Crepe


C’era qualcosa di insano. Nel vivere ammassati, voglio dire. Corpi, odori – e pretese -, in un feroce turbinio di colpi di gomito pur di riuscire a procurarsi un fazzoletto di spazio in cui tirare una boccata d’aria. Che poi, c’era poco da respirare: solo al pensiero di trangugiare l’alito appena emesso da qualcun altro rendeva venefico qualsiasi refolo. Non andava meglio con gli sguardi, torvi, che ci lanciavamo, dato che ognuno di noi stava ormai difendendo l’indifendibile. Eravamo prigionieri di una realtà malata; i più fortunati – i più furbi, quelli che potevano vantare un qualche santo in paradiso – se n’erano andati per primi. Poi, pian piano, se n’erano andati tutti quelli che erano riusciti ad avere una buona scusa. Chi era rimasto – i superstiti, come dicevo io senza che nessuno capisse quanto scherzassi – erano la zavorra, anche se qualcuno si ostinava a spergiurare che era rimasta la crema. Non tutti si rendevano conto di essere rimasti l’ultimo peso di una nave destinata a colare a picco. Cioè: credo che tutti lo sapessero, ma pochi sembravano capirlo. E c’è una differenza: se davvero avessero capito, gli si sarebbe tagliata a fette l’anima.

Io dovevo essere il più pazzo di tutti: me ne stavo fermo, piombo profondo in mezzo all’altra zavorra, e scrivevo. Lo facevo negli interstizi. Era una routine di cemento l’unica cosa che mi permetteva di sopravvivere là in mezzo. Sveglia, colazione, spostamento, lavoro, spostamento, pranzo, spostamento, lavoro, spostamento, cena, spostamento, “non-puoi-non-esserci”, spostamento, letto. Mi permetteva di sopravvivere perché mi garantiva di rimanere vivo fino al giorno successivo, in cui ricominciare esattamente dallo stesso punto. Vivo, non vitale. Non intelligente, speranzoso, spensierato, amorevole. Ma neppure crudele, bastardo, arrivista, ostile. Mi annidavo nelle crepe.

Il fatto è che all’inizio le crepe erano larghe: ci si stava comodi e c’era spazio anche per due. Ma il tempo, passando, aveva asciugato il cemento. Che si era contratto. Se tutto quello era stato progettato da qualcuno, allora era stato fatto bene. Le crepe si erano ristrette senza darlo a vedere. Piano, come il sole che rotola nel cielo: fin da piccolo avevo spiato i suoi spostamenti, senza mai riuscire a sorprenderlo. Anzi, mi ero sempre sorpreso io: un momento di distrazione e l’ombra se ne era fuggita più in là d’una spanna.

Le crepe si erano serrate; ci si stava sempre più scomodi, dentro. Forse era per quello che anche la mia scrittura si era ristretta: non c’era più spazio per un romanzo e mi ero dovuto fermare al racconto. Poi un altro giro di vite: ed era poesia. Infine furono solo poche parole, fino a quando la crepa si sigillò. Non mi cercò più nessuno: io ero dentro.

 

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21 thoughts on “Crepe

  1. Ci penso io. Mi sono armata di picconi, martelli pneumatici ed escavatori.
    Al grido “riapriamo le crepe” vengo a scassare le strade, ad allargare le fessure, a rimuovere gli strati di cemento che il sole ha asciugato.
    Ti tiro fuori da lì.
    Però, pure tu! Ci sarà un posto più comodo dove annidarsi per scrivere!

    Mi piace

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