il treno sarebbe partito tra sei ore e io, con tutta probabilità, non sarei arrivata a Montmartre quel giorno. Visto il pienone di gente che si spostava per le feste, neppure i successivi. Il mio capodanno a Parigi era una realtà che mi stava svanendo tra le dita.

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      1. Se ti fidi… Ma le storie sono come i sentieri: nascono sulla tua porta di casa, in mezzo al tuo giardino. Eppure, un passo dopo l’altro, ti conducono lontano. E, se non stai attenta, in un amen ti ritrovi in mezzo al Bosco Atro 🙂

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  3. Un modo istruttivo e divertente per comprendere meglio il mondo in cui viviamo consiste nell’immergerci nei mondi che lo hanno preceduto nel passato. Da qui l’importanza dei reperti archeologici stipati al British Museum di Londra dove ci troviamo in questo istante. La tavoletta di argilla che osservate alla mia sinistra, incisa a caratteri cuneiformi, indica una delle tante leggi del Codice di Hammurabi.
    Il Codice di Hammurabi fu il primo tentativo di codificare i comportamenti umani al fine di una convivenza per quanto possibile pacifica. Il precetto base di questo codice si basa sul principio che sicuramente ognuno di voi ha sentito nominare a scuola: «Occhio per occhio, dente per dente».
    In quest’altra teca alla sua destra potete ammirare un cranio umano appartenuto a un certo Helgaldo, cavatore di denti alla corte di Hammurabi stesso. Guardandolo da vicino noterete la perfetta dentatura, a cui però manca un dente proprio al centro della bocca. Si racconta che Hammurabi, irritato dalla dolorosa estrazione di un molare da parte del suo cavadenti personale, decise di ricordare al medesimo lo spirito della legge. Sembra infatti che «dente per dente» fu aggiunto solo in un secondo momento all’«occhio per occhio», probabilmente in seguito all’intervento alquanto doloroso di questo Helgaldo sulla reale dentatura.
    È innegabile che da allora la scienza medica nel campo dell’igiene dentale ha fatto passi da gigante, e oggi presentarsi dal dentista non scatena più reazioni ancestrali di questo tipo. Gli interventi non sono più dolorosi come quelli di una volta, anche se non mancano alcuni spiacevoli effetti collaterali a cui per ora non si è potuto porre rimedio.
    La storia di oggi mostra questi effetti collaterali, affinché possiate trarne giudizio, non nel senso del dente, ovviamente.
    Finisco con il rammentarvi che la narrazione che vede protagonista una gentile signorina verrà ambientata Oltremanica, più precisamente a Parigi. Abbiamo dovuto farlo per non irritare i dentisti anglosassoni, patriottici ma vendicativi, soprattutto nei confronti dei registi horror e thriller della cinematografia inglese che potrebbero capitare sotto i loro ferri. Spero capirete la prudenza.
    Buona visione.

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  4. Aveva perso la memoria. Non c’era altra spiegazione perché si trovasse a Parigi senza ricordare come ci fosse arrivata. La sensazione di essere stata altrove fino a pochi istanti prima aumentava la confusione nei suoi pensieri. Eppure non era la cosa più inquietante tra i vicoli di Montmartre.

    Da cellulare non posso fare di meglio 🙂

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  5. Ogni volta che apro gli occhi nella notte, il buio mi restituisce l’immagine di quel posto orribile, dove ho vissuto un’esperienza che solo il tempo, forse, mi aiuterà a dimenticare. Se solo avessi potere sui miei sogni, cancellerei quelli brutti, affidandoli all’oblio, invece gli incubi mi perseguitano e la scura coltre che avvolgeva quei vicoli stretti, il lungo muro costeggiato fino alla casa dove invano avevo sperato di trovare la salvezza, sono fuoco vivo sulla mia pelle, ricordi che ancora fanno male. Come ho potuto fidarmi di un uomo che diceva di volermi aiutare? che aveva mostrato un interesse sincero verso il mio problema al punto da convincermi a seguire i suoi consigli e a fare ciò che lui voleva? Miracolosamente sopravvissuta all’incubo, miracolosamente salva. E questo, solo perché avevo manifestato il desiderio di andare a Parigi e di visitare Montmartre. Ma forse è meglio che io racconti tutto dall’inizio, partendo da un terribile mal di denti.

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  6. Devo partire, devo preparare la valigia e ricordarmi di mettere dentro il tubino nero, quello elegante. E le scarpe tacco dodici. Ma come farò a camminare con quei tacchi per i vicoli di Montmartre? Devo esser matta! Come diavolo mi è venuto in mente di prenotare un soggiorno a Parigi proprio per capodanno! Con tutto quello che sta accadendo in questo periodo, come minimo mi ammazzano e buttano il mio corpo nella Senna!
    Strano credevo di dover ancora partire e invece sono già a Parigi, ma non capisco dove mi trovo, forse sto sognando, mi agito sempre prima di un viaggio.

    Scusate mi è venuto così, influenzata dall’incipit di Michele, ma io mi accontento dell’ultimo posto. Buona serata 🙂

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  7. Incipit dell’incipit: Augurissimi di un Felice 2016!!! ^__^

    Ogni incubo ha la sua storia, con un epilogo dal quale ci si desta sempre, per fortuna. Talvolta, l’urgenza del risveglio è così vitale che pagheresti mezza corona a chi riuscisse a tirarti fuori da quell’oscuro sogno senza fine. Tutto avvenne sotto al cielo silenzioso di Montmartre, o almeno è quello che credevo.

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  8. “Amore, sei sveglia!” 
    Impiegai qualche istante a riconoscere la voce eccittata di mio marito, mentre cercavo di capire dove mi trovassi. Fino a qualche istante prima stavo pagando la parcella di mezza corona al dentista per l’estrazione di un molare cariato, ma, una volta aperti gli occhi, non faticai a capire che non mi stavo riprendendo dall’anestesia sulla poltrona di uno studio dentistico.
    “Dove sono? Che fine ha fatto il dentista?”, chiesi confusa a Christophe.
    “Di che dentista parli? Sei viva per miracolo, ti hanno ripescata nella Senna. Se non fosse stato per un clochard, Dio lo benedica, che vedendoti cadere dal ponte si è gettato in acqua a salvarti per poi chiamare i soccorsi, a quest’ora saresti già stata divorata dai topi!”
    Stentai a crederci. Passai velocemente la lingua nel punto in cui avrei dovuto sentire una soluzione di continuità nella mia arcata superiore, ma i denti erano tutti presenti all’appello. 
    Provai a sollevarmi, ma il mio corpo protestò con dolori lancinanti. “Non sforzarti Jacqueline, devi riposare. Hai il corpo pieno di lividi, per fortuna nulla di rotto. La polizia sta per arrivare, troveremo chi ti ha fatto tutto questo”. 
    Chiusi gli occhi nel tentativo di ricordare, ma confusa e frustrata scoppiai a piangere: l’unica cosa che riuscivo a ricordare era un lungo muro tra i bui vicoli di Montmatre.

    Come esordio provo in medias res invertendo sogno e realtà. Buon anno a tutti!

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  9. Era stato tutto un inganno. Avevo creduto a ciò che la mia mente voleva credessi.
    La chiamata per l’appuntamento era stata una benedizione che avevo accolto con sollievo. Le istruzioni erano semplici. “Imbocchi l’Arrochecoq, prenda poi la Rue Helgado . Al vicolo M. Soulier svolti a destra. Lo studio è lì, non può sbagliare.”
    Invece avevo sbagliato. Non sapevo nemmeno come ero arrivata in quel buio vicolo di Montmartre, ammesso mi trovarmi ancora a Parigi.

    E buon anno a voi ^_^

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