L’aria è più pura, lassù


photo credit: New Born via photopin (license)
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È passato molto tempo dall’ultima volta. Però le pagine non scadono e Tiziana mi ha chiesto un racconto che parli del rapporto tra padre-figlia. Spero tanto che le possa piacere, questo. Pensavo di lavorarci più a lungo, però alla fine ho deciso che non ci riesco. Mi perdonerà, mi auguro.

Buona lettura.

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Un padre. Una figlia. C’è un rapporto diverso, tra noi, proprio perché travalica i generi: se fossi stata un maschietto ci sarebbe stata una comunanza di sentire, un vissuto comune tra l’esperienza di uno e il presente – e il futuro! – dell’altro. Ma, ahimè, il fiocco era rosa. E poco importa che il mio sesso lo abbia deciso proprio tu, nel momento esatto in cui amasti la mamma. Da allora è stato un crescendo di aspettative, deluse, e diffidenza.

«Dove stai andando?», «Chi è quel ragazzo? », «Ma proprio al classico ti devi iscrivere?»: quante litigate. Sono sempre stata dalla parte sbagliata della barricata, secondo te, e io ho fatto di tutto per rimanerci, su quella barricata. Una lotta continua, per rivendicare anche per me quegli stessi principi che tu mi avevi insegnato. Poi sono cresciuta e la nostra lotta si è rarefatta. Me ne sono andata lontano, per lavorare. O forse solo per respirare. Ho conosciuto uomini. Qualcuno con la maiuscola, più spesso con la minuscola. Ho fatto un figlio e l’ho tirato su. Da sola. E, per Natale, quando sono tornata a trovarti, mi hai fatto la sorpresa.

Perché tu hai sempre fumato, anche in faccia al dottore che ti ha implorato per anni di smettere. È stato proprio da te aspettare una festa comandata per tossire senza fermarti, fino a macchiare di rosso il fazzoletto con cui cercavi di proteggerti. Ti ho portato di corsa da un professore, nella speranza che l’autorità ti facesse più effetto. Qualche esame, d’urgenza. I raggi. E una serie di referti che dicevano quell’ovvio che nessuno voleva sentire. Hai smesso di fumare, di colpo. O almeno è quello che hai detto. Ma non hai più ripreso il tuo colore. Le guance sono diventate ogni giorno più grigie e scavate. Gli occhi un po’ più infossati, perle nere in un pozzo viola. Arrabbiarmi perché non hai mai voluto farti un controllo? Certo, l’ho fatto. Non è servito a nulla, se non a sfogarmi. Come una pentola a pressione, per non esplodere.

Mi sono presa qualche mese d’aspettativa e sono tornata a casa. Ma non sono riuscita ad abituarmi al fatto che comandavo io. «Dove stai andando?», «Perché non mangi? », «Ma proprio al bar dovevi fermarti?»: quante litigate. Siamo corsi da un medico all’altro, nel tentativo di sentire una voce diversa. Mi sono iscritta alla biblioteca e ho letto tutto, sull’argomento. Ho spremuto ogni bit dai giga della connessione a Internet. Ogni volta che siamo andati da un dottore nuovo sapevo subito se diceva cose giuste o se ce le voleva raccontare. Quando è successo mi sono inalberata, spiattellandogli in faccia tutta la sua ignoranza e supponenza. Quello è arrossito; ha cercato di difendersi. Ma io ho infierito: gli ho dimostrato la sua inadeguatezza, il fatto che speculasse sulla pelle di gente che soffre. Lui, il dottore, ha ascoltato in silenzio. Anche tu mi hai ascoltata in silenzio. Alla fine lui ci ha messo alla porta, con ferma gentilezza. Noi non saremmo più tornati là, perché non ne avevamo bisogno. Neppure lui aveva bisogno di noi, anzi. Siamo tornati a casa e nel tragitto ho cercato di convincerti che qualcosa si potesse ancora fare; ti ho raccontato le ultime ricerche sull’argomento. Tu mi hai sorriso, stanco, e mi hai detto che non immaginavi che io fossi così. Io ho inarcato un sopracciglio e ho detto: «Così come?». «Così», hai detto, e ti sei messo a ridere. E a tossire. Ho riso con te, anche solo per nascondere quell’umido salato che mi bruciava negli occhi. Quando ci siamo fermati di ridere, mi hai detto una cosa sola: «Mi mancano le sigarette». «E la mamma?» ti ho domandato, finta – o forse vera – scandalizzata. «La mamma anche. Però sopporto meglio la sua mancanza: ho te». Da là fino a casa ha parlato solo il motore. Poi un giorno hai deciso di trasferirti all’ospedale. «Per non pesare troppo su di te», hai detto. Io ho cominciato a passare sempre più spesso le notti là, con te.

Stamattina, quando mi sono svegliata, ero con te, nella tua stanza; tu avevi gli occhi chiusi, un rantolo schiumoso per respiro. Il volto stanco, ma sereno, di chi vede infine concludersi una lotta impari. Mi sono inginocchiata di fianco al letto e ti ho preso la mano; non hai aperto gli occhi, ma le tue dita magre hanno appena stretto le mie.

«Sali, papà, sali tranquillo» ti ho detto trattenendo le lacrime, «più sali e meglio si respira.»

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

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24 pensieri riguardo “L’aria è più pura, lassù

  1. Ogni tanto leggendo i tuoi racconti mi viene voglia di smettere di scrivere. Magari ce l’avessi io, la tua capacità di evocare emozioni! Io invece ho sempre l’impressione di non smuovere niente negli altri, e se ci provo mi sembra di essere stucchevole.

    In ogni caso, bellissimo racconto, soprattutto nel finale: poche parole ma davvero incisive ^_^ .

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    1. È sempre difficile dire se si smuoverà qualcosa, negli altri. Se ci fosse una regola del genere, scrivere sarebbe molto più facile. Citando un qualche scrittore (non ricordo chi, ma credo di averne anche fatto un racconto per i consigli di scrittura): “Nessuna lacrima in chi scrive, nessuna lacrima in chi legge”. Non è tassativo, certo, ma un minimo di guida c’è.

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  2. Non devi farti perdonare nulla. Hai elaborato un racconto eccezionale, emozionante e , che ha alcune coincidenze personali della mia vita,o che comunque sono collegate ad alcuni fatti, che tu non potevi sapere. Direi che miglior regalo non potevi farmi.Oltretutto lo hai redatto molto bene e in poco tempo. (Non te lo sei fatto dire duevolte).E pensare che mi avevi detto che era una tematica difficile per te.
    Me lo tengo stretto questo racconto.

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  3. Lo so, io arrivo in ritardo rispetto agli altri, su molte cose.Ma non c’è un tempo stabilito per cui un post , in questo caso, ma anche nella vita. Le cose sì fanno in tempi diversi rispetto agli altri. In tempi maturi , come dico io.Se ti ha riportato a riprendere , non solo il post , ma soprattutto a scrivere, allora ben venga.

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  4. Ed ora le mie impressioni:
    Mi è piaciuto tanto e mi ha emozionato per due motivi.
    Uno perché ci sono delle coincidenze personali (già detto), e poi perché mentre lo leggi , ti coinvolge. Vedendo i commenti, non solo l’unica a pensarlo. Grazie! !!!
    P.s= questa settimana ho detto molti “grazie”. Direi di essere stata fortunata, ultimamente.

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  5. bel racconto, Michele! hai centrato uno dei fenomeni che spesso si verificano e quei momenti in cui tra genitori e figli i ruoli si invertono, e il senso di responsabilità, il prendersi cura dell’altro fanno fare e dire le stesse cose, le stesse racomandazioni che da figli ci avevano sempre infastidito.

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  6. Bello Michele. Mi è piaciuto il coraggio con cui hai affrontato l’argomento, perché per me ci vuole coraggio a buttare fuori questi argomenti: le malattie, i genitori che invecchiano e non sono più in grado di ricoprire quel ruolo, la morte. Soprattutto la fine, hai scritto molto bene l’emozione di una figlia che vede nella morte del padre il sollievo delle sue sofferenze, cioè qualcosa di positivo che anche io ho provato e concordo, in un evento che noi tutti temiamo.

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  7. Avrei voluto saper scrivere una cosa così quando mio padre se ne è andato. Anch’io ritrovo delle coincidenze personali. E anche a me sono scese le lacrime, silenziose. Lacrime che non sono scese mentre le cose accadevano davvero.

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    1. Le lacrime scendono sempre dopo: è un meccanismo di difesa. E questo pezzo è scritto così perché io ho la fortuna di non averlo sperimentato, ancora, e ho quel distacco e quella lucidità che altrimenti non potrei avere.

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