Thriller paratattico n. 40: uomini e donne. All’incontrario


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Ieri è stata la giornata della donna. È stata una buona occasione per fare festa insieme, che non fa mai male, ma soprattutto per fare qualche chiacchiera più sensata sulla donna e sulla condizione femminile in generale. Ne hanno parlato Tenar, MarinaMaria e certo sto dimenticando qualcuno, nel marasma del mio blogroll. Io mi sono limitato a un giro – leggero e fuori programma – di “una storia in sei parole”, ma oggi vorrei fare una cosa più interessante. Si parla spesso di scrittura di genere, di stereotipi, di test di Bechdel. Si discute del fatto che le protagoniste finiscono per soggiacere a un qualche tipo di cliché. Ebbene: io ho la soluzione. Va bene, moderiamo il tiro: io ho una soluzione.

Oggi parliamo di inversione di genere. C’è un bellissimo modo per fare in modo che i protagonisti non siano preda del proprio sesso: pensarli al maschile o poi dotarli di un nome femminile. E viceversa, chiaro. È molto istruttivo – e anche divertente – prendere le storie più comuni (per esempio una fiaba a caso, o l’ultimo film che avete visto al cinema) e riscriverlo invertendo i ruoli. Va da sé che non è sufficiente invertire i nomi maschili e femminili, ma c’è un lavoro di adattamento da fare.

Ecco allora che ci viene buono il nostro thriller: e se fosse stato un ragazzo a perdersi? E se fosse stata una dentista? E con la scena del bar, come la mettiamo? Come vedete, c’è pane per i denti di molti scrittori, in tutto questo. Scambiatevi gonne e pantaloni, che è ora di scrivere.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione finale.

 

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17 thoughts on “Thriller paratattico n. 40: uomini e donne. All’incontrario

  1. Ma per il Thriller in 6 parole nessuna votazione perchè c’erano circa 72 componimenti o forse più? Bella la prova al contrario. E qui vi voglio cari maschi con i tacchi! (Ci starebbe bene una gif Almodovariana)

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  2. Come al solito, comincio io 🙂

    Si può essere stuprati anche se si è uomini? La risposta è “sì”. Anche se chi usa violenza è una donna? La risposta è sempre “sì”.
    Ero in giro per Parigi, a Montmartre. Andava tutto bene fino a quando il cellulare non ha smesso di andare, e con lui le mappe satellitari. Forse la batteria, forse qualcos’altro: chi lo sa. Più cercavo di farlo ripartire, spegnendolo e riaccendendolo, meno sembrava andare. Intanto il tempo passava, e il buio scendeva. Fino a essere una buia coltre, stesa su quei vicoli nei quali mi ero perso. C’era voluto poco per far salire prima l’inquietudine, poi la paura. Ad ogni angolo che svoltavo senza riuscire a sapere dove fossi, scendevo un gradino della mia personale scala verso l’inferno. Quando avevo visto una porta aperta c’avevo anche creduto: dentro, una scala scendeva ancora più giù, fino a una porta da cui filtrava un filo di luce. Avrei dovuto capire subito, ma non vedevo l’ora di uscirmene da quella situazione che mi si era stretta addosso come un sudario.
    Ero sceso a tentoni e avevo aperto la porta: di là, un gruppo di donne parlottava attorno a quello che sembrava il bancone di un bar. Avevo fatto un passo avanti, per domandare la via più breve per tornarmene a Pigalle. Ma la più vecchia mi si era fatta incontro. Aveva fatto una battuta volgare, mi aveva dato una spinta per buttarmi in mezzo alle altre. Qualcuna si era messa a ridere, qualche altra mi aveva messo una mano tra le gambe, per constatare la mercanzia. Erano state proprio quelle, le sue parole, e io avevo scoperto con terrore che il mio corpo stava rispondendo contro la mia volontà. Un riflesso automatico, che però aveva dato loro il via libera. Dal nulla erano comparse bottiglie di liquido rosso, finito subito giù per le loro gole. Quindi erano comparsi un paio di coltelli, a sottolineare la loro richiesta: «Adesso fai quello che ti diciamo, e non avrai da pentirtene. anzi, avrai da divertirti: chissà quante volte l’hai sognato, eh?» C’era stata una risata generale, mentre cercavo di spegnere la testa. Avrei voluto dormire, estraniarmi, e invece ero sempre lì, ancorato a una realtà cui non potevo sfuggire.
    Quando avevano finito avevano detto che ero inutile, mi avevano legato le mani e, pungolandomi con le lame, mi avevano fatto saltare giù, nel vuoto. Sotto c’era il fiume; senza mani non era possibile nuotare e l’acqua era una melassa ghiacciata, che si faceva beffe dei miei flebili tentativi di rimanere a galla. Mi mancava l’aria, i polmoni bruciavano, per lo sforzo, e i ratti cominciavano ad avvicinarsi pregustando un banchetto. Mescolavo le lacrime al fiume: che venissero pure e mettessero fine al mio strazio!
    Quando ormai anelavo la fine, era apparsa una mano: mi scuoteva. Subito dopo una voce: mi chiamava. Era una voce di donna. Mamma, ho pensato. Ma non era la voce di mia madre, no, anche se mi stava costringendo ad aprire gli occhi su una realtà che la mia coscienza addormentava riconosceva già come più reale della precedente. Davanti a me, il volto della mia dentista: «Tutto fatto, signore. Mezza corona, prego!»
    Il dente se ne era andato, ma non la sensazione di sporcizia, di disgusto. Rimasi in silenzio, con la paura che lo venisse a sapere qualcuno. Che potesse uscire dalla mia testa. Da quel momento, quel fardello terribile sarebbe diventato la mia tortura.

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  3. oggi ci provo:

    Un giovane uomo si perde nel quartiere di Montmartre, intorno a lui buio assoluto. Il giovane si muove timoroso per quelle stradine cercando di orientarsi. Ad un tratto vede una luce filtrare da una porta, si avvicina, entra.
    Si guarda attorno e pensa “ma dove sono capitato?” un gruppo di donne di tutte le età stanno festeggiando il compleanno di una di loro, e sono tutte piuttosto su di giri per non dire ubriache. Lo guardano: il giovane è alto, muscoloso, davvero di bell’aspetto e una donna esclama: “Ecco il regalo ideale per la festeggiata!”
    Il giovane tenta di scappare atterrito ma tutte le donne lo prendono, lo spogliano e gli sono tutte addosso. Le urla del giovane sono inutili, si sente violato e vorrebbe morire.
    “Vi denuncio donnacce” urla lui alla fine.
    Le donne lo guardano e con un cenno di intesa lo legano come un salame, lo imbavagliano e lo gettano nella Senna. Lui sprofonda nell’acqua e si sente svenire.
    A un tratto una mano lo scuote, è la voce amica della dentista che gli dice “tutto fatto, Signore , mezza corona prego!”

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  4. Un giovane uomo si è perso per il quartiere parigino di Montmartre la sera dell’8 marzo quando forse avrebbe fatto meglio a stare à la maison. Intorno a lui una scure coltre di buio e da lontano la luce fioca di un bistrot situato al primo piano di un edificio sinistro. Sale le scale, in cerca di un rifugio: è stanco di scarpinare e a furia di camminare gli è pure venuta fame.
    Entra e vede un gruppo di donne alterate dall’alcool e dall’euforia della festa. Si chiede perché per divertirsi le femmine spesso si comportino come i peggiori dei maschi. Li criticano per poi prenderli a modello! Mah. Non fa a tempo a elaborare
    troppi pensieri a riguardo, una di loro, forse la più scalmanata, ché in ogni gruppo c’è sempre una leader, di solito quella che è maggiormente repressa tra le pareti domestiche, sbraita:
    “Eccolo finalmente, lo spogliarellista. Dove ti eri ficcato?”
    Lui tenta di chiarire l’equivoco, invano. Quelle assatanate lo prendono e iniziano a toccarlo dappertutto, forse vogliono rapinarlo. Stuprarlo? Difficile senza la partecipazione del ragazzo. Di sicuro spogliarlo. Pensa a quali boxer abbia indossato quella mattina: nooo quelli con Duffy Duck! Infine lo buttano sul palco. E in lontananza il rumore della Senna. L’uomo dondola, si sente lambire dalle onde e forse dai topi. O sono solo le mani delle donne, unghie lunghe e dipinte color giallo mimosa.
    Urla.
    “Lasciami, gallina!”
    “Gallina, a chi?” La voce amica, ma quella volta un po’ indispettita della dentista, dà l’ultimo punto di sutura e dice “tutto fatto, mezza corona!”

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  5. Montmartre è un posto magico, con quell’aria bohémien che si respira in ogni angolo e quei palazzi che raccontano storie di artisti malinconici in cerca di fortuna. Anch’io sono un artista, dipingo da quando mia madre, a otto anni, mi regalò il primo pennello con una scatola di colori a tempera. È proprio pensando a uno dei miei quadri che mi smarrii nei vicoli del quartiere parigino, mentre la scura coltre di buio rinnovava le mie paure infantili. Camminavo con finta spavalderia costeggiando un lungo muro. Cercavo di capire dove fossi: era impossibile orientarsi in mezzo a quel groviglio di viuzze tutte uguali. A un tratto intravidi una luce comparire miracolosamente come un occhio nell’oscurità e la raggiunsi: era l’unico punto luminoso di un vecchio palazzo con una scala. Quando fui in cima, le mie orecchie furono invase da un vocio a un tempo soave e stridulo che di là dalla porta prometteva chissà quale sorpresa. Lo scoprii abbassando lentamente la maniglia ed entrando in un atelier in cui donne vestite ritraevano donne svestite su tele adagiate sopra grandi cavalletti. Le artiste erano ammiccanti e a ogni pennellata rivolgevano sorrisetti allusivi alle modelle, ma con il mio ingresso l’attenzione si spostò all’improvviso su di me. Sorpreso e vagamente a disagio, tentai di capire cosa fare a quel punto. Ma il suggerimento non mi venne spontaneo, perché durante quei pochi attimi di riflessione mista a estasi, tutti quei corpi nudi si avventarono su di me e, mettendomi le mani addosso, mi manifestarono un intento che ancora non mi era chiaro: cercavano il mio portafoglio nella tasca del pantalone? E che bisogno avevano di abbassarmi la cerniera per derubarmi dei miei soldi? Ma non erano quelli che volevano. I bicchieri di vino rosso facevano compagnia ai barattoli di colore; le pittrici, come registe invasate di una triviale coreografia, bagnavano le labbra nel vino e poi il pennello nelle tempere e calcavano i loro segni nella tela ridendo in modo diabolico. Quelle morbose attenzioni su ogni parte del mio corpo finirono per inibirmi senza però fermare la baldanza delle reazioni fisiche cui, mio malgrado, non seppi sottrarmi. Non avrei mai immaginato di potere urlare, a un certo punto, ma così tanto e così forte che quelle feroci amazzoni furono costrette a legarmi, imbavagliarmi, persino buttarmi di sotto, nel fiume. Mi ritrovai accanto a una panciuta femmina di ratto che aveva sistemato i suoi cuccioli a bordo riva per cibarli con le mie carni. Finii per dondolare in mezzo alle acque, il freddo e lo shock ancora vivo finirono per togliermi il respiro. Poi una mano calda sul mio viso comparve in mezzo alla nebbia che si diradava davanti ai miei occhi. Mi svegliai nella sala della dentista presso cui ero in cura. Ricordavo solo di averle accennato la mia passione per l’arte nata all’età di otto anni, poi l’incubo. Caro, per giunta: mezza corona. E nemmeno saprò mai come è venuto il quadro lasciato a Montmartre!

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  6. Un giovane uomo si trova a zonzo nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lui una scura coltre di buio. Il giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, spavaldo, entra finalmente in un centro commerciale. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di negozio frequentato da donne dall’acquisto compulsivo. Le donne si avventano su di lui: vogliono che le accompagni tra borse, borsette, cinture, bigiotteria, intimo; lo seppelliscono sotto pacchi e pacchetti; se lo contendono per camerini, scambiandosi pettegolezzi e risatine; lo spediscono su e giù per i reparti; gli fanno fare la fila al posto loro; vorrebbero la sua carta di credito per comprarsi tutto il comprabile; abusano del suo tempo e della sua pazienza. L’uomo urla di terrore, le maniache lo trattengono, ma è lui che si butta al fiume, aspettano sulla riva di vederlo divorato dai topi, un uomo senza alcuno charme, meriterebbe di essere divorato. L’uomo sprofonda nell’acqua, comincia a bestemmiare. Al pensiero che lo possano ripescare per portarlo in un altro centro commerciale si sente soffocare. Una mano lo scuote, è la voce gracchiante della suocera. «Va’ a procurarti un carrello, non restare come un ebete. Ce l’hai la mezza corona, fesso?».

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  7. “Va bene, moderiamo il tiro: io ho una soluzione.”
    Uhm…e non è nemmeno tanto originale! Dato che il 17 gennaio è uscito Life and Death, ovvero l’inversione di genere di Twilight. Esperimento a mio giudizio anche ben riuscito. 😀

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    • I vampiri non sono esattamente nella mia orbita ma, da quello che si dice in giro, Twilight è un po’ la fiera del cliché di genere; il suo rovescio non credo che sia stato scritto per ovviare alle proteste delle femministe.
      Al di là del thriller, che come sempre è una scusa, la mia idea è diversa: si tratta di essere capaci di scrivere personaggi femminili forti. Che non significa fisicamente forti, belle, con qualche superpotere. Che non significa che esistano perché sono la donna del protagonista. Che non siano la solita infermiera materna, o la principessa che aspetta nella torre di essere salvata. Significa essere capaci di mettere un personaggio femminile dove – purtroppo! – di solito se ne mette uno maschile. Ti assicuro che non è facile e le donne per prime (Tenar docet) faticano a farlo. Un esercizio per abituarsi è quello che gli inglesi chiamano “genderbender”: se io scrivo un testo, posso scambiare di sesso i miei personaggi? Perché non scrivere una favola in cui la principessa deve salvare un incauto principe che è prigioniero di un drago?
      Il thriller ha una scena che è un tristissimo stereotipo: la violenza su una donna, con l’aggravante del sogno. Non voglio entrare nel merito della cosa né negli eventuali risvolti psicologici; voglio solo che, facendo “genderbender”, possiamo prendere coscienza del fatto che i nostri personaggi siano proni a certi schemi anche quando ci sforziamo di liberarcene. 🙂

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      • Era una battuta quella sopra, evidentemente non l’ho resa a sufficienza.
        “Quello che si dice in giro” rischia di essere un pregiudizio. Bisogna leggerlo personalmente un libro per valutarlo, fino alla fine. Che piaccia o non piaccia la tipologia (giallo, fantasy, storico, rosa, horror) è un altro discorso rispetto alla qualità dei personaggi. Per dimostrarne la qualità, Meyer li ha scambiati quasi tutti, non solo i protagonisti, con le eccezioni dei genitori per via dell’affidamento. E’ venuto bene? Se si pensa per clichè come dici tu no. Se ci si libera dagli schemi è perfetto.
        In fondo, anche il dibattito sui vampiri che non possono essere così “vegetariani” e “belli” e “normali” è un clichè dei predecessori del genere. Quando ne conoscerò uno, vi dirò com’è realmente. 😀

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        • La battuta era chiara, però volevo essere sicuro che fosse chiaro anche il motivo serissimo alla base del gioco di questa settimana.
          Se io dovessi mai incontrare un vampiro, te lo mando di filato. 😉

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  8. Non ho avuto ancora tempo di scrivere, ma ci sto pensando tanto. In realtà, non ho molta difficoltà a immaginare figure femminili aggressive, violente, che possano rivelare una natura tutt’altro che gentile; i fatti di cronaca raccontano episodi agghiaccianti. Il problema ce l’ho con la figura maschile che non riesco a elaborare. Non so se scrivere di un uomo che incarna in tutto e per tutto lo stereotipo maschile o se al contrario, mostrare un uomo che li contraddice.
    E poi, c’è il problema della storia di partenza, del sogno… Ci penso ancora… ^_^

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  9. Eccomi, mi aggiungo all’appello! ^__^

    I passi confusi di un giovane uomo calpestano un selciato scuro, avviluppato dal silenzio, interrotto soltanto dal sibilo di un vento freddo. Ombre sinistre seguono il suo cammino, deridendo la sua sicurezza di carta. Impettito segue un lungo muro maledicendo il quartiere parigino di Montmartre. Non avrebbe raccontato ad anima viva di essersi perso come una femminuccia. Sempre più spazientito raggiunge un portone dal quale proviene una calda luce aranciata; voci festose riscaldano l’aria. Incomincia a salire su per la stretta scala di marmo con una fretta dovuta più alla curiosità che non all’urgenza di chiedere informazioni. Al primo pianerottolo si ferma e entra in punta di piedi in una grande stanza immersa nella penombra. Si guarda intorno, registra i particolari del posto: bottiglie vuote e bicchieri stracolmi di alcool poggiati su tavolini rotondi; nuvole di fumo aleggianti come bolle di sapone; poltroncine di pelle, qualche sgabello; giù, in fondo alla sala, vede un piccolo palco illuminato da fiochi faretti su cui un paio di giovani ragazzi, vestiti solo con un papillon nero e slip dello stesso colore, danzano, seguendo il ritmo di una musica sensuale sotto lo sguardo compiaciuto del pubblico in sala. Non poteva crederci: era finito in uno strip club per sole donne. Inizia a valutare le implicazioni della situazione, ma viene interrotto dalla improvvisa vicinanza di tre donne, almeno era quello che il contesto gli faceva supporre; non riusciva a vederne le facce. Impalate davanti a lui, lo sovrastavano. Il ragazzo alza lo sguardo su di loro: volti spigolosi, bocche umide di vino e saliva piegate in smorfie sarcastiche, vestiti succinti che mettevano in bella mostra muscoli e tatuaggi da satanisti: teschi, croci, serpenti attorcigliati a spade, draghi dalle teste gigantesche e fauci spalancate. Il giovane uomo deglutisce nervosamente e accenna un timido sorriso. Queste lo fissano senza parlare. Non sa cosa aspettarsi. Vorrebbe dire qualcosa, ma non fa in tempo che si sente sollevare dalle tre energumene come fosse un pupazzo di stoffa, tra le risate e i commenti volgari delle altre donne presenti. Spera che queste vogliano solo i suoi soldi, ma resta deluso. Lo spogliano, lo toccano ovunque, sotto la minaccia delle tre gorilla, subisce ogni forma di umiliazione. Quando la più grossa delle tre donne afferra una bottiglia agitandola, col chiaro intento di usarla su di lui, il giovane si sente senza speranza e comincia a urlare e a dimenarsi terrorizzato. A quel punto viene colpito con forza da una bottiglia di vetro sulla testa, cade svenuto. Si ritrova legato e imbavagliato nel fiume in balia della corrente e di grossi topi affamati. Le risate di quelle donne lo raggiungono dalla riva. Gli manca l’aria, sprofonda. Vorrebbe piangere, la paura e la vergogna lo soffocano più dell’acqua che gli entra nei polmoni, ma una voce nella sua testa gli ripete: un vero uomo non piange. Un vero uomo resiste al dolore. Un vero uomo non ha paura. E lui, in una specie di delirio compulsivo ripete: non ho paura… Una mano leggera lo scuote; si sente chiamare con delicata insistenza, apre gli occhi sul volto gentile e sorridente della sua dentista, che comprensiva gli dice: «Tutto fatto signore. Mezza corona, prego!».
    Paga quanto dovuto ed esce silenzioso dallo studio: non avrebbe mai più pensato alle donne nello stesso modo.

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