Thriller n. 33: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Eccoci qui, pronti per la votazione del thriller campione di gestualità. Vi ricordo solo, prima di lasciare la parola ai partecipanti, che le votazioni si chiuderanno martedì sera, che il voto è anonimo ma il commento – qui e nel post del thriller – è libero. Al prossimo esercizio e che vinca il migliore!

EDIT: Ho aggiunto l’esercizio di Helgaldo.

#

Michele

La ragazza avanzava con una mano che sfiorava il muro e con l’altra che titillava un boccolo scuro che scendeva da una tempia. Vista così, con quell’espressione mezza imbronciata e mezza impaurita, avrebbe fatto tenerezza a chiunque l’avesse incrociata per le strade di una città normale. Ma i vicoli che percorreva, nella notte incipiente, erano quelli malfamati di Montmartre: la gonna era troppo corta e la maglia troppo scollata per i ceffi che erano soliti vagare in quella zona. La sua fortuna era di essere sola: il primo passante che avesse incrociato si sarebbe sentito di certo autorizzato a fare quello che era vietato.
Aveva lasciato una scia di profumo costoso che si era attaccata a quei mattoni proletari. Sarebbe bastato un naso da poco per seguire quella traccia; si srotolava placida a mezz’aria fino a un bivio, complice la bonaccia notturna. Imboccato lo stradello a destra l’odore indugiava appena, davanti a un uscio aperto, e si infilava su per una rampa di scale color della pece. Alla ragazza non bastava salire in punta di piedi per non fare rumore e persino i tentativi di mandar giù il secco che le riempiva la gola erano amplificati in quel budello. C’era una cosa sola che la salvava dai brividi che si stavano impossessando di lei: una luce giallo pallido, che disegnava i contorni di una porta nel nero profondo che l’avvolgeva.
Giunta fin là, le dita irrigidite avevano faticato a prendere il pomello. L’aveva tirato piano, rimanendo rasente al muro nella speranza di farsi parete. Ma aveva messo un bolerino rosso, quel giorno. Venti facce si erano voltate all’unisono a guardarla. Venti bocche si erano appena aperte e quaranta narici avevano cominciato a fremere, ingorde del suo odore. Venti labbra si erano arricciate, staccandosi da boccali di liquori sconosciuti. Gli uomini si erano sporti dalle sedie per osservarla bene: lei non era trasparente quanto avrebbe voluto. Il dito della ragazza aveva roteato nel boccolo fino a farne un nodo; l’altra mano era salita a coprire il petto. Le sue gambe si erano strette, quando il più grosso di quegli uomini si era alzato e si era mosso nella sua direzione, dandosi una vigorosa aggiustata alla patta.
Non c’era bisogno di dire nulla. Gli occhi di lei si erano riempiti di lacrime e le mani di lui si erano riempite di lei. Poi ognuno degli altri si era alzato, attendendo il proprio turno su quelle carni morbide.
Stancatisi del gioco, alla fine l’avevano immobilizzata. Legata come un capretto, con uno straccio in bocca per coprire le urla che lei non aveva più la forza di emettere. L’avevano gettata fuori dalla finestra, dritto nel fiume. L’acqua nera l’aveva sopraffatta, facendola dondolare tra le onde. Poi era stata la volta dei topi ad arricciare il naso, con la saliva che scorreva per l’inatteso spuntino.
Le onde la scuotevano. Poi era stata una mano, a scuoterla. Era una mano guantata, e lei aveva aggrottato la fronte. La mano l’aveva scossa fino a svegliarla. C’era il dentista, di fronte a lei. Un largo sorriso e una mano stesa nella sua direzione. Le sovvenne che avrebbe dovuto dargli mezza corona, ma la ragazza aveva chinato lo sguardo: le sue dita avevano appena frugato nella tasca vuota, orba del portafoglio.

Sandra

“Clang clang” toccare ferro oltre al gesto scaramantico in sé mi ha sempre dato coraggio e più faccio rumore e meglio mi sento. “Sbang sbang” faccio scorrere la mano sulla superficie liscia del portachiavi che tengo nella tasca dei pantaloni e sbatto le due palline di metallo una contro l’altra. Sono due sferette con inciso le mie iniziali e in questo momento ho proprio bisogno di sentire forte e chiaro il loro fragore: mi sono persa a Montmartre. Finalmente una casa nel buio. Tocco il portachiavi ancora una volta mentre salgo le scale sbattendo i piedi sui gradini per scrollarmi dalla suola il terriccio. Non è il locale che mi sarei aspettata di trovarmi di fronte e manifesto il disappunto mordendomi il labbro, non devo esagerare: non sarebbe la prima volta che arrivo a farlo sanguinare. Sferette proteggetemi. Deglutisco, sento una gomitolo in gola, poi sento le manacce sporche di non so quanti avventori ubriachi su di me. Mi muovo tentando di divincolarmi, e perdo il contatto col portachiavi. No. Via la giacca, per terra. Mi volto a guardarla che plana sul pavimento sudicio e mi metto a pensare alla lavanderia di Madame Renaux. Tiro sempre su col naso quando entro e le narici percepiscono un forte odore di appretto. Ci sono ancora manone pesanti sul leggero golfino di cachemire e le sferette che tornano a clangare nella collutazione. Oddio, spero non rotolino a terra e finiscano sotto quei mobili impolverati. Le perderei, sarei perduta. Ci sono ancora. Le sento ma non posso toccarle perché ho le mani impegnate a graffiare la faccia di un energumeno, sento un criiiik criiik sulla sua barba e “merde” la ricostruzione con la resina delle mie unghiette corte sarà anche elegante ma non provoca l’effetto che vorrei. Dondolo, fino a quando riesco a infilare un artiglio color prugna in un occhio di questo bruto che per un attimo molla la presa. Cado. Mi aggrappo a una sedia e la trascino con me. Sento in lontananza parole di fiume, di topi, di corde. Mi sento violata e intanto vedo un altro di quel gruppo di briganti frugare nella mia borsa e un terzo omaccione sta slacciandosi il cinturone. Immagino cosa stia per fare e perdo i sensi.
Mi riprendo, goccioline fresche sul viso, acqua, allora sono finita davvero nella Senna. Sobbalzo, mi aggrappo a… ai braccioli della poltrona del dentista. Sento nello studio accanto il fastidioso rumore del trapano, mi tocco la mascella: è gonfia per l’anestesia. Il bicchiere per sciacquarmi la bocca alla mia sinistra, il camice verde del medico (da qui mezza distesa ho una visuale parziale sulla sua pancia un po’ abbondante) alla mia destra.
“Mezza corona.” Mi dice. Infilo la mano in tasca: il portachiavi è ancora lì.

Marina

Il rumore dei tacchi sui sanpietrini di Montmartre formavano un’eco innaturale tra i vicoli del quartiere parigino. Una giovane donna puntò gli occhi verso il cielo scuro della notte, il buio era arrivato prima del previsto e lei non riusciva più a trovare la via del ritorno. Indossava un vestito bianco, unica macchia di luce in quel labirinto di tenebre e paura. I suoi passi si fecero più incerti, girò lentamente su se stessa e le stradine che confluivano nel punto in cui si trovava sembravano lingue di pece. Costeggiò un lungo muro stringendo le mani su due lembi dell’abito, con il busto appena proteso in avanti nel tentativo di rintracciare il più piccolo rumore per difendersi da eventuali minacce. Vide finalmente una casa, si portò una mano sul petto e tirò un sospiro, poi salì le scale. In cima, dietro una porta chiusa, sentiva un vociare confuso, allora tirò indietro le spalle, si guardò la punta delle scarpe, distese le pieghe del vestito con le mani, si sistemò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio e con un sorriso smagliante entrò nel locale. La sua espressione si congelò in un attimo e piano piano il sorriso si chiuse in una smorfia di disgusto: c’erano uomini che sghignazzavano, uno aveva allungato le bretelle dei pantaloni, un altro strofinava il dorso della mano sulla bocca, dopo avere trangugiato un bicchiere di vino e tutti la guardavano con gli occhi lucidi di ebbrezza. Lei era un tronco di albero, muoveva soltanto gli occhi da destra a sinistra, una volta richiamata dal rumore di una sedia caduta per terra, un’altra terrorizzata dall’incedere calmo e sornione di un paio di brutti ceffi. Fece un passo indietro, poi un altro, ma qualcuno era già dietro di lei e la bloccò stringendole le braccia sui fianchi. Una mano sul vestito, poi una sotto, un’altra schiacciata sulle sue labbra, due strette sui polsi, i corpi pesanti e viscidi di quei maniaci pietre sul suo, inerme. I suoi occhi spalancati lacrimavano davanti a una finestra; legata con una corda, fu, infine, buttata nel fiume. Qualcosa le solleticò un piede, il pelo ispido e bagnato di un animale le sfiorò un braccio, urlò davanti alle fauci spalancate di un ratto, scrollando violentemente il capo; poi la figura divenne trasparente e lei cominciò a ingoiare acqua, mentre andava giù, sempre più giù, sempre più giù e alle orecchie le giungeva il suono di una voce amica.
Si portò d’istinto una mano davanti agli occhi feriti dalla luce di un neon, poi si alzò di scatto dalla poltrona in cui era distesa, si toccò il collo, il volto, guardò il suo dentista.
“Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego!”

iara R.M.

Cammino lungo la strada con passo deciso, nonostante i tacchi dodici non mi rendano facile il compito. Il selciato è irregolare e mi capita spesso di inciampare. Per fortuna, i miei piedi sono abituati a muoversi sulle punte per i duri allenamenti di danza classica. Guardo prima a destra, poi, a sinistra e di nuovo davanti a me: vedo solo un lungo muro avvolto dal buio. Il vento freddo della sera muove i miei capelli ondulati, illuminati da uno spicchio di luna che li rende più chiari di quello che sono in realtà. Mi accorgo di tutti i rumori che trovano risonanza nella tetra quiete dei viottoli di Montmartre: i tacchi, il fruscio dei capelli contro il collo della giacca, il battito accelerato del cuore, il respiro ansimante. Mi tocco di continuo la lunga collana di pietre rosa che scende lunga sul mio semplice tubino nero. L’umidità della sera si insinua nella scollatura generosa dell’abito, aumentando il tremore che sento crescere in tutto il corpo, a ogni passo. Gli occhi sono smarriti nel succedersi di indizi anonimi che non dicono nulla su dove mi trovo. Vorrei tanto una sigaretta, ma ho fumato l’ultima un’ora fa. Capisco di dover trovare in fretta qualcuno che possa aiutarmi. Guardo l’orologio: sono già le 21:30, a quest’ora sarei dovuta essere a casa da un pezzo. Mi avvicino a un grande portone di legno, è aperto; ci sono lunghe scale che salgono; intravedo una fievole luce e sento musica che non conosco provenire dal piano superiore; i rumori sono confusi, ma ci sono sicuramente persone che ridono; voci significa persone a cui chiedere indicazioni. Decido di salire. Mentre avanzo un grandino per volta respiro aria viziata; c’è puzza di chiuso, di fumo che va a depositarsi sui vestiti che indosso confondendo la scia del mio prezioso J’ADORE. Apro piano la piccola porta scura che mi trovo davanti, scricchiola, entro, sgrano gli occhi: seduti ai tavoli ci sono solo uomini grossi, sporchi, intenti a bere alcolici e a fumare. Mi sembrano cani randagi in attesa di un osso. Mi blocco sulla porta e trattengo il respiro. Faccio qualche piccolo passo indietro mantenendo fermo lo sguardo sulla sala per controllare di non essere vista; indietreggio ancora, sono quasi fuori, ma urto contro qualcosa. Non ho il coraggio di voltarmi, sento puzza di sudore e un soffio caldo mi alita sulla testa. Riconosco l’odore di alcool. Non ho bisogno di guardare per sapere che è un uomo molto più grosso di me; un uomo come quelli seduti al bancone che si stanno alzando per venire verso di me. Mentre li guardo avvicinarsi, due mani pesanti mi afferrano per le spalle sollevandomi da terra e mi portano al centro della sala. In pochi istanti sono accerchiata; tra me e quegli individui c’e la distanza di un respiro. I loro occhi si spalancano sul mio corpo; le loro pance gonfie sfiorano il mio seno. Mi sembrano giganti deformi. Intravedo i loro petti villosi sotto le sudice camice sbottonate; vorrei non dover sentire sulla mia pelle queste mani repellenti; le loro facce mostrano espressioni truci e ingorde. Uno di questi uomini mi afferra per i capelli e mi spinge sul pavimento. Un’altro, si abbassa su di me, mi strappa la giacca e il vestito di dosso come se fossero di carta; rapidamente mi divarica le gambe forzandole con le braccia. Lancio un grido disperato, ma questo mi prende a schiaffi: prima una guancia, poi l’altra.
– Sta zitta. Intima tra i denti.
Resto nuda sotto di lui e un brivido mi attraversa la schiena. Sento questo corpo caldo e sudato che preme contro il mio, spingendo forte. Chiudo gli occhi per non guardare. Mi arrivano ovattate le altre voci, li sento ridere, tifare. Le lacrime mi bagnano la faccia, mentre uno dopo l’altro, prendono da me quello che vogliono. Resto immobile sul pavimento, vorrei che mi credessero morta, ma respiro ancora. Li sento afferrarmi dinuovo con quelle grosse manacce ruvide, mi legano stretta, mi sollevano, mi lanciano dalla finestra. Vivo quegli istanti di libertà, sospesa nell’aria, prima di atterrare con un tonfo nell’acqua gelida del fiume. Provo a divincolarmi, ma non riesco a muovere neanche un muscolo. La corrente mi trascina lontano e mi nasconde a quel cielo ombroso che guardo un’ultima volta prima di inabissarmi tra le onde. Non riesco a respirare, avverto un dolore lancinante in diverse parti del corpo, piccoli morsi profondi mi staccano pezzi di pelle, sono topi, apro la bocca per gridare, ma ingoio acqua su acqua e soffoco. Stringo forte gli occhi, li riapro, una luce abbagliante mi colpisce il viso; sento un forte odore di disinfettante; una mano picchietta leggera sulla mia spalla e mi chiama con gentilezza. Mi volto a destra, in direzione di quello stimolo rassicurante; riconosco il mio dentista mi guarda sorridente: “tutto fatto signora. Mezza corona, prego.”

Helgaldo

Ali di gabbiano ondeggiano sfruttando il vento che increspa la Senna avvolta in una scura coltre di buio. Si lasciano alle spalle barconi, tetti, abbaini, campanili, piazze, stradine di Montmartre. Planano superando una donna che si affretta rasente a un lungo muro e atterrano richiudendosi in cima a un lampione. La donna alza lo sguardo verso il gabbiano che la scruta con occhi senza luce. Un attimo dopo ha già ripreso il volo.
Tacchi che picchiano sul selciato, riecheggiano, si fermano. Incerti se prendere il senso unico a destra. Viso teso, labbra serrate. Poi una porta socchiusa. La bocca accenna un sorriso. Passi circospetti. Schiocco di dita per la presenza di una luce in cima a una scala. Sale senza fretta, si arresta a metà. Sta in ascolto, le giunge un brusio familiare di musica, bicchieri e posate. Giunta davanti alla porta si riassetta la gonna tirandola verso il basso, si guarda la punta delle scarpe, sistema meglio la camicetta, rimette in ordine una ciocca ribelle sulla fronte. Un bel respiro e apre la porta.
Il sorriso svanisce. Uomini, tatuaggi, barbe incolte, risate cavernose, gesti volgari, apprezzamenti pesanti, per la prima volta i tacchi di una donna nel locale. Uno alle sue spalle, non fa tempo a girarsi, mani su di lei, tante mani. Tacchi finiti chissà dove, calze strappate come trofeo, gonna squarciata, tirate di capelli. Urla di terrore. Schiocco di corda, corda che taglia la pelle e il respiro, mani legate.
Si apre una finestra, vista sulla Senna. Giù in picchiata come un gabbiano, tonfo nell’acqua, lieve dondolio, poi lo sguardo rassegnato alla vista dei topi sempre più curiosi, sempre meno impauriti, sempre più decisi, fino a sfiorarla. La bocca cerca l’aria invano, chiude gli occhi decisa a naufragare.
Una mano la scuote, si ridesta in un asettico studio da dentista, il tono calmo del dottore la rincuora.
Tacchi che picchiano sul selciato. Una stradina a destra, poi la Senna. Legge la ricevuta dell’intervento: mezza corona. L’appallottola e la getta in un cestino. Mani nelle tasche, passeggiare un po’ lungo la Senna illuminata da una bella luce mattutina. Un gabbiano volteggia sopra di lei, la vede che sorride, poi una corrente ascensionale lo porta in alto, là dove gli uomini diventano come formiche sempre di fretta e senza meta per le vie di Montmartre.

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Michele
    Commento: Descrizioni perfette e delicate che rendono bene la storia
  2. Voto per: Helgaldo
    Commento: Perché è l’unico racconto che sia davvero un film
  3. Voto per: Helgaldo
    Commento: Inquadrature da regista, coni Hitchcock co-sceneggiatore che mette a disposizione uno dei suoi Uccelli.
  4. Voto per: Helgaldo
    Commento: L’incipit e il finale sono stati di grande suggestione
  5. Voto per: Helgaldo
    Commento: Suggestivo. Bello.
  6. Voto per: Marina
    Commento: Perché ha cercato per tutto il brano di parlare “all’italiana”, cioè con il linguaggio non verbale, aderendo alla richiesta di Michele.
  7. Voto per: Michele
    Commento: “Non c’era bisogno di dire nulla. Gli occhi di lei si erano riempiti di lacrime e le mani di lui si erano riempite di lei.” Qui avevo già deciso.
    Ma tra tutte le composizioni in questa i gesti accompagnano naturalmente la narrazione, quando nelle altre urlano e si distinguono come bigiotteria vistosa su di una figura minuta.
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