Thriller n. 32: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Eccoci qui, pronti per la votazione del thriller in formato di dialogo. Abbiamo avuto una bella partecipazione e c’è molto da leggere, se ancora non l’avete fatto. Vi ricordo solo, prima di lasciare la parola ai partecipanti, che le votazioni si chiuderanno martedì sera, che il voto è anonimo ma il commento – qui e nel post del thriller – è libero. Al prossimo thriller e che vinca il migliore!

#

Michele

— Mi dica, signorina: le capita spesso di sognare?
— A volte, sì. Come tutti, credo. Anche se questa volta…
— Dica pure liberamente.
— Me lo dica lei, dottore: è normale sognare sotto anestesia?
— Io sono uno psicologo, non un anestesista. So comunque che gli anestetici a volte non funzionano come dovrebbero.
— E le persone a cui capita? Voglio dire: capiscono di aver sognato?
— Sì, certo.
— Io no! Io so di essermi persa. Sento le loro mani che frugano il mio corpo. Sento i denti dei topi nella pelle!
— Si calmi, la prego.
— Come posso calmarmi? Vorrei vedere lei, mentre un ubriaco laido le infila il suo coso su per il… per il…
— Signorina. Non sarà alzando i toni che risolveremo il suo caso.
— Altro che toni: lei se ne sta seduto alle mie spalle. Forse fa addirittura finta di prendere appunti. Poi mi fa una bella ricetta per qualche scatola di Prozac e si prende dieci corone. Almeno, il dentista s’è accontentato di mezza.
— Il dentista non c’entra, adesso.
— Ah no?
— No.
— Non faccia il furbo con me: io so tutto.
— Tutto?
— Certo: me l’hanno detto che il dentista è suo fratello. E io denuncio tutti e due! Altro che cura!
— Ma davvero? E chi gliel’ha detto?
— Voci.
— E quindi lei dà ascolto alle voci. Bene. Adesso non si muova, per cortesia.
— Ehi, cosa fa?
— Stia ferma, le dico. È solo una piccola iniezione.
— …
— Un anestetico. Così i ragazzi del bar potranno finire il loro, ehm, lavoretto.
— …
— Davvero pensava che non lo sapessi? Che non fossi al corrente dei suoi ridicoli tentativi per incastrarci?
— …
— Pensava davvero di poterci sfuggire? Noi sapevamo. Sappiamo. Tutto.
(Si sveglia. Un’altra volta. Nel suo letto.)

Sandra

– Chi è che la chiama Ville lumière? C’è un buio pesto là fuori, che manco nelle mie mutande! A Montmartre i lampioni sono tutti fracassati dai bimbetti che tirano con la fionda. Meglio per noi Pierre, che tra poco arriverà un’altra pollastra sperduta nel quartiere!
– Dici?
– Dico, dico. Et voilà la vedo dallo spioncino, sta già salendo le scale. Pare giovane. Oste, un altro pernod!
– Fanne due, Roland!
– Fermala, fermala che scappa, la signorina!
– Dove pensi di andare?
– Mon dieu! Cosa pensate di farmi? Non mi vorrete mica rapinare? Non ho nulla guardate, ecco, prendete la borsetta.
– Cosa c’è qua dentro? Mah, robaccia, poche corone, uno specchietto. Bleaaah. Guarda che boccaccia ho! Bleahha.
– Tu lo rompi lo specchio Pierre.
– Sarai bello tu!
– AIUTOOO, QUALCUNO MI AIUTI, OSTE!!
– I vostri pernod…
– Mon dieu, forse abuseranno di me.
– Ah, ora va meglio, avevo la gola come il deserto.
– Potremmo buttarla nel fiume…
– E aspettare che venga divorata dai topi…
– Il corpo, poi, risalirebbe a galla, immagino.
– Oste, una corda, presto! Iniziamo a legarla!
– Muoio.
– Macchè! Forza Giselle, è tutto finito. Mi devi la solita mezza corona, per l’otturazione.

Spartaco (Wererabbit78)

– Di qua? Sei sicura?
– Vai, su, che problema c’è? Sempre a fermarti, strisci come una chiocciola lungo il muro.
– Se non ti sta bene, fatti portare in giro da un’altra.
– Ah ah. Divertente. Sul serio.
– C’è poco da divertirsi. Oh Dio, che sensazione orribile!
– Ma di che parli? Che noia…
– Del.. buio, questo quartiere che detesto – e tu lo sai. Anche il nome, non sopporto. Montmartre! È così tetro, anche di giorno.
– Su, cammina. Il muro è lungo.
– Le case, la coltre di buio… le facciate delle case che sembrano cadere sulla strada, come le mura di un labirinto che si stringono!
– Per Bacco, che immaginazione. Per favore, fai attenzione, il selciato è sconnesso, stai rasente alla parete. Ecco, così. Guarda: quella porta socchiusa.
– Lì? Sei sicura?
– Non vedi che c’è una luce, l’inizio di una scala? Ti dico che è lì.
– Facciamo come vuoi tu. Come sempre. Oh, ma è terribile. L’odore, dico. Una puzza di marciume gelido. Sembra il vestibolo di un sepolcro.
– Oh come sei tragica. E tutte queste metafore! Sei così antiquata.
– E tu così saccente, pedante… fin da bambina, sei sempre stata antipatica.
– Mandami via, se non ti piaccio.
– Ah, potessi farlo.
– Dai, muoviti, non possiamo star qui tutta la notte.
– Salgo?
– No, dico, ma come ti è venuto in mente? Siamo davanti ad una scalinata e tu hai avuto questa idea brillante tutto da sola?
– Il tuo sarcasmo fa pena. C’è una porta, in cima.
– Sta attenta a non scivolare. Sì, aprila.
– Sento un suono di musica dall’altra parte e… oh mio DIO!
– Altro che musica… Oh, questi sembrano proprio ubriachi
– Mi hanno vista! Vengono qui!
– Guarda che vestiti, che lerciume. E l’arredo, fatiscente, direi. Macchie ovunque.
– Fermi, fermi con le mani.
– No, non è per niente elegante; e la puzza d’alcol? Whisky di qualità scadente, cicche, Dio sa cos’altro. Quando avranno pulito l’ultima volta?
– Aiuto! Aiuto! Non osate, non oserete… oh, oh così è troppo! Oooooh fermi vi prego, fermi!! AHH!
– Tro – glo – di – ti. Sì, decisamente triviale.
– Tenetela, perdio, così non ci riesco.
– Bisogna legarla, è un’anguilla
– Urla come una scrofa sgozzata, la sentiranno per forza.
– Il canale! Buttiamola giù, non la troverà nessuno. Ci penseranno i topi.
– Oh ma non potete, non potete. Oddio è buio buio pesto e l’odore, che odore orrendo Madonna l’acqua è gelata mi entra dappertutto!
– Eh per forza è gelata è una fogna. Cosa pensavi ci fosse qua sotto, un bagno termale?
– TOPI! Ma sono topi! Fai qualcosa?
– Io? E cosa? Sono solo una voce nella tua testa, ricordi?
– HO DETTO FAI QUALCOSA MI STANNO MANGIANDO VIVA!
– E va bene. Purché la smetti di strillare, d’accordo? Ecco, là, vedi? C’è una mano.
– Come una mano?
– Sì, una mano. Sai, con cinque dita. Afferrala.
– È un altro dei tuoi trucchi? Oh, è sudata, tutta molliccia.
– Beh, siamo in una fogna.
– E cosa succede? Dove siamo, che mi aspetta? Ancora una delle tue allucinazioni! Una… poltrona. E lui, chi è? Cos’altro dovrò subire ancora?
– Ma no, no, si rilassi signora. È tutto fatto. Mezza corona, prego.

Helgaldo

«Dunque mi ero perso a Montmartre».
«E poi?».
«E poi è arrivata la sera, una scura coltre di buio».
«E hai avuto paura?».
«Una fifa boia. Mi son detto: devi assolutamente ritrovare la strada di casa, il fiume non sarà lontano».
«Giusto, il fiume è un ottimo punto di riferimento quando ti perdi».
«Esatto, così ho camminato rasente ai muri per non farmi notare. Però ogni tanto passavo da un marciapiede all’altro per non rischiare di girare in tondo, capisci cosa voglio dire?».
«Eh, sì. Ho sentito dire che se corri sempre sullo stesso marciapiede poi torni al punto di partenza».
«Esatto, così attraversavo la strada, tanto non c’erano macchine, non c’era nessuno, e continuavo ad avanzare».
«E poi?».
«E poi ho visto una donna che camminava lungo un muro, e allora le sono andato dietro».
«Quelle non girano in tondo. Ma ti ha visto?».
«No, sono stato attento. Quando si fermava mi fermavo anch’io, a distanza».
«E dopo?».
«Dopo ha trovato una porta aperta ed è entrata».
«E tu?».
«Io l’ho seguita».
«E lei?».
«Ha salito una scala, e in fondo c’era una luce e delle voci umane che provenivano da dietro una porta».
«E quindi?».
«Quindi è entrata».
«E cosa hai fatto allora?».
«Allora sono andato su anch’io e c’era quel passaggio piccolo, per i gatti, hai presente quegli sportellini per i gatti che a volte ci sono sulle porte?».
«Tu sei matto! Non sarai mica entrato?».
«Sono entrato sì, ma non c’erano gatti».
«E cosa c’era?».
«C’erano degli uomini che se la stavano spassando con la femmina».
«E lei ci stava?».
«Non lo so, un po’ gemeva, ma fanno sempre così, anche quando gli piace».
«Continua, mi prende questa storia».
«E poi ha urlato e l’hanno legata e l’hanno portata al fiume».
«Che fortuna! E tu li hai seguiti?».
«Certo che li ho seguiti, così ero sulla rotta di casa».
«E poi?».
«E poi l’hanno buttata nell’acqua e stava per affogare».
«E tu?».
«Mi sono buttato anch’io, ma dove l’acqua era bassa e c’erano i sassi, così la corrente non mi trascinava via».
«Ma lei è morta?».
«Macché, l’hanno vista altri topi e l’hanno raggiunta».
«E tu?».
«Io me ne sono fregato e sono arrivato sull’altra riva inzuppato ma salvo».
«Che avventura! E poi?».
«E poi stavo con lei in una casa e un uomo con la mascherina davanti alla bocca la scuoteva. Lui le ha chiesto mezza corona e se le faceva ancora male il dente».
«E le faceva male?».
«Non lo so perché mi sono svegliato in quel momento anch’io, avevo un mal di pancia che non ti dico. Poi ho vomitato tutto».
«Ma dove hai mangiato ieri sera?».
«Nel cassonetto del ristorante all’angolo».
«Quante volte ti ho detto che non ci devi andare dai cinesi: per questo poi hai gli incubi».
«Hai ragione, non ci andrò più. Alla sera starò leggero, solo qualche scarafaggio».
«Però non ho capito bene: cos’è mezza corona?».
«È come mezzo formaggio».

Seme Nero

«Notte. Quartiere di Montmartre. Il buio avvolge… hai presente Montmartre, no?»
«Certo, vado a mangiarci la piadina tutti i venerdì sera.»
«Deficiente. É a Parigi.»
«Vai avanti.»
«C’è tutto buio, un’oscurità pesante, densa, ok? C’è questa ragazza che si è persa…»
«Come si chiama?»
«Chi?»
«Il cane.»
«Quale cane?»
«La ragazza! Come si chiama la ragazza?!»
«Non importa, è una ragazza. Anzi, è “La ragazza”. Fa più mistero così.»
«“Notte, buio, mistero… Paura, eh?” Dai, mi viene in mente Fabio DeLuigi che imita Carlo Lucarelli!»
«Concentrati. “La ragazza” sta vagando per i vicoli bui di Mont… di Parigi, si è persa e ha paura, ma proprio quando sta per perdere le speranze vede una casa.»
«Inquietante. Non è da tutti trovare una casa in un vicolo. Di notte, poi.»
«Ma la porta è aperta.»
«No!»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Assolutamente. La porta è aperta, e immagino che lei ci entri.»
«Esatto. Però non c’è nessuno. Vede una scala…»
«Una scala? Ma non sarà un’immagine troppo forte per il lettore?»
«…e in cima – quanto sei cretino – in cima alla scala una luce dietro a una porta.»
«Aperta.»
«La scala?»
«La porta.»
«No, quella è chiusa.»
«Ma prima era aperta.»
«Sì, ma quella era un’altra porta.»
«Ma se è chiusa come la vede la luce?»
«Filtra dagli interstizi, dalle fessure.»
«Ah, sì certo. Che stupido. Poi?»
«Sale lentamente le scale, apre la porta e trova…»
«Altre scale!»
«…un bar.»
«Come “un bar”? Fammi capire, questa è per strada, apre una porta a caso e trova un bar. Non c’era un’insegna?»
«Forse entra dal retro o è un bar clandestino. Ci pensiamo dopo.»
«Il gestore dev’essere un genio.»
«Il bar però è pieno di ubriachi e – sì, lo so, fammi finire! – questi la accerchiano, la molestano, sai com’è.»
«Certo! Lo faccio anch’io, tutti i venerdì sera dopo la piadina a Montmartre!»
«Ti sei offeso?»
«Perché mi hai dato dello stupratore seriale? Ma figurati!»
«Hai capito male.»
«Tagliamo corto, s’è fatta una certa.»
«In breve: gli ubriachi legano la ragazza e la gettano nel fiume, poi la guardano affogare mentre se la ridono e aspettano che il cadavere venga mangiato dai topi.»
«Un fiume. Dentro il bar.»
«Ma no, prima escono. Beh? Che ne dici?»
«Che tu ieri sera hai mangiato pesante e stanotte hai dormito male.»
«Aspetta, non hai sentito il meglio.»
«Meglio dei topi?»
«Dissolvenza…»
«Ma non era un racconto?»
«Per capirci.»
«Vabbè.»
«”La ragazza” sente una voce che la chiama, si sveglia e c’è il dentista che le dice: “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego.” Allora? Com’è? Mistero, ansia…»
«Sì, soprattutto ansia.»
«Non ti piace.»
«Non dico che sia brutto, ma, se devo scegliere, le prugne sono più dolci, ecco.»
«Ah ah. Idiota.»

Giulia Mancini

«Non mi faccia l’anestesia dottore, per favore.»
«Perché? Non avrà paura di una piccola puntura?»
«Ho paura di quello che mi succede quando dormo»
«Perché, cosa le succede?»
«Ho terribili incubi, l’ultima volta ho sognato che mi ero persa a Parigi e non trovavo la strada per tornare a casa.»
«Si era solo persa? non mi sembra così grave!»
«Mi ero persa, ma avevo addosso una sensazione di angoscia così … reale, come se accadesse davvero»
«Suvvia, signora, non faccia i capricci. Si rilassi. Ecco una piccola puntura e dormirà. Vedrà che stavolta non avrà alcun incubo.»
«Dottore, ma ha sentito cosa ha detto la signora, prima di addormentarsi? Davvero vuole continuare questi assurdi esperimenti, potrebbe essere pericoloso! E se alla fine per la paura le viene un infarto?»
«Infermiera, la smetta, non c’è nessun pericolo, avanti metta su quel film dell’orrore in cui la donna viene violentata, legata come un salame e buttata nella Senna in pasto ai topi. Colleghiamo la cuffia alle orecchie della signora. Ah come sono contento, vede funziona! L’altro giorno ha sognato che si era persa a Parigi , proprio come nell’inizio del film»
«Va bene, dottore procedo ma proprio perché mi paga un supplemento sullo stipendio, del resto di questi tempi cosa non si fa per campare!»
«Zitta, intanto sistemiamo il dente, vedrà che dopo la paura, la signora sarà talmente sollevata che pagherà senza battere ciglio»
«Ecco si sta svegliando, tolgo le cuffie, presto le metta via. Ah come mi diverto a terrorizzare la gente, ormai non bastava più essere dentista. Ah come mi diverto.»
«Tutto fatto signora. Mezza corona. Prego!»

Marina

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Dimmi, figliola, cosa ti affligge?
– Ho fatto un sogno molto inquietante, questa notte.
– Che hai sognato?
– Che arrivava la sera e io non trovavo più la via per tornare a casa e mi addentravo nelle stradine anguste di Montmartre e avevo una gran paura e non sapevo dove andare e camminavo, camminavo e poi vedevo una luce, c’era una scala, una porta, l’aprivo e… mio Dio, è stato orribile!
– Calmati, figliola, su!
– C’erano degli uomini volgari, dentro un bar, che mi guardavano con gli occhi del demonio. Oh Signore, quanto erano brutti e sporchi e ubriachi… e mi mettevano le mani addosso.
– Santa Madonna! E poi?
– Oh, Padre, mi vergogno così tanto: loro… mi toccavano dappertutto, volevano i miei soldi e io gridavo, ma loro, niente, continuavano imperterriti e…
– …e…?
– … e insomma… poi, che Dio mi perdoni! quei bruti abusavano di me.
– Vergine Immacolata!
– Con una corda stretta mi buttavano nel fiume, in mezzo a quei ratti famelici… Se ci penso, mi vengono ancora i brividi!
– Povera figliola!
– Ma io volevo arrivare illibata al matrimonio, capisce, Padre?

– Padre, perdono, perché ho peccato!
– Ti ascolto, figliolo.
– Ho fatto una cosa di cui mi pento, la notte scorsa.
– Che cosa?
– Dopo avere litigato con mia moglie, sono andato a ubriacarmi in una bettola nel quartiere di Montmartre. A un certo punto, dalla porta, è entrata una donna molto bella, una di quelle sofisticate, che mai e poi mai guarderebbe uno straccio umano come me. Insomma, ho subito provato il forte desiderio di possederla, Padre.
– Santa Madonna!
– … allora le ho rubato il portafogli, perché i soldi fanno sempre comodo e poi, con due miei amici l’abbiamo circondata, le abbiamo strappato i vestiti di dosso, l’abbiamo sbattuta sul tavolo e…
– … e …?
– … e l’abbiamo violentata, Padre, sì!
– Vergine Immacolata!
– Ma non è finita qui.
– No?
– No. L’abbiamo legata e buttata nel fiume, dritta in pasto ai ratti della Senna.
– Mon dieu!
– Non sono un buon marito, Padre! Capisce, ho tradito mia moglie!

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Che è accaduto, figliolo?
– E niente, c’era questo farmaco, un nuovo anestetico che io non avevo mai sperimentato su alcun paziente. Pensavo non avesse effetti collaterali e invece…
– Invece?
– Invece era un potente allucinogeno: mi sono preso la libertà di provarlo su una donna alla quale dovevo estrarre un dente e…
– … e…
– … e, poverina, a un tratto, quella donna ha cominciato ad agitarsi, a sudare freddo, a tremare, a urlare. Mi sono spaventato e le ho preso la mano per darle conforto.
– E poi?
– Poi si è svegliata, in preda al panico e ha pianto.
– Oh, Buondio!
– … vede, Padre, sono stato avido: non solo non le ho raccontato la verità, ma mi sono fatto pure pagare la mezza corona che mi doveva.

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Vergine Immacolata, Santa Madonna, Mon dieu…
Ho le allucinazioni: sto confessando un ratto?

iara R.M.

– Signora? Signora, si svegli!
– Oh, signore… Ti ringrazio! Che spavento. È stato terribile, non può capire!
– Con calma, respiri e mi spieghi tutto, se vuole.
– Davvero posso? Sarebbe un gran sollievo per me, parlarne a qualcuno.
– Certo che può. Dica pure, l’ascolto.
– Sono in imbarazzo nel doverglielo raccontare, ho vissuto un incubo spaventoso. Metta la mano qui, proprio sul mio cuore… Sente come batte forte? E guardi le mie mani… Vede? Non riesco a tenerle ferme un attimo.
– Sono desolato, si vede che è ancora molto scossa. Beva un po’ d’acqua fresca, le farà bene.
– Acqua si, non era certo quello che stavano bevendo quegli uomini, nel bar dove mi sono trovata io, sola, smarrita, disperata… Ubriaconi smaniosi, demoni! E pensare che ero entrata in quel posto credendolo un rifugio sicuro.
– Lo so, signora. Purtroppo, il mondo è pieno di anime perse.
– Mi sento così stanca… Come se avessi vagato per ore e ore tra i vicoli bui di Montmartre. Sa che quel quartiere diventa ambiguo di notte? Ed è facilissimo perdersi, specie se non si è lucide per la paura.
– Quindi si era smarrita…
– Si, certo. E allora, mi sono affidata al buon senso: ho seguito un lungo muro con la speranza di ritornare sulla giusta via; dopo un po’ che camminavo ho visto una casa, una luce, e poi, ho avuto tutto il tempo per pentirmi.
– Si tranquillizzi. Ora, può rilassarsi e riposare.
– Come posso tranquillizzarmi? È stato un vero e proprio inferno! Le sento ancora su di me quelle mani sporche che mi toccavano; ricordo i loro sguardi depravati pieni di voglie e la puzza di vino, fumo, sudore che mi si incollava sulla pelle. Mi viene da vomitare e da piangere.
– Posso immaginare quello che ha provato, ma adesso è al sicuro. Qui non ci sono ubriaconi, maniaci, niente di tutto questo.
– Ho bisogno di respirare, che ansia… Mi sembra di soffocare, come quando quei balordi dopo avermi stuprata e legata, mi hanno lanciata nel fiume, in quell’acqua sudicia piena di topi affamati che hanno iniziato a infilare le loro zanne nella mia carne. Se ci penso, riesco a provare lo stesso dolore…
– Mi dispiace, la capisco; si calmi, per favore.
– Avrei voluto gridare, chiedere aiuto, ma l’acqua mi bloccava la gola e mi impediva anche di respirare. Ho creduto di morire…
– Niente che non sia capitato anche ad altri prima di lei, signora.
– Poi, finalmente ho sentito una mano che mi scuoteva, ho aperto gli occhi e ho visto lei, tutto vestito di bianco che mi sorrideva e mi chiamava, così ho capito di essere salva.
– Sono felice che si senta meglio.
– Mi perdoni, le ho fatto perdere un sacco di tempo.
– Oh, si figuri… per così poco. Non è certo il tempo che mi manca!
– Credo sia ora per me di tornare a casa. Mi dica dottore, le devo la solita mezza corona?
– Dottore? Ma come, non ha ancora capito dove si trova?
– …
– Tu sei già a casa figliola…
– Come a casa…
– Dove credi di essere?
– …
– Con chi credi di aver parlato fin’ora?
– Oh, mio Dio…
– Appunto!

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Marina
    Commento: Mi hanno divertito molto i diversi punti di vista, topo e parroco compresi.
  2. Voto per: Marina
    Commento: Dialogo credibile e ironico.
  3. Voto per: Marina
    Commento: L’idea della confessione è ottima
  4. Voto per: Helgaldo
    Commento: Molto carino l’espediente a sorpresa del topo. Davvero ben sviluppato.
  5. Voto per: Iara
    Commento: Il finale. Credo sia soprattutto per quello. Il testo è scritto bene e scorre, ma la sorpresa in chiusura è fantastica. Più finale di così, per l’appunto, non si può!!
  6. Voto per: Sandra
    Commento: Ha saputo dare brio alla scena della violenza sdrammatizzandola in modo simpatico.
  7. Voto per: Seme Nero
    Commento: Molto bella la caratterizzazione delle due voci.
  8. Voto per: Marina
    Commento: Con un espediente fantasioso riesce a far parlare tutti i protagonisti in prima persona, creando un racconto nel racconto. Bravissima!

 

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