Thriller paratattico n. 48: finale di partita


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L’ultima volta abbiamo provato a liberarci di vocabolari, grammatiche e tutto quanto ci imponesse dei vincoli. La creatività e l’estro hanno preso il sopravvento e, domenica scorsa, abbiamo votato il frutto del nostro esercizio. Isabella e Barbara si sono divise le preferenze, ma Isabella l’ha spuntata per una incollatura: è dunque lei la vincitrice di questo round. Helgaldo, anche per questa volta, ha messo in palio un libro: si tratta di Leila Slimani, Nel giardino dell’orco, edito da Rizzoli. Prego dunque Isabella di contattare me o lui, tramite e-mail oppure direttamente qui, per comunicare l’indirizzo al quale spedire il premio. Complimenti!

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Abbiamo da poco fatto una gara di finali. Abbiamo discusso su quale fosse un buon finale e, anche in quella occasione, abbiamo scelto i migliori con una votazione. Del thriller avevamo già scritto l’incipit; ora, com’è ovvio, dovremo scriverne l’excipit.

Abbiamo visto che un finale può essere brevissimo oppure lunghissimo. Abbiamo visto che può fare la paternale al lettore o essere quasi indistinguibile dall’inizio di una storia. Che sia con un dialogo oppure con uno “spiegone”, scrivere finali è complicato almeno quanto scrivere le prime righe: dopotutto chi scrive non ha più frecce, al proprio arco, perché la storia ormai è conclusa, il climax è raggiunto e tutti i tasselli sono al proprio posto. Tranne uno: manca l’ultima pennellata per chiudere il quadro. Ciascuno di noi ha le proprie preferenze, in merito, e i manuali – solitamente ciarlieri su tutto – latitano pericolosamente su questo versante. Starà dunque a noi ricamare sulla chiusura della celeberrima storia della ragazza a Montmartre.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

 

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60 thoughts on “Thriller paratattico n. 48: finale di partita

  1. BUONGIORNO! ^_^

    Non sembrava possibile. Niente era stato reale. Guardò ancora per un momento il suo dottore. Pagò mezza corona e uscì; felice di dimenticare, dietro a quella porta, il quartiere parigino di Montmartre.

    (Poi, se con calma ne penso un altro, posso scriverlo, vero?)

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  2. Complimentissimi alle bravissime e meritatissime votate! Che bello un podio tutto al femminile! Che orgoglio!
    Per il finale vediamo…
    “Basta era stufa, ogni notte la stessa storia. Lo stomaco non sapeva più come dirglielo che le cene leggere erano le sue preferite. Non si poteva ancora continuare con incubi di questo genere. Sì era ora di mettersi a dieta.”

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  3. GRAZIE!!! Sono superfelice! Mi sono divertita molto a scrivere “senza dizionario”, ma soprattutto a leggere i testi dei partecipanti, tutti molto interessanti!
    Marina, io penso che tu sia bravissima a scrivere. Il tuo voto conta moltissimo per me e dà più valore alla vittoria. 🙂
    Barbara, il tuo thriller paratattico rosa mi è rimasto nel cuore, ebbene sì, lo confesso, ogni tanto vado a rileggerlo.

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  4. Era stato tutto così reale. L’acqua, i topi. E quei bastardi. Dopotutto, non c’era differenza tra un ricordo vero e uno inventato. Proprio nessuna: in entrambi i casi bastava chiudere gli occhi per veder scorrere sulle palpebre le immagini. Per immaginare sulla pelle tanto i tocchi gentili dei momenti felici quanto quelli dolorosi dei momenti brutti, veri o immaginari che fossero.
    Lei si sentiva sporca. Sporca dentro. Mezza corona e una mano gentile non sarebbero mai bastati a lavarla. A ripulirla. D’ora in avanti, avrebbe dovuto fare i conti anche con quel ricordo. Uscì dallo studio del dentista: anche il sole di Montmartre, solitamente caldo e accogliente, era grigio.

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  5. @Michele: Bene (anzi male), ci ho provato. Quel tuo “se fossi in te, ci proverei!” mi ha tentata. E’ una schifezza. Non rende minimamente l’idea che avevo. D’altra parte ci sarà un motivo (e più) se non scrivo! (però è stato divertente, grazie)

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  6. Complimenti a Isabella!
    Ecco il mio finale: Uscì dallo studio del dentista con una strana sensazione addosso. Sollievo per lo scampato pericolo, ma anche una sottile inquietudine. Le era sembrato tutto così realistico. Adesso desiderava soltanto tornare nella sua casa, al sicuro. Ma di dormire no, non ne aveva proprio nessuna voglia.

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  7. Nulla quindi era stato reale: nè gli ubriaconi, nè la violenza e neppure i topi. La giovane donna si sentì sollevata e incredibilmente felice: il supplizio dell’estrazione e la mezza corona erano nulla in confronto ai veri tormenti. Oh. Abbracciò il dentista di slancio, il quale non si sottrasse. Poi fu fuori, nell’androne e lo vide, il rappresentante di farmaci, distinguibile grazie alla valigetta, e poi le era già capitato di incontrarlo in sala d’aspetto. Era lui il fornitore di quella pozione potente che l’aveva stordita al punto di valutare positiva un’operazione dentistica! Abbracciò anche lui e corse in strada, verso Montmartre.

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  8. Passo. Sono concentrata nel terminare un mio racconto.
    Che ieri sera ho giusto scritto il finale (prima dell’ultimo paragrafo..ultimamente faccio jump anche in scrittura!) e non mi quadra. A conferma di quel che hai scritto: “scrivere finali è complicato almeno quanto scrivere le prime righe”

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  9. @Michele: dovevi dar retta al tuo inconscio! 😉

    Eppure era così reale. Il buio. Quei corpi sul suo. Il dolore e il respiro che manca. L’oblio. Ma era stato solo un incubo. Emma non riusciva a capire come era stato possibile: addormentarsi sotto i ferri del dentista! Alla fine, questa volta, anche il conto non le era sembrato così caro. Il sollievo che aveva provato non aveva prezzo e, fra sé, ringraziò il dentista di averla destata. Tuttavia ancora non si sentiva a posto… quella sensazione che ti lascia il risveglio improvviso che impedisce alla tua parte onirica di tornare e così un po’ di te resta in quel mondo parallelo. Si sorprese a sorridere, l’espressione ancora un po’ deformata dall’anestesia. Driiiinnnn driiinnnnnnnnn Il suono del telefono questa volta la svegliò davvero. Si toccò la guancia destra ancora leggermente gonfia. Al telefono, la segretaria dello studio dentistico le ricordava l’appuntamento fissato nel pomeriggio.

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      • Diciamo che ho fatto bene a postare, che condividere è sempre cosa buona e giusta. Questo sì. Mi piace anche giocare e mi sono sentita ben accolta qui, quindi grazie. Resta il fatto che non ho velleità da scrittore, non scrivo e di conseguenza sono un po’ fuori dagli standard degli altri commentatori/blogger/scrittori. Perché il mio finale non mi piace? Perché, leggendolo mi soffermerei ad analizzare più che leggere e basta. Quando leggo voglio vivere la storia, che siano 2 righe o 500 pagine, se la storia è scritta bene accade.
        Esempio sul mio testo:
        – sotto i ferri del dentista < o sulla poltrona del dentista?
        – risveglio improvviso/bloccati in un mondo parallelo < questo concetto espresso così non rende la sensazione che si prova
        – Driiiinnnn driiinnnnnnnnn < no, proprio no! Non si può scrivere così per rendere lo squillo del telefono
        – la segretaria dello studio dentistico < il solito cliché che deve essere femmina (e il dentista maschio) ma segretario suonava pure peggio
        Nel momento in cui, leggendo, mi soffermo a fare queste osservazioni, per me non è una buona scrittura perché non diventa buona lettura.

        Trovo originale la versione di Marina dove al dentista non viene riconosciuto il ruolo di "salvatore". La puffcitazione mi fa apprezzare la versione di Anna Maria Fabbri fino a quel "gli aveva" dove inciampo.

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        • Quando la scrivi, non puoi leggerla da lettore. A meno che non sia passato un periodo sufficiente, variabile da persona a persona. Un tempo che si misura almeno in settimane o, meglio, in mesi. Per i romanzi: molti mesi.

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        • Viola, trovo che sia proprio questo il bello della scrittura. Che puoi scegliere le frasi che si avvicinano di più a quello che vuoi dire o all’emozione che vuoi condividere.
          Ad esempio, c’è una grande differenza fra: “sotto i ferri del dentista” (più thriller) piuttosto che “sulla poltrona del dentista” (più generico).

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    • Ahahahahahahaha… ma quanti errori ho fatto! Presa da impulso estemporaneo, non leggo veramente quello che scrivo. Grazie Viola. Mi piace il tuo racconto e la tua auto recensione sul “drinnn”. Io non sono una scrittrice, mi diverto a scrivere racconti per bambini e con i suoni onomatopeici ci vado a nozze.
      P.s. mi diverto solo io senza raggiungere alcun risultato 🙂

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  10. Ci sono, tardi, ma ci sono.
    Complimenti a Isabella.
    Isabella ti ho votato per prima. Troppo simpatico il tuo racconto.
    Ma sono una discola e ho votato Barbara per seconda. (Ho chiesto a Michele se potevo mettere più voti).
    Mi piaceva anche il “cagaghisa” ma tre voti forse erano un po’ troppi. 😉
    Bella tenzone 🙂

    Ecco il mio finale:
    Uscì con il sacchetto del ghiaccio premuto sulla guancia.
    La Senna era sempre lì. Ma il fiume che riteneva bohémien e romantico, quel giorno le sembrava sinistro e minaccioso.
    Boffonchiò tra i denti: “Io ooodio i Dentisti!”
    E subito un sorriso storto, le apparve sotto il sacchetto del ghiaccio.
    Quel “Io ooodio”, gli aveva rammentato Puffo brontolone, e la Senna torno ad avere l’aspetto di sempre.

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  11. Come l’assorbire attraverso una cannuccia aspira le rotonde asperità di ogni goccia senza lasciare traccia d’acqua nel fondo del bicchiere, allo stesso modo la donna tornò d’improvviso alla realtà in una specie di risucchio, tanto istantaneo quanto capace di cancellare le paure fallaci proiettate
    dall’incubo.
    Rimanevano le altre paure, quelle vere, che facevano parte della sua pesante quotidianità: nessun respiro di vento o brezza marina sarebbero stati sufficienti a spazzarle via. E lei ne era consapevole.
    Non c’era altra via da percorrere, se non quella di continuare a vivere nonostante la loro inopportuna presenza.

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  12. Apre gli occhi e una faccia sudata la sta fissando con un sorriso ebete: il dentista.
    Rigurgita l’incubo appena vissuto: l’angoscia ad aspettarla oltre la porta chiusa, le mani luride di quegli ubriaconi, le orribili creature pelose sulla riva del fiume, l’acqua che le ruba il respiro…
    “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego”.
    Si alza.
    E con un pugno lo stende per terra.

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    • No. Io, almeno: quando leggo qualcosa cerco sempre di smontarlo, per imparare. Oppure mi ritrovo a cambiare la punteggiatura 🙂
      Anche se persino copiare, nella scrittura come nell’arte in generale, è difficile come fare. Cioè, quasi. 😉

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      • Anche io! mi ritrovo a dire: bella questa scrittura, aspetta che capisco bene. Oppure comincio a dire fra me e me: Ma quel forse o quel mentre o quel già, sarebbe meglio toglierli. Colpa delle sessioni di scrittura creativa dove si fa l’editing. Prima trovavo tutto perfetto, a parte i generi che possono piacere o meno.

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  13. Per farmi perdonare dal racconto puffoso.

    Evidentemente il mal di denti, la notte insonne e il film horror, le avevano giocato brutti scherzi.
    Con un sorriso storto, ringraziò e pagò il dentista. Sperava che suo fratello fosse già fuori ad aspettarla.
    C’era.
    Con la moto.
    Gli uomini! Decisamente quel giorno non ne avrebbe salvato nessuno.
    No! Marco sì. Lui lo salvava. Si sarebbero visti alla sera, e lui aveva già previsto il suo stato e il suo umore. La portava a mangiare un gelato.
    Tanto gelato.

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  14. “Mezza corona, prego.”
    Pagò il conto e salutò con un nervoso sorriso di circostanza. Non prese un secondo appuntamento; non sarebbe più tornata presso quel dentista.
    Chiamò un taxi, chiedendogli espressamente di evitare Montmartre, non importava di quanto avrebbe allungato il tragitto. In quel momento aveva solo bisogno di tornare a casa, per togliere dalla bocca il nauseante gusto di fluoro.

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  15. Sono molto interessata ai finali, sono il mio punto debole. Eseguo volentieri questi esercizi.
    e leggo con curiosità i vostri scritti. Ecco qui il mio:

    Ha viaggiato per chilometri, incontrato tanti uomini sbagliati compreso voi sapete chi (lo so che siete stufi di sentirlo nominare e avete scosso la testa per gran parte del libro pensando che non fosse quello giusto). Anche se ha da poco compiuto ventidue anni Francine si sente stanca, sfinita, spersa, alla fine del suo cammino. Pure il giorno s’è esaurito, il buio le si accartoccia intorno. Si appoggia a un muro lungo come la sua paura.
    Entra in un condominio, sale fino all’ultimo piano.
    C’è un po’ di luce!
    Si trova in uno di quei bar girevoli che ci sono sulle torri panoramiche, da lì può vedere il mondo da un’altra angolazione, una prospettiva mobile. Le stelle sembrano sussurrarle, ma lei, anche se si sporge non riesce a cogliere il messaggio. Dei bruti sbevazzati la strappano dalle sue riflessioni, l’aggrediscono. Inutili sono le grida, i calci e i morsi. La gettano dalla terrazza avvolta da un infinita corda. Con i binocoli i malvagi la guardano splasshare nel fiume. Stavolta basta; addio vita, speranza e amore. Voleva che finisse diversamente, non in fondo a una fogna piena di sorci pronti a rosicchiarsela per cena.
    Non riesce più a respirare!
    Tossisce e si sveglia. Sì, è proprio Louis in camice bianco che le scuote la mano. Il sorriso è promettente – Tutto fatto Francine, non ci sono più carie! Mezza corona! –
    Lei ha sempre avuto una dentatura perfetta, doveva essere solo un controllo.
    – Cosa? –
    – Mezza corona! –
    Ma allora avevate proprio ragione! Era uno sporco profittatore!

    Ora per trovare quello giusto Francine dovrà vivere un’altra avventura e io scrivere un altro libro.

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  16. Sera. ^_^
    Vorrei fare anch’io qualche breve considerazione su questi finali che tanto sono importanti e tanto sono complicati da scrivere. Per il mio, scritto di getto in due minuti, a essere proprio sincera, sono partita dall’idea (non so quanto giusta) che un explicit non dovrebbe spiegare o riassumere ciò che è accaduto in precedenza, perché si presume che il lettore abbia già letto la storia. Per questo, ho escluso la possibilità di fare riferimenti al bar, al fiume, ai topi ecc… In seconda battuta, ho voluto sperimentare un finale breve; mi è presa questa fissazione della sintesi. A parte questo, mi piacerebbe riuscire a scrivere una conclusione che in poche battute riuscisse a lasciare il sapore della storia. Lo troverei alquanto fico, ecco. ^_^

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    • Questi sono esattamente i motivi per cui il finale “Lo spettacolo era tremendo” era forse uno dei migliori: sintetico, non spiegava la storia, lasciava il gusto e, in più, apriva tutto uno spiraglio.
      Fare tutto ciò con solo quattro parole non è affatto facile 🙂

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      • Vero, ma in quel caso era difficile giudicare quel finale, perché il libro non era stato letto. Nel caso del thriller, invece, la storia la conosciamo, eppure, la scelta è stata scrivere conclusioni abbastanza lunghe. Non so… A conti fatti mi sembra che un explicit elaborato, risulta più efficace di uno breve, anche quando la storia si conosce benissimo e il finale corto è adeguato.

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  17. “Mezza corona, prego! Può pagare alla reception. E si ricordi di fissare un appuntamento per la settimana prossima. Ci vorranno ancora tre o quattro sedute per ottenere una bocca perfetta!”

    “Preferisco tenermi i denti storti!” risponde la giovane donna, lanciando una moneta al dentista e uscendo sorridente nel fresco pomeriggio di Oslo.

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