Audi gialla


photo credit: Bumblebee via photopin (license)
photo credit: Bumblebee via photopin (license)

Visto che non abbiamo nessuno in lista per “Acchiappami”, ho deciso di accontentare il temerario lettore che mi ha chiesto “che fine avessero fatto i miei racconti”. Questo mi permette anche di rispondere alla richiesta lanciata in questo post da Helgaldo.

Buona lettura.

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Audi gialla

90 secondi

È chiaro che non dovrebbe essere possibile. Non c’è nessuno capace di fermarlo? Due fari, che abbagliano. Ghepardi affamati di carne, in una deserta prateria di gazzelle spaurite. Spettri veloci. Contromano. In un attimo non sono più seduta sulla mia auto e il passante di Mestre è inghiottito dalla notte. Sono al cinema: c’è una grande sala, vuota. Sono sola, con l’unica compagnia della luce argentata dello schermo.

80 secondi

Dopotutto, un film ha bisogno di tempo per essere proiettato. E io, tutto quel tempo, non ce l’ho. Sono scappata dalla guerra, in Ucraina. Sono scappata fino ad arrivare in Italia, e ho capito di essere arrivata solo perché le gambe si sono rifiutate di fare un altro passo. All’inizio era come un sogno. Una specie di vacanza perpetua, perché Venezia è sempre Venezia e quando telefoni a chi è rimasto a casa, loro hanno sempre l’impressione che tu abiti a Disneyland. Sarebbe stato tutto bellissimo, se non fosse che sono arrivata a Venezia da sola. Non avrei dovuto, ma era successo. Le pallottole. Le schegge. I soldati drogati. Tutte cose che vagano senza meta, in zona di guerra. Dove arrivano, arrivano. E non c’è nulla da fare, per nessuno.

70 secondi

Non è questione di colpe o di meriti, quando succedono queste cose. Il problema della colpa, semmai, se lo pone chi rimane. Chi scappa e scampa. Che merito c’è a non aver incrociato nessuna traiettoria velenosa? E c’è colpa, quando quella traiettoria ha falciato chi non avrebbe dovuto? Perché è sempre qualcuno che non lo merita, a cadere. Sono in molti, ad aver meritato la morte. È più se la sono meritata più, al contrario, sono ancora vivi.

60 secondi

Non merito di starmene qui, ai bordi di Disneyland, a pulire il sedere di una vecchia. A rubarle i soldi che permettono alle sue figlie di starsene tranquille, nelle loro vite piene di niente. Guido nella notte: casa mia, ospedale, casa mia. Veglio una sconosciuta e penso che non sono stata capace di farlo con chi avrei voluto. Madri che abbandonano le figlie, figlie che abbandonano le madri. Nessuno si merita nulla. Proprio come quel cretino che ho appena incrociato.

50 secondi

Succede sempre di notte. Buio: luogo d’elezione di agguati, di attacchi vili e mortali. A volte sono esplosioni, che fanno tremare le case fino a sgretolarne i muri. A volte sono lamiere, accartocciate come fogli da buttare. Pieni della scrittura scialba di una vita uguale a quella di tanti altri. Scampati alla guerra. Scappati dalle responsabilità. Vite vuote, il cui film si può proiettare in dieci minuti.

40 secondi

Vale la pena, guardarlo, questo film. Ma fa male. A me in particolare: rivedere quegli occhi che si spengono, annegati nel sangue di una pallottola. Sangue giovane, in una vecchia notte. Non hai voluto neppure aspettare che sorgesse il nuovo sole, bambina mia. Mi hai lasciata senza dirmi nulla. In un silenzio ovattato di lacrime. E io sono scappata, da sola. Non voglio che finisca così: il finale deve ancora essere scritto. Un lampo giallo che sfreccia. Un furgone che sbanda. È chiaro che non avrebbe dovuto essere possibile. È chiaro anche che le cose non sempre vanno come dovrebbero. Se ieri sono scappata, oggi posso rimanere.

30 secondi

Raggiungerti. Ci ho pensato spesso, sai? Mai come ora, però. È una notte vecchia, come allora. Illuminata da questa teoria di lampioni, bengala inchiodati senza soluzione di continuità nel cielo nero. Come allora.

20 secondi

Mi gira la testa. Mi è salita la nausea. È stato un brutto film, ma almeno il finale voglio che sia quello giusto. Ripenso a quei due fari, ma vedo solo i tuoi occhi azzurri. Ripenso a quel cofano giallo e vedo il tuo petto, con la pelle che perde colore man mano che il rosso ti lascia. Per inzuppare i vestiti. E i capelli. E le mie mani inutili.

10 secondi

Quel furgone intraversato sulla strada è un buon posto per i titoli di coda. Massiccio abbastanza per il mio piede, che lascia il freno per l’acceleratore.
Sto arrivando, amore mio. E rido.

0 secondi

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17 pensieri riguardo “Audi gialla

        1. Per ciò che volevo ottenere, ti rimando alla risposta che ho dato a Grilloz. Per ciò che ho ottenuto, invece, posso solo dire che nella mia testa misuro un bello scarto tra quello che ho scritto e quello che ho immaginato. 🙂

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  1. Pregno, denso, ricco di significati e di paralleli.
    Un appunto che non è un appunto ma solo una considerazione, la voce narrante, anche se in prima persona mi pare in realtà esterna, è come se fosse la tua voce, non quella della donna, a narrare, è ciò che vedi con i tuoi occhi, non ciò che vede la donna, mi sbaglio? è un effetto voluto?
    Due note “stilistiche”:
    “oggi posso rimanere” come la vedi con un “solo” nel mezzo? non renderebbe più l’ineluttabilità, la scelta obbligata della donna?
    la frase finale “e rido”, immagini proprio che rida? o più un sorriso malinconico? come ti suonerebbe “e sorrido”?

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    1. Smontiamo il “gioco” e vediamo se e quanto io sia stato bravo… 🙂
      Questo pezzo è un esercizio sulle considerazioni che facevo da Helgaldo qui (https://dadovestoscrivendo.wordpress.com/2016/02/04/guest-post-la-non-scrittura/). Volevo che fosse il lettore a immaginare la trama e l’ambientazione: è solo accennato che lei sia in auto e che questi siano i suoi ultimi 90 secondi. Su tutto vengono proiettate le luci e le ombre di quella che è un’altra storia, rivissuta come flashback (scusa, Hel, lo so che non ti piace), per dare una profondità a qualcosa che, se avessi raccontato, sarebbe apparso incomprensibile.
      La voce è esterna perché lei sta assistendo al film della sua vita e quindi rivive in maniera distaccata, per quanto possibile, gli eventi che l’hanno portata lì in quel momento. C’è un grande filtro a dividerla dalla realtà presente e anche da quella passata.
      Il “solo” non c’è perché la scelta non è ineluttabile (che la renderebbe una non-scelta), ma è proprio l’esercizio di una volontà.
      E, infine, ride. Lo fa perché la situazione è estrema, e in quei casi il riso è isterico e liberatorio. Io credo che sorridere sarebbe troppo trattenuto e razionale, per un momento del genere.

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      1. Parto dalla fine:
        Il rido mi aveva dato quella sensazione di risata “liberatoria” ma non sapevo se era quello l’effetto che volevi ottenere, che bello poter parlare con l’autore 🙂
        La scelta non ineluttabile mi ha fatto pensare che fosse lei a scegliere di andarsi a schiantare, se era questo che volevi dire allora il gioco è riuscito, anche se mi lascia perplesso il fatto che una persona possa prendere una decisione razionale in una manciata di secondi mentre l’adrenalina le pompa nel sangue e l’istinto la porterebbe verso la conservazione. Ma questa è letteratura non scienza 😉
        Veniamo alla parte difficile. In poche righe hai messo molti livelli, c’è il fatto di cronaca, c’è una donna che sta per avere un incidente, c’è una donna che riguarda la sua vita sullo schermo di un cinema metafisico, fin qui ci sono tre punti di vista, quello esterno, asettico, acritico sul fatto di cronaca, quasi impercettibile, quello interno dell’immediato, della situazione contingente e poi c’è lo sguardo, sempre interno, ma più distaccato, però più “commosso” verso il passato. Ma a questi tre punti di vista mi pare di percepirne un quarto, miscarparo, che guarda la storia attraverso gli occhi di questa donna, ma la sensazione è che lo sguardo e la voce siano quelli di miscarparo, che la storia narrata e la sua protagonista siano solo un mezzo narrativo per raccontare i pensieri dell’autore. Non so se questo sia dovuto ad un effetto subconscio o sia voluto, a me l’effetto piace, se è voluto è dunque ben riuscito.

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        1. È una bella domanda: dove finisce l’autore e dove cominciano i suoi personaggi? E: si deve percepire questo confine?
          Razionalmente direi che l’autore non si dovrebbe vedere (tanto meno il confine). Però poi penso che in tutti i libri che mi piacciono si sente comunque la voce dell’autore… 🙂

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      2. Manzoni ad esempio compare tanto 😛
        E poi c’è chi si è proprio fatto personaggio, vedi Bukowski o Fante, attraverso un alterego letterario.
        Ma a volte accade anche nel cinema che il regista compaia nella sua opera, prendi Hitchcock per esempio.
        Secondo me non c’è un modo giusto o sbagliato, c’è una scelta consapevole o inconsapevole, quindi se miscarparo vuole essere un narratore invisibile dovrà far tutto per rendersi invisibile, se invece vuole apparire dovrà fare in modo di farsi notare, senza prendere la scena (vedi camei di Hitchcock).
        Resta comunque il principio di indeterminazione di Heisemberg, per cui il narratore, nel momento stesso in cui osserva la realtà letteraria, la deforma, rendendo vano qualsiasi tentativo di visione completamente distaccata.

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  2. Grazie per aver dato una forma al mio desiderio di un’altra storia, quella che nessuno racconterà mai. Raccontare una vita è la più grande avventura di chi scrive, spesso gli scrittori se lo dimenticano concentrandosi su aspetti di nessuna importanza.
    Se internet non ci verrà tolto un giorno, ne rimarrà traccia per sempre. Mi piacerebbe che chi ha subito la perdita causata indirettamente da quell’Audi gialla, transitando “per caso” dal tuo blog possa leggere questo omaggio indiretto a una tragedia, anzi sono diventate due.

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  3. Bel racconto, denso di emozioni, a tratti estremamente coinvolgenti. Non mi piacciono gli effetto black box ma qui si fa perdonare dal finale aperto in extremis. Bravo, nei limiti quantistici della letteratura, lo sei davvero 🙂

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      1. Dopo il principio di indeterminazione del narratore di Heisemberg abbiamo il racconto nella scatola di Schroedinger 😛
        Però il racconto non è metà e metà, è sia bello che brutto 😉

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