Thriller paratattico n. 37: giocare con le ombre


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La settimana scorsa abbiamo preparato la backstory. Abbiamo lavorato alla cieca e in maniera assai poco organica, mettendo insieme delle fotografie e non l’arco dei vari personaggi. Come risultato, l’esercizio non è risultato subito comprensibile; la cosa era prevedibile, ma spero che questo ci permetta comunque di raggiungere un risultato questa settimana. Per fare le cose fatte bene, avremmo dovuto integrare questo lavoro fin dall’inizio nella stesura della traccia della storia. Però dobbiamo limitarci a fare un esercizio, non è questo il posto per stendere romanzi veri.

Seconda puntata: lavorare in tre dimensioni

È giunto il tempo di usare tutto il materiale che è stato preparato: abbiamo molte informazioni di contorno tra parenti, amanti più o meno disillusi, dentisti e così via. Siete liberi di pescare da tutto quello che è stato inventato, che ne siate gli inventori o meno. Lasciate che tutte queste storie di contorno proiettino le loro ombre sulla nostra trama principale e che le forniscano quella tridimensionalità che di solito si fa così fatica a ottenere. Naturalmente, è obbligatorio riferirsi alla nostra backstory solo per allusioni. Accenni che non devono spiegare cosa ci sia “dietro”, ma solo suggerirlo. Come diceva Tenar da Helgaldo:

Per poterci lavorare il trucco è: la backstory devi costruirtela (e noi abbiamo cercato di farlo mercoledì scorso, ndr), rimanere coerente, ma mai, mai narrarla per intero.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione finale.

 

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62 pensieri riguardo “Thriller paratattico n. 37: giocare con le ombre

  1. Per come ho inteso io la backstory, anche da quello che hai scritto sul mio blog al riguardo, mi basta attaccare le due parti, più un piccolo finale, sbaglio?

    Se c’era una cosa che non sopportava, che la terrorizzava, erano i film di paura in tv. Non li guardava mai, quando gliene capitava uno facendo zapping, cambiava immediatamente canale per evitare di esserne attratta. C’è già abbastanza tensione e odio in giro di giorno, per strada e sul lavoro, per desiderare di distrarsi alla sera guardando un film violento e stupido, che non l’avrebbe sicuramente fatta dormire, ma vegliare al buio della stanza, ascoltando col fiato sospeso ogni più lieve rumore e temendo che un assassino fosse dietro la porta per violentarla e poi strangolarla.
    Perché allora quella sera non cambiò canale, come aveva fatto sempre, ma se ne restò sotto una copertina calda sul divano, ma con lo sguardo incatenato al thriller che stavano trasmettendo su Antenne2?
    Impietrita dalla musica, terrorizzata dall’atmosfera noir di Parigi, dove era ambientato il film che raccontava di una fuga da un’implacabile assassino, che poi l’aspettava nell’unico posto che lei considerava sicuro, la sua casa a Montmartre, per stuprarla e ucciderla, se ne stette immobile e incapace di non guardare fin quasi all’epilogo. Ma quando la poverina, rientrando a casa sale i gradini lentamente, fin quasi alla porta che nasconde l’uomo e il suo coltello, non resiste, e spegne la tv facendo piombare di colpo la stanza in un silenzio acuto che le mette ancora più paura. E in quel preciso istante suona il telefono. Chi sarà a quest’ora? Un maniaco, uno stupratore? Rispondere o fingere di non esserci?

    «Pronto…».
    «Stavi dormendo?».
    «No, stavo per andare a letto».
    «Sei uscita, stasera? Hai visto che temporale?».
    «Sono rimasta a casa, mamma. Ho visto un film».
    «Anch’io. Quale?».
    «Su Antenne2».
    «Ma al martedì danno i thriller!»
    «Spero di non pentirmene stanotte…».
    «Venivi a dormire tra me e papà quando avevi paura da piccola, ricordi?».
    «Mi piacerebbe ancora, specie stanotte».
    «La mia piccola Amelie… Domani pranziamo insieme?».
    «Non posso, mamma. Ho l’appuntamento alle nove col dentista».
    «Allora fila a letto. Buon riposo, piccola».
    «Ciao mamma!».

    Se ne andò a letto, e si stupì al risveglio la mattina successiva di aver dormito tutto di filato senza turbamenti né paure. Forse era diventata grande. Alle nove meno cinque era allo studio, calma e tranquilla, e la giornata prometteva bene.

    Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

    «Tutto bene, piccola?».
    «Quand’è che diventerò grande, mamma?».
    «Tu sei già grande».
    «Mi basta un film per farmi dubitare».
    «Non pensarci e pranziamo insieme».
    «Dove ci troviamo?».
    «In Montmartre?».
    «Ti prego, no! Agli Champs, va bene?».
    «Certamente piccola, come vuoi tu».

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  2. Non avrebbe dovuto infilarsi in quei vicoli. Lo sapeva fin troppo bene. Era uscita presto, per sbollire la rabbia dopo la litigata con quel cretino del suo fidanzato. Aveva spento il telefono apposta, per non farsi trovare e farlo morire di senso di colpa. Però non c’era voluta neppure mezzora per complicare una situazione che già le pesava sul cuore.
    L’aveva riconosciuto subito: la sua faccia da pazzo era inconfondibile e non ci aveva messo molto a scoprire che quel tipo la seguiva quasi tutti i giorni. Così, non appena le era sembrato di vederlo a una ventina di metri dietro di lei, aveva cercato di seminarlo lungo le stradine di Montmartre; c’era riuscita, sì, fin tropo bene: la sera aveva cominciato a scendere e del tipo neppure l’ombra, in giro. Peccato che neppure lei sapesse più dove fosse: i muri, gli angoli, le porte sembravano assomigliarsi tutti nell’oscurità, come tanti gatti bigi. Per un istante aveva ripensato a sua madre. La sera prima si era sentita sgridare come una bambina per aver guardato uno stupito thriller; adesso, invece, il panico che cominciava a strisciarle nell’anima non era più quello artificiale dei film, bensì quello viscido e violento della vita vera.
    Prima di perdere del tutto la lucidità, aveva visto un portone aperto, subito dopo un bivio; dall’interno, una luce giallognola filtrava rimbalzando giù per i gradini di una scala buia. Aveva deciso di entrarvi e l’aveva salita esitante. A metà strada aveva sobbalzato, quando dall’oscurità era balzata fuori una coppietta che si teneva per mano. L’uomo e la donna si erano guardati con l’espressione colpevole, prima di fissarla, per poi correre via, come se fossero stati inseguiti da qualcosa da cui non potessero scappare.
    Lei si era trovata davanti a quell’uscio socchiuso, contornato di luce, da cui uscivano risate, rumori di bicchieri e puzza di fumo stantio. Si era maledetta per non aver fermato quei due; ma erano già spariti: inutile recriminare sul latte versato. Aveva spinto la maniglia e di colpo si era trovata addosso gli occhi di una ventina di uomini, ammutoliti di colpo. La puzza di sudore, fumo e vino era tanto pesante da svenire. E forse sarebbe stato bene perdere conoscenza prima che un uomo, il più torvo di tutti, si alzasse dal suo tavolo massaggiandosi la patta. «Ma tu guarda che bel bocconcino» aveva detto, «altro che quella troia di mia moglie. Voi cosa ne dite, ragazzi?»
    Il coro entusiasta si era levato all’istante. Poi erano state le mani, a levarsi. L’avevano sfiorata. Accarezzata. Aveva sentito qualcuno tirare un lembo del vestito. Poi la borsa. «Prendete quello che volete» aveva detto lei, sfilandosi la tracolla. «Lo prendiamo, sì. Non preoccuparti» aveva risposto l’uomo. Ma la borsa era rimasta a terra, senza nessuno che si preoccupasse di frugarla. La sua mente aveva rifiutato di registrare il resto.
    Dopo un tempo che non avrebbe saputo dire, si era trovata stretta tra i nodi delle corde. C’era una voce, poco più che sussurrata, che dettava gli ordini: «Gettiamola di sotto e nessuno saprà mai nulla: ci penseranno i topi». La finestra si era aperta e lei aveva provato l’ebbrezza di volare per un istante. Poi il freddo dell’acqua aveva occupato i suoi pensieri. E lei l’aveva ringraziato, perché non voleva pensare ad altro.
    I ratti l’avevano adocchiata da lontano; nel giro di qualche minuto, però, avevano preso coraggio e, con i baffi e le loro zampette, avevano cominciato a farle un debole solletico. Le onde la cullavano e la profondità del fiume reclamava il peso del suo corpo. Lei aveva voglia di lasciarlo fare, ma una mano l’aveva scossa e sollevata.
    Aveva aperto gli occhi e si era trovata di fronte il dottor Dubois, il dentista: «Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego.»

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      1. Perfetta, no. Però l’idea guida è questa: la nostra protagonista si comporta in un certo modo anche in risposta a eventi e storie che sono *al di fuori* della nostra trama. Sono queste ombre del contorno che spingono e motivano i personaggi a fare cose. Altrimenti il lettore non riesce a spiegarsele: “perché a Montmatre?”, “perché si perde?” e così via. Però non è necessario raccontare le storie di tutti: basta accennare, appunto 🙂

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    1. Ho qualche dubbio. A me sembra che hai snaturato il sogno, arbitrariamente. Se chi la violenta ha la faccia del fidanzato, chi la segue è la madre per sgridarla, allora passa il segnale che nell’incubo entrano le sue relazioni reale. Ma non può entrare come racconto al passato. Il sogno si dipana al presente, come un film, perché non posso sognare una storia come se fosse scritta in un libro. L’incubo è sulla pelle di chi lo subisce. Quindi non “era uscita per sbollire la rabbia di quel cretino del suo fidanzato”, ma “Sei un cretino, esco”… e più avanti “… il cretino mi stupra”. Nei sogni non si “sbollisce”, e neppure si usa il termine “suo”.
      Gli inserimenti della vita reale devono diventare protagonisti del sogno, non basta citarli come esistenti nel passato della donna. Anche il tizio la può inseguire da giorni, ma dentro il sogno. Vago per Montmartre da tre giorni e un tizio mi segue, per esempio. Però non si lega alla backstory, il tizio funziona come le comparse nel bar e anche la coppietta.
      Devi chiarire ulteriormente. 🙂

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      1. Hai ragione: il livello del “sogno” complica il tutto. Qualcosa ci sta e qualcosa no.
        La cosa migliore, mi pare, è una via di mezza tra la mia e la tua. Per cominciare serve prima una situazione reale, in cui lei interagisca con le parti che abbiamo scritto – sul modello di quello che ho fatto io – che la mostri *prima* di andare dal dentista.
        Di seguito, i riflessi di questa prima parte, arricchiti con qualche ulteriore dettaglio di backstory, stravolgendo ed estremizzando il tutto perché siamo nel sogno.
        Infine, il risveglio.

        Però adesso mi manca il tempo per scriverla 🙂

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  3. Caro Helgaldo, questa va meglio?

    Possibile che nessuno la capisse? Tutti la consideravano ancora una bambina: sua madre, il suo fidanzato, ci mancava solo che anche il gatto smettesse di considerarla. Tutti sempre convinti che lei avesse paura, che andasse protetta. Nessuno che capisse che essere sensibili ed essere adulti non erano in antitesi, che soffrire e immedesimarsi negli altri era una cosa giusta, che commuoversi o spaventarsi per un film erano cose normali. Invece sembrava che fosse una congiura: tutti cospiravano per farla arrabbiare. Aveva fatto bene a spegnere il telefono, prima di uscire. Che morissero tutti di sensi di colpa. Che per una volta fossero loro a preoccuparsi inutilmente e a tormentarsi per come stava lei. Aveva camminato piano, sul lungo Senna. L’acqua sembrava attrarla. Avrebbe risposto volentieri al suo richiamo. Ma era nera. Fredda e sporca. Piena di creature di cui non voleva sapere nulla. Si era ritratta di colpo dalla ringhiera di marmo, quasi investendo una coppietta. Camminavano svelti, con la faccia complice e felice degli amanti che non vogliono farsi scoprire. Aveva guardato l’orologio: se avesse indugiato ancora un po’, avrebbe fatto tardi dal dentista.
    La fretta però era stata una cattiva consigliera: doveva essersi persa tra i vicoli di Montmartre. Persino i pittori erano spariti e si era fatto buio. Tutto era grigio. Abbandonato. I muri freddi e ostili. Aveva adocchiato una porta: da dentro filtrava una lama di luce che rimbalzava giù per una scala. Aveva fatto un passo, tremante. Aveva preso in mano il cellulare ma ogni volta sembrava riaccendersi, per poi spegnersi di nuovo. Il buio era fitto, adesso, e l’unica scelta era andare verso la porta: temeva cosa ne avrebbe trovato, ma non poteva far a meno di avanzare. Doveva aprirla, malgrado le risate maligne che giungevano da al di là del legno. C’erano uomini sguaiati, dentro. Torvi e ubriachi. Aveva cercato di alzare le mani per difendersi, ma la tracolla della borsa era una corda che le impediva i movimenti. Pensava che la volessero derubare. Ma poi aveva sentito quelle mani tirare i vestiti, strapparne la stoffa, affondare nella sua pelle bollente. Poi, fatto quello che dovevano fare, l’avevano gettata nel fiume. E allora erano stati i topi, a farsi avanti. Orde di topi affamati, che cavalcavano sulle onde nere che la cullavano. Infine, era spuntata una mano a scuoterla.
    Aveva aperto gli occhi e si era trovata di fronte il dottor Dubois, il dentista: «Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego.»

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  4. Sono partito dal sogno, nel tentativo di giustificarlo con qualcosa di precedente. L’unica cosa che sappiamo di reale della ragazza è che è dal dentista. Parto dal giorno prima dove la ragazza assiste a un film che la spaventa, anche se crede di no, e di cui l’incubo dal dentista ricalca l’atmosfera. Cioè, la donna per Montmartre non è quella dal dentista. Potevo scrivere “una mano scuote Amelie”: Amelie ha sognato la donna di Montmartre.
    Di Amelie sappiamo che si spaventa facilmente, non è sicura di essere diventata adulta (nel senso di coraggiosa), e che da piccola si rifugiava sotto le coperte di mamma e papà. Probabilmente oggi non ha più il papà, o è figlia di separati. Per me è questa la backstory: il film il giorno precedente, l’esistenza della madre, l’atteggiamento di Amelie verso i thriller. Il tutto si ripercuote, giustificandolo senza dirlo esplicitamente, il perché dell’incubo.

    La tua storia o è tutta sogno, perché c’è continuità nella narrazione. O è sogno solo da “doveva essersi persa nei vicoli di Montmartre”, che però non ha legame diretto con quello che succede nella prima parte. Nel mio caso, per esempio, sogna Montmartre, perché è Montmartre l’ambientazione del film che ha visto. Pensavo che si dovesse giustificare tutto, facendo quadrare backstory e history.

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  5. Mi sembra che nella prima parte tu racconti i sentimenti della ragazza in modo esplicito. Cioè dici com’è, non dai l’informazione per sottrazione, in modo implicito. Ecco, è questo che non capisco. Perché il tuo post era stato chiaro: non ho bisogno di dire, lascio immaginare. Se il personaggio non sa l’ora e guarda le lancette sul rolex al polso e poi sala su una Jaguar nera e sgomma via, sto già raccontando implicitamente come vive, qual è il tenora di vita, una certa sicurezza caratteriale e forse un’indole violenta. Il lettore dai particolari fa delle ipotesi di vita: ricco di nascita? Spacciatore? Atttore affermato? Manager? Se parcheggia l’auto alla quartier generale della Apple e poi tutti gli aprono le porte per farlo passare avanti agli altri è chiaro che…

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    1. Dipende da dove va a parare la storia. Qui usciamo dall’applicazione bovina – che ho fatto anche a sproposito – e andiamo sul quibus.

      Io la mia storia l’ho pensata così: cosa significa essere cresciuti? E quindi: la protagonista ha ragione nel ritenere che gli altri non la capiscano, oppure lei è davvero quello che gli altri pensano?
      A questo punto la storia comincia a snodarsi: lei ha un passato di litigi e incomprensioni con madre e fidanzato. Io questo non lo racconto, lo faccio solo intuire. Se ne vedono i risultati, la mattina in cui deve andare dal dentista e lei vaga sui bordi della Senna e della depressione.

      Poi c’è il sogno. Non l’ho separato dal racconto reale perché volevo che il lettore, come la protagonista, cominciasse a confondere reale e sogno. Quale dei due sarà la verità, alla fine? Anche nel sogno si riflette la prima parte.

      Infine, sarebbe servita una terza parte, dove la realtà prende le pieghe del sogno. Lei forse si sente violata, anche se non dovrebbe esserlo. Per ultima una conclusione: si annegherà nella Senna, depressa? O forse deciderà di fuggire. Magari verso l’isola che non c’è.

      Come vedi la storia è: lei non sa più chi sia, perde la relazione con gli altri, fugge (o si suicida, che comunque è una fuga).
      Backstory: tutte le volte in cui ha gioito, sofferto, litigato con gli altri; tutte le volte che la sua relazione è stata “disfunzionale”. Ecco: questo non si vede, non lo racconto né lo mostro, se non per rimandi e per gli effetti che ha sul presente.

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    2. @Helgaldo e la Apple: Sì: questo è un modo di intenderlo.

      @Marina, @Sandra: Non è mica facile. Secondo Grilloz questo è quello che distingue gli scrittori bravi dagli altri. Io non so se abbia ragione. Non so neppure se io sia capace di farlo. Ma ci provo e ci ragiono, insieme a voi. Per vedere l’effetto che fa 🙂

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  6. Una giovane donna si trova sperduta a Montmartre: desiderava tanto visitarlo ma ora nel buio il quartiere ha perso ogni attrattiva. Forse è stata troppo dura col fidanzato, o forse no, ma la conclusione è che ora cammina fra i vicoli da sola e rimpiange un po’ la sua compagnia, ha paura e non ricorda neppure quale metropolitana debba prendere per rientrare in hotel. La cartina è rimasta nello zainetto di Marco. Vede una casa, finalmente, c’è una luce, forse qualcuno a cui chiedere indicazioni. E’ un bar malfamato, frequentato da uomini, in prevalenza ubriaco, così i modi di Marco – Marco, dove sei? Perché ti ho lasciato andare via senza correrti dietro? – sembrano così raffinati ora al confronto di questi maniaci. La donna urla di terrore quando capisce che la vogliono rapinare, forse stuprarla. Sente lo sciabordio della Senna, dondola. E in lontananza la voce della madre, che la rassicura “non sei più una bambina.” E di colpo le viene in mente l’appuntamento col dentista. E proprio mentre soffoca e vorrebbe tornare a poche ore prima al Sacro Cuore e dire a Marco “va bene, andiamo allo stadio adesso, come tu vuoi e poi sì, sceglierai tu il ristorante!” e annullare l’assurda situazione in cui si è cacciata, finalmente la voce amica del dentista. E dalla porta socchiusa vede Marco, nella salsa d’aspetto, si tocca la guancia, lui ha già tolto il dente del giudizio e l’aveva avvisata circa la potenza dell’anestesia, di quel dentista strampalato che, in un momento di confidenza, gli ha rivelato di essere un pittore mancato.

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    1. Michele ci chiede il massimo, e a volte non ne siamo all’altezza. La tua versione è però vicina all’idea che ha voluto mettere in gioco Michele. Secondo me va bene perché dentro il sogno viene scoperta e giustificata la realtà. Nella mia versione è il contrario: dentro la realtà viene scoperto e giustificato il sogno. In entrambi c’è una backstory funzionale.

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      1. Michele prova a fare lo scrittore vero, spesso senza riuscirci. Analizza le storie che gli piacciono e cerca di ragionare su quale sia la cosa che gli è piaciuta di più, e perché. Michele poi propina il risultato di queste digestioni agli altri. Lo fa facendo loro credere che lui ne sappia a pacchi ma, in realtà, lui per primo non ne ha idea e spera che gli altri cavino il ragno dal buco.
        Michele è un ragazzo fortunato, perché chiede cose a caso; però c’è chi dà il massimo, e alla fine lui la sfanga grazie soprattutto al talento e all’inventiva degli altri.

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  7. Se va bene a Helgaldo sono a posto 😀 E grazie anche a Michele, ma Helgado è + severo con i giudizi. Mi pare all’orale della maturità quando mi dissero “eh siccome abbiamo visto che è preparata le abbiamo fatto una domanda molto difficile.” Non avevo idea della risposta che implicava ragionamenti non nozionismo.

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  8. Okay, a me è venuto fuori questo. Però, forse, ho dato una mia interpretazione dell’esercizio senza andare troppo per il sottile.

    Che ci faccio io qui, nel quartiere parigino di Montmartre? di notte, per giunta! Proprio io che ho una paura boia di mettere il naso fuori casa oltre un certo orario! È tutto buio e spaventoso e questo lungo muro proietta ombre sinistre lungo la strada. Sono terrorizzata. Finalmente una casa. Il portone è aperto: salgo le scale in fretta.
    “Pardon, monsieur”- urto contro un signore che si schermisce mentre con discrezione stringe a sé una donna, supero entrambi e raggiungo l’ultimo piano del palazzo dove una luce e delle voci richiamano la mia attenzione. È un bar pieno di uomini ubriachi; mi guardano in modo strano, si avvicinano, mi prendono la borsa, uno mi grida in faccia: “mia moglie non me la dà da mesi; voglio rimediare con te, bel bocconcino!” Urlo, vuole violentarmi e gli altri lo seguono a ruota. Quei delinquenti ridono, cantano e bevono: qui sembra una festa e la festa la stanno facendo a me! Poi mi legano e mi buttano nel fiume. Mentre dondolo nell’acqua mi accorgo di una donna affacciata alla finestra del primo piano che strabuzza gli occhi, vorrei gridare “aiuto”, ma non ci riesco e in più i ratti si avvicinano pericolosamente: anche per loro sono un bocconcino prelibato.
    Mi sento soffocare. Una mano mi scuote, uno sfondo musicale accompagna il mio risveglio, quanto adoro Charles Aznavour! Metto a fuoco il volto del dentista: prima dell’anestesia lo avevo sentito parlare sottovoce con l’infermiera, darle un appuntamento a Montmartre. Poi il buio.
    “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”
    Accidenti, ma allora le voci che circolano sono vere: il dentista ha un’amante!

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        1. Allora ti dico la mia.
          La domanda che mi viene è: “Perché?”
          Voglio dire: tu prendi alcuni particolari dalle storie che abbiamo fatto – nello specifico la tua, se non ricordo male – ma così facendo non hai “mostrato” la protagonista. Al più, il dottore e la sua tresca.
          Però le ombre che hai gettato non hanno aiutato me-lettore (forse altri lettori sì, ma io, che ho letto in fretta e che sto per andarmene di nuovo, no) a essere curioso della protagonista.
          Come dice Helgaldo: sono questi accenni che ci invogliano, come lettori, a farci domande sui protagonisti. Domande che non devono avere una risposta scritta: se il dottore ha una tresca, non è la protagonista a doverlo dire. Si deve capire e basta.
          Chissà io, invece, se mi sono fatto capire 🙂

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      1. Era quello che non mi tornava: io ho preso la storia che mi sono inventata la volta scorsa e l’ho di nuovo ribaltata facendola diventare la storia fra le righe di questa nuova versione. Ma è come se avessi raccontato ancora una terza combinazione cambiandone solo i fattori, non c’è un non detto che appartiene alla protagonista.

        Mumble mumble, non so come uscire da questa impasse!

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      2. In più, credo che a crearmi difficoltà sia il riuscire a gestire il piano onirico: cioè quanto in un sogno io devo intuire senza entrare nella realtà? Se no, devo uscire fuori dall’incubo, ma allora si snatura il corpo centrale del thriller.
        BOOOH

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  9. Che brutta versione che ho fatto, rileggendola lo stacco è brusco e lì in mezzo il thriller non va bene scritto così. Dovrei riproporlo in forma simile al resto della narrazione. Anche la backstory mi convince meno ora.
    Bisognerebbe isolare i fatti che si vuole far notare indirettamente, e riscrivere tutto puntando a quei fatti soltanto. Forse l’errore è cercare di recuperare troppe cose contemporaneamente. Psicologia, tresche, fidanzati, madri, paure. Bisogna sceglierne alcune, farne una selezione. L’esempio della Apple mi pare più riuscito nella sua semplicità.

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    1. Qualcuno 🙂 diceva che la scrittura è come un iceberg: nove decimi sono sommersi e non si vedono. Ma ci sono.
      E qualcun altro diceva di non esagerare con la lunghezza: tagliare, ridurre, lasciare solo l’essenziale. 🙂

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  10. Accipicchia quante riflessioni! Appena posso mi ci metto e cerco di capirci qualcosa anch’io. Però, bello tutto questo considerare, pensare, riconsiderare… Mi piace. Aspettatemi, non mi lasciate in dietro, eh! 🙂 🙂

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  11. Che posto è questo? So che non può essere reale, mi sembra quasi che queste viuzze giochino a mischiarsi tra loro per il gusto di confondermi. Eppure, ero sicura di dover andare da questa parte… Sbuffo spazientita e affretto il passo. Il mio cuore comincia a battere forte e il respiro diventa ansimante. Ho la testa vuota. Ho imparato a riconoscere bene queste sensazioni, purtroppo; ma non adesso, ti prego… non ora. Imploro me stessa, mentre cresce la sensazione di essere stritolata da queste strade che intorno a me diventano sempre più strette e buie. Cerco di controllare il respiro, ma riesco a stento a trattenere le lacrime; se c’è una cosa di cui non ho bisogno è perdere il controllo. Proseguo incerta, rasento un lungo muro e prego che possa condurmi alla piazzetta dove ho lasciato la macchina.
    Odio questi labirintici quartieri parigini e odio Montmartre; se non fosse per orgoglio lascerei perdere i sogni di gloria e me ne tornerei in Italia, ma non voglio sentirmi dire che sono una bambina capricciosa. “Elisa, concentrati… cerca un punto di riferimento, una cosa qualsiasi…” mi esorto coraggiosamente, ma non faccio che girare a vuoto. Mi tremano le mani, prendo il telefonino dalla tasca, voglio chiamare Stefano, spiegargli dove sono, chiedergli di venire a prendermi, ma esisto perché potrebbe non volermi rispondere. Mentre cerco di prendere una decisione mi accorgo di una porta socchiusa e mi ci infilo. Ci sono delle scale che portano a un piano superiore da cui proviene una luce e dei rumori; tendo l’orecchio per sentire meglio: voci, risate, musica, tintinnio di bicchieri che si urtano. Immagino subito che possa trattarsi di una festa, magari di artisti della zona, potrebbe essere un colpo di fortuna, penso sollevata. Salgo un gradino alla volta e cerco di trasformare in un sorriso la smorfia che avevo dipinta sulla faccia fino a pochi istanti prima. Entro in un bar e le mie speranze vanno in frantumi. Intorno a me solo uomini trasandati, vestiti con orrendi pantaloni e canotte trucide, intenti a bere grossi boccali di liquidi scuri; nella stanza una puzza di aria stantia irrespirabile, da dare il voltastomaco. Sgrano gli occhi, vedo un paio di quei tipi ripugnanti venire verso di me. La stanza a un tratto comincia a girarmi tutta intorno, mi si annebbia la vista, sento le loro mani ruvide toccarmi ovunque, sento i loro respiri sulla mia pelle. Grido, mi dimeno, piango. Loro ne hanno abbastanza di me, mi legano stretta e mi chiudono la bocca con del nastro adesivo. Non posso più chiedere aiuto. Mi gettano nel vuoto e cado nelle gelide acque del fiume, in balia della corrente e dei topi. Sprofondo. Mi manca l’aria. Penso che non potrò più parlare con Stefano, dirgli cosa penso di questa città, del mio lavoro.
    Affogo. Una luce bianca mi acceca e mi costringe ad aprire gli occhi lentamente. Sbatto incredula le palpebre difronte al volto familiare del mio dentista, il dottor Dubois. Mi accorgo che mi scuote gentilmente con una mano e mi sorride.
    «Signora, si svegli. Abbiamo terminato. Mezza, corona, prego!».
    Mi alzo intontita e prendo la borsa per pagare. Sono felice di non essere nella Senna. Prendo il cellulare, voglio chiamare subito Stefano, è tutto il pomeriggio che non lo sento. Mi chiedo se abbia provato a cercarmi…
    «Dottore, le dispiace lasciarmi fare una telefonata? La batteria del mio telefonino è scarica e temo che il mio fidanzato possa stare in pensiero…»
    «Faccia pure, signora. Il telefono è alla reception in sala d’attesa. »

    Che ne dite? … Istintivamente mi è venuta di farla così; ma vorrei capire meglio con il vostro aiuto.

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    1. Sì, ci sta. Volendo, si poteva anche mettere maggior enfasi su Stefano: se, per esempio, non l’abbia cercata perché hanno litigato.
      Per rendere davvero evidente il senso di questa tecnica, però, mi rendo conto che dovremmo spingerci fino a un finale diverso; riuscire a chiuderla con il dentista è davvero ardua…

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      1. Non ho messo più enfasi su Stefano perché il tentativo era di suscitare nel lettore due domande: chi è Stefano? E perché non dovrebbe risponderle? Da lì, speravo in ipotesi spontanee. Ho tentato di dare indizi su Elisa che potessero suggerire che forse, avesse problemi di ansia o attacchi di panico, ma non sono sicura di esserci riuscita… Ho cercato di evidenziare la sua scarsa capacità a orientarsi senza dirlo esplicitamente e di evidenziare il suo ripensamento nel restare a Parigi e di come la sua insoddisfazione dipenda, probabilmente, più da una sua incapacità ad ammettere di non riuscire a portare avanti le sue aspettative che non per la mediocrità del suo fidanzato. Ho riflettuto sul fatto che nella Backstory che ho scritto diverse cose non mi piacciono più; per esempio: l’orario che ho scelto per far muovere Stefano; secondo me è fuori tempo e mi rende più difficile costruirci eventualmente un collegamento con la storia del thriller.
        Ho cercato di giustificare il telefonino spento, che però diventa scarico nella realtà di Elisa.
        Vabbè… non vi voglio tediare, però sono queste alcune delle cose che mi hanno spinta a scrivere questa versione.

        (PS: Altro errore… “Imploro me stessa, mentre cresce la sensazione di essere stritolata da queste strade che intorno a me diventavano sempre più strette e buie.” Dovrebbe essere: diventano sempre più strette e buie.)
        La fretta è dovuta alla smania di scrivere, condividere ecc… eccc… ^_^

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  12. “Mi accorgo che mi scuote gentilmente con una mano e mi sta sorridendo.”
    Scusa, dovrebbe essere “e mi sorride”, non mi sta sorridendo. Non capisco perché vado sempre di fretta…

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  13. Non ho deciso di chi è la colpa… L’idea è venuta così! Però è fantastico tutto ciò, perché partendo dalla backstory, domanda dopo domanda, si costruisce una storia dai risvolti inaspettati. Non so se mi spiego… Ma certe idee/domandr mi sono venute in mente proprio scrivendo e cercando di dare un senso a tutto. Inclusi dubbi e contraddizioni.

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  14. ecco io l’ho interpretata così, buon week end

    Certo che quel simpaticone del mio collega Jacques poteva accompagnarmi, fa sempre quello gentile e disponibile, mi tiene ore alla macchinetta del caffè a farmi perdere tempo. Come se non avessi capito che gli piaccio, anche lui piace a me, ma potrebbe decidersi e buttarsi invece tergiversa indeciso come tutti gli uomini. Come vorrei finalmente trovare un uomo con le idee chiare, qualcuno che mi ami a cui possa appoggiarmi e avere sostegno. Sto ancora a credere al principe azzurro. Ma dove sono maledizione? Qui è tutto buio, non riesco a orientarmi! Ormai il dentista sarà già chiuso. Ah ecco vedo una luce, c’è un locale, vado a chiedere indicazioni, meno male.
    No, ma perché sono entrata in questo tugurio! E quei brutti ceffi non mi piacciono neanche un po’, aiuto cosa volete farmi! Stanno abusando di me, mi sento morire sto per svenire.
    Jacques perché non sei con me, avresti potuto evitarmi tutto questo. Non so dove sono, sento un’acqua gelida che mi avvolge, ho freddo, voglio solo morire in fretta, cosa sono questi morsi, no sono topi! Che schifo, svengo di nuovo per fortuna.
    Una mano mi scuote forse Jacques è venuto a salvarmi. Allora esiste il principe azzurro.
    «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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