Thriller n. 36 e 37: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)
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Finalmente è giunta l’ora di votare i risultati del primo thriller in due puntate. Abbiamo prima cercato di creare una backstory, e poi abbiamo cercato di usarla nel thriller per dargli profondità. Non è stato facile. Il fatto che nel testo ci fosse anche un piano ulteriore, quello onirico, ha reso spinoso un problema che era già complesso.

Questo è il risultato finale; come sempre, in ordine di apparizione. Ora tocca a voi giudicare. Buona domenica e buona lettura.

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Helgaldo

Se c’era una cosa che non sopportava, che la terrorizzava, erano i film di paura in tv. Non li guardava mai, quando gliene capitava uno facendo zapping, cambiava immediatamente canale per evitare di esserne attratta. C’è già abbastanza tensione e odio in giro di giorno, per strada e sul lavoro, per desiderare di distrarsi alla sera guardando un film violento e stupido, che non l’avrebbe sicuramente fatta dormire, ma vegliare al buio della stanza, ascoltando col fiato sospeso ogni più lieve rumore e temendo che un assassino fosse dietro la porta per violentarla e poi strangolarla.
Perché allora quella sera non cambiò canale, come aveva fatto sempre, ma se ne restò sotto una copertina calda sul divano, ma con lo sguardo incatenato al thriller che stavano trasmettendo su Antenne2?
Impietrita dalla musica, terrorizzata dall’atmosfera noir di Parigi, dove era ambientato il film che raccontava di una fuga da un’implacabile assassino, che poi l’aspettava nell’unico posto che lei considerava sicuro, la sua casa a Montmartre, per stuprarla e ucciderla, se ne stette immobile e incapace di non guardare fin quasi all’epilogo. Ma quando la poverina, rientrando a casa sale i gradini lentamente, fin quasi alla porta che nasconde l’uomo e il suo coltello, non resiste, e spegne la tv facendo piombare di colpo la stanza in un silenzio acuto che le mette ancora più paura. E in quel preciso istante suona il telefono. Chi sarà a quest’ora? Un maniaco, uno stupratore? Rispondere o fingere di non esserci?

«Pronto…».
«Stavi dormendo?».
«No, stavo per andare a letto».
«Sei uscita, stasera? Hai visto che temporale?».
«Sono rimasta a casa, mamma. Ho visto un film».
«Anch’io. Quale?».
«Su Antenne2».
«Ma al martedì danno i thriller!»
«Spero di non pentirmene stanotte…».
«Venivi a dormire tra me e papà quando avevi paura da piccola, ricordi?».
«Mi piacerebbe ancora, specie stanotte».
«La mia piccola Amelie… Domani pranziamo insieme?».
«Non posso, mamma. Ho l’appuntamento alle nove col dentista».
«Allora fila a letto. Buon riposo, piccola».
«Ciao mamma!».

Se ne andò a letto, e si stupì al risveglio la mattina successiva di aver dormito tutto di filato senza turbamenti né paure. Forse era diventata grande. Alle nove meno cinque era allo studio, calma e tranquilla, e la giornata prometteva bene.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

«Tutto bene, piccola?».
«Quand’è che diventerò grande, mamma?».
«Tu sei già grande».
«Mi basta un film per farmi dubitare».
«Non pensarci e pranziamo insieme».
«Dove ci troviamo?».
«In Montmartre?».
«Ti prego, no! Agli Champs, va bene?».
«Certamente piccola, come vuoi tu».

Michele

Possibile che nessuno la capisse? Tutti la consideravano ancora una bambina: sua madre, il suo fidanzato, ci mancava solo che anche il gatto smettesse di considerarla. Tutti sempre convinti che lei avesse paura, che andasse protetta. Nessuno che capisse che essere sensibili ed essere adulti non erano in antitesi, che soffrire e immedesimarsi negli altri era una cosa giusta, che commuoversi o spaventarsi per un film erano cose normali. Invece sembrava che fosse una congiura: tutti cospiravano per farla arrabbiare. Aveva fatto bene a spegnere il telefono, prima di uscire. Che morissero tutti di sensi di colpa. Che per una volta fossero loro a preoccuparsi inutilmente e a tormentarsi per come stava lei. Aveva camminato piano, sul lungo Senna. L’acqua sembrava attrarla. Avrebbe risposto volentieri al suo richiamo. Ma era nera. Fredda e sporca. Piena di creature di cui non voleva sapere nulla. Si era ritratta di colpo dalla ringhiera di marmo, quasi investendo una coppietta. Camminavano svelti, con la faccia complice e felice degli amanti che non vogliono farsi scoprire. Aveva guardato l’orologio: se avesse indugiato ancora un po’, avrebbe fatto tardi dal dentista.
La fretta però era stata una cattiva consigliera: doveva essersi persa tra i vicoli di Montmartre. Persino i pittori erano spariti e si era fatto buio. Tutto era grigio. Abbandonato. I muri freddi e ostili. Aveva adocchiato una porta: da dentro filtrava una lama di luce che rimbalzava giù per una scala. Aveva fatto un passo, tremante. Aveva preso in mano il cellulare ma ogni volta sembrava riaccendersi, per poi spegnersi di nuovo. Il buio era fitto, adesso, e l’unica scelta era andare verso la porta: temeva cosa ne avrebbe trovato, ma non poteva far a meno di avanzare. Doveva aprirla, malgrado le risate maligne che giungevano da al di là del legno. C’erano uomini sguaiati, dentro. Torvi e ubriachi. Aveva cercato di alzare le mani per difendersi, ma la tracolla della borsa era una corda che le impediva i movimenti. Pensava che la volessero derubare. Ma poi aveva sentito quelle mani tirare i vestiti, strapparne la stoffa, affondare nella sua pelle bollente. Poi, fatto quello che dovevano fare, l’avevano gettata nel fiume. E allora erano stati i topi, a farsi avanti. Orde di topi affamati, che cavalcavano sulle onde nere che la cullavano. Infine, era spuntata una mano a scuoterla.
Aveva aperto gli occhi e si era trovata di fronte il dottor Dubois, il dentista: «Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego.»

Sandra

Una giovane donna si trova sperduta a Montmartre: desiderava tanto visitarlo ma ora nel buio il quartiere ha perso ogni attrattiva. Forse è stata troppo dura col fidanzato, o forse no, ma la conclusione è che ora cammina fra i vicoli da sola e rimpiange un po’ la sua compagnia, ha paura e non ricorda neppure quale metropolitana debba prendere per rientrare in hotel. La cartina è rimasta nello zainetto di Marco. Vede una casa, finalmente, c’è una luce, forse qualcuno a cui chiedere indicazioni. E’ un bar malfamato, frequentato da uomini, in prevalenza ubriaco, così i modi di Marco – Marco, dove sei? Perché ti ho lasciato andare via senza correrti dietro? – sembrano così raffinati ora al confronto di questi maniaci. La donna urla di terrore quando capisce che la vogliono rapinare, forse stuprarla. Sente lo sciabordio della Senna, dondola. E in lontananza la voce della madre, che la rassicura “non sei più una bambina.” E di colpo le viene in mente l’appuntamento col dentista. E proprio mentre soffoca e vorrebbe tornare a poche ore prima al Sacro Cuore e dire a Marco “va bene, andiamo allo stadio adesso, come tu vuoi e poi sì, sceglierai tu il ristorante!” e annullare l’assurda situazione in cui si è cacciata, finalmente la voce amica del dentista. E dalla porta socchiusa vede Marco, nella salsa d’aspetto, si tocca la guancia, lui ha già tolto il dente del giudizio e l’aveva avvisata circa la potenza dell’anestesia, di quel dentista strampalato che, in un momento di confidenza, gli ha rivelato di essere un pittore mancato.

Marina

Che ci faccio io qui, nel quartiere parigino di Montmartre? di notte, per giunta! Proprio io che ho una paura boia di mettere il naso fuori casa oltre un certo orario! È tutto buio e spaventoso e questo lungo muro proietta ombre sinistre lungo la strada. Sono terrorizzata. Finalmente una casa. Il portone è aperto: salgo le scale in fretta.
“Pardon, monsieur”- urto contro un signore che si schermisce mentre con discrezione stringe a sé una donna, supero entrambi e raggiungo l’ultimo piano del palazzo dove una luce e delle voci richiamano la mia attenzione. È un bar pieno di uomini ubriachi; mi guardano in modo strano, si avvicinano, mi prendono la borsa, uno mi grida in faccia: “mia moglie non me la dà da mesi; voglio rimediare con te, bel bocconcino!” Urlo, vuole violentarmi e gli altri lo seguono a ruota. Quei delinquenti ridono, cantano e bevono: qui sembra una festa e la festa la stanno facendo a me! Poi mi legano e mi buttano nel fiume. Mentre dondolo nell’acqua mi accorgo di una donna affacciata alla finestra del primo piano che strabuzza gli occhi, vorrei gridare “aiuto”, ma non ci riesco e in più i ratti si avvicinano pericolosamente: anche per loro sono un bocconcino prelibato.
Mi sento soffocare. Una mano mi scuote, uno sfondo musicale accompagna il mio risveglio, quanto adoro Charles Aznavour! Metto a fuoco il volto del dentista: prima dell’anestesia lo avevo sentito parlare sottovoce con l’infermiera, darle un appuntamento a Montmartre. Poi il buio.
“Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”
Accidenti, ma allora le voci che circolano sono vere: il dentista ha un’amante!

iara R.M.

Che posto è questo? So che non può essere reale, mi sembra quasi che queste viuzze giochino a mischiarsi tra loro per il gusto di confondermi. Eppure, ero sicura di dover andare da questa parte… Sbuffo spazientita e affretto il passo. Il mio cuore comincia a battere forte e il respiro diventa ansimante. Ho la testa vuota. Ho imparato a riconoscere bene queste sensazioni, purtroppo; ma non adesso, ti prego… non ora. Imploro me stessa, mentre cresce la sensazione di essere stritolata da queste strade che intorno a me diventano sempre più strette e buie. Cerco di controllare il respiro, ma riesco a stento a trattenere le lacrime; se c’è una cosa di cui non ho bisogno è perdere il controllo. Proseguo incerta, rasento un lungo muro e prego che possa condurmi alla piazzetta dove ho lasciato la macchina.
Odio questi labirintici quartieri parigini e odio Montmartre; se non fosse per orgoglio lascerei perdere i sogni di gloria e me ne tornerei in Italia, ma non voglio sentirmi dire che sono una bambina capricciosa. “Elisa, concentrati… cerca un punto di riferimento, una cosa qualsiasi…” mi esorto coraggiosamente, ma non faccio che girare a vuoto. Mi tremano le mani, prendo il telefonino dalla tasca, voglio chiamare Stefano, spiegargli dove sono, chiedergli di venire a prendermi, ma esisto perché potrebbe non volermi rispondere. Mentre cerco di prendere una decisione mi accorgo di una porta socchiusa e mi ci infilo. Ci sono delle scale che portano a un piano superiore da cui proviene una luce e dei rumori; tendo l’orecchio per sentire meglio: voci, risate, musica, tintinnio di bicchieri che si urtano. Immagino subito che possa trattarsi di una festa, magari di artisti della zona, potrebbe essere un colpo di fortuna, penso sollevata. Salgo un gradino alla volta e cerco di trasformare in un sorriso la smorfia che avevo dipinta sulla faccia fino a pochi istanti prima. Entro in un bar e le mie speranze vanno in frantumi. Intorno a me solo uomini trasandati, vestiti con orrendi pantaloni e canotte trucide, intenti a bere grossi boccali di liquidi scuri; nella stanza una puzza di aria stantia irrespirabile, da dare il voltastomaco. Sgrano gli occhi, vedo un paio di quei tipi ripugnanti venire verso di me. La stanza a un tratto comincia a girarmi tutta intorno, mi si annebbia la vista, sento le loro mani ruvide toccarmi ovunque, sento i loro respiri sulla mia pelle. Grido, mi dimeno, piango. Loro ne hanno abbastanza di me, mi legano stretta e mi chiudono la bocca con del nastro adesivo. Non posso più chiedere aiuto. Mi gettano nel vuoto e cado nelle gelide acque del fiume, in balia della corrente e dei topi. Sprofondo. Mi manca l’aria. Penso che non potrò più parlare con Stefano, dirgli cosa penso di questa città, del mio lavoro.
Affogo. Una luce bianca mi acceca e mi costringe ad aprire gli occhi lentamente. Sbatto incredula le palpebre difronte al volto familiare del mio dentista, il dottor Dubois. Mi accorgo che mi scuote gentilmente con una mano e mi sorride.
«Signora, si svegli. Abbiamo terminato. Mezza, corona, prego!».
Mi alzo intontita e prendo la borsa per pagare. Sono felice di non essere nella Senna. Prendo il cellulare, voglio chiamare subito Stefano, è tutto il pomeriggio che non lo sento. Mi chiedo se abbia provato a cercarmi…
«Dottore, le dispiace lasciarmi fare una telefonata? La batteria del mio telefonino è scarica e temo che il mio fidanzato possa stare in pensiero…»
«Faccia pure, signora. Il telefono è alla reception in sala d’attesa. »

Giulia Mancini

Certo che quel simpaticone del mio collega Jacques poteva accompagnarmi, fa sempre quello gentile e disponibile, mi tiene ore alla macchinetta del caffè a farmi perdere tempo. Come se non avessi capito che gli piaccio, anche lui piace a me, ma potrebbe decidersi e buttarsi invece tergiversa indeciso come tutti gli uomini. Come vorrei finalmente trovare un uomo con le idee chiare, qualcuno che mi ami a cui possa appoggiarmi e avere sostegno. Sto ancora a credere al principe azzurro. Ma dove sono maledizione? Qui è tutto buio, non riesco a orientarmi! Ormai il dentista sarà già chiuso. Ah ecco vedo una luce, c’è un locale, vado a chiedere indicazioni, meno male.
No, ma perché sono entrata in questo tugurio! E quei brutti ceffi non mi piacciono neanche un po’, aiuto cosa volete farmi! Stanno abusando di me, mi sento morire sto per svenire.
Jacques perché non sei con me, avresti potuto evitarmi tutto questo. Non so dove sono, sento un’acqua gelida che mi avvolge, ho freddo, voglio solo morire in fretta, cosa sono questi morsi, no sono topi! Che schifo, svengo di nuovo per fortuna.
Una mano mi scuote forse Jacques è venuto a salvarmi. Allora esiste il principe azzurro.
«Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Helgaldo
    Commento: Perché ha unito le due parti e la storia sembra più completa.
  2. Voto per: Sandra
    Commento: Mi ha convinto più degli altri
  3. Voto per: Sandra
    Commento: Ben costruito. Mi è piaciuto.
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8 pensieri riguardo “Thriller n. 36 e 37: la votazione

        1. Marì, chette abiti a Baker Street? Altro che trasteverina d’adozione… 🙂
          È vero: non ho votato per nessuno, perché secondo me non c’è nessuno svolgimento che valga un voto (a cominciare dal mio, sia chiaro).
          Come si dice in questi casi: severo, ma giusto. 😛

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