Thriller paratattico n. 43: effetti speciali – lens flare


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La versione poetica del thriller è stata prodigiosa: da un lato mi dispiace non aver fatto la votazione per il thriller n. 42, e dall’altro sono felice che sia andata così, perché tutte meritavano ampiamente. Sia come sia, posso solo dirvi che se non avete letto o partecipato dovreste farlo subito: il link è attivo e il post aspetta solo voi.

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Qualche tempo fa, Sarah Taylor Gibson aveva fatto la seguente affermazione:

Scrivere un romanzo è dura, quando quello che vedi nella tua testa è un film: non esiste un equivalente scritto di “un bagliore di lenti dovuto alla macchina da presa” oppure “montaggio in slow-motion con colonna sonora di canti gregoriani”.

Come sempre, postare affermazioni categoriche è il miglior modo per sfidare Internet a trovare soluzioni a problemi che a prima vista – ma solo a prima vista – sembrano insuperabili. Non vi dirò le soluzioni che hanno già dato, perché credo che noi sapremo fare di meglio; diamo quindi il via al primo degli effetti speciali cinematografici che bisognerà rendere sulla pagina: come potrete vedere, nel thriller ho inserito l’effetto in un punto e starà a noi scoprire come tradurre in scrittura ciò che è fin troppo ovvio, visto su di uno schermo.

Si parte proprio dal bagliore delle lenti, in gergo “lens flare”. Visivamente l’effetto è questo:

Lens flare - da wikipdia

Lens flare – da wikipdia

ed è uno degli effetti classici di programmi come Photoshop. Tanto viene ricercato da chi sa di fotografia quanto càpita (quando non servirebbe) agli imbranati come me che non sanno scattare una foto neppure sotto dettatura.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock, comprensivo di effetto video:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce (bagliore di lenti delle luci nella stanza, quando lei apre la porta), si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

 

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33 thoughts on “Thriller paratattico n. 43: effetti speciali – lens flare

  1. Buongiorno!
    Non ho capito cosa bisogna fare: descrivere l’immagine con quell’effetto? Immaginare l’intera scena sotto quel bagliore?

    Pardon, sarà la stonatura da rientro… 🙂

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    • Trovare un modo, una figura retorica, un sistema qualsiasi che possa – a nostro giudizio – produrre nel testo l’equivalente visivo del “lens flare”. Il punto preciso in cui inserirlo è quello in cui ho evidenziato l’effetto, ma è anche possibile che sia necessario riscrivere e/o ampliare a tutto il thriller la tecnica che abbiamo deciso di usare.
      Non so se sono stato chiaro, ma io mi sono capito 🙂

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    • E io stavo aspettando che qualcuno cavasse per primo un’idea 🙂

      Vabbè… ecco la soluzione che hanno dato. Notate che non è detto che sia l’unica, tanto meno la migliore.

      La figura retorica è l’epanalessi, in particolare nella forma dell’epizeusi.

      Es:
      Cadeva. Cadeva. Cadeva. Non c’era nulla che trattenesse Marie dal precipitare nel fiume impetuoso, più giù. Poteva solo sperare in un miracolo, che la salvasse in un qualche modo a dispetto di un salto di sette metri in neppure due metri d’acqua.

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  2. A) te lo dicevo io di venire a prendere una boccata d’aria fresca in Sicilia!

    B) che tipo di laurea bisogna conseguire per capire bene questo esercizio?

    C) tra poco invecchio di un anno: si vede che i miei neuroni cominciano a rassegnarsi!

    😀 😀 😀

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    • A) Lunedì, al bar “Siciliano” (sic!) di un paesino sui colli qui nel profondo nord, ho sentito domandare se ci fossero cannoli. La signora al banco, dall’accento forse romeno, ha risposto che i cannoli c’erano. Solo che li preparavano *al momento*. E io mi ero accontentato di un caffè senza zucchero…
      B) Nessuna. Basta scorrersi le possibili figure retoriche e ragionare su quale sia quella che meglio si adatta all’effetto speciale.
      C) È l’esercizio che fa l’organo. Penna in mano, e scrivere. Hop! Hop! 🙂

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      • È il cazzeggio post vacanza! Devo riabituarmi ai ritmi romani! 🙂

        TI PREGO: cannoli siciliani serviti da una signora romena… non si può sentire! Il mio prof. di latino e greco avrebbe detto: Nun cunfunnimu purpiti cu purpetti!

        Okay, basta. Ora mi impegno sul serio, anche perché, forse, ho finalmente capito! 😛

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  3. Buon pomeriggio a tutti! 🙂

    Ho letto con attenzione l’esercizio da fare, la soluzione proposta come esempio e anche a me sembra abbastanza impegnativo. Però voglio provarci, eh. Ho solo bisogno di un po’ di tempo… Prima di domani sera sono in alto mare con gli impegni.
    Ciao 🙂

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  4. “Tanto viene ricercato da chi sa di fotografia quanto càpita (quando non servirebbe) agli imbranati come me che non sanno scattare una foto neppure sotto dettatura.”
    Quell’effetto ce l’hai quando ti metti quasi contro luce. A me viene di continuo, con la mia derisa Nikon automatica…quegli altri non ci riescono manco con una valigia di lenti intercambiabili. Loro lo chiamano difetto, io arte. 😛

    Comunque no, non c’ho capito niente dell’esercizio nemmeno io.
    …ma che cosa c’hai trovato dentro l’uovo di Pasqua??!! 😉

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  5. Provo a contestualizzare, per vedere se la cosa diventa più chiara.

    Siamo tutti molto abituati a vedere film e serie tv. Possa piacere o no, siamo abituati a “parlare” il linguaggio delle immagini molto più che quello delle parole. Questo succede in particolare ai non lettori, ma non si può dire che chi scrive ne sia immune.
    Ci sono alcuni messaggi che siamo abituati a percepire attraverso stilemi ben precisi: certi tipi di musica o di effetti sonori alzano la tensione; un baluginare di lenti sottolinea una inquadratura; altri effetti più recenti (penso al bullet-time) danno l’idea dell’azione concitata e velocissima; i piani-sequenza o le carrellate introducono o mostrano alcuni aspetti; una zoomata ci costringe a focalizzarci su un oggetto in particolare; e via di questo passo.
    Gli effetti non si esauriscono qui, ma spero di aver dato una idea di quale sia il materiale di partenza.
    Quando scriviamo, nella nostra testa le scene potrebbero prendere forma nei termini di quegli effetti che ho appena esposto; chi legge è invece pronto ad accogliere gli effetti e a interpretarli “al volo”, perché cinema e televisione ci hanno abituato così.
    L’idea, allora, è di cercare una tecnica di scrittura che produca sulla pagina l’equivalente di un effetto speciale. Quello che mi piacerebbe è costruire, nel tempo, una cassetta degli attrezzi che traduca un “lens flare” in due o tre tecniche possibili (l’epizeusi potrebbe essere una). Tutto questo per facilitare chi scrive pensando ad una scena in maniera visuale.
    Ma non solo. Si parla spesso di scrittura creativa, ma io non ho mai sentito nessuno cercare di travasare tutto il lavoro e lo sviluppo fatto nella ottava arte in quello che è la scrittura. In nome, forse, di un lignaggio che non esiste più nel terzo millennio. Le cose più belle sono sempre apparse dalla commistione: ebbene, io vorrei mettere in contatto pellicola e carta. So che lo possiamo fare.
    Sto chiedendo troppo? 🙂

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    • Sì! 😛
      Comunque, se ho capito, io ho mescolato pellicola e carta nel punto in cui tu lo hai richiesto usando simploche e omoteleuto.
      Se ho capito me lo devi dire tu, però.

      Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, intravede una luce, sale. E sale fino in cima con il cuore in gola. Apre la porta, ha la vista appannata, sbiadita, distorta come dentro un sogno. Apre e si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: un abbaglio. “Ti piglio”, “Ti spoglio”, “Ti voglio” – le gridano ridendo e scherzando.
      La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

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    • “Tutto questo per facilitare chi scrive pensando ad una scena in maniera visuale.”
      Forse non lo capisco perchè la mia difficoltà è inversa? Cioè io ho SEMPRE la scena in maniera visuale, e la devo RIDURRE a parole…E sì, faccio fatica. Spesso mi chiedo se non dovrei scrivere copioni! Magari faccio prima! 😦

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  6. Io il lens flare me lo figuro che illumina e rimbalza tra i bicchieri: una scena amena per un breve istante, ma che vira al disastro non appena la protagonista capisce che non è una festa bensì un trogolo. Anche per me figure ridondanti: chiasmo, ripetizione e un pizzico di sinestesia.

    Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce.
    Aperta la porta furono bicchieri, risate, bestemmie, vino e fiotti e fiotti di panico, viscido e freddo, capendo d’esser nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.
    Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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  7. A ogni passo che faccio immergo i piedi in uno strato di bassa foschia, riflette il debole chiarore della luna e risalta il contrasto con le buie pareti dei vicoli. Copie di copie di mura che non riesco più a distinguere. Posso dire di essere ancora a Montmartre? Decido di seguire un percorso, uno qualsiasi, costeggio una parete del labirinto sperando che mi riesca di uscirne.
    Una casa, anonima come le altre, ma decido di entrare. Dovrà pur esserci qualcuno. Sento delle voci concitate, discorsi incomprensibili e l’eco di risate. No, non è il meglio cui possa aspirare, ma è quel che ho, e pare meglio che restare in fondo a queste scale buie. Inspiro, salgo.
    Il fumo aleggia all’altezza degli occhi, la nebbia si è spostata più in alto. Il barista sta pulendo un bicchiere con uno strofinaccio, e quando lo alza la luce alle sue spalle mi abbaglia, riflessi concentrici, bollini colorati che mi danzano davanti agli occhi.
    Attraverso il locale sotto lo sguardo famelico degli astanti, ora muti dietro ai loro ghigni. Ne arriva uno, e il branco lo segue. Un attimo e sono circondata, ovunque mi volti vedo il loro volti, i loro denti marci, le loro mani unte che mi ghermiscono, mi toccano. Mi violano. Urlo, mi difendo, ma invano. I loro schiaffi si abbattono sul mio viso, stordita, mi prendono in braccio trastullandosi con me come una bambola di pezza. Chi è così malvagio da proporre l’ultimo gioco? Una corda mi stringe, ed eccomi fuori, di nuovo nel buio, di nuovo nella nebbia, catapultata nell’acqua gelida del fiume.
    «Guarda che arrivano, guarda che arrivano! Adesso se la mangiano i topi!»
    Affondo, lenta, bolle d’aria mi abbandonano e risalgono verso la superficie. La vista della luna sfuma mentre una voce ovattata chiama il mio nome, ancora e ancora.
    Sobbalzo, la luce della lampada mi stordisce con riflessi concentrici, bollini colorati che mi danzano davanti agli occhi.
    «Tutto fatto signora, il suo bel sorriso è splendente più di prima. Mezza corona, prego.»

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      • Latitavo da un po’.
        Non sono riuscito a leggere prima i commenti e i suggerimenti, stamattina mi sono alzato, ho scritto e ho postato. Sono andato sul classico “show, don’t tell”, ho cercato di rendere l’immagine per quel che era, senza artifici letterari: non so, usare una figura retorica per descrivere un effetto ottico mi sembra una complicazione al quadrato. Le figure retoriche sono già i nostri effetti speciali 🙂
        Già che c’ero ne ho aggiunto qualcosa di mio.

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        • XD
          Ognuno sceglie una strada; non è detto che ce ne sia una migliore delle altre ma immagino che, come sempre, dipenda dall’uso che se ne vuole fare.
          Come dicevo, vorrei che alla fine rimanesse a disposizione di tutti un compendio di effetti video e delle loro possibili “traduzioni in scrittura”, tutto qui. 😉

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  8. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa: gradini che salgono, sale. Una porta socchiusa, la apre. Lampi, bagliori, riflessi improvvisi colpiscono i suoi occhi. Granelli di luce si insinuano tra le sue ciglia, offuscano la vista, distorcono i volti, le cose, i pensieri. Sbatte le palpebre: bicchieri; socchiude gli occhi: bottiglie; li apre: caraffe di vino sparse sui tavoli. Le immagini ora sono chiare. Uomini, tanti uomini bevono, ubriachi si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La luce si fa cupa, l’avvolge. La donna singhiozza: fermatevi! Piange, implora, urla di terrore. I maniaci la legano, lei non può più muoversi; la imbavagliano, lei non può più gridare; la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. Non ci sono più luci, nessun riflesso, né bagliori. La donna sprofonda nell’ acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”.

    Ho pensato a quelle mattine in cui il sole splende e la luce irrompe luminosa nella stanza, e gli occhi restano abbagliati e socchiusi prima di potersi aprire. 🙂

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