Thriller paratattico n. 42: poetando (ancora)


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I risultati del thriller puffotattico sono stati buoni: abbiamo avuto 8 voti (più qualche problema di comunicazione, a quanto pare) che hanno issato Iara sul gradino più alto. Certo più alto di due mele e rotti, che è meglio! Persino il Grande Puffo mi ha telefonato (di persona personalmente) per complimentarsi con lei; Gargamella, al solito, non ha trovato di meglio che lasciare una pernacchia in segreteria telefonica. Sono certo che fosse lui perché, in sottofondo, si sentiva Birba sghignazzare.

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Oggi riprendiamo un suggerimento di Sandra. In un commento del thriller. n 38 diceva:

Mi era venuta un’idea poetica ma con cambio di parole, che [nel thriller n. 38] non si può fare. Tipo: Donna, rimembri ancora quel tempo di tua vita a Montmartre quando beltà splendeva negli occhi tuoi impauriti e fuggivi (fuggivi, non fuggitivi) ecc.

Ebbene, questo è esattamente il tema di oggi. Sbizzarritevi, copiate, frullate poesia e riportatela all’ovile, cioè a Montmartre. Oggi è lecito il saccheggio dei ricordi scolastici e delle antologie e, se qualcuno fosse abbastanza disperato sulla poesia, accetteremo qualche frattaglia di prosa che abbia ricevuto, quantomeno, lo stesso trattamento.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti. Domenica, in quanto Pasqua e in considerazione che l’esercizio di oggi non è troppo complicato, non ci sarà votazione. Però siete liberi di mostrare tutto il vostro apprezzamento commentando entusiasticamente!

 

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18 thoughts on “Thriller paratattico n. 42: poetando (ancora)

  1. E niente: se non comincio io… 🙂

    La donzelletta vien dalla Bretagna
    in sul calar del sole,
    col suo passo strano; e reca seco
    un tambureggiar di cuore,
    che le scuote il petto e il crine.
    Già tutta l’aria imbruna,
    e tornan l’ombre
    giú da’ colli e da’ tetti,
    al biancheggiar della recente luna.
    Or la luce dà segno
    della festa che viene da un palazzo;
    ed a quel suon diresti
    che il cor si riconforta.

    I beoni gridando
    su la tavolaccia in frotta,
    e qua e là saltando,
    fanno un lieto romore;
    e intanto siede alla sua parca mensa,
    fischiando, il truffatore,
    e seco pensa a far di lei malloppo.

    Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
    e tutto l’altro tace,
    odi la donzelletta urlar, odi la sega
    del mariuol, che veglia
    la sua bottega aperta,
    e s’affretta, e s’adopra
    di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba.

    Questo di sette è il più tetro giorno,
    pien di ferite e lacci:
    gran tristezza e noia
    recheran l’ore, d’ora in avante
    quando il pensier farà ritorno.

    Sorcetto scherzoso,
    cotesta coda dimena
    se vuoi la pancia piena,
    prima che nell’acqua nera, tumultuosa,
    s’affondi la festa di tua vita.

    Ma c’è una man che scote,
    e donzelletta sveglia:
    godi, fanciulla mia; stato soave,
    cotesta è anestesia.
    Altro dirti non vo’; ma paga la tua corona
    o mezza, e più non dimandare.

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  2. Una buona notte dalla mia lontana terra.
    Questa è una poesia di Ignazio Buttitta: “Sicilia luntana”
    (Che brutta fine che le ho fatto fare!)

    Comu ti chianciu
    ora ca ti pirdisti
    carusa sfurtunata,
    ca truvari a strata
    ti veni difficili
    tra li milli jardini
    di sta Montmartre.
    E sutta l’occhi lustri
    di la nutti
    e li facci scavati
    di le stelle
    t’infunnasti
    sutta u nivuru scialle
    finu all’antu di la porta
    unni vidisti na luci
    ca ti chiamava.

    Comu ti chianciu,
    figghia luntana,
    acchianasti li scali
    sbarracasti l’occhi
    e strincisti li vrazza
    quannu nivuri di lu sulj
    l’occhi funni
    e li capiddi scioti
    t’acchianaru d’in capu.
    Chiamasti, chiamasti
    e ti rispunnì sulu
    l’affannu amaru
    di u to cori ruttu.
    Strascinata tra caudu
    e pruvulazzu,
    acchianata ‘ncoddu
    ghittata ni li gucci friddi
    di l’acqua
    vampi nni lu celu
    e topi, topi p’ogni banna.
    Ma ti sbigliasti
    cu na vuci di luntanu
    “A ttia, mezza corona, prego!”

    Comu ti chianciu
    Ora c’a pagari!

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  3. Donna, rimembri ancora
    Quel tempo della tua vita a Montmartre,
    Quando beltà splendea
    Negli occhi tuoi ridenti e fuggivi,
    E tu, lieta e pensosa, il limitare
    Della collina salivi?
    Sonavan le quiete
    Strade, e le vie dintorno,
    Al tuo perpetuo canto,
    Allor che al canto femminile intenta
    Camminavi, assai contenta
    Di quel vago avvenir che in mente avevi.
    Era il maggio odoroso: e tu solevi
    Così menare la sera.
    Io gli studi leggiadri
    Talor lasciando e le sudate carte,
    Ove il tempo mio primo
    E di me si spendea la miglior parte,
    D’in su i veroni del paterno bistrot
    Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    Ed alle gambe veloci
    Che percorrea la faticosa strada.
    Mirava il cielo buio,
    Le vie buie e le coltri
    E quinci la Senna da lungi, e quindi montmartre.
    Lingua francese non dice
    Quel che tu sentivi in seno.
    Che paura tremenda
    Che disperazione, che urla o donna mia!
    Quale allor ci apparia
    La vita umana e il fato!
    Quando sovviemmi di cotanta paura,
    Un affetto mi preme
    Acerbo e sconsolato,
    E tornami a doler di tua sventura.
    O natura, o natura,
    Perchè non rendi poi
    Quel che prometti allor? perchè di tanto
    Inganni i figli tuoi?
    Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
    Da un chiuso bar
    Soffrivi, o tenerella. E non vedevi
    Il fior degli anni tuoi;
    Non ti molceva il core
    La dolce lode or delle negre chiome,
    Or degli sguardi lascivi e brutali;
    E teco gli ubriaconi
    Ragionavan d’abusi
    Anche peria fra poco
    La speranza mia dolce: agli anni miei
    Anche negaro i fati
    La giovanezza. Ahi come,
    Come passata sei,
    Cara compagna dell’età mia nova,
    Mia lacrimata speme!
    Questo è quel mondo? Questi
    Gli abusi, le rapine, gli omicidi?
    Onde cotanto temevamo insieme?
    Questa la sorte dell’umane genti?
    All’apparir del vero
    Tu, misera, ti svegliasti: e con la mano
    La fredda mezza corona al dentista
    Mostravi di lontano.

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  4. La donna, il cavator, la tenaglia, il disonor,
    le scortesie, falliche imprese io canto,
    che furo al tempo che passaro il thriller
    da blog a blog, e a Helgaldo nocquer tanto,
    seguendo i passi e i giovenil furor
    di madamoiselle francaise, che si diè vanto
    di sognar brutal genia in un bar
    sopra di sé, violentator d’onor.

    Dirò di un dente in un medesmo tratto
    cosa non detta in prosa mai, né in rima:
    che per dolor venne in furore e matto
    giovin che sì saggia era stimata prima;
    se da quel brano che tal quasi m’ha fatto,
    che il poco ingegno ad or ad or mi lima,
    me ne sarò però tanto impregnato
    che mi basti a finir quanto ho pensato.

    Piacciavi, generosa Scarparea prole,
    onor e clamor della Montmartre nostra,
    Michele, aggradir questo che vuole
    e darvi sol può l’umil blogger vostro;
    quel ch’io vi debbo, posso di parole
    pagar in parte e d’opera d’inchiostro;
    né che poco io vi dia da imputar sono
    che quanto io vi posso dar, tutto vi dono.

    Voi sentirete fra i più indegni vicoli,
    che nominar con vergogna m’apparecchio,
    narrar dell’ubriaco, che fu sine scrupoli
    e de’ altri rei illustri, lo stupratore vecchio.
    L’alta ignominia e oscuri gesti suoi
    vi farò udir, e se mi date orecchio,
    e vostri alti giudizi cedino un poco
    sì che tra lor miei versi abbiano loco.

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  5. ALTA E’ LA NOTTE (a Montmartre)

    Alta è la notte, ed in profondo buio
    vago per Montmartre, e ormai smarrita
    par la procella del mio cor destata.
    Io seguo un lungo muro, e guardo;
    e traverso alle nubi, che del vento
    squarcia e sospinge l’iracondo soffio,
    vedo da una casa per l’ interrotte vie
    qua e là deserte scintillar una luce.
    Oh vaga luce! e io cadrò adunque,
    e verrà tempo dell’inferno
    di avventori e odor di vino?
    E io pur anche col cor infranto
    abusata giaccio, piango, urlo,
    voi degli uomini i più vili?
    Deh! perché mai le membra or mi legate,
    e nel quieto fiume mi lasciate,
    che dalla riva voi state ad aspettare
    il mio straziato corpo di veder morire!
    All’odor tenero delle mie carni, ridenti
    volgea i topi i loro artigli; ed io intanto
    senza più voce e senza moto
    come un vano oggetto a dondolar comincio,
    che la corrente pietosa mi trasporta,
    e inerme annego.
    Oh rimembranze! oh dolce vita! io dunque,
    dunque io per sempre s’ho perduta, e muoio?
    Ma quale mano mi scuote? Di chi
    la voce amica? Ahi, destata
    dall’incubo, e dalla anestesia
    già mi ritorna su le ciglia il pianto!
    Mesto il dentista aspetta,
    da tempo pronto a chieder compenso inizia:
    “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego.”

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