Thriller paratattico n. 34: caccia al libro


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Lo smanacciamento La gestualità è stata protagonista nel nostro ultimo thriller. I personaggi ci hanno mostrato le loro emozioni attraverso il linguaggio del corpo, i nostri autori lo hanno trascritto e voi lettori, infine, avete votato. Ecco i risultati di quello che è risultato un plebiscito:

4 voti – Helgaldo

2 voti – Michele

1 voto – Marina

Di solito invito il vincitore a citofonare chez Helgaldo ore pasti, per comunicare il proprio indirizzo. Oggi, invece, dirò: “A Helgà, magna tranquillo“! Comunque sono molto felice perché questo, per ovvi motivi, è il primo thriller che gratifica il proprio inventore, finalmente. 🙂

Congratulazioni!

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Umberto Eco affermava, credo ne Il nome della rosa, che i libri non fanno altro che parlare di altri libri. Nella nostra trimillenaria tradizione letteraria tutto è già stato scritto e tutto è già stato detto, se vogliamo scendere alla radice delle cose. Le storie possibili sono state catalogate: qualcuno afferma che siano tutte riconducibili a un unico modello, qualcuno dice che i modelli siano diverse decine, qualcuno ne conta addirittura un paio di centinaia. Per quanti se ne contino, a ogni modo, i modelli sono pochissimi.

La differenza la fa il come, non certo il cosa. Le storie potranno avere uno svolgimento codificato (l’eroe è trascinato dentro al conflitto – l’eroe è sul punto di soccombere – l’eroe risolve il conflitto) ma la storia ci appassiona per come è raccontata. Per le suggestioni (il sapore, direbbe Marina) che ci lascia. Per il grado in cui ci immerge nelle sue atmosfere e ci fa sentire vicini ai protagonisti.

In tremila anni di letteratura, dunque, le storie sono state raccontate in una quantità smisurata di maniere. Difficile riuscire a inventare qualcosa di nuovo. Questo può essere un pensiero scoraggiante, eppure è una grande risorsa: se è stato fatto, allora anche noi possiamo trarre qualcosa da quell’insegnamento. Ecco dunque l’esercizio della settimana: andare in una biblioteca, o nella propria libreria; aprire a caso alcuni romanzi e appuntarsi le immagini che sembrano interessanti e utili per la nostra storia. Quindi riversarle nel thriller, citando la fonte. Non vi sto chiedendo di copiare: quello è plagio ed è reato. Ispirarsi, invece, è elegante; citare, fa tanto intellettuale.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione!

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31 pensieri riguardo “Thriller paratattico n. 34: caccia al libro

  1. Bravo Helgaldo! e io lo dico apertamente, a sto giro avevo votato per te! 🙂

    Ho un po’ di libri con un buon sapore, ma sarà difficile portarli a Montmartre. Ci proverò, comunque, come sempre! 🙂

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      1. Ne ho già scritti una serie: Promessi sposi, Romeo e Giulietta, L’uomo senza qualità… va a finire che divento noioso. Ancora più noioso, voglio dire.
        Senza contare che in questi giorni sono parecchio occupato e non ho gran tempo da dedicare alla scrittura. Ad ogni modo, cercherò di scrivere qualcosa prima di domenica visto che insistete.

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  2. Ebbbravo Hel! Sto giro faccio un po’ fatica a distinguere le modalità da una vecchia esercitazione: Thriller nello stile di un altro autore. Forse quello era lo stile, questo più le situazioni? In ogni caso, ho tempo e mi farò quindi un giro nella mai fornitissima libreria, la biblio di zona è chiusa per restauri.

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    1. Lo stile è riferibile a un autore; una scena, invece, è specifica di un libro. Non è detto che ricalcando una scena (per esempio l’incipit dei Promessi Sposi) sia necessario scriverlo con lo stile del buon vecchio Alessandro.

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  3. Carissima Belle,
    da tanti anni non ho sue notizie… deve venire a Montmartre, un luogo incantevole, il cuore di Parigi… tante cose da dirle… i vecchi tempi… bere champagne e mangiare crepes au chocolat… alle 12.40 alla Gare de Lyon… c’incontreremo in Place du Tertre. Sempre sua
    Costance Culmington.
    Belle Arlington rimette la missiva in borsa, l’ha già letta troppe volte. È così tipico di Constance: circondarsi di mistero per poi non farsi trovare all’appuntamento. Si chiede se quel mezzogiorno non fosse piuttosto mezzanotte, il tempo passa, non ci sono recapiti sulla lettera, così si ritrova a vagare ripassando di tanto in tanto dalla piazza che va svuotandosi dai pittori, in cerca di Miss Culmington.
    Certo anche lei sarebbe stata contenta di parlare con qualcuno dei vecchi tempi. E nonostante il contrattempo è certa di una cosa: prima o poi la bizzarra signora Culmington sarebbe arrivata, e lei avrebbe fatto le vacanze gratis a Parigi! Le sue rendite si erano ridotte e quell’invito era stato davvero una provvidenziale.
    Tardi, troppo tardi. Stanca Belle si trascina lungo i vicoli bui, le occorre un luogo confortevole dove cenare e magari trascorrere la notte, una locanda a buon prezzo possibilmente. Finalmente una casa. Sale le scale, non ci sono insegne, ma chissà. Strana faccenda però, a pensarci bene. Sì, davvero strana. Non si tratta di un posto dove pernottare, ma di un bar malfamato.
    “Signore e Signori! Prego, silenzio!” Belle sussulta, si guarda intorno e fissa le facce dei vecchi ubriaconi che tracannano vino scadente. Chi parla?
    “Belle Arlington, il 7 aprile del 1998 ha provocato la morte di Jimmy Page.”
    Belle trasalisce, mentre intuisce che quegli energumeni non solo non la difenderanno dalle accuse, ma si stanno avventando su di lei, forse vogliono rapinarla, o peggio abusare di lei.
    “Imputata, alla sbarra, che cos’ha da dire in sua difesa?”
    Le mani di quei farabutti le sono addosso. Poi la legano con la promessa di buttarla nel fiume, per farla divorare dai topi.
    La voce che proviene dal grammofono si ferma. Una bugia quell’accusa, intanto la donna sprofonda nell’acqua, dondolando. Qualcuno prende il disco e ne legge l’etichetta “Il canto del cigno…”
    “Signorina Arlington, Signorina Arlington, sveglia. È sempre così sfasata dopo l’anestesia. La vedo turbata… cos’è successo il 7 aprile del 1998?”
    “Io… Montmarte… Jimmy Page… I topi…”
    “Su, su. Era un incubo. Mezza corona per l’otturazione e ci rivediamo per il controllo. Fissi l’appuntamento con la mia segretaria.”

    Dieci piccoli indiani – Agatha Christie.

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  4. Oggi sono un disastro, ci sono 2 cose da correggere per domenica. DEVE al posto di DEVI seconda riga, e è certa di una cosa, anziché era certa, verso metà. Ho sistemato i verbi + volte indecisa tra passato e presente e mi è sfuggito. Scusami Michele, però apprezza che sono la prima! 😀

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  5. Era la sera di Capodanno e mi ero persa. I vicoli dovevano essere quelli di Montmartre, perché era quello per cui avevo pagato. Ma non c’era traccia del party a cui avrei dovuto partecipare. Anzi, non c’era proprio nessuno, in giro; solo, ad un certo punto, mi ero accorta della presenza di qualcun altro che, in silenzio, osservava chissà cosa. Un ragazzo, avvolto in un cappotto scuro, che rimirava qualcosa dal lungo Senna giù, nel fiume: un punto lontano, inghiottito dall’oscurità. Gli avevo dato un’occhiata fugace, ma poi avevo proseguito lungo un muro, nel tentativo di sfuggire a quel labirinto e trovare la casa dove Silde, Nuela e gli altri stavano facendo festa.
    Non c’era voluto molto a trovare una porta dalla quale filtrava una luce. Prima di entrare, mi ero girata; del ragazzo, però non c’era più traccia, dissolto nelle ombre della notte. Avevo salito una ripida scalinata e avevo spalancato l’uscio dal quale sentivo provenire i rumori di risa e bicchieri che brindano, tipici di tutte le feste. Ma non era quello che mi aspettavo: i bicchieri erano boccali, le risa sguaiate. Non erano certo i miei amici, quelli, ma una manica di ceffi ubriachi.
    Mi ero trovata sommersa dall’ondata fin troppo marcata dell’odore di vino da poco e muffa. Anche gli uomini, nel loro truce sguardo, si somigliavano tutti un po’ troppo. Si erano alzati insieme, e così insieme si erano diretti verso di me. Avevo mostrato loro la borsetta e il portafogli, nella speranza che si contentassero di quel poco che avevo. Era chiaro che non gli sarebbe bastato: per vendicarsi mi avevano legata e avevano deciso di gettarmi nel fiume, in balia delle onde e dei topi che lo infestavano. L’acqua aveva presto cominciato a riempire i polmoni e mi era mancato il respiro.
    Non mi ci sarebbe voluto molto, per interrompere quella situazione; eppure, nonostante la paura, o forse proprio per quella e per la scarica di adrenalina che aveva generato, avevo deciso di stare al gioco e vedere come sarebbe andata a finire. Ma una simulazione non può spingersi troppo oltre, e quasi subito era apparsa prima una mano e poi tutto l’operatore della N.O.M. che mi aveva detto: «La simulazione è terminata. Mezza corona, grazie.»

    31 Dicembre – Marina Guarneri

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  6. Qualcuno doveva averle fatto uno scherzo, poiché una sera, senza accorgersene, si ritrovò sola, sperduta nel quartiere parigino di Montmartre. Eppure erano andati tutti assieme a fare una passeggiata, anche se la sua migliore amica, che aveva un gran senso dell’orientamento, questa volta non era venuta. Non era mai accaduto prima di allora. La giovane aspettò che qualcuno degli amici la cercasse, poi decise di addentrarsi nei vicoli con una curiosità del tutto inusuale, che presto si trasformò in una paura talmente grande da farle sbattere i denti. “È impossibile!” – esclamò – costeggiando un lungo muro – “ma perché le cose più inspiegabili capitano tutte a me!” Poi, svoltato l’angolo, vide una luce: “voglio proprio vedere che gente trovo dentro quella casa illuminata – disse – e poi, quando avrò rintracciato i miei amici, voglio vedere come si giustificheranno per avermi causato questa seccatura”. Salì le scale ed entrò in un bar malfamato; un uomo snello, con un abito sdrucito fornito di pieghe, tasche e fibbie e con i bottoni aperti sul davanti le si avvicinò: “chi è lei? Che cosa vuole?” gli chiese la donna, spostando lo sguardo da quell’uomo che si era fermato sulla soglia a un altro che continuava a osservarle la borsetta. “Voglio andare via!” disse, a quel punto, con la voce tremula e lo sguardo impaurito. “No”, disse un terzo uomo che stava vicino alla finestra; sbattè il bicchiere colmo di vino sul tavolo e si alzò in piedi. “Non può andarsene, lei adesso è sotto sequestro.”
    Gli uomini, allora, si avventarono su di lei e, senza un motivo apparente, prima le presero tutte le corone che teneva nel portafoglio, dopo le usarono violenza. La donna urlò di terrore: “non capisco, perché ce l’avete con me! Che vi ho fatto!”. Poi, legata e imbavagliata, la buttarono nel fiume, mentre con i fazzoletti si detergevano il sudore dalla fronte, lasciando che i ratti, di sotto, facessero il resto. La donna, esausta, cominciò a dondolare nell’acqua e a sprofondare lentamente, mentre il chiaro di luna diffondeva la sua luce nella notte. All’improvviso, spalancò gli occhi dentro una stanza dove un uomo esile le stava tendendo una mano sotto i guizzi del neon sopra di lei. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che la voleva aiutare?
    Dov’erano gli amici che non aveva più visto? Dov’era la strada che non aveva più ritrovato?
    Sulle sue spalle si posarono le mani del dentista che le aveva estratto un dente. Con gli occhi che si svegliavano vide davanti al suo viso quell’uomo che si piegò su di lei e le disse: “mezza corona, prego”. Fu come se il ricordo di quell’incubo le dovesse sopravvivere.

    Il Processo – Franz Kafka

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  7. Ho sempre amato con paura quel quartiere della città che si chiama Montmartre. Mi sono spesso avventurata nelle sue strade strette e senza sole, nelle penombre delle botteghe antiche, tra le guglie di chiese tetre, spiata da grifi e mostri di pietra che folli architetti si sono divertiti a nascondere nei muri. Ho ascoltato il rumore del fiume melmoso e infestato da topi, che attraversa i vicoli in parte mormorando sotterraneo, in parte apparendo col suo colore di fiele tra ponticelli e attracchi marciti. Ho sempre pensato che l’ombra che avvolgeva quei luoghi fosse frutto dei racconti ascoltati, e della mia particolare sensibilità. Ora so che qualcosa mi aspettava, in quelle strade senza cielo, dove sembra di vagare in una immensa grotta. Qualcosa che non potevo immaginare nei miei peggiori incubi. Ma cominciamo da quella sera. Mi ero persa nella parte più buia di Montmartre. Mi trovai in una stradina così angusta che talvolta sfregavo coi gomiti le muffe e le sporgenze delle pareti. La percorsi di fretta, come inseguita, e sbucai in una piazzetta ignota. Era minuscola, sporca, e con stupore notai che non aveva uscita, solo il vicolo di accesso che avevo appena percorso. Vidi una porta socchiusa sul fondo, mi avvicinai. Con un po’ di esitazione, entrai. Sembrava l’ ingresso di uno strano negozio, dentro le scale polverose conducevano al piano superiore. Intravidi un tremulo bagliore, lo seguii. Ero finita in un locale fumoso e cupo. Provai subito una sensazione di malessere. Il caldo era soffocante, e la luce di un vecchio lampadario diffondeva riflessi rossastri. Subito mi colpì l’odore. Un miasma di alcool, di fumo, di acqua marcia, di bestia. E, particolare strano, c’erano molti individui ai piccoli tavoli rotondi e un grande silenzio. Vidi un uomo basso e calvo, con una barba caprina venire verso di me, seguito da altri due ceffi più alti e muscolosi. Notai i loro occhi scuri e selvaggi accomunati da una stessa intenzione. Quando furono difronte a me, feci qualche passo indietro. L’uomo basso parlò, la voce era roca e rugginosa.
    – Chi sei tu?
    – Mi… mi sono persa.
    Mi rivolse un sorriso lievemente beffardo, e io, pensai che niente di quello che avrei detto, da lì in avanti, avrebbe fatto differenza. Gli uomini si avventarono su di me, e io per paura li lasciai fare. Mi derubarono, mi stuprarono uno alla volta. Non ricordo altro, se non le mie urla disperate. Mi svegliai legata e imbavagliata nel fiume che scrosciava nella notte invisibile e fragoroso. Sentii i topi strusciarmi tra le gambe nude. Mi sentii pervasa da un’angoscia senza speranza. Immaginai il mio corpo tumefatto in un sacco dell’immondizia. Ingoiai più acqua di quella che potevo bere e smisi di respirare. Sentii una mano scuotermi, e pensai di essermi salvata in qualche modo. Aprii gli occhi, davanti a me il volto sorridente del dentista. Lo vidi scendere dallo sgabello e togliersi i guanti con calma. Poi sentii la sua voce amichevole:
    “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”. Lo guardai ancora stordita: “Non è finita.”
    E iniziai a raccontare, con un filo di voce.

    [Cari Mostri di S. Benni – 1. Cosa Sei? ]

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  8. A mezza lega discosto dal fiume si dipanano gli intricati vicoli immaginari di Montmartre. Tutto è silenzio spopolato, avvolto da un’oscura coltre di buio. Puoi camminare rasente al lungo muro, scrostato e scalcinato a tratti, che ti condurrà verso il gruppo di case grigie e malinconiche, alcune basse, altre che lambiscono le nuvole, fino alla porta dal battacchio col leone. Il cilindro di luce che dall’uscio invaderà il selciato per circa un metro, segnalerà al viandante impaurito e smarrito che la porta è socchiusa. Spingendo l’anta bucata dalle tarme ti troverai nell’atrio circolare e spoglio, con al centro la ripida e stretta scala a chiocciola dai sessantadue gradini, che si può salire solo un uomo alla volta. In cima ti si parerà davanti la porta di servizio del bar con i secchi sfondati e le sudicie ramazze ai lati. Abbasserai la maniglia e i cardini cigoleranno, e sarai turbato dallo squallore che regna nella sala delle duemilanove mattonelle a losanghe bianche e rosse, testimoni delle rapine, forse degli stupri, sicuramente delle legature che sono le colpe impunite di quel luogo. L’alto finestrone a destra, perennemente spalancato sul fiume che scorre a filo del palazzo, permette di scorgere la colonia del più considerevole numero di ratti che popola quel tratto della Senna, sempre pronti ad avventarsi su ogni rifiuto che precipiti dall’alto. Al centro del fiume i nove mulinelli d’acqua che danzano tra loro faranno dondolare e poi ingoieranno gli sfortunati infelici ivi gettati. E seguendo con gli occhi il movimento circolare del mulinello maggiore al centro degli otto fratelli minori, si produrrà nell’osservatore l’effetto di una sonnolenza che lo trasporterà nel sogno della poltrona del dentista dalla voce amica, dove per mezza corona si può trapanare la gengiva senza soffrire male alcuno. Originata dalla necessità fantastica del thriller paratattico questa città è stata edificata al solo scopo di dare eco ai passi e alle paure della giovane donna che ogni mercoledì sera vi perde la speranza e poi ve la ritrova.

    Ispirato dalle Città invisibili, Calvino

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  9. Vorrei tu fossi qui con me in questa sera d’inverno e, stretti insieme, immersi in caldi cappotti, non temessimo l’oscurità densa che ora invece m’inghiotte. Saremmo incuranti dell’oblio, sorridenti pure tra i vicoli di una Parigi sconosciuta, quel quartiere, Montmartre, che in noi innescava pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremmo l’un l’altra, costeggiando mura che ora mi sono limite verso un cielo limpido, guida silenziosa e cieca.
    Vorrei fosse casa tua, quella in cui mi appresto a entrare, e tu, cortese, m’inviteresti a leggere di avventure, di vagheggianti romanzi e storie sinistre di città. Ci stringeremmo in silenzio, facendo parlare le anime, ché per gli amanti sono gli unici discorsi sensati. Ma tu sai che io amo le folle, le luci, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Oggi però la cieca sorte mi ha imbrogliato, spingendomi verso una luce solitaria, che mi attrae come una falena, là, sopra le scale, mi chiama a scoprire il mistero che nasconde.
    È inutile. Sono sola ad affrontare tutti gli sguardi in questo bar malfamato, e tu sei lontano da me. Non odi il puzzo di vino, il miscuglio di sudore e fumo, la nebbia che ci circonda tutti. Ma i loro sguardi riescono a fenderla, a cogliermi, a trovarmi. Mi si stringono attorno.
    Vorrei fossero tue le mani che mi abbracciano, non sudice corde ad avvolgersi ai miei fianchi, a incollarsi alle mie carni. E ora non starei mirando per l’ultima volta gli abissi del cielo prima di perdermi nelle acque, cedere l’ultimo respiro al fiume, in un tetro assolo di danza, di fronte al più squallido pubblico, con sorci come comprimari.
    Tu sei dentro una vita che ignoro, un altro uomo mi è accanto e scuote la mia spalla con garbo, mi richiama al tempo presente, lontano da te, e da un incubo. Mi libero così di mezza corona per un buon lavoro di odontoiatria, e non so pensare che a te.

    Dino Buzzati, La boutique del mistero – Inviti superflui

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