Thriller paratattico n. 36: una prospettiva diversa


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La settimana scorsa, da Helgaldo, abbiamo discusso sull’importanza della backstory e sul fatto che sia necessario non raccontarla, ma solo accennarla per allusioni. Qualcuno (prendetevela con l’autrice del commento) ha chiesto di farne un esercizio. Sul tema faremo quindi due thriller: questo e quello di mercoledì prossimo.

Prima puntata: preparare la backstory

Oggi prepareremo il terreno: scriveremo tutto il contorno di una storia che, finora, abbiamo sviscerato in lungo e in largo, ma solo sul sottile filo della trama. Non siamo (quasi) mai andati oltre a quello che Helgaldo ci ha raccontato. Vi invito quindi a scrivere il thriller da una prospettiva diversa; quando posterete il vostro svolgimento, naturalmente, dovrete dire quale sia il personaggio che state utilizzando.

Per aiutarvi nel compito vi allego una lista di possibili “narratori”, ma sentitevi liberi di aggiungerne:

  • Un membro della famiglia;
  • Il miglior amico/a;
  • Qualcuno/a che ami la protagonista;
  • Un/una collega;
  • L’antagonista;
  • Un mentore;
  • Uno psicologo;
  • Il valutatore di un ufficio personale/di un’agenzia di collocamento;
  • Un figlio/a o un parente giovane;
  • Il cane/gatto/animale da compagnia;
  • Qualcuno che abbia incontrato la protagonista a uno “speed date”.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a mercoledì prossimo, con la conclusione dell’esercizio.

 

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35 pensieri riguardo “Thriller paratattico n. 36: una prospettiva diversa

    1. Lo scopo è raccontare qualcosa della vita e del mondo attorno alla nostra donna che si perderà a Montmartre, dal punto di vista di qualcuno che nella storia non c’è.
      Potrebbero essere particolari con una parte di attinenza alla trama (la madre che ricorda come, da bambina, si perdesse sempre) oppure no (la storia triste di un cagnolino abbandonato). Potrebbero svelarci particolari su di lei (un suo collega che racconta quanto sia disordinata) oppure su altri protagonisti (un impiegato del comune che rimanda la derattizzazione della Senna!).
      Cose così, insomma, per costruire il mondo nel quale è immersa la nostra trama 🙂

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    1. Ok, comincio io…
      Questo è uno spasimante “particolare” e assai poco augurabile 🙂

      La mia ragazza si chiama Amelie. La amo dal primo momento che l’ho vista. Anche lei mi ama. Cioè, lo farebbe se sapesse che esisto. Peccato che io sia timido e non abbia mai avuto il coraggio non dico di dichiararmi, ma almeno di presentarmi. L’ho spiata tutti i giorni: la seguo quando va al lavoro, cerco di starle vicino se telefona a qualcuno. Compro le stesse cose che compra lei, al mercato o nei negozi. Lo faccio perché così, quando le dirò il mio amore e la inviterò a casa mia, potrà trovare tutto quello che le piace, senza neppure dover fare un trasloco. Le ho preparato una casa tutta per lei, nel mio seminterrato.
      Oh, se mi amerà, quel giorno…
      Anzi: questo giorno! Perché è oggi: so che deve andare dal dentista, a Montmartre. Non appena uscirà, la farò salire sulla mia macchina e da quel momento sarà mia per sempre. Se solo non si ostinasse a girare per questi vicoletti impossibili, quando ormai è buio.
      È sparita! Ha girato l’angolo ed è sparita. Certo non è entrata in quel portone, non è da lei. E non c’è neppure l’insegna del dentista. Chissà dove s’è cacciata, adesso. Se la trovo, sentirà la ramanzina!

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    2. Questo, invece, è uno dei personaggi del bar…

      È tutta colpa di quella stronza di mia moglie. Come sempre. Perché quella cagna è capace solo di ringhiare e di blaterare: a sentir lei dovrei smettere di stare con gli amici, dovrei smettere di fumare, dovrei smettere persino di bere. Dovrei passare la vita a lavorare, solo per soddisfare le sue voglie di comperarsi i vestiti, i profumi, i gioielli da sfoderare con le sue amiche. Io dovrei soffrire perché lei goda.
      Invece no: vado al bar, con gli altri della banda, a bere alla mia salute e alla sua morte. E non importa se sono dei mesi che non me la dà. Che ormai ho una voglia che mi esce dalle orecchie. Oggi berrò a sufficienza e, in un modo o nell’altro, prima di sera troverò il modo di inzuppare il biscotto!

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    3. Questa, invece, è la sua migliore amica…

      Sono un po’ in ansia: avrei dovuto andare con Amelie, oggi. Ma proprio non ce la faccio: il capo ha deciso che devo stare con lui, in riunione, con questi papaveri che vengono dalla Germania. Sto qui, a rodermi il fegato e a mangiarmi le unghie: Amelie è una cara amica, e da quando Paul l’ha abbandonata sull’altare non s’è più ripresa. Povera cara: come non capirla? È sempre con la testa tra le nuvole; fugge da questa realtà, in cerca di un mondo migliore. Che è la cosa che vorremmo fare tutti. Lo farei anche io, se avessi la sua fantasia. La sua immaginazione. Ma io sono ragioniera, c’è poco da fare: sono nata con i numeri e morirò quadrata, come un bilancio.
      Ma Amelie, povera cara, lei è una creatura diversa. Eterea. Angelica. Oggi doveva andare dal dentista, a Montmartre. Le ho chiesto di mandarmi un messaggio quando esce, e ancora non m’è arrivato nulla. Ed è ormai buio…

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  1. Michele frenaaaaaaaaa! Non sottrarci tutte le opzioni 😀 dammi il tempo di revisionare il mio che sarebbe pronto, altrimenti faccio come sempre che poi mi tocca rincorrere i refusi e riscriverti per aggiornamenti.

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  2. Desideravo diventare un pittore. Lo desideravo da quand’ero bambino. Sarà per questo, forse, che ho aperto lo studio a Mont Martre. Ormai lavoro per automatismo. Mentre estraggo un molare o curo una carie, penso agli artisti che qui hanno vissuto, alle loro notti di assenzio e poesia. Se avessi seguito il mio progetto, anziché quello di mio padre, forse adesso mi troverei dall’altra parte del mondo. E se un infarto non l’avesse portato via proprio quando mi ero deciso a comunicargli che avevo deciso di abbandonare gli studi, sarei salito sul primo treno per l’Italia. Avevo già i biglietti. Ma è andata così. Mia madre non meritava due separazioni.
    Mi concentro sulla punta del trapano. Il suo vibrare mi scuote le viscere. La paziente sta rigida sulla poltrona come se la stessi scuoiando viva. C’è qualcosa di intrigante, nella paura che ha di me. Mi sono sempre piaciute le persone indifese, come quella ragazza che mi supplicava di lasciarla andare, tanti anni fa, nel parcheggio della scuola. Un po’ me la ricorda. O forse è proprio lei, chissà.
    “Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego”, le dico. Ma la mia mente sta già pianificando la prossima mossa. Sarà di notte, come l’altra volta.

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  3. Collega uomo della donzella.

    Certo che la mia collega Amelie è proprio persa, non si ricordava l’appuntamento con il dentista ed è uscita di corsa tutta trafelata e come sempre perennemente in ritardo.
    Spero sia arrivata a destinazione senza problemi, mi ha chiesto di accompagnarla, ma mi sono stancato di farle da balia ogni volta.
    È vero mi piace molto, ma lei si diverte a fare la civetta e a giocare con me quando io vorrei soltanto strapparle i vestiti di dosso!
    Basta stronzetta, questa volta ti arrangi! Non ti accompagno a Montmartre dal tuo dentista. E poi come tutte le donne non ha il benché minimo senso dell’orientamento, mi fa perdere la pazienza.
    Ma perché mi è presa la fissa per lei, devo ancora capirlo. Lo so è davvero molto attraente ma mi sembra una sprovveduta, sempre con la testa tra le nuvole!
    Forse mi piace proprio per questo, almeno le posso offrire protezione e sentirmi uomo.
    Con tutte queste super donne multitasking che sanno sempre cosa fare e ti fanno sentire una merda.
    Certo che potevo accompagnarla povera Amelie, me la vedo già perdersi tra i vicoli e cacciarsi in qualche brutta avventura.
    Che ore sono, accidenti è tardi, adesso esco dall’ufficio e la raggiungo.
    Magari stasera è la volta buona.

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  4. Parla il fidanzato:

    Insisteva da parecchio per una vacanza a Parigi. Avrebbe ravvivato il menage, diceva lei, e da come pronunciava la parola “menage” avevo capito che già si era fatta prendere dal francesismo. Io credevo piuttosto che il rapporto fosse già al capolinea, e a nulla sarebbero valsi tentativi di fughe romantiche, se non a sprecare soldi.
    Poi, la mail di EasyJet con l’offerta imperdibile per alcune tratte europee, fra cui Parigi, mi fece capitolare. E fu un errore. Chiara mi sfinì a furia di scarpinate sugli
    Champs Elysee, visite a musei noiosissimi e infiniti giri ai grandi magazzini, dove tutto costava troppo per le mie tasche e non faceva che accrescere il mio malumore. Osservava le vetrine delle famose gioiellerie con uno sguardo paragonabile a quello di un cucciolo abbandonato, tanto che cominciai a sentirmi sul serio a disagio e meditavo di tornarci la notte, provvisto di un mattone, che di dormire, a causa del nervosismo, non se ne parlava, e di quell’altra roba là, ancora meno, alla faccia della città dell’amore. Al quarto giorno davvero non ne potevo più e dopo quattro ore rinchiusi dentro a una basilica bianca che se ben ricordo si chiamava Sacro Cuore, pure lei messa lì a ricordare l’amore, il cuore e sì quelle balle che si raccontano gli innamorati prima di passare dalla paroline alle parolacce, insomma dopo una scocciatura epocale, esplosi!
    “Si potrebbe, di grazia, sperare in una capatina allo stadio, adesso?” Le chiesi quindi.
    Ma no, rispose di no, era il momento di Montmartre, Montmartre al tramonto, una delizia! Imbruniva quando, sfiancato da un’estenuante trattativa economica con un pittore che si era offerto di ritrarla – sfido, era lì per quello – proposta che l’aveva entusiasmata, la abbandonai lì. Vidi che inghiottiva le lacrime, ma non mi feci impietosire, né tornai sui miei passi. Immaginai di rivederla in hotel, più tardi. Ma quando rientrai, felice come un bimbetto, per la visita allo Stade de France, non c’era. “Chissenefrega”, mi dissi. Avrei finalmente cenato dove volevo, senza ulteriori
    scelte obbligate e cibi raffinati che mi lasciavano affamato.
    Verso mezzanotte cominciai a preoccuparmi. Se fosse capitata in qualche postaccio?
    E se l’avessero derubata? Aggredita, forse addirittura stuprata? Immaginarla impaurita e in pericolo mi fece sentire in colpa. Dovevo correre là fuori, andarla a cercare, salvarla! Mentre il cuore mi si stringeva in una pena che mai avrei pensato di poter provare per la stessa donna che, solo poche ore prima, mi stava facendo imbufalire, sentii la voce amica del dentista che, senza alcun riguardo per l’effetto ormai svanito dell’anestesia e il mio stato semi incosciente, mi presentava il conto, più salato di un anello di una gioielleria parigina!

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  5. “Relazioni pericolose”: storia di due amanti

    Aveva preso in affitto un piccolo appartamento di un vecchio palazzo che si trovava in fondo a una strada stretta e buia del quartiere di Montmartre e ogni mercoledì vi portava la donna con cui, ormai da un anno, tradiva la moglie.
    Non aveva saputo resistere alla tentazione, l’ormone non è acqua e quegli occhi sciolti nei suoi, quelle mani delicate sulla sua pelle gli avevano scompigliato l’ordinaria esistenza. Aveva provato a stordirsi con il vino per dimenticarla, ma niente, il desiderio era più forte di ogni tentazione fugata.
    “La nostra amicizia potrebbe diventare pericolosa” – gli aveva sussurrato un giorno lei, con lo sguardo languido e le labbra a un soffio dalle sue; “un amico è una carezza inaspettata” – aveva aggiunto e lo aveva baciato. Non avrebbe voluto cederle e invece lo aveva fatto e non si era mai pentito.
    “Maledetto istinto – continuava a ripetersi – basta, ti seguo, non posso più tirarmi indietro, ormai è fatta!”
    E quando lei gli disse “sei l’unico divieto che violerò, perché non so vivere senza di te”, aveva fatto la sua scelta.
    Fatta la scelta, presa la decisione!
    Era uscito di casa dicendo alla moglie: “Vado a comprare le sigarette, addio!” e l’aveva portata nell’appartamento eletto a loro proibito nido d’amore.
    Così, anche quel mercoledì erano entrati trafelati nel palazzo; gli schiamazzi del bar all’ultimo piano coprivano il rumore dei tacchi sui gradini delle scale; avevano incontrato una donna che saliva a passi spediti con l’urgenza di chi deve risolvere un problema, ma avevano abbassato lo sguardo inibiti dalla loro colpevolezza, lasciandola passare oltre.
    Con gli occhi rivolti verso la finestra aperta, adesso stavano ascoltando il mellifluo suono della Senna sciabordare sotto di loro. Le voci provenienti dal bar erano più concitate del solito, sembrava stessero festeggiando qualcosa.
    “Si stanno proprio divertendo lassù!”- disse la donna.
    “Pensiamo a noi due. Che intendi fare con lui? Mi fa male saperti di un altro.”
    “Lo sai, mi picchia. Non so come difendermi.”
    “Lo farò io!”
    “Sono sua!”
    “Sarai sua… ma sei più mia!”
    “Forse siamo solo distorsioni elette di banali desideri.”
    “No, siamo banali ossessioni di eletti desideri!”
    “Mi confondi!”
    “Scappiamo”
    “Moriremo. Lui ci troverà”
    “Allora, facciamolo fuori.”
    “E come?”
    “Arsenico o cianuro? mi sto organizzando.”
    “E poi, dove andiamo?”
    “In un’altra vita.”
    “Non scherzare, lascia stare!”
    “Non lascio stare. Non con te.”
    Un rumore sordo come un tonfo li distrasse. Corsero verso la finestra:
    “Ahhh, ma è una donna, quella che è precipitata nel fiume? Ommioddio, guarda, i ratti le si stanno avventando contro.”
    “Shhh, silenzio! Se no, ci scopriranno e io domani devo essere allo studio per curare una paziente. Chiudi in fretta la finestra. E accendi la radio”:

    “Lui, di nascosto, osserva te.
    Tu sei nervosa vicino a me.
    Lui accarezza lo sguardo tuo
    Tu ti abbandoni al gioco suo”

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  6. Compagno/convivente:

    L’ennesima lite. L’ennesima mattinata sprecata a discutere di niente. Possibile che dovesse essere tutto così dannatamente difficile? Le parole gli uscirono dalla bocca ricadendogli addosso. Prese fiato ed espirò con forza. Era la decima volta negli ultimi due minuti che la chiamava al telefono e continuava a sentire il medesimo messaggio registrato: “L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”. Lanciò con rabbia lo smartphone senza far caso a dove atterrava, e iniziò a passeggiare su e giù per il soggiorno. Le parole di Elisa gli rimbombavano nella testa: Sono stanca di te. Di questo tuo vivere ai margini dell’ indispensabile. Così aveva detto prima di uscire. Non aveva neanche sbattuto la porta. Non ne aveva bisogno. Non era lei quella furiosa, in balia delle emozioni. Elisa era solo frustrata dalla normalità della loro vita. Eppure, quando aveva accettato di seguirla per continuare a stare insieme, le era sembrato tutto molto romantico, persino lui e il suo lavoro di contabile. Lei, invece, sognava di diventare stilista e credeva di avere qualche chance in più li, a Parigi. Ecco come era finito in quell’appartamento da niente, con una donna capricciosa, interessata solo a partecipare a feste e a occasioni mondane, a detta sua, piene della gente che conta. La gente che conta… sibilò tra i denti, lasciandosi andare ad aspre constatazioni: Io conto, che mi preoccupo del bilancio delle aziende, di consuntivi di fine anno; e sempre io dovrei contare qualcosa che continuo a pagare anche i suoi sogni; altro che vestiti e sfilate di moda! Si chiese come aveva fatto a cedere a questa follia. Recuperò il telefono finito tra i cuscini del divano e la richiamò ancora una volta. Niente. L’orologio sul display segnava quasi le ventuno. Guardò fuori: la città era avvolta da una scura coltre di buio. Un pomeriggio intero era trascorso e non aveva ricevuto neanche un messaggio di lei che lo mandava a quel paese. Sentiva l’urgenza di sapere dov’era; di scoprire, magari, che non voleva più vederlo, ma doveva accertarsi che stava bene. Sapeva che Elisa, non aveva ancora imparato a muoversi con disinvoltura per i quartieri parigini. Fu sfiorato da più di un timore; doveva fare qualcosa, forse, aveva aspettato anche troppo. Non avrebbe dovuto farlo, ma aprì ugualmente il cassetto della scrivania e prese la sua agenda, quella dove di solito segnava tutti i suoi appuntamenti. Sfogliò in fretta le pagine fino a trovare la data che cercava. Era appuntato al centro del foglio: 17.30, Montmartre. Sotto, evidenziato in giallo, poteva leggere un cognome e un indirizzo. Decise di andare a cercarla. Voleva proprio capire chi era quel certo Dottor Dubois con cui doveva incontrarsi.

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  7. Io la backstory l’ho intesa in modo diverso. Vale lo stesso?

    Se c’era una cosa che non sopportava, che la terrorizzava, erano i film di paura in tv. Non li guardava mai, quando gliene capitava uno facendo zapping, cambiava immediatamente canale per evitare di esserne attratta. C’è già abbastanza tensione e odio in giro di giorno, per strada e sul lavoro, per desiderare di distrarsi alla sera guardando un film violento e stupido, che non l’avrebbe sicuramente fatta dormire, ma vegliare al buio della stanza, ascoltando col fiato sospeso ogni più lieve rumore e temendo che un assassino fosse dietro la porta per violentarla e poi strangolarla.
    Perché allora quella sera non cambiò canale, come aveva fatto sempre, ma se ne restò sotto una copertina calda sul divano, ma con lo sguardo incatenato al thriller che stavano trasmettendo su Antenne2?
    Impietrita dalla musica, terrorizzata dall’atmosfera noir di Parigi, dove era ambientato il film che raccontava di una fuga da un’implacabile assassino, che poi l’aspettava nell’unico posto che lei considerava sicuro, la sua casa a Montmartre, per stuprarla e ucciderla, se ne stette immobile e incapace di non guardare fin quasi all’epilogo. Ma quando la poverina, rientrando a casa sale i gradini lentamente, fin quasi alla porta che nasconde l’uomo e il suo coltello, non resiste, e spegne la tv facendo piombare di colpo la stanza in un silenzio acuto che le mette ancora più paura. E in quel preciso istante suona il telefono. Chi sarà a quest’ora? Un maniaco, uno stupratore? Rispondere o fingere di non esserci?

    «Pronto…».
    «Stavi dormendo?».
    «No, stavo per andare a letto».
    «Sei uscita, stasera? Hai visto che temporale?».
    «Sono rimasta a casa, mamma. Ho visto un film».
    «Anch’io. Quale?».
    «Su Antenne2».
    «Ma al martedì danno i thriller!»
    «Spero di non pentirmene stanotte…».
    «Venivi a dormire tra me e papà quando avevi paura da piccola, ricordi?».
    «Mi piacerebbe ancora, specie stanotte».
    «La mia piccola Amelie… Domani pranziamo insieme?».
    «Non posso, mamma. Ho l’appuntamento alle nove col dentista».
    «Allora fila a letto. Buon riposo, piccola».
    «Ciao mamma!».

    Se ne andò a letto, e si stupì al risveglio la mattina successiva di aver dormito tutto di filato senza turbamenti né paure. Forse era diventata grande. Alle nove meno cinque era allo studio, calma e tranquilla, e la giornata prometteva bene.

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  8. Grazie per gli esempi, io avevo proprio frainteso (ma avevo un prurito nel cervello, che qualcosa non mi tornava…). Però l’idea che avevo la posso sfruttare, ‘spetta che mi metto al lavoro.

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  9. Ancora non torna. La pasta ormai è colla, resterebbe attaccata al soffitto se ce la lanciassi contro. Le verdure almeno non serve riscaldarle. Non che mi fossi aspettata di vederla cenare in modo normale, comunque. Sarebbe stato bello, per una volta. Noi due, a chiacchierare di com’è andata la giornata, il suo lavoro, cos’ho imparato oggi a scuola, e il ragazzo?, andiamo a fare shopping?, mi piace il tuo smalto.
    Invece ci sono le imprecazioni. C’è una balorda che inciampa per casa. C’è il vomito. Ci sono io che sistemo lei e i suoi casini.
    Non voglio usare il telefono. Se chiama voglio essere pronta. Anche se chiama la polizia. O l’ospedale. E non voglio sentirla biascicare. Sì, forse è meglio se non chiama nessuno, nemmeno io.
    Si può amare una persona pur odiandola così tanto? Non le dico che le voglio bene da molto tempo. Chissà da quanto non me lo dice lei. O se lo ricorda. Oggi avrei voluto che ci pensasse, a quanto mi manca la mia mamma, quella di tanti anni fa. San Valentino mi sembrava un buon giorno per ricordarglielo.
    È tardi. Dal dentista, sì, certo, figuriamoci.

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