Thriller paratattico: musica, maestro!


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Abbiamo avuto 7+1 voti (uno doppio, di un anonimo indeciso): due per Helgaldo, uno per Giulia, due per Marina, uno per Seme Nero e due per Guido. Quasi tutti, con qualche bella eccezione, non abbiamo saputo sottrarci alla tentazione di nominare il dentista, anticipando (rovinando?) il colpo di scena finale. La partecipazione cresce ma ancora una volta non abbiamo un chiaro vincitore finale, per la scrittura  di un incipit per il nostro thriller, e Helgaldo si può tenere il libro. Se non ci diamo da fare questa storia rischia di andare per le lunghe, come il cane nero della Carrà (un milione in banconote di piccolo taglio – cioè quelle del monopoli –  a chi coglie la citazione).

Devo anche ammettere che in questo modo i ritardatari rischiano di alloggiare male: Seme Nero, ad esempio, ha postato la sua versione lunedì. È riuscito a prendere un voto, ma se avesse avuto più giorni a disposizione forse ne avrebbe presi di più. Avete qualche suggerimento per rendere la competizione più equa?

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Archiviate le pratiche burocratiche, partiamo con lo svolgimento di questa settimana…

Basta poco. A volte anche solo qualche nota. All’improvviso, una banale stanza buia diventa un antro spaventoso, popolato di tutti gli esseri che la nostra immaginazione potrà inventare. E, si sa, l’immaginazione di chi scrive galoppa veloce. Il merito di questa magia è della musica: il cinema e la televisione lo sanno bene e attingono a questo distributore automatico di emozioni a piene mani. Tutto questo però, con il thriller paratattico,  non c’entra, direte voi. Sbagliato: c’entra perché la musica centra sempre l’obbiettivo.

Alcuni lo fanno d’abitudine, altri lo conoscono come metodo per superare quella cosa inesistente conosciuta come blocco dello scrittore. Qualcuno, forse, non l’avrà mai sentito nominare. Ebbene, ecco l’esercizio di oggi: prendete una musica che a vostro parere sia quella giusta e ascoltatela mentre riscrivete il thriller, trasportati solo dalla vostra memoria. Infine, insieme al risultato, diteci anche qual era la colonna sonora. Magari con un bel link a youtube, cosicché anche noi possiamo ascoltare e decidere se l’accordo tra parole e note sia armonico o dissonante.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti!

***

 

EDIT: visto che non ci sono ancora voti, la votazione viene spostata ad un post dedicato che pubblicherò DOMENICA PROSSIMA. Scrittori (ritardatari) avvisati! 🙂

***

A questa pagina (oppure lassù, in alto, sopra al banner del blog) trovate l’elenco degli svolgimenti effettuati fino ad oggi.

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41 pensieri riguardo “Thriller paratattico: musica, maestro!

  1. Bello. Thriller con colonna sonora. Mi piace molto.

    Per la votazione, non saprei: le preferenze sono ben distribuite, dobbiamo aspettare che qualcuno metta il turbo e sbaragli gli “avversari”

    Per il cane nero della Carrà:… ripasso dal VIA

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  2. Credo che si possa mettere un limite di data allo svolgimento e da quel momento in poi 2/3 giorni per i voti, in modo che si voti avendo letto tutti i componimenti. Così:
    mercoledì esce il thriller
    entro sabato si può partecipare
    domenica lunedì e martedì per votare.
    Questa è solo la mia idea.
    Urca manco un voto per il mio dentista. Un bacione ripasso poi per la musica, sono ancora in fase Befanona.

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  3. Bello, lasciarsi ispirare dalla musica!

    Penso anch’io che sia il caso di dare una scadenza per postare le nostre versioni.
    Magari, io lascerei il termine a Domenica e gli ultimi due giorni per votare.
    Buona Giornata. ^_^

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  4. (I tempi della mia lettura si accordano bene con la musica iniziando ad ascoltarlo dal minuto 1:22)

    Persa. Ti eri persa, nel buio di Montmartre. Strade vaghe, sciolte nel bigio del sole che non illuminava più tutte le cose; dai lunghi muri, pieni di finestre orbe, uscivano sospiri, voci lontane, profumi alieni. Ad ogni svolta un dubbio. Ad ogni dubbio un nuovo angolo di strada, sempre più intriso di notte. Sottolineato dal rumore solitario dei tuoi passi, tacchi impauriti su un selciato indifferente.
    Hai pensato di essere salva, quando hai visto quell’androne aperto. C’era una scala, che saliva. Una luce, lassù. Gialla e calda. Hai salito piano quelle scale, cercando di fare silenzio. Per sentire una voce, qualcosa, che potesse farti sentire sicura. Sei arrivata alla porta. Da dietro quel legno, odoroso di muffa e polvere, ridevano. Hai sorriso, e hai aperto. Accecata dalla luce, sei entrata un passo in quella stanza. Gli occhi si sono abituati, e hai visto. Ma avresti preferito non vedere.
    Uomini. Uomini ubriachi. Dappertutto. Ti guardavano. Ridevano. Si sono alzati, e ti hanno stretto in un angolo. Poi sono state solo mani, risate, aliti verminosi, dolore, vergogna, schifo. Fino a quando i sensi, impietositi, ti hanno abbandonata.
    Ti sei svegliata per sentirli dire che ti volevano legare. Buttare nel fiume, dicevano, e tu ci speravi. Ché l’acqua ti pulisse, prima, e poi ti desse la benedizione per dormire per sempre. Perché il domani non avresti voluto vederlo. Non avresti sopportato di svegliarti sotto un sole nuovo, con quel ricordo dentro. No, non era possibile. E, allora, che acqua fosse. Acqua nera, sporca, puzzolente, piena di topi affamati che si prendessero quelle carni luride che adesso ti vestivano le ossa.
    Ti hanno gettata via. Hai sentito le onde accarezzarti, pietose. Ti hanno cullata. Hai riso. Hai pianto. Avresti voluto dormire, tra quelle onde fredde, ma c’era una mano. Era bianca, vestita di un guanto. Era di un uomo. E ti chiamava. Un uomo gentile, questa volta. Eri stanca e alla fine hai ceduto, hai lasciato che ti svegliasse.
    Era il dentista. Voleva mezza corona. L’hai pagato. Rabbiosa. Felice. Ma c’era un ricordo nuovo, dentro di te. Era finto. Ma lo sentivi vero. Domani non sarebbe stato come oggi.

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  5. Questa volta il mio thriller è in una versione dark-psichedelica.

    Chiuse gli occhi e li riaprì in un vicolo stretto di Montmartre, le luci di Parigi lontane, il gorgoglìo della Senna un suono dimesso che sapeva di abbandono e morte.
    Le tenebre imposero un velo che scurì il cielo in pochi attimi. La coltre di buio creava una distorsione nel suo campo visivo che le faceva percepire distanze e percorsi in modo del tutto irreale. Le strade si allungavano e si stringevano in un’onda compulsiva e lei, al centro di un crocevia, vedeva ruotare tutto attorno a sé, ombre, muri claustrofobici, immagini alterate di palazzi che si trasformavano in giganti mostruosi con occhi e artigli pronti ad afferrarla, divorarla nell’oscurità della notte.
    Immobile. Ogni suono amplificato, la paura un serpente insidioso che strisciava sulla sua pelle.
    C’era una luce, in fondo alla strada, un puntino luminoso che si allargava e diventava speranza. La raggiunse in fretta, c’erano delle scale, le salì: al suo passaggio si muovevano sinuose come le anse di un fiume; un gradino e dopo un altro e quell’unica porta ad aspettarla in cima. La luce si fece accecante, come un flash intermittente in una stanza buia, mostrava a intervalli di pochi secondi i volti incarogniti di uomini sadici.
    Occhi vitrei.
    Grugni sanguinari.
    Mani viscide sul suo corpo.
    Urla e voci sguaiate mescolate in una danza frenetica di oltraggio e violenza.
    Le risate di quei mostri divennero boato nel suo cervello e lo squittio degli orribili topi in riva al fiume una sgradevole musica alle sue orecchie.
    Legata con una corda stretta sentì vicina l’ora della sua fine, quando lanciata dalla finestra abbracciò il vento e toccò la gelida superficie dell’acqua.
    Buio. I suoni coperti dal silenzio ovattato delle onde.
    Si abbandonò al vuoto che sentiva dentro, i polmoni lasciati senza aria, ansimante sprofondava sempre di più.
    Ma il tocco di una mano le restituì il respiro, all’improvviso si sentì risucchiata dentro un tunnel, rapidi i suoi passi attraversarono la stanza dei mostri umani e tornarono indietro lungo le scale, attraverso i vicoli stretti e bui costeggiati da muri claustrofobici e ombre. Si trovò di nuovo in mezzo al crocevia, con il serpente della paura che, strisciando, si dileguava.
    Chiuse gli occhi e li riaprì in una stanza illuminata da un neon; un uomo le teneva la mano, la sua voce docile e pacata le diceva: “tutto finito, signora. È tutto finito.”

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  6. questa musica mi ha sempre fatto un certo effetto

    Perché mi sono avventurata in questo quartiere accidenti, ormai Parigi non è più una città sicura, non è più la città dell’amore. In questa strada buia mi sento troppo vulnerabile, anzi sono terrorizzata.
    Bene, c’è una luce laggiù, forse sono al sicuro, mi sembra un locale pubblico, posso entrare e chiedere indicazioni per tornare indietro o farmi chiamare un taxi.
    No, sono entrata nella tana del lupo, quegli uomini mi guardano lascivamente, sono perduta, ormai sono in loro balia. Non riesco a difendermi, mi stringono, mi molestano, mi strappano i vestiti. Il loro odore è rivoltante, un misto di vino scadente e cattive sigarette. Mi viene la nausea, sento le loro mani sulla mia gola. Non sono uomini, sono bestie. Penso questo mentre perdo i sensi.
    Mi sento dondolare, non so dove sono, sono legata, tanta acqua intorno a me, sto soffocando, ormai aspetto che la morte mi liberi dall’angoscia.
    Ma chi mi sta scuotendo, forse sono salva, vedo un camice bianco, un dottore!
    «Si svegli signora, tutto fatto mezza corona prego!»

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    1. Non è filosofica per nulla. La colonna sonora è alla scrittura: l’esercizio serve per provare a traspondere quello che sentono le orecchie, in una maniera poco conscia, in un ritmo. O in un a atmosfera. O entrambi.
      Ma è chiaro che non è al thriller: in quel caso, come per il cinema, prima si scrive poi si trova la musica adatta. Qui il procedimento, piuttosto, è al contrario.

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  7. Mentre elaboro il thriller, do ulteriori suggerimenti per la votazione.
    – Più voti possibili e assegnazione di punteggio da 1 a 3
    – possibilità di cambiare il proprio voto, vale l’ultimo dato, ma ammetto che così si rasenta la crudeltà
    – mi aspettate, tanto l’ultimo sono sempre io, mi par di capire ;p

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      1. Sono certa che a quest’ora ti sarai già informato… E poi, se mi beccano a lavoro mentre riassumono una trilogia altro che canto della rivolta!

        In breve la mia opinione è qiesta:
        mi sembra che si stia complicando una cosa semplice.
        Il nostro (posso dire nostro?) bel gioco a me piace così, senza scale a punti, poll ecc… Il voto spontaneo mi garba parecchio e se non c’è chi emerge è perché nessuno c’è riuscito.

        Scappo. ^_^

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      1. ^_^ Parlavo degli errori nel mio commento, di cui mi sono accorta: riassumono, qiesta, c’è… Del resto, quando si scrive a lavoro, di nascosto… ^_^

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  8. Non saprei dire il momento preciso in cui il cielo è diventato un manto tetro senza stelle;
    la luna è nascosta dietro a grosse nuvole scure. Per strada ci sono solo io.
    Mi guardo intorno per vedere dove mi trovo: non ricordo di essere già passata di qua, non riconosco gli edifici, non ci sono le insegne colorate dei negozi; qui c’è solo un lungo muro fatto di pietre, gradinate che salgono e scendono, stradine strette che si snodano in altrettanti vicoletti che sembrano tutti uguali. Il buio silenzioso confonde i miei passi e rende il quartiere parigino di Montmartre un labirinto senza uscita. Mi sento persa, lo sono davvero?
    L’aria soffia gentile, ma io tremo come se avessi freddo; metto le mani nelle tasche dello spolverino per tenerle ferme. La mente è pervasa da laidi pensieri e lascia sulla pelle tutte le cattive sensazioni del non sentirsi al sicuro. Cerco una soluzione, un riparo. Finalmente, lo vedo: una casa è un buon rifugio. La porta è socchiusa, entro: alzo lo sguardo e intravedo un bagliore tremulo in cima alle scale; decido di salire. Man mano che avanzo, un gradino dopo l’altro, sento le voci indistinte di clienti rumorosi. Questo mi conforta e affretto il passo, felice che ci sia qualcuno a cui chiedere aiuto. Apro la porta che mi si para davanti, mi basta una rapida occhiata per rendermi conto del posto in cui sono finita: nella stanza arieggia puzza di sudore mischiata ad alcool e fumo; in giro, solo uomini ubriachi. Sprofondo vertiginosamente nella consapevolezza di essere stata più al sicuro per strada. Indietreggio cauta, ma vado a urtare contro una sedia che cade e fa rumore. È un attimo, attiro la curiosità dei presenti e ne scateno le intenzioni. Questi, posano sui tavoli i loro bicchieri pieni di vino o forse, whisky e si avventano su di me: sono nel pallone, provo a scansare i tavoli, a trovare una via di fuga, voglio tornare indietro per infilare la porta. La vista si annebbia, qualcuno mi dice: “Ma dove pensi di andare bellezza?” Urlo di terrore. I maniaci mi afferrano, posano le loro mani avide e pesanti sul mio esile corpo. Mi strappano via i pochi indumenti che indosso: lo spolverino, il tubino rosso. Prendono quello che vogliono, mentre piango e imploro di lasciarmi andare; mi dimeno tra le loro braccia, ma rendo solo il gioco più divertente. Quando ne hanno abbastanza di me, mi legano e decidono di buttarmi nel fiume. Li lascio fare, non ho più forze per oppormi; non è rimasto nulla a cui ribellarmi. Trattengo il fiato, pochi istanti nel vuoto prima del contatto con l’acqua gelata. Loro, aspettano sulla riva di vedermi scomparire.
    Io, mi sento libera. La corrente mi culla, mi trascina via accogliendomi tra le sue onde scure; comincio a dondolare. Sprofondo. Piango, credo, per l’ultima volta. Regalo le mie lacrime al fiume. Soffoco. I topi affamati, mi raggiungono per godere di quel pasto inatteso.
    Vado a sbattere contro qualcosa, ancora e ancora una volta… una mano mi scuote, qualcuno pronuncia il mio nome; mi sveglio, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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  9. Un passo dopo l’altro. Le mani sono i miei occhi, le dita seguono il profilo del cemento tra i mattoni ruvidi. L’oscurità è il mio manto, nessuna stella che l’adorni, nessuna falce a far da sorriso alla luna nuova.
    Case scure, dormienti, tranne una: la porta che si apre e mi accoglie. Silenzioso invito, una luce scintilla su in alto, mi chiama da lunghe scale. Salgo, un passo dopo l’altro.
    Rumori ovattati, chiacchiericcio sconclusionato, odori speziati di malto fermentato. M’immergo nel clangore e tutti tacciono. E fissano mentre cammino tra loro, un passo dopo l’altro.
    Sorrisi malevoli, specchio di crudeli intenzioni. Mani libidinose, violente, mi accerchiano, mi cingono, mi tappano la bocca e soffocano le mie grida.
    Volo, angelo morente nella notte di Montmartre, Caronte mi accoglie in gelide acque, j suoi fetidi seguaci banchettano delle mie carni.
    E sprofondo, e muoio, un respiro dopo l’altro.
    Mi scuote, il traghettatore. Reclama le due monete che mi coprono le orbite? No, nemmeno. Apro gli occhi. Mezza corona per l’incomodo, lesto il lavoro, perfetto il mio sorriso. Il canto di una fisarmonica riecheggia nel vicolo.

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