Thriller paratattico n. 53: se fosse un film?


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La vincitrice della versione animalesca del thriller è senza dubbio Barbara. O, forse, dovrei dire che la vittoria va ai pinguini di Madagascar e alla loro simpatia, travolgente anche lontano dallo schermo. Brava Barbara a trovare dei protagonisti così effervescenti e spritzosi – come nel banner che ha creato -, nonché a raccontarceli tanto bene.

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In quanto vincitrice, Helgaldo mi ha incaricato di informarla che si è aggiudicata per par condicio l’ultima vincitrice del Neri Pozza, Francesca Diotallevi con Dentro soffia il vento. Per ritirare il premio, solite modalità: basta una mail con l’indirizzo cui spedire.

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Questo è l’ultimo thriller prima di entrare in modalità estiva: dalla prossima settimana, infatti, gli appuntamenti di questo blog diventeranno del tutto estemporanei, in attesa che venga e passi ferragosto. Cerchiamo di goderci fino ad allora questo scampolo di leggerezza e, per cominciare bene, sceglieremo un esercizio rilassante e di fantasia.

Ispirato da Barbara, giocheremo a “se fosse”. Se il thriller fosse ambientato nel vostro film preferito, o nel vostro libro preferito, come sarebbe? Un pezzo alla Via col vento? Oppure sarebbe inscenato nella Lutetia de Il gladiatore? O nella Milano de I promessi sposi? Mostrateci (mi raccomando, non raccontatecelo!) cosa vi piace…

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

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46 pensieri riguardo “Thriller paratattico n. 53: se fosse un film?

  1. Congratulazioni a Barbara, grazie a chi mi ha votato. Io sono già in modalità pre-partenza per cui passo la mano e ci rivediamo con i thrilleristi alla fine di questa estate che auguro a tutti semplicemente come la volete.
    Un abbraccio Michele!

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  2. Al mio anonimo votante: grazie 🙂
    Il mio era fuori concorso perché l’avevo pubblicato con un paio di giorni d’anticipo da Helgaldo. (In effetti, in questo caso è nato prima lo svolgimento e poi l’esercizio)

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      1. Io dovrei essere sempre fuori concorso: inventando gli esercizi, ho un vantaggio su tutti. In pratica, finisce sempre che penso all’esercizio e mai alla soluzione; come se non bastasse, sono anche famoso per andare fuori tema persino quando sono io a dare il titolo 🙂

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    1. Non sparirò per un paio di mesi. Non me lo posso permettere 🙂
      Solo che ho bisogno di allentare i ritmi e quindi sparirà quest’altalena giorno-sì-giorno-no. Pubblicherò qualche racconto, se mi verranno idee. Pubblicherò qualche esercizio estemporaneo di scrittura. Anche il thriller, forse, ma senza votazione. Un po’ a seconda dell’umore. L’unico buco vero sarà quando me ne andrò in Grecia (se riuscirò a combinare): allora me ne starò off-line. Sole, mare, relax, lettura a km 0. E scrittura, se ne avrò voglia.

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  3. Grazie a tutti, ma come ha detto Michele la vittoria è dei pinguini che non falliscono nessuna missione! Su Facebook gli avevo preparato addirittura la locandina per Missione Montmartre 😀
    webnauta non chiude, anzi, mi sono resa conto di aver preparato un calendario editoriale estenuante (per me che lo devo seguire) e, in concomitanza con un sovraccarico lavorativo, mi sta rallentando il NaNoWriMo…che finirà tutto ammassato ad agosto. :/

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  4. Stavo pensando che non ho un’idea (avendo già messo in campo i pinguini che al cinema hanno sbancato..). Ieri sera ho visto un film sugli Swat…naaa, troppo simile…thriller paratattico rosa e l’ho già scritto…cosa sto vedendo in questo periodo? una serie tv che si è spostata nella Francia del 1700, proprio a Parigi…e hanno girato una scena abbastanza simile, mon dieu! La Dame Blanche che viene assalita tra i vicoli….però credo che Isabella Valerio potrebbe scriverla meglio di me!
    E il dentista? Mastro Raymond, ovviamente. Tutto torna, tutto s’incastra.
    Dai Isabella, ti voto in anticipo! 😉

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    1. Sono un po’ in ritardo…Grazie per la fiducia Barbara! Mi fai un grande complimento, i tuoi pinguini sono meravigliosi. Devi buttarti sulle sceneggiature, vai alla grande! In realtà non so se ne sono in grado, avevo pensato a dei film più che gli sceneggiati, magari poi provo, se viene decente lo posto.

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  5. Chiamatemi Barabba. Qualche anno fa — non importa ch’io vi dica quanti — avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse fare, pensai di mettermi a scaricar colli sulla Senna e di conoscere gente che fosse adusa andar sull’acqua. Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un fosco inverno che puzza di zolfo; e specialmente ogniqualvolta una voglia bassa mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di strappare la gonna alle donzelle — allora reputo sia giunto per me il momento di cambiare aria. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola.
    Ed ecco dunque, in quel frangente, in un lurido bar del lungo fiume appena illuminato da fioche lampade, apparire una sera una ragazza. Doveva essersi persa, per essere finita là. Bianca e spaventosamente pallida, tanto nell’incarnato quanto nella veste che la copriva come uno svolazzo di nebbia novembrina. Ci guardammo, al di sopra dei boccali di vino, e ci scoprimmo affamati di darle la caccia; eravamo balenieri d’acqua dolce, pronti a immergere il nostro rampone in quelle carni morbide. La lotta fu breve e violenta, ma impari. La dama bianca cedette di schianto, col fiotto vomitato del proprio alito che sbuffava una bestemmia al nostro indirizzo.
    Fu alla nostra mercé fino al momento in cui il rimorso crebbe a sufficienza. Oppure fu la voglia, a scemare, dopo essersi consumata. Comunque sia, finì che la gettammo giù dalla finestra, nel fiume, come si abbandonano i capodogli ormai sfruttati alla fame degli squali; nel nostro caso, furono i ratti a incaricarsi delle pulizie.
    Poi tutti noi ci guardammo, come se ci fossimo sorpresi in quel luogo per caso e nessuno avesse davvero voluto esserci; di più, come se ognuno si vergognasse di quella eco piacevole, che ancora riverberava nella memoria. Quindi distogliemmo lo sguardo e andammo ciascuno per la propria strada, fino a convincerci che non era stato altro che un sogno.

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    1. O cavolo! Questo pezzo è alquanto truculento.
      L’idea l’hai resa alla perfezione.
      Invidio questo modo di scrivere, cosa che io non possiederò mai, anche se devo ammettere che ha me serve un tipo di scrittura semplice, visto il pubblico che mi piacerebbe conquistare… però… invidia pura!

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  6. complimentissimi a Barbara, pinguini, idee e spirito indefesso di lavoratrice anche in estate. Io ho la testa in vacanza, quindi non partecipo, non connetto proprio. Quindi avete già vinto solo per l’impegno che ci mettete. Ogni tanto vi sbircerò.

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  7. Mi scuso per il linguaggio, ma Martin Scorsese non fa sconti! 🙂

    Trascorro la notte in bianco. I miei occhi fotografano l’inferno lungo le strade di Parigi. Vengono fuori gli animali più strani: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori, ladri. Parcheggio il mio taxi in un vicolo buio di Montmartre e, costeggiando un lungo muro, scendo fino a una sponda limacciosa della Senna. Fumo una sigaretta e penso alla mia solitudine.
    Come ve la passate, voi ruffiani? Non siete che un branco di ratti disgustosi che aspettate, ai margini di un fiume, di divorare gli scarti della città. Non, però, quelli… di una donna?
    “Via, via, bestiacce immonde! Afferra la mia mano, afferra la mia mano.”
    “Grazie, mi hai salvato la vita”
    “Cosa diavolo ti è successo?”
    “Andavo a caccia di sogni e ho trovato sfruttatori senza scrupoli che mi hanno derubato e volevano abusare di me. Poi mi hanno legato e mi hanno lanciato dalla finestra e dentro il fiume sentivo squittire i ratti attorno al mio corpo e il respiro farsi più debole, finché non è arrivata la tua mano a salvarmi ”
    “Oh, porco mondo! Un giorno arriverà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre da gente simile”.
    “Andiamo, dai, portami via da questo schifo.”
    “È solo che io devo…. è proprio che io devo… bisogna che io… insomma, bisogna che io faccia… che io faccia qualcosa, ecco!” Dove si trovano questi figli di puttana?”
    “In quel palazzo, in fondo alla strada, si intravede la luce accesa.”
    “Ho avuto troppa pazienza. Sfruttatori, assassini, vigliacchi. Ho deciso di farla finita, ho deciso di farla finita.”
    “Ma dove vai con quella pistola, lascia perdere!”

    “Oh, ma guarda chi è arrivato, il vendicatore della notte!”
    “Stai parlando con me? Dico, stai parlando proprio con me?”
    “Uh, sentitelo! E con quella pistola cosa credi di fare?”
    “Vaffanculo, maledetti figli di puttana!”
    “Muoviti, vai via!”
    “Io non mi muovo, io non mi muovo da qui!”
    “Vuoi farti male per forza, eh?”
    “Non ci provate stronzi!”
    “Pivellino del cazzo!”
    “Ma dici a me? Dici a me? Ma con chi credi di parlare? Sei morto!”

    “Li hai fatti fuori tutti! Gli spari hanno svegliato l’intera Montmartre. Le senti le sirene delle pattuglie di polizia? Hai freddato un’intera banda di protettori. Adesso ti considereranno un eroe! Io, per prima lo farò!”
    “Non voglio niente, solo andare a dormire”
    “I tuoi occhi riflessi nello specchietto sono così intensi! A me sì, che puoi chiedere quello che vuoi!”
    “Mezza corona, grazie. Per la corsa in taxi”.

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  8. La giovane arciere è pronta a fare sul serio. Allontanatasi dal distretto 12, è diretta al centro di Capitol City. La motivazione a mettere fine alla tirannia del perfido Snow, è più forte di qualsiasi ragione di buon senso che le impedisca di partire per la missione senza il supporto della sua squadra. Dopo giorni di viaggio, eccola, a vagare esausta, in quel che resta del quartiere parigino di Montmartre: un cumulo di detriti e macerie, dai quali si leva una scura coltre di pulviscolo che le fa gocciolare gli occhi, confondendo quel bruciore alle lacrime vere; la distruzione a cui la rivolta aveva condotto era ovunque. Il buio inghiotte insieme alle rovine anche lei e i suoi sensi di colpa. Katniss, affretta i passi fra i vicoli, costeggia un lungo muro facendo attenzione a non incorrere in qualche trappola mortale. Ha paura; adesso che è a un passo dalla fine, non vuole rischiare di saltare per aria. Entra finalmente in una casa diroccata. Ha bisogno di riprendere fiato prima di affrontare la battaglia finale contro il suo nemico. Sale le scale, lentamente, sa di muoversi su un terreno minato. Comincia a intravedere una luce, si trova in un agguato ideato dal dittatore. La stava aspettando. Cloni mutanti si avventano su di lei per imprigionarla, torturarla, forse mangiarla. Lotta con tutte le sue forze e riesce a divincolarsi, ma l’unica via di fuga è un’apertura, di quella che una volta doveva essere stata una finestra. Si ripara il viso con le braccia, prende la rincorsa e senza indugio l’attraversa saltandoci dentro. Finisce nelle torbide acque del fiume sottostante. L’impatto con l’acqua gelida non è dei migliori; la corrente è molto forte e la trascina via facendola dondolare con violenza. Non riesce a restare a galla, si sente soffocare e sprofonda sempre più verso il fondo. Vede in lontananza, avvicinarsi rapidamente, un’orda di topi affamati pronti a divorarla. Prova a nuotare, a vincere la furia dell’acqua, ma batte la testa su un grosso ammasso roccioso e perde conoscenza. Dopo qualche istante, sente una mano che la scuote. Si sveglia di soprassalto, sudata e con il respiro corto. Confusa, si guarda intorno e incontra gli occhi limpidi di Peeta; finalmente la sua voce:
    “Hei, Katniss va tutto bene?”
    Lei, gli fa cenno di sì con la testa.
    “E’ tutto pronto. La Mezza Corna è atterrata, dobbiamo andare!”

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  9. *1984*

    Peter incede spaesato nel quartiere Parigino di Montmartre. La missione è semplice: individuare lo stabile infestato, liberare Dana, catturare i fantasmi e tornare a casa in tempo per una cena a lume di candela. Poteva farcela. L’idea di Ray di dividersi, gli era parsa buona, ma adesso, comincia a dubitarne. Girovagare nei vicoli del quartiere, lo fanno sentire come in una trappola per spettri. L’unica fonte di luce, da cui è circondato, è quella del suo PKE; le lancette, non fanno altro che vibrare e illuminarsi man mano che avanza verso la casa in fondo alla stradina che sta percorrendo, per poi spegnersi se si volta in un’altra direzione. Questa è una buona notizia; significa che ha individuato il posto. Prova ad avvisare gli altri, ma il walkie talkie sembra morto; li chiama più volte, nessuna risposta. Rasenta un lungo muro dissestato e raggiunge, finalmente, l’abitazione da cui proviene il segnale. Scivola dentro e segue le scale che cigolano sotto i suoi scarponi pesanti, verso il piano superiore, da cui intravede una luce. Si ritrova nel mezzo di un bar circondato da spettri di 5a classe che aleggiano sul soffitto e dondolano su vecchi lampadari. Altri, sono sparpagliati tra i tavoli e si divertono a far scoppiare bottiglie e bicchieri di cristallo. I fantasmi appena si accorgono della sua presenza si avventano su di lui, lo vogliono spaventare, forse smerdarlo. Peter fa fuoco col suo acceleratore di protoni sparando fasci di flussi luminescenti e cerca di catturare più fantasmi possibili, ma sono davvero troppi per il suo braccio. Tavoli e sedie iniziano a volteggiare nella stanza prima di essere scagliati come proiettili contro di lui; costretto a indietreggiare nel tentativo di schivare i colpi, finisce spalle a una finestra aperta; un piede in fallo gli fa perdere l’equilibrio e cade di sotto, nel fiume. Lo zaino protonico è troppo pesante, non riesce a sfilarlo; affonda, dondola. Si sente soffocare. Dal walkie talkie sembra sentire il richiamo dei suoi amici; poi, una mano lo scuote, si sveglia. Finalmente, la voce amica di Egon: “Peter siamo arrivati, stavolta ricordati di inserire la mezza corona nel parchimetro per la Ecto-1 o verremo multati di nuovo!”

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  10. Anche questa settimana arrivo per ultima, ma non volevo mancare. Il cinema è una delle mie passioni. Ecco qui le mie due versioni

    Citizen Kane

    – Mezza corona. – queste sono state le ultime parole di Charlene Kane prima di essere gettata nella Senna da un gruppo di loschi frequentatori di un bar che l’avevano rapinata, forse anche violentata.
    Lei teneva stretta una palla di vetro, la neve scendeva sua una coppia di pinguini che salutavano dal bordo di una nave.
    – Mezza Corona! – titolano le maggiori testate giornalistiche del pianeta. – Chissà che intendeva, con le sue ultime parole, l’ereditiera del più grande impero editoriale del mondo?-
    Giornalisti, investigatori e spie di tutto il paese scavano nei meandri più oscuri della vita della giovane.
    Un brillante corrispondente estero rintraccia il suo secondo marito, proprietario di un bar a Montmartre, un ubriacone. Ma non si riesce a farlo parlare.
    Dal suo avvocato si trova il diario della donna, ma è mezzo rosicchiato dai topi.
    Si scopre, che la madre, diventata ricca, voleva assicurare una educazione di primo ordine alla figlia. L’avvocato era andato a prendere Charlene, per spedirla in un collegio svizzero. La bimba, che stava giocando con un registratore di cassa giocattolo, combatte con le unghie e con i denti contro il volere della madre, e la forza dell’avvocato, ma finisce comunque in collegio.
    Charlene odierà gli anni del convitto, e una volta uscita cercherà di distruggere in tutti i modi l’avvocato, ritenendolo causa dei suoi anni infelici.
    Viene intervistato il braccio destro di Charlene. Lui rivela che le sue reti televisive hanno mandato messaggi subliminali per mandare alla casa bianca la cugina dello zio del cognato del terzo marito della Kane, solo perché la suocera gli aveva talmente rotto le scatole che la giovane ha ceduto.
    Il brillante corrispondente estero trova la candidata alle elezioni. Lei nega tutto, ancora prima di sapere di cosa si sta parlando.
    – Voi giornalisti siete tutti uguali! No, no e poi no! Io sono innocente! – E se ne va circondata dai suoi collaboratori più stretti, più le guardie del corpo, più la dietologa, più la cuoca, l’estetista, la parrucchiera e altre persone non ben identificate, forse dentisti.
    Al telegiornale fanno vedere l’enorme casa della defunta. Un gruppo di addetti ai traslochi stanno portando fuori tutti gli oggetti che i tre ex mariti ritengono inutili, compreso un piccolo registratore di cassa giocattolo e un sacchettino di monetine di plastica gialla tutte del valore di mezza corona.

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  11. Sabrina

    Il tramonto sta colorando di rosa le nuvole che si riflettono sulle pozzanghere. Sabrina cerca di evitarle per non bagnarsi i piedi.
    Lei vaga smarrita per i quartieri di Montmartre. Si chiede: dove sarà la scuola di cucina?
    Vaga per i vicoli costeggiando lunghi muri pensando a David, lo pensa impegnato fra una buca da golf e una pallina di tennis lanciata nel campo da tennis al coperto dove lui porta le sue conquiste dopo le fastose feste di famiglia.
    È sicura che quando tornerà a casa, lui si innamorerà di lei. Anche se è solo la figlia di un autista, e le loro classi sociali sono inevitabilmente divise dal vetro che separa il conducente dal passeggero.
    Gli uomini si guidano all’altare lasciando la traccia di un profumo che fa venire l’acquolina in bocca.
    Ha già pensato a un soufflè da leccarsi i baffi, e poi ci sono gli aspic, la quiche lorraine, le tarte tatin e la ratatouille.
    David… David, sospira mentre sale le scale inseguendo distrattamente una luce. Si trova nel mezzo di un bar frequentato da brutti ceffi. Il locale viene avvolto dalla fragranza di lei, un misto di Chanel numero cinque, vaniglia e cioccolato. I pensieri peccaminosi e malvagi degli ubriaconi svaniscono di fronte all’incanto e alla classe che seguono Sabrina ovunque lei vada. Persino i topini spargono la voce, c’è d’aiutarne un’altra: tenete pronta la zucca e chiamate la madrina.
    Sabrina si accorge di star sognando, si sveglia sulla sdraio della nave che la riporterà a Parigi.
    Com’è cambiata la sua vita da quando è tornata. Ora nel suo cuore non c’è più David, ma suo fratello Larry. Quello serio, tutto casa e lavoro. Quello che sta sempre a dieta, che pensa solo ai soldi. Quello a cui aveva confidato quanto fosse bella Montmartre sistemandogli il cappello alla moda parigina.
    Quanti rimpianti, seduta sul ponte di quella nave da crociera.
    David l’aveva chiesta in moglie rinunciando a una ricca ereditiera con un brevetto miliardario (trasformerebbero la canna da zucchero in morbida plastica). Ma a quel punto (per farla breve) lei non lo voleva più.
    Un cameriere gli porta un cappello: un gentleman ha chiesto se lo può sistemare.
    Possibile che Larry si sia finalmente ravveduto e sia partito con lei?
    Dà una mezza corona di mancia all’uomo che con un inchino scompare.
    Lei sistema il cappello, lo da ai topini che scatenano per tutta la nave una caccia all’uomo senza tregua.
    Ma Larry è lì, davanti a Sabrina. Si spettina i capelli alla moda parigina e bacia appassionatamente l’amata..
    – Sabrina, da quando mi hai preparato quelle due uova sode, ho capito che non posso più stare senza di te. –
    E se ne vanno cantando: “Non abbiam più banane quest’oggi”

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    1. Gertrude Stein diceva: “L’America è il mio paese, e Parigi è la mia città”. Parigi per me sarà per sempre questo.

      Quando hanno rifatto Sabrina nel 1995, con Julia Ormond e Harrison Ford, l’ho odiato. Ora adoro entrambe le versioni. 😉

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