Frustrazione


Ecco un post fuori programma. Per accontentare quei 2,5 lettori (la virgola decimale non è un refuso) che mi chiedono dove siano finiti i miei racconti ma soprattutto per Sandra, che mi ha chiesto un post “di condivisione sulla frustrazione”. Io mi sono bevuto un paio di spritz alla sua salute e ho scritto questo.

Buona lettura.

photo credit: Frustrated Scribbles via photopin (license)
photo credit: Frustrated Scribbles via photopin (license)

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Ho smesso di sperare ormai da molto tempo.

Di questo non credo ci sia da incolpare nessuno, se non me stesso. Non certo la vita. O Dio, seppure ve ne sia uno. Nondimeno, una lunga serie di fallimenti mi ha portato nello stato in cui sono. Non ho avuto i favori cui tutti hanno parte: un famiglia mia e una compagna, che allieti le mie ore domestiche. Che magari, agli dei o al caso piacendo, mi desse un figlio al cui nerbo consegnare la mia vecchiaia tremante.

Anche il lavoro e la carriera, sul cui altare tanti sacrificano e disperdono le ceneri del focolare domestico, sono risultati per me inavvicinabili: al colmo dei miei sforzi ho ottenuto di diventare un anonimo travet, la cui utilità inizia e si estingue nel fornire al proprio superiore un comodo bersaglio. Faccio il mestiere di parafulmine, sul quale il mio capo sfoga frustrazioni per lo più dovute a quelle del proprio superiore gerarchico. E così via, su per una scala di responsabilità dagli innumerabili gradini.

Io sono ultimo, nella catena. Non avendo nessuno sottoposto alla mia autorità, non ho modo di riversare su nessun essere umano i guai che altri mi pongono in capo. Non al lavoro ma neppure a casa, come beceramente fanno in molti. In famiglia, dove vivo ancora con i miei genitori e mia sorella, mio padre accentra in sé stesso la poca aura di potestà che ancora alberghi tra quelle mura, lasciandone punto al suo unico figlio maschio.

A lungo ho cercato di uscire dall’imbuto in cui stavo precipitando. Ma a nulla sono valsi i miei sforzi e meno ancora hanno fruttato le mie parole: nessuno mai ha voluto darmi una responsabilità di nessun tipo. Né un titolo qualsiasi, che mi desse quel minimo di ruolo (fosse anche nell’ufficio del più remoto angolo di periferia) tale da potermene andare la domenica, a spasso per il viale, e sentirmi salutare dai cittadini di questo formicaio che chiamiamo città non dico con soggezione, ma almeno con deferenza.

A maggior ragione sono stato rifiutato da tutti coloro cui ho consegnato timidamente le mie poche capacità, che fosse arte o artigianato poco importa. Nessuno ha mai avuto il coraggio di dirmi, guardandomi negli occhi: «tu non vali». Né ha mai preteso di indicarmi una via da percorrere, un sentiero attraverso il quale elevarmi o redimermi; hanno lasciato che scendessi un milione di passi, il vuoto sotto alla suola per ciascuno di essi. Sono stato nutrito dalla loro indifferenza, quella che nasce dai sorrisi davanti al mio volto e che muore nell’oblio, non appena mi girano le spalle. E adesso mi ritrovo gravido di un nulla putrescente, mentre guardo dal basso in alto la mia vita.

Il mio unico scopo, a oggi, è contribuire alle spese di casa. Rendere meno inquieto il breve domani dei miei vecchi e dare una flebile speranza alla mia giovane sorella. Che almeno veda in me un esempio da non seguire, utilizzando i pochi denari che posso metterle a disposizione ogni mese.

E io, al chiuso di questa camera mentre aspetto di addormentarmi per rinascere in un nuovo, inutile, domani, penso di non avere più valore di uno di quegli insetti che strisciano furtivi nel buio; carapaci schifosi e croccanti, che sanno solo approfittare degli avanzi rancidi di cibo sopravvissuto alla scopa, in un qualche angolo remoto del pavimento.

Il mio nome è Gregor Samsa.

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35 pensieri riguardo “Frustrazione

  1. Grazie davvero Michele. Spero che lo spritz fosse ben fatto, non troppo annacquato insomma. Il racconto è davvero dolente, mi ha messo una tristezza addosso, però anche una conferma: scrivi così bene, traghetti il lettore dentro la storia senza inutili fronzoli nè sbavature. Un abbraccio con sincera stima e gratitudine.

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  2. Questo Gregor Samsa è proprio un uomo. Si piange addosso e si dispera. Perché forse la vita è facile? No. Per nessuno. Neppure chi ha famiglia.
    Se fossi una grafologa saprei anche valutare quei circoletti multicolor,
    Ok la colpa è degli spritz che fanno calare l’umore, allora tutto perdonato.

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    1. Gregor Samsa è il protagonista de “La metamorfosi” di Kafka. Racconto notissimo, in cui si vede chiaramente in trasparenza Kafka stesso. Sul senso di angoscia e alienazione che Kafka è capace di mettere nei suoi scritti hanno scritto in molti, tutti più bravi di me; nel caso non l’avessi mai letto, ti consiglio di leggerlo: potrà non piacere, ma credo sia imprescindibile per chi voglia scrivere.
      Questo raccontino non è altro che un prequel a quello di Kafka: cosa avrà pensato, Gregor, prima di addormentarsi nella fatidica notte in cui si trasformerà in un insetto?

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      1. Certo che l’ho letto, non ti ricordi che in un vecchio post ti ho anche detto che scrivevi come lui. Kafka, come molti autori della mia adolescenza, è bravissimo, molto complesso ed altrettanto grottesco. Però appartiene ad un mondo dove l’uomo è nella sua espressione più nera e mi angoscia. Un po’ come entrare nella mente di un criminale…esercizio imprescindibile anche quello per chi vuole fare gialli psicologici. Verissimo.
        Il mio non è un giudizio sul pezzo, bello, intenso e molto kafkiano, ma la constatazione che l’uomo disperato spesso tira fuori il peggio di sè. Meglio quello positivo e forte che affronta.

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          1. Ma figurati se devo perdonarti di qualche cosa, dovresti essere un pc per ricordare tutto. Forse è vero la differenza della scelta, nel momento della disperazione, che si compie definisce bene la sostanza della persona. C’è chi si arrende, chi lotta, chi scava e trova, chi scava e non trova…ma sappi che dalla disperazione nasce anche la volontà di riprendere in mano la propria vita. Però se scegli la serie dei poeti maledetti (alla Baudelaire per intenderci) sono curiosa, davvero curiosa….

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  3. 😦
    È tutto giusto. Alla fine, resta l’emozione che deve essere.

    (Si sente la mancanza dei tuoi racconti. Però, quelli già scritti si rileggono volentieri.)

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  4. A me è toccato quel ruolo per qualche anno, il ruolo di ultima ruota del carro. Ma non è per qual motivo che condivido gran parte delle sensazione del tuo eroe. tra l’altro io, essendo sola al mondo, non ho nessuno a cui dare o prendere esempi. 😉

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    1. Non è facile. Siamo come la Regina Rossa di Alice: corriamo tanto, solo per rimanere nello stesso posto. E, a volte, ci troviamo anche ad arretrare.

      Qualcuno da cui prendere esempio non te lo dirò, che ciascuno è bravo a sbagliare da sé, ma quanto a darli: scrivi, pubblichi, vinci concorsi. Stai dando un esempio a tutti quei fortunati che hanno un tuo libro in mano. 🙂

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  5. Era già stato schiacciato dalla vita, doveva anche trasformarsi in un insetto?
    L’ho letto almeno 20 anni fa quel racconto, ma non l’ho afferrato, forse è di un pessimismo troppo lugubre.
    Anche se nessuno ne ha fatto un paragone, c’è un po’ di metamorfosi kafkiana anche nel film di fantascienza District 9 (spesso in replica su Cielo). Gli alieni sono confinati nel distretto 9 di Johannesburg (riprende il distretto 6 di Città del Capo). Durante lo sgombero e spostamento di alieni in altra zona, il protagonista, un militare xenofobo, viene “contaminato” e comincia la sua metamorfosi verso la razza aliena… Kafka proiettato al futuro.

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    1. La risposta è proprio nella tua domanda: Gregor è schiacciato, dunque *è* un insetto.
      Kafka fa degli archetipi il proprio cavallo di battaglia: credo che echi di ciò che ha scritto si possano ritrovare in molti luoghi.

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    1. Grazie 🙂
      Gregor non avrebbe mai potuto: la sua Beghina Interiore non glielo avrebbe permesso! 😉
      Hai mai letto la lettera di Kafka al padre? Io credo che ci siano molte risposte, in quel testo, alle domande che nascono dai suoi racconti.

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  6. Uh, finalmente mi godo la lettura di un tuo racconto senza arrovellarmi dietro agli esercizi settimanali! 🙂

    Io non ne ho fatto mai mistero: amo Kafka, lo amo tutto! È l’unica passione della mia passata giovinezza che è rimasta intatta.
    Pensa che quando i Cure hanno realizzato il video del brano “lullaby” ho subito pensato a Gregor Samsa e alla sua metamorfosi.

    E comunque la frustrazione è brutta e ha un sapore amarissimo.
    Gregor Samsa è in buona compagnia, occorrerebbe bere uno Spritz tutti insieme: mal comune mezzo gaudio.

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  7. grazie per lo spritz Michele, mi unisco al brindisi! Bello il tuo racconto prequel della metamorfosi. Mi sono chiesta leggendolo se non ci sia davvero il rischio quando siamo frustrati e ci crogioliamo nell’insoddisfazione che non ci sia davvero il pericolo di svegliarci trasformati in scarafaggi…

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    1. Caro Reverendissimo Mega Presidente, Gran Lup. Man. Eccellent.mo Pregevoliss.mo Scritt. e Auto Pubbl. Dottor Ingegner Marco Amato, lasci che umilmente le dica una cosa: La Metamorfosi è una cag@ta pazzesca!

      (Il blogger Michele Scarparo si dissocia pubblicamente dalla propria parte fantozziana)

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  8. In effetti mancavano i tuoi racconti. Bello, come sempre. Quando sono arrivata alla fine avevo uno strano ghigno sulla faccia. Non mi sarei mai aspettata che “fossi” lui. 😉

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