Thriller paratattico n. 51: Spoon River


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La scorsa settimana abbiamo proseguito la nostra carrellata tra gli effetti speciali e le tecniche cinematografiche, provando a inserire un acusma nel nostro thriller preferito. La vincitrice è risultata senz’altro Isabella, che ha raccolto le preferenze di oltre due terzi dei votanti. Onore e gloria a lei, dunque; per tutti gli altri, non rimane che leggere più sotto nel tentativo di rifarsi.

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Prendiamoci un attimo di pausa dal cinema e torniamo alla letteratura: di sicuro avrete sentito nominare l’Antologia di Spoon River. Magari l’avrete letta. Se non l’avete letta, forse ne avrete sentito la rielaborazione che ne fece De André in Non al denaro non all’amore né al cielo. Si tratta, per riassumere, di una raccolta di poesie scritte da Edgar Lee Masters che raccontano, in forma di epitaffio, le vite degli abitanti di un immaginario paesino del Midwest. Vi consiglio una rapida ricerca in rete, nel caso non ne aveste mai sentito parlare.

Masters aveva voluto scrivere qualcosa che fosse «meno della poesia, ma più della prosa». Un microcosmo di vite, raccontate con l’accento sfumato di chi ormai non ha più segreti e non dà nemmeno più importanza a questa esistenza. Noi, nel nostro thriller, abbiamo alcuni personaggi. Altri li abbiamo inventati strada facendo, oppure abitano ancora solamente la nostra fantasia: è ora di dare loro un senso e rivelarli fino in fondo, provando a utilizzare gli stessi strumenti con cui Spoon River è diventata una pietra miliare della letteratura moderna.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

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39 thoughts on “Thriller paratattico n. 51: Spoon River

  1. Grazie per aver parlato di Spoon River, mi hai fatto venire in mente un libro di Brunella Gasperini, Le vie del vento, che non ho ma ho letto mi sono messa a cercarlo e l’ho trovato, sta sera scatta l’acquisto. Un bacione poi partecipo che ho saltato 2 tappe, ma come si noterà sono un po’ cotta, e le cose mi piace tentare di farle meglio, per cui ho evitato le tracce che non sentivo tanto mie. Un bacione Michele, sei sempre il mio personal trainer.

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  2. Pierre Cassis – Il dentista

    In vita fui il dentista del villaggio

    Da morto nessuno venera la mia tomba

    Dimentichi del tempo in cui

    Alleviavo il dolore di una carie

    Riportavo il sorriso sulle bocche

    Dalla terra innalzo la mia protesta

    Voi, i vivi, siete davvero degli stolti

    Voi non conoscete le forze invisibili

    Di un’anestesia

    Che vi portava a Montmartre

    Rimanendo sulla mia poltrona

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  3. Il ratto

    Ho vissuto nell’ombra
    e nel buio dell’acqua
    innumerevoli ore, passate a rodere ossa
    e nutrendomi di tutto quanto
    abbiate mai scartato.
    Vivere dei vostri rifiuti mi ha reso reietto,
    pascermi delle vostre efferatezze
    ha fatto di me un abominio.
    Così voi umani vi siete liberati
    dei vostri misfatti
    e io me ne sono accollato il gravame.
    Una vita che ho sopportato
    solo fingendo che tutto fosse un sogno.
    Ma qui, di fronte a Dio,
    me ne sto accoccolato sui piedi di un altro.
    Uno che, come me,
    prese sulle proprie spalle
    il peso dei peccati degli altri.

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  4. Grazie mille per aver apprezzato il mio svolgimento della scorsa settimana! Per me conta molto, soprattutto per la qualità della vostra scrittura. E che dire di Iara? Non posso che essere d’accordo con lei sullo scritto di Michele.
    Sandra, sei stata superveloce! Però non voglio farmi influenzare. Non vedo l’ora di leggerla, appena avrò scritto la mia versione.
    Buona scrittura e continuazione di settimana a tutti!

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  5. Ormai partecipo anche se non so bene cosa faccio. Scrivo.
    Complimenti alla vincitrice.

    Il tempo.

    inesorabile scivolo tra le pieghe di ogni abito, sulla pelle,
    nello scorrere di questa acqua che ristagna a tratti per correre veloce in altri
    ho visto invecchiare gente, crescere speranze, morire certezze
    ho visto sbocciare amori, compiersi empietà
    mentre ero immobile ad osservare.
    Ogni giovane donna che è passata con il suo moto lesto
    mi ha suscitato curiosità,
    avrei voluto conoscere i suoi reconditi pensieri,
    avrei voluto annusare il profumo dei suoi sogni.
    Ma io sono il tempo e lascio fare a voi
    che vi dannate a correre
    senza mai giungere da nessuna parte.

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  6. Questo tema mi piace molto e voglio provarci anch’io…per ora vi lascio solo questo (non ho resistito):

    Loulou Martin
    04/11/1978 – 15/06/2016
    Alla fine sono morta davvero: addio.

    Quindi tornerò a leggere le vostre versioni solo dopo aver scritto la mia 😉

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  7. Un uomo del bar

    Chi qui giace senza nome
    Vivo non fu mai
    Che nati non fummo
    per viver come bruti
    E io bruto fui.
    Vizi senza virtù
    Lupo senza pelo
    Della peggior specie
    Solo nel branco fui forte
    uccisi l’agnello e non per fame.

    Loulou Martin (la giovane donna)

    Dormo finalmente serena
    Di un sonno eterno senza incubi
    Senza necessità di sollievo
    Per i denti e per la mente.
    Quel che fece il dentista
    Lo ha fatto definitivamente
    la Morte
    A voi che restate dico:
    una buona igiene dentale vi eviterà
    tanti dolori.

    Loulou Martin (la giovane donna)

    Se state leggendo questo
    Vuol dire che non mi sono svegliata.
    Stavolta, quindi, non era un incubo
    E sono morta davvero.
    Ho scelto la cremazione
    Che ai ratti il mio corpo non voglio lasciare.
    Continuerò a vivere nelle vostre parole
    E nelle rielaborazioni del Thriller paratattico.

    Il quartiere di Montmartre

    Con i miei suggestivi vicoli
    Fui teatro di quotidiane vite
    E scenario di tante storie.
    Illustri scrittori mi hanno raccontato
    Rendendomi immortale.
    Anche ora che sono maceria
    Vittima di una bomba e della stupidità
    So che troverò buone mani
    Per nuove parole e nuovi mattoni.
    E di nuovo l’incubo, di sonno o reale,
    sarà sogno.

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  8. Bruto Quoquètte – il malvivente

    Nacqui, soffrii, morii.
    Mai fu detto quel che fui veramente,
    ché solo ai defunti son concesse lodi.
    Ora, infine, ho una voce, seppur d’ombra.
    Maledetti coloro che mi piangono
    dopo una vita passata a condannarmi.
    Ero brutto, ero lercio,
    ero pauroso,
    ma non chiamatemi molestatore.
    Fui vittima, non carnefice,
    di una vivida fantasia malata.

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  9. Monique Moreau, la giovane donna

    Giaccio accanto alla tomba di Antoine Dubois,
    all’ombra di un cipresso che conforta il mio sonno eterno.
    Ero giovane quando un dente cavo divenne il destino amaro nelle mani di un dentista abietto.
    Entrai in un sonno profondo e lì mi sorprese il buio di Montmartre.
    L’unica strada che percorsi si trasformò in una pericolosa trappola. L’incoscienza mi spinse in cima a una scala illuminata e lì la mia anima tremò coperta d’infamia e di vergogna, mentre la forza bruta di alcuni maniaci maledì la mia vita e io la loro.
    Avevo fame di un significato da dare all’esistenza e invece fui io a saziare quella degli orribili ratti in riva al fiume la cui torbida acqua spense il mio ultimo soffio vitale.
    Tu, dott. Dubois, divorasti le mie speranze e adesso, dal suolo scuro della terra, rimpiango di non averti pagato con mezza corona i servigi, poiché trovai il sentiero della morte.
    Ma il fato è stato beffardo nel collocarti accanto a me, eppur clemente vendicando la mia ingrata sorte: la mattina in cui, uscendo dal tuo studio, fosti sbalzato da una macchina in transito, ero già qui che ti aspettavo.

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  10. Pingback: Guest post da 2000 euro | da dove sto scrivendo

  11. Sono andata alla ricerca dell’Antologia di Spoon River, che una mezza idea m’è venuta.
    Ho detto: adesso apro a caso e piglio il nome o cognome di uno di questi.
    Il colpo che m’è preso a leggere Fraser lo può capire solo Isabella! 😀
    …ma poi torno eh!

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  12. Beh, insomma, basta con questa frustazione.
    Basta con smarrimenti, alcolizzati, annegamenti, topi di fogna e dentisti impediti.
    Basta con sta pioggia e con sto vento…
    Adesso tiro fuori la vernice rosa e imbratto tutto!!!

    Alexander Fraser

    Ero lì.
    In un angolo in disparte,
    pensieri liquidi di alcool,
    un avvenire lugubre all’orizzonte dell’indomani,
    ma ancora integro nel mio discernimento,
    lontano miglia da quei loschi figuri
    che avevano venduto l’anima al primo bicchiere.
    Ero lì
    quand’ella entrò,
    confusa, smarrita, spaventata
    e bellissima.
    Due occhi profondi come la notte
    che l’aveva tradita lungo le vie di Montmartre,
    forme piene e sinuose come il fiume
    che abbandona il suo corpo alle carezze della città.
    Ero lì
    incantato e incosciente
    quando in cinque la presero e la strattonarono,
    la spogliarono di ogni avere
    e incapaci di cogliere la sua essenza
    arrabbiati la scaraventarono nel torbido fiume.
    Solo e stordito,
    senza scudo e senza spada
    non avrei potuto fermarli.
    Ma tormentato attesi, nascosto al buio,
    il momento propizio.
    Distinguevo a malapena i suoi capelli corvini
    lottare contro le acque scure che la trascinavano via
    dalla vita,
    dalle mie braccia.
    Io salvai lei, e lei salvò me.
    I nostri sguardi s’incrociarono
    bagnati ma redenti sulla riva opposta.
    Non ci siamo più separati.
    Ero lì
    tutte le volte che tornava al quartiere
    per le cure mediche,
    e il dolore la riportava all’angoscia
    di quella sera,
    la stessa sera che io benedicevo
    perché l’aveva condotta nella mia esistenza.
    Siamo ancora qui
    abbracciati
    sulla sommità di questa collina,
    sereni
    e felici per l’eternità.

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  13. Se riesco a organizzarmi ci riprovo ancora, mi piace troppo l’esercizio in questa versione. Vorrei scriverne meglio uno di quelli sopra e ne ho in mente un altro che mi richiede un po’ di impegno per riuscire a concretizzarlo. E intanto mi porto avanti…quanti se ne possono votare? 😀 Sì, me ne piacciono diversi! Come si fa la faccina entusiasta?

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    • Si possono scrivere tutti gli esercizi che ci vengono in mente e si possono votare tutti gli esercizi per i quali si ha una buona giustificazione. Il voto è anonimo e il giudice che controlla il buon funzionamento della competizione è la nostra coscienza. 😉

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  14. Ecco la mia versione, vedo che questa settimana ci sono persone particolarmente ispirate 🙂

    Montmartre

    Che fine ha fatto Francine, con le sue insicurezze che la
    smarrivano nel quartiere collinoso dove ora giace?
    La paura non tocca più la sua anima leggera
    che costeggia tranquilla e sicura i muri di Montmartre.
    E sale serena le scale verso luci di bar che ormai non teme più.
    Che fine hanno fatto i buffoni ubriaconi litigiosi che l’hanno violentata e buttata nel fiume?
    Riposano in un sogno di pace immeritato.
    E dove sono finiti i topi che hanno rosicchiato Francine annegata?
    Sono andati tutti a riscuotere la loro mezza corona dal diabolico dentista.
    Che fine ha fatto il cavadenti doppiogiochista?
    È tornato sconvolto dal mercato e se ne è fuggito di corsa a Samarcanda.

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  15. Camille Leclercq (La giovane donna)

    Dietro le mie palpebre chiuse, un pulviscolo di ricordi aleggia.
    Memorie di una vita essenziale e lontana di cui ora poco mi importa.
    Fui la preziosa assistente di un rinomato dentista, a Montmartre;
    gentile con i bambini, paziente con gli adulti.
    In un pomeriggio malinconico di sole,
    mi lasciai convincere a provare un nuovo, potente anestetico.
    E proprio lì, su quel lettino, sprofondai in un incubo
    da cui non trovai più risveglio.

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  16. Anonimo

    Creai con feroce astuzia
    una breve storia intensa,
    senza compiacimenti
    e dall’ossatura scarna.
    Attirai scrittori a succhiare,
    come il miele per l’ape,
    alle mammelle di uno
    sventurato incubo diurno.
    Instillai la bramosia
    della competizione amica,
    sfida fra autori bambini
    dall’immaginazione adulta.
    Donai pregiate opere
    ai vincitori che levarono
    incubi cariati
    a un’innocente vittima.
    Scontai nelle galere
    patrie la somma degli anni
    che distolsi a tutti
    dal loro romanzo amato.
    Crepai senza una prece,
    ora giaccio come anonima
    lapide a Montmartre,
    coi topi di campo.

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  17. Pingback: L’immortalità non è (solo) questione di fama | ilibridisandra

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