Thriller paratattico n. 50: effetti speciali – acusma


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Abbiamo provato, la settimana scorsa, a fare un thriller “in incognito”, rendendo cioè anonimi gli svolgimenti. Lo abbiamo fatto per vedere se, in un qualche modo, fossimo legati più all’autore che non all’effettiva bontà dell’esercizio. La cosa si è risolta in un mezzo flop: alcuni voti sono risultati incongrui con il proprio commento e quindi diventa difficile premiare lo svolgimento 8, che in teoria ha raccolto più preferenze degli altri. L’andamento delle votazioni, ad ogni modo, è risultato in linea con quello solito e questo a conferma del fatto che siamo tutti concentrati sul giudizio al brano e non all’autore. Infine, aver reso anonimi gli svolgimenti ha del tutto bloccato la discussione e – fatto non trascurabile per me – mi ha costretto a un surplus di lavoro che non ha avuto nessuna contropartita. Direi quindi che l’esperimento è fallito e torneremo da oggi alla modalità consueta. Invito, per completezza, gli autori del thriller con il piano sequenza a palesarsi nei commenti.

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Continuiamo con il filone degli effetti speciali: oggi ci occuperemo dell’acusma. Si tratta, per dirla con Wikipedia, di

un «fantasma sensoriale» costituito da un suono la cui vera fonte d’emissione è invisibile.

Al cinema si danno due casi principali di acusma:

  • Il suono deriva da una fonte in-campo che però è una radio, un giradischi, un telefono (oggetti «acusmatici» per antonomasia)
  • Il suono deriva da una fonte fuori-campo che esiste però in quanto personaggio invisibile (è il caso delle voci narranti che non corrispondono a nessun personaggio della diegesi)

Vi lascio libertà di inserimento e di interpretazione, nell’uso di questa tecnica in simbiosi con il nostro thriller preferito; contemporaneamente, chi legge dovrà capire e indicare nei commenti dove l’autore abbia deciso di inserire l’acusma. Vi ricordo che l’obbiettivo di questi esercizi è trovare la migliore maniera di tradurre sulla pagina le tecniche che comunemente vediamo sullo schermo dato che spesso, chi scrive, tende a vedere con l’immaginazione “il film” delle proprie storie.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

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46 thoughts on “Thriller paratattico n. 50: effetti speciali – acusma

  1. Buondì.
    In effetti, ho notato la confusione generata dall’anonimato. L’equivoco sui numeri delle versioni è sorto per la collocazione nella sequenza numerica adottata nel post di votazione, dove la pagina numero 2 conteneva la versione n. 1 e via dicendo.
    Comunque, torniamo ai nomi e cognomi che è anche più stimolante.
    Io ero in postazione 8, ma la mia versione era la 7.

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  2. Io ho scritto il numero cinque, dopodiché mi sono accorta di due errori, (i primi dopo i secondi) e l’altro era voler copiare McCormac nel suo stile, sostituendo la punteggiatura con le congiunzioni. Ma non ha funzionato, forse avrei dovuto usare più a capo o più congiunzioni simili per dare il ritmo giusto. Quando l’ho letto in famiglia, mi hanno guardato male. Allora ho scritto il numero 8 pensando a una scena sola dove c’era tutto, ma anche lì, con il senno di poi, se vogliamo essere pignoli riguardo il piano sequenza, l’ultima frase doveva essere detta prima di uscire dalla finestra senza il risveglio sulla poltrona del dentista, e come riscatto ho pensato a una cifra alta, tipo mezzo milione, sostituita alla mezza corona, mi sono dimenticata di sostituire la cifra. L’ho letto a mio figlio per un parere, ha riso. Così ho tenuto la mezza corona.
    Poi ho letto il nove che ho adorato e votato, e ho pensato a una prospettiva interiore, così ho scritto l’ultimo, il 12.
    Anche il numero uno mi è piaciuto moltissimo, sarà che ho appena finito di leggere “Il giovane Holden”, così ho votato anche quello.
    Ho apprezzato l’analisi della preferenza numero 6, dove insieme a ciò che ha gradito ha spiegato anche quello che non gli è piaciuto.
    Anche questa settimana è stato bello leggere tutti i componimenti e vedere come ognuno traduce i compiti in scritti creativi. Sono incredula di come, da un breve racconto, possano nascere così tante versioni.
    Grazie a tutti quelli che mi hanno votato, ma anche a chi si mette in gioco insieme a me in queste sfide scrittoriche!
    Ciao Ciao

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  3. Eccomi, ho votato il racconto del pompiere, il numero 8 ed ho scritto il 4. Mi spiace che l’anonimato abbia complicato il tuo lavoro Michele. Ora mi metto al lavoro con questa nuova prova, e lo ammetto, ogni volta imparo una parola nuova, ma quante ne ha il vocabolario che ignoro?

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  4. Ecco il mio svolgimento…

    La ragazza camminava per i vicoli di Montmartre con passo incerto. Dal buio che riempiva le strade emergevano sconosciuti muri di case e porte sbarrate. Si era affidata a loro, incauta, per uscirne e continuava a muoversi tenendo la mano destra appena appoggiata a quelle file disordinate di mattoni. Senza mai staccarla, come se si fosse trovata in un labirinto. Ma quel labirinto, per vendicarsi, aveva cominciato a spurgare una nebbia di echi di parole, dalle finestre cieche. Flebili suoni casalinghi di donne, uomini e bambini, sirene di un altrove irraggiungibile. La prima volta in cui le era parso di vedere una discontinuità in quel mare di ombre era stato quando aveva visto quella porta aperta: doveva esserci una scalinata, acquattata all’interno, e da lassù filtravano luce e risate. Una tentazione irresistibile, in quella Scilli parigina.
    Aveva attraversato l’ingresso ed era salita. I gradini non erano stabili e ondeggiavano a volte a sinistra e a volte verso destra; quando infine la scala era terminata e aveva sentito una maniglia fredda sotto le proprie dita, aveva pensato di poter stringere a sé un salvagente. Era entrata. Era bastato uno sguardo per trasformare quel salvagente in un viscido tentacolo, propaggine di una di quelle creature che a volte emergono dalle notturne profondità del mare. Gli uomini che affollavano la stanza avevano messo da parte i boccali con i quali si stavano ubriacando e si erano alzati, muovendo verso di lei. La ragazza aveva sperato che si accontentassero di rapinarla e aveva chiuso gli occhi. Aveva sentito urla, risate, bestemmie e oscenità per un tempo infinito, fino a quando una sensazione nuova s’era fatta strada nella sua mente: una corda. Ruvida. Stretta. Le voci avevano parlato di legare e gettare giù, nel fiume, che ci pensassero i topi a far sparire tutto.
    Aveva dondolato nell’acqua gelida, prima lottando con la corrente e poi lasciandosi cullare. Inerme. Vinta. Era giunta fin sul fondo, stupita di una fine che non s’era mai immaginata, quando una mano l’aveva scossa. La mano l’aveva chiamata, stentorea. Ma non c’erano stati tunnel, luci o le cose che di solito accadono a chi ritorni in vita. Aveva semplicemente riaperto gli occhi per trovarsi nel punto da cui era partita, molte ore prima: sulla poltrona del dentista. E lui, tronfio del lavoro eseguito, che diceva: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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  5. Eccomi, io ero il numero 3 Piano sequenza dall’alto, ho immaginato la prima scena del piano sequenza del film una giornata particolare dove si parte con l’inquadratura dall’alto esterna e poi continua all’interno così era scritto su Wikipedia “la macchina da presa dall’esterno dell’edificio entra all’interno dell’appartamento (inizio film)” .
    Ho immaginato che si trattasse di un canarino in gabbia nello studio del dentista.
    Nessuno lo ha votato, sigh. Comunque confesso che anch’io non ho votato nessun, ho letto i vari componimenti ma nessuno mi ha colpito particolarmente, così ho preferito non esprimermi.

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  6. Quanto può essere fastidioso un fischio nelle orecchie. Tanto.
    Mentre camminava affrettando il passo, Michelle sentiva forte trapanarle i timpani ed arrivarle direttamente al centro del cervello, ferendola.
    I muri le parevano in movimento, ma in realtà era lei a barcollare. Ad ogni fischio il passo le era meno stabile. Il muretto del fiume si avvicinava ed allontanava come se navigasse lui stesso. Le saliva la nausea. Sempre più forte come quel sibilo crescente.
    Penetrante come la luce che le feriva gli occhi. Dal buio della notte, nell’assenza di lampioni accesi lungo la strada, l’unica luce che la stava accecando proveniva da quel labirinto di scale che le si snodava davanti.
    Era insopportabile tutto quel rumore. Dove stava il pulsante per spegnere il trambusto?
    Facendo una fatica immane vedeva salire le sue gambe malferme lungo la scala. Ad ogni passo la spada le aumentava la dose di dolore nella testa, avvicinandola ad una porta sempre troppo distante. Non riusciva a pensare, non c’era spazio all’interno della sua mente, tutto era occupato da quel persistente suono.
    Michelle intravvide solo per un istante un agglomerato di mani passarle davanti agli occhi,
    “Signora, signora apra gli occhi. E’ svenuta.”
    Due occhi verdi dal taglio perfetto la sovrastavano nello spazio vitale della sua aria. Aveva sentito perfettamente il suono di quelle parole, come una musica inaspettata. Il fischio era scomparso.
    Mai più uscire senza fare colazione la mattina, anche se certi incontri dopotutto non erano poi così male. Con un sorriso aggrappata a quel braccio di giacca dal tessuto morbido e caldo. La realtà era decisamente migliore degli incubi.

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  7. Un saluto veloce 🙂
    Anch’io ho votato il numero 8 perchè tra tutti è l’unico che da subito mi ha scatenato l’immagine in piano sequenza. Potrei quasi disegnarvelo.
    …e poi perchè c’era sto pompiere. 😛

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  8. Ciao ragazzi. Io ho partecipato con lo svolgimento 9. Poi, non convinta ho scritto anche l ’11. Un terzo per pudore non l’ho pubblicato. Tanti dubbi e scoperte con lo svolgimento della settimana scorsa. Io ho votato il n. 8, ma ho adorato molti altri, per dire: il 2, il 4, il 6… È proprio difficile scegliere.
    Grazie a chi mi ha votata. Leggere parole così belle mi ha emozionata, sarà che non ci sono abituata e che non voglio farci l’abitudine perché è proprio bello emozionarsi per questo. Grazie. 🙂

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  9. Eccomi. Sono l’autrice del n.10 Il vestito color con lavanda, con “l’orrore” grammaticale. Noncelapossopropriofare. Pensavo di non partecipare quando l’ultima sera, ho scritto di getto piantando la lavastoviglie aperta colta dall’idea della bolla di sapone e del vestito leggero, tutta colpa del detersivo per piatti. 😉
    Nonostante i miei errori di distrazione sono felice di aver sempre beccato un voto.
    Bravissima Viola, ho votato il suo n. 8 e per non smentire la mia sbadataggine mi sono anche sbagliata a votare la prima volta, mettendo il numero di lettura e non del brano (tra l’altro sono stata indecisa fino alla fine tra n. 8 e n. 9, poi l’ironia della testa bagnata della protagonista e il pompiere, ha avuto la meglio).
    Non partecipo a questo esercizio e al prossimo, ma non temete io e i miei strafalcioni ritorneremo, per ora vado a riposarmi al mare, sperando che il tempo sia clemente.

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    • Sono contenta che ti sia piaciuto il mio pompiere Anna Maria!
      Dopo l’ottimo riscontro penso di scrivere una storia su un bel pompiere muscoloso. Vediamo dove mi porterà… Non ti preoccupare per gli errori, capitano a tutti. Io per prima! L’importante è mettersi in gioco.

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  10. Ecco il mio:
    Una giovane donna cammina nel quartiere parigino di Montmartre, tutto intorno c’è un buio inquietante e lei si sente perduta. Le sembra di sentire una musica lontana, una vecchia canzone da una radio lontana, in sottofondo voci confuse e grida. Percorre i vicoli alla ricerca dell’origine di quella fonte, viene attratta da una luce che filtra da una porta. Sale le scale e apre la porta, è un bar pieno di uomini ubriachi e le voci di sottofondo diventano sempre più grida sguaiate e terribili. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. A quelle grida si aggiunge il suo urlo di terrore, mentre abusano di lei, la legano e la buttano nel fiume.
    Sente il rumore dell’acqua che scorre, lo squittio dei topi che vogliono divorarla e lei prega solo di morire in fretta.
    Poi la musica di quella vecchia canzone d’amore diventa più forte e più presente, è davvero reale, proviene dallo stereo del suo dentista che le dice «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Era solo un sogno, ma in futuro non potrà più ascoltare quella canzone senza provare angoscia.

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  11. Stasera ho visto un film che mi ha ispirato, ecco la mia versione.

    – Allora! Dove sei? Perché ti sento così male?
    – La linea è disturbata, ho messo il viva voce. E non trattarmi come una pivella!
    – Possibile che devi sempre perderti dappertutto!
    – Qui non è dappertutto, sono nel quartiere parigino di Montmartre. E non gridare!
    – Sto cercando di aiutarti! Si sta facendo buio. Spiegami che posto è, così ti vengo a prendere.
    – Sto camminando fra i vicoli, ho lasciato in albergo gli occhiali, non riesco a vedere il nome delle vie…
    – Ma se proprio dovevi perderti, non potevi almeno metterti delle lenti a contatto?
    – Sei sempre il solito, sempre a criticarmi! Ecco, sto costeggiando un lungo muro, ma cos’è questo rumore?
    – Un artista di strada sta suonando il violino.
    – Francis, ho paura…
    – Vedi se trovi un posto sicuro.
    – Qui ci sono delle scale, intravedo una luce. Ho ancora paura! Mia madre mi cantava questa canzone prima di andare a letto per addormentarmi. Francis, me la puoi cantare?
    – Ma ti pare! Qui tutti mi guarderebbero come se fossi pazzo!
    – Francis…ti pregooo
    – E va bè…- la voce al telefono si schiarisce la gola – Il me dit des mots d’amour, des mots de tous les jours…
    – Si amore, vai avanti così…Ecco. apro la porta…
    – Et ça me fait quelque chose…- Francis continua a cantate – Il est entré dans mon coeur, Une part de bonheur
    – Non sembra un posto raccomandabile…Ci sono degli uomini ubriachi che ondeggiano…Mi guardano male…mi aggrediscono! Francis… Francis!!!
    Il cellulare cade a terra. La voce al telefono continua imperterrita a cantare a volume sempre più alto, mentre la donna viene viene gettata nel fiume insieme al cellulare. Gli uomini tirano un sospiro, finalmente non sentono più quella stonata voce gracchiante. Il nuovo modello a prova d’acqua continua imperterrito:
    – Des ennuies des chagrins, des phases, Heureux, heureux a en mourir…
    I topi di fogna si tappano le orecchie.
    Lei si sente soffocare, tossisce, finalmente si sveglia. Guarda con occhi grandi e smarriti il dentista:
    – Non mi guardi così! Ha messo lei la mezza corona nel jukebox!

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  12. C’era un tempo in cui Parigi era soltanto la capitale degli innamorati, la città più romantica del mondo, meta eletta di viaggi e lune di miele: la Tour Eiffel simbolo eterno, la Senna cornice perfetta per storie d’amore, fonte d’ispirazione per poeti e artisti.
    La Ville Lumiére!
    Nessuno, tuttavia, conosce le vicende che spengono i riflettori su tanta bellezza, consumate dentro le ombre disegnate dalla notte e che nessuno racconterà mai, perché svelano il lato oscuro di una città che nasconde ruggine e miserie umane, immoralità e malcostume, misteri e nefandezze.
    Una di esse sta per entrare nel vostro immaginario. Una vicenda reale che parte dallo sventurato smarrimento di una giovane donna, a Montmartre.
    Si aggira guardinga tra i vicoli del quartiere parigino e ogni volta che svolta un angolo le sembra di essere sempre al punto di partenza: un budello stretto di asfalto e pietre la costringe a vagare costeggiando lunghi muri e a rallentare il passo quando lo sgomento prende il sopravvento, facendosi un tutt’uno con la coltre di buio che la circonda. A un tratto, un miraggio: una luce in fondo alla strada, la salvezza a pochi metri da lei, la via d’uscita invocata nel silenzio delle sue paure. Invece, in cima alle scale, un bar frequentato da uomini ubriachi le ruba la speranza e in un attimo si trova preda di sordidi appetiti sessuali, vittima di giochi spietati, aggredita, vilipesa, legata e addirittura lanciata dalla finestra come un oggetto prima usato e poi disprezzato. Adesso la Senna degli innamorati, la Senna dei poeti, la Senna degli artisti è anche la Senna dei maniaci e dei ratti, inconsapevoli conniventi e di una donna che sprofonda lentamente nelle sue acque sentendo il respiro farsi sibilo e poi silenzio.
    Credereste mai che questo sia stato soltanto l’incubo della cliente di uno sprovveduto dentista che con una mano poggiata sulla spalla della giovane donna la sveglia dall’anestesia e con un sorriso sudato le chiede mezza corona per l’intervento?
    Dovete farlo! Perché Parigi è anche questo: la capitale degli innamorati, la città più romantica del mondo, ma anche tutto quello che nessuno vi racconta, una città con un lato oscuro fatto di ruggine e miserie umane, immoralità e malcostume, misteri e nefandezze.
    E di inganni pagati profumatamente.

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  13. Vago per i vicoli di Montmartre soffocati dal buio, depredati da ombre sinistre. Rumori sconosciuti, provenienti dagli angoli nascosti della strada, si mescolano con l’aria che respiro. Mi sorprendono e sobbalzo a ogni passo. “Ti avevo detto di non uscire da sola.” Mi guardo intorno smarrita. Non c’è nessuno. In questo quartiere tutto è cristallizzato: le case incolore sparse qua e là, i lampioni spenti, le auto parcheggiate ai marciapiedi, gli alberi che sembrano giganti assonnati dalla testa enorme. Proseguo costeggiando un lungo muro. Sento il bisbiglio del vento. “Hai paura? Chissà chi potresti incontrare a quest’ora, di notte.” Smetto di camminare e inizio a correre, scoordinata. Insiste quella stessa voce: “Scappi? Dove credi di andare?” Continuo a cercare un rifugio in questa landa senza uscita. Mi avvicino a un palazzo con un’apertura, noto un chiarore che mi induce a entrare; spero che sia un posto sicuro. Sento risate; le sento forti nella mia testa; le sento arrivare da dietro a una porta in fondo alle scale. “Torna indietro. Non ti fidare.” Pochi gradini e sono dentro. Basta poco per capire che non è quello che mi aspettavo. “Stupida. Sei una stupida.” Sono in un bar frequentato solo da uomini ubriachi che si avventano su di me per derubarmi. “Perché non mi hai dato retta? Ora avrai quello che meriti!” Un coro di voci nella mia testa ripete: “Ti sta bene. Ti sta bene!” Urlo disperata, piango. “Ora ti prendono. E cosa ti fanno?.” Mi fanno male. Tremo. Voglio far smettere questi occhi, queste mani, queste voci. Mi costringono in un angolo a respirare il loro odore, mi strappano il vestito, sento la loro eccitazione penetrarmi sotto la pelle. Smetto di reagire. Resto sotto i loro corpi stordita da gemiti e ansimi. “Hanno finito. E ora che ti vogliono fare?” Mi legano stretta con una corda. “Dove ti portano?” Mi conducono ridendo sguaiati verso le sponde della Senna. “Bagno di mezzanotte?” Mi sento derisa, umiliata. “ Uno… due… ” e via, mi lanciano nel canale come un sacco di immondizia. Lotto disperatamente per non soccombere, per non essere sommersa dall’acqua fredda, ma le forze mi abbandonano. Resto inerme, in balia della corrente e dei topi; affondo. La paura mi attanaglia la gola. Sento lo scroscio monotono del fiume. Lo squittio dei ratti. Il brontolio rabbioso dei miei pensieri: “è soltanto colpa tua se siamo finite qui”. Dondolo. Soffoco in quest’acqua scura.
    “Illusa. Arrenditi. Non ti puoi salvare. Pazza. Sei solo una povera pazza!” Vorrei che si trattasse di un brutto sogno, uno di quelli causati dall’ipnosi, da cui mi risveglio ogni volta sommersa dalla luce.
    -Maledetta voce, sta zitta! Impreco. Non so se davvero o solo nella mia mente. Vorrei poterla colpire con qualunque cosa per mandarla via dalla mia testa. Per farla tacere per sempre. Vorrei aprire gli occhi adesso e ritrovarmi difronte al mio psichiatra, pagare la solita mezza corona e tornare nella mia stanza. Tra le lacrime mi obbligo ad aprire gli occhi e a bucare quella porzione di realtà liquida che mi sovrasta. Credo ancora di potere riemergere dal fondo di quest’incubo; ma no, nessuna luce si accende. Un sorriso amaro mi inclina le labbra; con me, anche quella maledetta voce, finalmente, si spegne.

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      • Alla fine, sono riuscita a non saltare l’esercizio. ^_^ Però, questa frase: “è soltanto colpa tua se siamo finite qui”. Dondolo. Soffoco in quest’acqua scura. ” andrebbe spostata su, subito dopo i due punti. E rileggendo, qui: “Tra le lacrime mi obbligo ad aprire gli occhi e a bucare quella porzione di realtà liquida che mi sovrasta, credendo ancora di potere riemergere dal fondo di quest’incubo; ma no, nessuna luce si accende.”, mi sembra che suonerebbe meglio inserendo un punto: “Tra le lacrime mi obbligo ad aprire gli occhi e a bucare quella porzione di realtà liquida che mi sovrasta. Credo ancora di potere riemergere dal fondo di quest’incubo; ma no, nessuna luce si accende.”

        Lo so… si controlla prima di inviare. 😦 Puoi aggiustare?

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