Thriller paratattico n. 47: chi ha paura del dizionario?


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Oggi, dopo una lunga latitanza, ricominciamo con il thriller paratattico. Abbiamo lungamente vagato per i blog amici, incontrando nuovi e diversi modi di interpretarlo, ma questa volta faremo una cosa che spero possa essere divertente. Prima di cominciare, però, vorrei segnalarvi che sulla pagina della classifica dei finali stiamo cominciando a ragionarne in maniera un po’ più approfondita: venite a dire la vostra!

L’ultimo thriller verteva sui tabù. Tutti lo abbiamo inteso come paura. Persino desiderio. Eppure, c’è una paura che attanaglia tutti gli scrittori che nessuno ha avuto il coraggio di infrangere: quella della buona scrittura.

Tutti noi (si spera) vogliamo scrivere bene; non solo: che ci venga riconosciuto. Curiamo ortografia e sintassi. Usiamo proprietà di linguaggio. Cerchiamo persino termini desueti, pur di fare descrizioni forbite. E a volte sbagliamo, a essere pedissequi della norma: gli scrittori non hanno paura della lingua, perché la usano e la forgiano. Non ne sono schiavi, ma la comandano. Fatevi un giretto per Internet, a scoprire le parole che tutti i grandi della Letteratura hanno inventato. Non è certo questione di petaloso, ma da Shakespeare a D’Annunzio è tutto un fiorire di cambi di genere, invenzioni, espressioni dialettali e storpiature diventate norma.

E noi? Cosa stiamo aspettando a fare la nostra parte? Abbiamo un brano e abbiamo la nostra fantasia: dobbiamo solo chiudere il circuito, e il gioco è fatto.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

 

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51 thoughts on “Thriller paratattico n. 47: chi ha paura del dizionario?

  1. Provo io 🙂

    Una modellah si aggira per Montmartre, attorniata da una scura coorte di buio. A nulla valgono la capigliatura boccolosa e le centinaia di corone d’estetista: con quella roba si cavalca il testosterone dei cacaghisa da palestra e non la paura, che invece se ne ciava e s’arrabatta tra i vicoli, in cerca di qualcosa da fare. La modellah vede una porta, entra, sale le scale: c’è un fiocco di luce, lassù.
    Solo che si trova in un ritrovo di barstardi che si tuffano su di lei: l’unica volta in cui avrebbe benedetto uno sfigato che scriva mega-parti le tocca restare. La modellah urla di terrore; i barstardi la legano, la scendono nel fiume, aspettano che la divorano i topi. Lei sprofondah nell’acqua, donodolah, soffocah.
    Una mano la scossa, si sveglia: «Ah! Il dentistah!»
    Lui sorride e dice: «Tutto fatto signorah. Mezza coronah, prego!».

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  2. Mi scrive Helgaldo (che è gentile e non mi ha voluto sputtanare in pubblico): «Mi pare molto stile Arancia meccanica, che forse avevamo fatto.»

    Non “forse”, Hel. Lo avevi fatto tu; era stato uno dei primi, mi pare. Infatti ne ho ripreso “barstardi” (per pigrizia). Il fatto è che nella mia versione, qui sopra, c’è troppa variazione e invenzione per un brano così corto, e si finisce per tornare là. Sarebbe bastata una parola sola, ma questo è un esercizio. Non un pezzo da pubblicare.

    Pensavo un po’ a chi, per esempio, scrive sempre e solo in punta di forchetta: a volte bisogna saper sporcarsi le mani. E poi si è fatto un gran parlare di petaloso e tutto quanto; ma persino Camilleri (che non è certo da Nobel) ha sdoganato sui dizionari alcuni lemmi e modi di dire del siciliano. Pensavo anche alle (utilissime, per carità) puntualizzazioni di grammatica che si leggono in giro. E pensavo che gli scrittori veri danno materiale ai compilatori di dizionari e di grammatiche. Non il contrario. Il che, è ovvio, non è un “liberi tutti”, ma solo un piccolo tentativo di trovare quella consapevolezza necessaria a forzare le regole quando sia necessario.

    Anche se forse il messaggio non s’è capito, dal mio post…

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  3. Ehm… Dobbiamo riuscire a guadagnarci la nostra licenza poetica, giusto?
    Quindi, non si tratta di inventare solo neologismi. Almeno dal tuo esempio, mi sembra di aver capito così.

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    • Esatto. Io ho provato a fare uno zibaldone, per dare un po’ il via, ma ci sono molti modi: neologismi, verbi intransitivi usati come transitivi, parole prese dal dialetto, cambi di genere, volgarità assortite.

      Tutto quello che di solito non ci piace scrivere 🙂

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  4. Premetto che detesto le ripetizioni, le parolacce e le cose scontate, quindi ho dato fondo al mio peggio.

    Insomma, camminare al buio mamma lo sconsigliava sempre, ma insomma, che palle, dare sempre e sempre e sempre retta a mamma. Montmartre non era forse un pullulare di brava gente la notte, ma nemmeno quella per bene era poi da considerarsi brava gente. Chissà quando schifo albergava sotto il finto perbenismo di certe eleganti persone.
    Mentre camminava strisciando un po’ i vestiti buoni sui muri ammuffiti, la giovane ragazza scappata di casa per la solita lite serale, sperava le capitasse qualche cosa per far salire i livelli di adrenalina, però sperava anche non capitasse nulla, per non darla vinta a mamma al momento del ritorno a casa. Sai che rottura assistere alla solita solfa del “te lo avevo detto” che avrebbe fatto da colonna sonora per tutta la settimana?
    E pensa che ti ripensa, un odore strano, una luce invitante la ispira a salire quei tre sudici scalini alla ricerca del brio perso, tra le mille raccomandazioni di casa. Lo spettacolo in effetti non è dei migliori, uomini bevuti che ruttano e scoreggiano ridendo a crepapelle, tra odori di stantio e di sudore che contaminano l’intero locale. Troppo tardi per uscire senza destare altro interesse, tanto vale vedere se può diventare interessante. Così con uno sguardo ammiccante si avvicina a quello che pare essere il più innocuo del gruppo, o forse il più ubriaco.

    Il silenzio si fa strada e ingoia il poco coraggio che ancora le da la forza di stare in piedi. Un’ultima sfrontata prova prima di cedere al pianto.

    Potrebbe finire male, molto male, talmente male da non poterci essere un dopo, ma dopotutto chi se ne frega, Una mano appoggia un bicchiere lercio sul tavolo, un’altra le spinge la sedia sotto il sedere e la serata ha inizio.

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  5. Una giovane donna si è smarrita in un quartiere; non un quartiere qualsiasi; quello parigino, di Montmartre. A vederlo così, senza luce, sembra la brutta copia di una cartolina a colori. Un susseguirsi indistinto di cose in grigio e nero.
    “E lei?” Lei è dentro a quel malfatto disegno. E cammina… cammina…
    Fra i vicoli spenti, con gli occhi aperti, senza sapere dove andare.
    Pensa: quel lungo muro, forse.! Lo costeggia. Trema. Ha paura.
    Vede: una casa, una scala, una luce. Chiude gli occhi. Li apre.
    Si trova in un bar; non un bar qualsiasi; uno di quelli con sedie stanche, tavoli annoiati e uomini ubriachi. A vederlo così, con un po’ di luce, sembra la brutta copia di una cartolina a colori. Un susseguirsi indistinto di facce in grigio e nero.
    “E lei?” Lei è dentro a un disegno scarabocchiato. Loro sono gli scarabocchi. Scarabocchi che le si avventano contro. Vogliono.!
    Non riesce a pensare: rapina, abuso, forse.! E urla… urla…
    Le grida di terrore si disperdono fra i vicoli spenti, senza sapere dove andare.
    Vede: una corda, una finestra, vuoto. Chiude gli occhi.! Li apre.!
    Si trova nel fiume. Non un fiume qualsiasi. La Senna. A vederlo così, senza luce, con un po’ di luce, sembra la brutta copia di una cartolina a colori. Dalla riva aspettano di vederla divorata dai topi.
    “ E lei?” Lei è un disegno strappato. E sprofonda… sprofonda…
    Nell’acqua dondola, soffoca.
    Pensa: vorrebbe essere un acquerello.!
    Sente: una mano la scuote; una voce amica la chiama. Finalmente si sveglia.
    Il dentista : «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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  6. 15 luglio 3968
    Il Robot modello Giuliva 33, con il navigatore fuori uso si aggira nel quartiere parigino di Montmartre, con l’urgente necessità di caricarsi e connettersi con la stazione spaziale La Grande Madre.
    I vicoli stretti e bui sono un labirinto senza senso. Si aggiusta il mini top giallo fosforescente, e continua a camminare ancheggiando, accompagnata dal ticchettio del suo tacco 12. Rilevamento gatto nero ore 6, cane che fa i bisogni ore 4, nessun umano. Ma il sensore segnala voci. Provengono da un antro buio con un’insegna arrugginita e mezza staccata “Mano Morta”. Entra. Forse potrà caricarsi e collegarsi. La luce delle scale non funziona, umani incompetenti! In alto intravvede una luce. Sale. Il vociare aumenta. Spinge la porta semiaperta che cigola. Tutti gli occhi si girano su quella splendida ragazza nera, con gambe chilometriche. Nel bar puzzolente e fumoso cala il silenzio. È pieno di uomini trasandati e ubriachi, c’è chi resta con la bocca bavosa spalancata. -PERICOLO, PERICOLO, il segnale le ronza in testa, RETROCEDERE VELOCEMENTE- ma il tacco 12 si pianta in un piede dietro di lei. L’urlo è immediato. Il robot viene preso per il collo e sbattuto a terra. Due loschi figuri ghignati,la guardano dall’alto. Giuliva 33 sorride ammiccante: «Fate di me ciò che volete, prima ca ri ca te mi».
    «Che oca giuliva, Geppo! Questa vuole essere caricata», ride l’uomo piccolo, pelato col ventre prominente.
    «Mi conoscete? Ca ri ca te mi».
    «Sìii! Prima ti puliamo, poi ti accontentiamo?», il compare allampanato, dai capelli unti ride e risponde con un sonoro rutto. Arraffano nella borsa e addosso a quel corpo perfetto.
    Il sensore di 33 ronza nelle testa – UBRIACO, UBRIACO; BATTERIA AL 10%: «Pre go… ca ri ca te mi».
    «Sce proprio proprio insciscti. Spillo tu laa preendi peer i pieedi e io peear le spalle, ook?», «Ok». Sghiganzzando, barcollando, si appoggiano al muro, arrivano al fiume e SPLASC… Quando: «Sensore modello Giuliva 33, umidità! pericolo circuiti!»
    «Che?!!!»
    «Cretino! È un robot! Ci potevamo fare un fracco di soldi!»
    «Geeppo aiutami, tttienimi strettto», afferra il braccio del compare, si china, si allunga verso il robot e… SPLASC! L’acqua è ghiacciata: «Aiuto! Non so nuotare!» Spillo annaspa ma non molla l’amico, che barcolla. Le artiglia la giacca e… SPLASC!… «Manco io».
    Una mano la scuote, Giuditta si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora, mezza corona, prego!»

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  7. Un’antippa donna ha arrovesciato la strada nel paris quartiere di Montmartre. Avvoltolata nel buio del tardo meriggio, avanza istericando fissa fissa ad un lungo pietrato. Tremiggia. Affanna. I cospici oscuri sembrano agglomerarla. Scuote uno sbarluccico da una scostada interna. Innesta su per gli sgradini, uno y uno. Smarcimento ed olezzo tra il pulviscolo areo. Ma illa necessita di un intendimento. Si fa compatta ed inoltra. Ahimè, esto è un bacaro pieno intriso di mesumeri accavezzati. I sensarii la irridono e la invitano a festeggiar al loro desco. Ma è solo burlescame. Cercheno dineri, o forse oltreggiare il suo onorato. Spolmonizza a tutto ardore, ma i scampiati prima la squarciano a turno, poi la introdiscono in una corda diametrata stretta. Spezzata e cosparente, illa ecclama la scure mortale ante liberazione. Dei essi abbuttano il suo bodo nello scolato impetuoso e si placano al solato per vederla pasteggiata dai nutri. L’antippa deglutisce nell’accadue, sobbonzola lentamente verso il finale. Le manca l’areo sempre più più.
    Un ditato la scuote, illa si desta ebetita e sconquassa. Finalmente un sonoro conosciuto del cavatorzoli. §Tutto close maddama. Mezza cisterna, denghiu/§

    PS: Ha detto il mio amico Sigmund che questa è la prova che ho bisogno di lui…. 😀
    PS2: Il correttore mi segna tutto in rosso…

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  8. Mi è venuto un mezzo grammelot, mi pare 😀

    La dama stava spersa per lo scuro vicolame della puzzanaso parigina. Passetta incerta tastando un lungo muro, infine, paurosa, entra in una casa. Salita pianprimo, ché sbrilluccica un lume, eccola tra beoni sfatti di malfamata bettola. I ceffi, pattegonfie, la strusciano ben bene e già se la gustano. Quella, capite bene, grida allarmi e malanni, ma l’altri la pigliano a corda stretta, all’inzuppo nel fiume, aspettando in riva il corpo morto sfatto dai ratti. La dama scende a fondo, sballando imbriaca, sfiatata. Ma una mangentile la porta a veglia, lontana dalla montmartre d’ansia.
    È il dentista, che, per fatto lavoro, s’accontenta con mezza corona.

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  9. Me la sono ricordata, l’Arancia meccanica da Helgaldo. Lì mi ero sbizzarrita con neologismi di ogni tipo (ti ricordi il “dentivendolo”?)
    La variante di oggi è un’impronunciabile versione fatta da un abitante di Sant’Angelo Muxaro mezzo raffreddado e mezzo rin******ito. 😀

    Una ciovane tonna, si attrova spertuta nel quartiere pagirino di Mottmatt, intorno a lei una scura cortre di buio. La ciovane cammina fra i vicoli costecciando un lunco muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comingia a indravetere una luce, si attrova nel mezzo di un barro freguendato da uomini urbriachi. Gli uomini si avvendano su di lei: la vogliono rabinare, forse abbusarne. La tonna urla di terrore, i maniaci la lecano, la buttano in un fiume, aspettano sula riva di veterla tivorata dai topi. La tonna spofronda nell’acqua, comincia a doddolare. Si sente soffocare. Un mano la sguote, si arrisveglia, finalmente la voce amica del tentista: “Tutto fatto signora. Mezza corona, preco!”

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  10. È di derivazione araba, Muxaro viene dall’antico feudo di Mussaro che significa luogo di rifugio.
    Infatti è l’ideale per chi vuole fare perdere le tracce di sé, talmente è “incugnato”! 😀

    Una storia con protagonista un dentivendolo santangelese… ci sarebbe da pensarci! 🙂

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  11. Ma si può sapere dove spiffero mi trovo?
    – Amo dove sei? Sn Ore K ti cerco! – il mssg non parte, sta chiavica di cell doveva perdere il segnale proprio qui?
    Che sbattimento questo Montmartre.
    Confesso, sono una pivella. Errorista delle strade, mai capito dove fosse il nord. Ehmbè?
    Perchè Amo deve sempre rugarmi per questo? Non sono mica sdigitata come lei. Io so whattsappare!
    Certo che se non c’è campo…
    No no no nooo il buio non lo voglio, mi copre la vista e le cellule neuronal! Vattene via. Sciò!
    E mò che fò? Ecco! Col tatto frugo questa rugosa muraglia, da qualche parte mi porterà.
    Siiii, le scale! Saliamocele su, che il primo piano luccica. E’ un bar. Mi butto dentro. Birrabordanti e svinazzati mi fissano bavosi.
    Che schifo di epifanata che mè venuta in mente di salire quassù!
    Le corde mi insalamano da non riuscire più a muovermi.
    Bruti. Addio grana, cell e golf. Ci mancava solo la splasschhata in questa schifosa melma gelata.
    Ehmbè! che hanno da fissare? E questo rosicchìo cosè? Pantegane! No non ce la posso fare. Stavolta mi manco davvero!
    Finalmente il ganzo mi scuote – Appena le gengive guariscono facciamo il calco per la denta. Vai tra. Scuci tanti mezzi oboli Tipella! –
    Mi tasto in bocca. Tutto ok. Mi sa che alla prossima battutaccia questo lo mollo.
    – Amo ci sei? Sborso la mezza corona e scappo da te! –

    P.S. Non lo voglio nemmeno rileggere.. chiudo gli occhi, incrocio le dita e lo spedisco.

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  12. ​La giornata era cominciata di merda fin da quando, al mattino, avevo messo piede
    a ​ Courcouronnes una delle banlieue parigine, una vera e propria enclave dove è raro sentir parlare francese
    Ho posteggiato la macchina certa che mille occhi spiavano le mie mosse, con la sensazione diessere trafitta da frecce intinte nell’odio. Mi sono infilata all’indirizzo indicatomi e ho preso a salire le scale fra le esalazioni mefitiche dell’ostilità e degli odori speziati dei cibi arabi o pakistani.Sono un’assistente sociale e dovevo farlo,anche se non so mai cosa m’aspetta.
    Consegno la convocazione a due disgraziati indegni di essere un padre e una madre che :
    m’ insulatano, ma me ne frego e me ne vado
    Lascio il quartiere con un senso di claustrofobia e cerco di risollevarmi a pranzo. 12 ostriche mi compaiono davanti e le affronto con tutti crismi : una spruzzata di limone, una goccia di Tabasco e di Worcester ; una delizia, se non fosse per l’incisivo che si spezza in due, urtando la conchiglia, Vabbè dai, mi rifarò stasera con gli amici,drogandomi a suon di musica . E INVECE NOOO! Irrompono dei mostri neri, armati fino ai denti che, con il Kalaschnikov sparano sventagliano all’impazzata. Sono terrorizzata, quando… una mano mi scuote e mi sveglia : finalmente la voce amica del dentista : ” Tutto fatto signora, sono 150 euro”.

    Cristiana

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