Thriller paratattico n. 38: se la poesia è questione di spazio


foto_luna_horror

 

La votazione dei thriller 36 e 37 non è stata un successo. Per essere sinceri, un po’ me l’aspettavo: mi dispiace per lo sforzo che avete fatto, che meritava miglior sorte, ma la tecnica è complessa e non è semplice renderle giustizia in dieci o venti righe.  Vi chiedo scusa per l’esercizio fuori misura – dato il taglio del nostro caro paratattico – e spero almeno di aver dato a tutti voi uno spunto di riflessione; ché di sicuro è meglio speso il tempo per pensarne a fondo le implicazioni piuttosto che accontentare me e scrivere una nuova versione della storia della bella dispersa per Montmartre.

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Dopo la fatica della backstory, oggi tiriamo un po’ il fiato. Vorrei rifare con voi un esperimento che ha proposto Mozzi qualche tempo fa: non so di preciso cosa stesse cercando di dimostrare, ma so che il risultato è stato interessante. Gli articoli originali sono questi:

Si tratta di ripulire il thriller di tutta la punteggiatura e poi farne una poesia, semplicemente rimettendo gli a capo e l’interpunzione che si ritiene necessaria. Il risultato – e la discussione – su Vibrisse sono stati pieni di spunti e sono curioso di scoprire se anche il nostro mitico thriller saprà mostrare che, sotto la scorza del sogno angoscioso, cela un’anima poetica. La cosa bella sarebbe se anche voi, come già là, argomentaste perché quegli a capo, virgole e punti, messi proprio lì, rendano il testo poetico.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock (già ripulito di tutto quanto non necessario):

una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre intorno a lei una scura coltre di buio la giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro ha paura entra finalmente in una casa sale le scale comincia a intravedere una luce si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi gli uomini si avventano su di lei la vogliono rapinare forse abusarne la donna urla di terrore i maniaci la legano la buttano in un fiume aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi la donna sprofonda nell’acqua comincia a dondolare si sente soffocare una mano la scuote si sveglia finalmente la voce amica del dentista tutto fatto signora mezza corona prego.

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione finale.

 

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28 thoughts on “Thriller paratattico n. 38: se la poesia è questione di spazio

  1. Comincio io…

    Una giovane donna si trova
    sperduta,
    nel quartiere parigino di Montmartre.
    Intorno a lei una scura
    coltre di buio;
    la giovane
    cammina
    fra i vicoli
    costeggiando
    un lungo muro.
    Ha paura. Entra
    – finalmente! –
    in una casa
    sale
    le scale
    comincia a intravedere.
    Una luce.
    Si trova nel mezzo di un bar
    frequentato da uomini ubriachi
    gli uomini si avventano su di lei
    la vogliono rapinare
    forse abusarne.
    La donna
    urla
    di terrore.
    I maniaci
    la legano,
    la buttano,
    in un fiume.
    Aspettano sulla riva
    di vederla
    divorata dai topi;
    la donna sprofonda
    nell’acqua.
    Comincia a dondolare,
    si sente soffocare.
    Una mano
    la scuote
    si sveglia
    – finalmente! –
    la voce amica
    del dentista.
    Tutto fatto
    signora
    mezza corona
    prego.

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    • Spiegazione

      Sono partito dai due “finalmente”: in entrambi i casi era piazzato lì a fare da spartiacque tra il buio e le luce, nei due momenti in cui la protagonista viene salvata (il primo per finta, il secondo davvero).
      Poi ci sono alcune frasi che contengono in maniera naturale una rima, e che pertanto mi sono sentito in obbligo di evidenziare (es.: sale/le scale; dondolare/soffocare).
      Infine, l’uso dei verbi nella paratassi induce un ritmo: ho cercato in diversi casi di assecondarlo (es.: la scuote/si sveglia; la legano/la buttano; cammina/costeggiando).

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  2. Una giovane donna
    si trova sperduta nel quartiere parigino
    di Montmartre.
    Intorno a lei,
    una scura coltre di buio.
    La giovane cammina
    fra i vicoli,
    costeggiando un lungo muro.
    Ha paura,
    entra finalmente in una casa,
    sale le scale,
    comincia a intravedere
    una luce.
    Si trova nel mezzo di un bar
    frequentato da uomini
    ubriachi.
    Gli uomini
    si avventano su di lei,
    la vogliono rapinare,
    forse
    abusarne.
    La donna urla di terrore.
    I maniaci la legano,
    la buttano in un fiume,
    aspettano
    sulla riva
    di vederla divorata dai topi.
    La donna sprofonda
    nell’acqua.
    Comincia a dondolare,
    si sente soffocare.
    Una mano la scuote,
    si sveglia,
    finalmente.
    La voce amica del dentista:
    tutto fatto, signora,
    mezza corona,
    prego.

    (Io ho seguito il ritmo naturale della paratassi; letto con queste pause mi è sembrato musicale)
    🙂

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  3. No non partecipo sto giro. Preferisco votare. Che se gioco non voto, perchè ho paura di non essere neutrale. Mi era venuta un’idea poetica ma con cambio di parole, che non si può fare. Tipo: Donna, rimembri ancora quel tempo di tua vita a Montmartre quando beltà splendeva negli occhi tuoi impauriti e fuggivi (fuggivi, non fuggitivi) ecc.

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    • Il bello (?) è proprio non cambiare le parole. Prendere un testo piatto e, solo mettendo un po’ di a capo e di virgole e di punti… sbam! diventa una poesia. O qualcosa che “suona” come una poesia. Il che genera subito la domanda: perché? La poesia è forse frutto della respirazione?
      Tutti, come scrittori, andiamo sempre a caccia delle parole; forse, però, ogni tanto, dovremmo andare a stanare quegli spazi bianchi e gli altri segnetti che si annidano là in mezzo. Tra un soggetto e un verbo. Tra una principale e una subordinata. Persino tra le righe. Perché, a chi legge, non bastano le figure retoriche. Non solo, almeno.

      Quanto alle votazioni: mi pare che la stiamo prendendo fin troppo sul serio; meglio: sul “serioso”. Il voto è anonimo e sono solo io davanti alla mia coscienza: se c’è uno svolgimento (o più d’uno) che merita più degli altri, perché non votarlo? Fosse persino il mio: che male c’è? Anche imparare a valutare il proprio lavoro confrontandolo con quello degli altri è importante: serve a capire come scrivere, nonché a imparare a farlo “rubando” le idee che ci paiono buone. Serve a imparare a guardare con distacco quello che scriviamo, per valutarlo nello stesso modo in cui lo faranno tutti gli altri. Pensateci 🙂

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      • Giustissimo, però votarmi da sola mi creerebbe disagio e zero gratificazione. Io vorrei essere apprezzata da chi mi legge; è la loro preferenza a essere importante. Posso anche applaudirmi da sola, ma a che serve? Sicuramente imparare a valutare anche se stessi è importante, ma… Ma… Al thriller voglio essere votata, ecco! 🙂

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  4. No, scusate… La prima è sbagliata.
    È giusta questa. Si può cancellare l’altra? Grazie.

    Una giovane,
    donna,
    si trova sperduta
    nel quartiere parigino
    di Montmartre.
    Intorno a lei
    una scura coltre,
    di buio.
    La giovane,
    cammina,
    fra i vicoli
    costeggiando un lungo muro.
    Ha paura,
    entra,
    finalmente in una casa.
    Sale le scale,
    comincia a intravedere,
    una luce si trova.
    Nel mezzo di,
    un bar,
    frequentato da.
    Uomini ubriachi,
    gli uomini!
    Si avventano su di lei.
    La vogliono,
    rapinare forse,
    abusarne la donna.
    Urla,
    di terrore.
    I maniaci la legano,
    la buttano in un fiume.
    Aspettano sulla riva
    di vederla,
    divorata dai topi.
    La donna,
    sprofonda,
    nell’acqua comincia a dondolare.
    Si sente soffocare. 
    Una mano,
    la scuote,
    si sveglia, finalmente.
    La voce amica,
    del dentista:
    tutto fatto, signora. 
    Mezza corona, prego.
     

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  5. Motivazione: ho cercato di dare un ritmo diverso alle parole. Volevo rendere il brano meno raccontato. Ho tentato di renderlo più evocativo, ma non è facile per niente! Ho giocato con le parole: giovane, donna; giovane, cammina; ecc… Cercando di costruire una struttura sensata, almeno nella mia testolina.

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  6. Una giovane,
    donna
    si trova.

    Sperduta,
    nel quartiere
    parigino
    di Montmartre,
    intorno a lei.

    Una scura
    coltre di buio,
    la giovane.

    Cammina,
    fra i vicoli
    costeggiando.
    Un lungo muro
    ha paura.

    Entra
    finalmente
    in una casa.
    Sale le scale
    comincia a
    intravedere.

    Una luce
    si trova
    nel mezzo
    di un bar
    frequentato
    da uomini.

    Ubriachi
    gli uomini,
    si avventano.
    Su di lei
    la vogliono,
    rapinare forse.

    Abusarne,
    la donna.
    Urla,
    di terrore.

    I maniaci
    la legano
    la buttano.
    In un fiume
    aspettano sulla
    riva di vederla.

    Divorata dai topi
    la donna sprofonda.
    Nell’acqua comincia
    a dondolare si sente.
    Soffocare una mano
    la scuote si sveglia.

    Finalmente
    la voce,
    amica
    del dentista
    tutto fatto.

    Signora mezza corona!
    Prego.

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