Tutte le trame del mondo #3


La settimana scorsa abbiamo dato un contenuto a un possibile romanzo di Sandra Faè. Lo abbiamo fatto scendendo fino al nucleo della struttura in tre atti e il risultato è stato buono. Non mi aspettavo nulla di meno da voi, sia chiaro; quello che invece vorrei sottolineare è che aver seguito il procedimento in cinque punti ha reso molto semplice trasformare un’idea qualsiasi in una trama completa. Serve davvero poco: qualche riga e il gioco è fatto. Anzi: meno righe sono, più diventa semplice proseguire con il lavoro. Qualcuno si è domandato se una trama sia davvero da schematizzare in punti; la risposta è no, ma non farlo rende le cose difficili dopo: uno schema è arido ma è facile da gestire

Sono anche in debito, dalla settimana scorsa, di una tiratina d’orecchie: Helgaldo con un colpo d’ala ha sfornato una storia bellissima, solo che poi ha trascinato anche altri su una strada accidentata. Ha travalicato l’esercizio (anche se poi l’ha fornito come da richiesta, dandoci modo di capire cosa abbia fatto in aggiunta), sforando in quello che si chiama soggetto e persino (in parte) nel trattamento. Non vi spiegherò i termini, lasciandovi l’onere di scoprire da soli di cosa si tratti (suggerimento: basta dare una scorsa a Wikipedia, per esempio tra le tante voci riguardanti il cinema). È chiaro che partire con i tre atti e i cinque punti, nudi e crudi come vi avevo chiesto, è un esercizio molto scolastico e che la tentazione di “saltare” qualche passaggio banale è inevitabile. Però vorrei sottolineare che avere coscienza piena di questi fondamentali è un grande aiuto per quando la storia sarà in fase di sviluppo avanzato: più l’ossatura di base è semplice e chiara, meno problemi avremo quando andremo a complicare le cose per mantenere la suspense o quando dovremo comprendere azioni e motivazioni dei personaggi. Infine, sempre a proposito di Helgaldo, vi invito a smontare frase per frase la sua storia. Lui ha talento sufficiente per scrivere cose di cui non si rende nemmeno conto (davanti all’evidenza si schermisce) ma vi invito a notare che nel suo brano ci sono una miriade di tecniche, trucchi e trucchetti che vanno dalla metaletteratura fino alle malizie necessarie per tenere alta la tensione: analizzarlo con calma è una grande palestra.

Archiviato questo piccolo ripasso, utilissimo nella costruzione di un “bestseller da supermercato” e un po’ meno per scrivere pietre miliari della letteratura, torniamo a farci le ossa con una delle 77 possibili trame che possiamo dare alla nostra storia: oggi è il tempo di Avventure Allegoriche. Testi di questo tipo potrebbero essere Le cronache di Narnia (C. S. Lewis) o Il maestro e Margherita (Mikhail Bulgakov); storie in cui abbonda il simbolismo, per quanto nella letteratura moderna la cosa risulti meno evidente. Vi lascio con un titolo capace di spaziare dal cibo di strada fino alla denuncia storica e politica: Arcipelago Gulasch.

Buona scrittura (e fate tesoro dei famosi cinque punti).

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39 thoughts on “Tutte le trame del mondo #3

  1. Helgaldo mi ha fatto notare (chi di tirata d’orecchi ferisce…) che “Avventura allegorica” è un tantinello stringato. Ok gli esempi, ma due righe non guastano.
    Cominciamo a definire allegoria, dunque. Come recita Wikipedia: «L’allegoria è una figura retorica per cui qualcosa di astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, non si basa sul piano emotivo bensì richiede un’interpretazione razionale di ciò che sottintende».
    L’avventura allegorica, dunque, non è altro che una storia che, invece di svilupparsi nella realtà di tutti i giorni, prende vita in una realtà alternativa dove (peer fare un esempio facile) un personaggio che debba rappresentare forza e regalità viene impersonato da un leone. È chiaro che l’astrazione può essere portata anche ad un livello più sottile: per esempio potrei scrivere di un naufrago che comunica solo attraverso messaggi in bottiglia, a sinonimo del fatto che al giorno d’oggi molto venga demandato all’immaterialità dei social invece che al contatto umano.
    Se però avete una definizione migliore di questa mia “veloce”, condividete pure 🙂

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    • Giusto per completare il pensiero: qualsiasi storia è in qualche modo allegorica. Quello che caratterizza un’avventura allegorica è la centralità dell’allegoria, cioè il fatto che l’allegoria colga in pieno lo “spirito” del romanzo come nell’ultimo esempio che ho fatto.

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    • Le trame possibili si possono raggruppare in vari modi, ma sono comunque un numero finito e anche piuttosto piccolo. Quando ho trovato una lista che ne elencava 77, ho deciso di ripassarle tutte nella “Biblioteca Scarparo” e questa è la seconda che propongo.

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  2. A Tinos, piccola isola gioiello nel noto arcipelago delle Cicladi, Chef Rubio ha un obiettivo ambizioso: diventare il miglior ristorante locale, offrendo non la solita cucina greca, bensì piatti tipici della tradizione europea: dal risotto alla milanese con il midollo fino al gulash ungherese, che, con il caldo, non è esattamente un cibo che si presuma possa essere apprezzato.

    Ma il gulash proprio non va e anche la polenta con l’anguilla di Comacchio suscita grosse, grasse risate greche che risuonano in tutto l’arcipelago. La fila fuori dalle taverne dove servono mussaka e giros arriva fino al porto, mentre da Chef Rubio il vuoto.

    Occorre farsi venire un’idea, e pure alla svelta, la prima stagione si è conclusa in perdita e Yannis da tempo fa il filo al locale situato accanto suo ristorantino in modo da potersi allargare. Nonostante la crisi greca ha un piccolo tesoretto che sventola sotto il naso di Chef Rubio ogni sera un po’ più cospicuo per gli incassi della giornata, gli affari vanno alla grande, così su una sgangherata sedia azzurra, con il grembiuolone che sventola per il meltemi Yannis sorseggia ouzo alla faccia di Rubio mentre gli rinnova la proposta di acquisto. Uno stillicidio.

    Quando a Ferragosto, per le celebrazioni alla Madonna – a Tinos vi è un santuario che per gli ortodossi è paragonabile a Lourdes – una comitiva di ungheresi, cechi e polacchi sbarca sull’Isola, dopo settimane di insalata greca e souvlaki non par loro vero di trovare il gulash! Affollano il ristorante e, con una sola serata e la promessa di tornare l’indomani a pranzo, risollevano le finanze del noto chef. Una bella coccola per la sua autostima, sorride a Yannis in una notte stellata che, ahimè, vedrà poi buona parte del gruppo chiusa in bagno, con problemi intestinali. Dare la colpa al gulash è inevitabile.

    Non era il gulash, ma l’acqua portata a bordo durante la navigazione, un comunicato stampa la capitaneria di porto della vicina isola di Milos avviserà i turisti, ma ormai è tardi, il pranzo è stato annullato e scottati di sole, ungheresi, cechi e polacchi siedono da Yannis. Ma Yannis non ci sta: i greci hanno inventato la democrazia e lui vuole vincere onestamente, si rifiuta ti servire il pasto alla compagnia e a suon di “signomi” (leggasi con la g dura) respinge l’assalto dirottandoli verso Rubio, che propone un brodino di pollo che saprà riportare la serenità all’apparato digerente dei turisti. Domani è Ferragosto e l’idea è una sola: unire tavoli e risorse per una grande mangiata insieme, che i greci a fare festa (Opa) non sono secondi a nessuno!

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  3. Ecco la mia, prendendo l’esempio del naufrago.

    Andrea, patito di windsurf, si reca nei Caraibi per una vacanza all’insegna del suo sport preferito.

    Una mattina di forte vento in cui tutti, al villaggio, non fanno altro che scattare selfie e postare sui social lui decide di uscire comunque in mare; il vento però, lo porta sempre più al largo verso un uragano in arrivo che lo lascerà mezzo morto e senza tavola su un atollo sperduto.

    Andrea, novello Robinson Crusoe, impara a sopravvivere con quel poco che c’è; soprattutto scopre che la corrente porta, su un lato dell’isola, un mare di rifiuti di plastica, tra cui molte bottiglie. Dal lato opposto, invece, la corrente le porta via: così comincia a lasciare messaggi in mare, nella speranza che qualcuno li legga.

    Un giorno, aprendo un flacone appena arrivato, scopre che contiene un messaggio. La speranza che lo stiano cercando svanisce presto: si tratta di un altro naufrago, apparentemente bloccato su di un isolotto proprio come lui.

    I messaggi in arrivo si moltiplicano, mentre lui continua a spedire i propri e a rimettere in mare quelli che arrivano: scoprirà con il tempo che molti isolotti hanno un abitante, che affida alle onde quotidianamente un messaggio di speranza o anche solo la descrizione della propria miserevole vita. Messaggi che si mescolano come la carne nel gulasch, in una zuppa informe. Così finirà per fare anche lui, in un eterno gioco di correnti tra naufraghi senza speranza di incontrarsi e parlarsi.

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  4. @ Marina, dovevo conservare la busta di vittoria al Thriller, c’era l’indirizzo, senza nome, eh, ma ci attaccavamo a tutti i campanelli/citofoni, CHI VINCE IL THRILLER TENGA LA BUSTAAAAAAA
    e voi direte, adesso Helgaldo il mittente non lo scrive più, ma Hel. è solito andare in posta, e senza mittente non l’accettano. ahahahha

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  5. Tutta st’allegra discussione, solo per distrarre il “capo” dall’esercizio che oggi mi sembra difficile:
    – cinque punti sì, ma parchi nel racconto se no sembra un soggetto.
    – Breve sì, ma tale da acchiappare tutte le caratteristiche di una trama.
    – ah, oggi abbiamo l’elemento jolly: l’allegoria!
    E qua, i soliti, sfornano storie come i panini all’olio dal fornaio!
    😀

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  6. La città vecchia è sempre stata vecchia. Millenaria. Decadente, divisa in caste impermeabili, corrotte, viziose. Non c’è il merito e la giustizia. Tutto è sempre uguale. I giovani più intraprendenti vogliono andarsene. Oltre la cupola che protegge la città vecchia, si dice, c’è l’Arcipelago. Una vita moderna, democratica, felice. I primi che partono, fuggendo dal condotto di aerazione che rigenera l’aria viziata della città, non tornano indietro.

    Nella periferia della città vecchia apre un grande ristorante che serve solo gulasch a prezzi bassi. Il cibo è scadente: molta zuppa e poca carne. I cittadini bene non lo frequentano. La clientela è solo popolare e giovanissima.

    Invogliati dalle partenze dei primi, altri giovani si convincono a fuggire in massa verso l’Arcipelago. La città vecchia inizia a invecchiare più velocemente del solito. Giungono voci che nel nuovo mondo le vecchie regole sono state infrante, non esistono più caste e favori, raccomandazioni e gerarchie innaturali. Ora qualcuno chiede cambiamenti radicali anche per la città vecchia. I poteri millenari entrano in crisi, si spaccano, si riorganizzano per fronteggiare la crisi sociale e garantirsi i privilegi. Al primo ristorante gulasch ne seguono numerosi altri in vari punti della città. Non solo nelle periferie ma anche nei quartieri a più alto reddito. Il prezzo del gulasch, già basso, si abbassa ulteriormente. Diminuisce la percentuale di zuppa e migliora sensibilmente quella di carne. Altre fasce di giovani iniziano a frequentarli assiduamente. Sembra che mangiare gulasch sia il piatto ormai di moda per distinguersi dai «vecchi pregiudizi» cittadini. Bande gulasch e bande non gulasch si scontrano ripetutamente. L’ordine pubblico è turbato. Partono inchieste sui ristoranti. Si scopre che il gulasch proviene interamente da allevamenti dell’Arcipelago. Viene emessa un’ordinanza che vieta il consumo di gulasch in città.

    A seguito del divieto, la protesta dei giovani scende nelle strade. Per loro è una rivoluzione, i vecchi dicono invece che è il caos, l’apocalisse. Il partito del gulasch sfonda il condotto di aerazione e una moltitudine di giovani abbandona la città, meta l’Arcipelago.

    La città è ormai spopolata di giovani. Solo vecchi anche nel nuovo grande ristorante gulasch nella piazza centrale della città, inaugurato davanti al palazzo del governo. Il nuovo governatore pranza tutti i giorni nel ristorante, non può fare altro: non esistono altri tipi di ristoranti. Si può mangiare solo gulasch. Nel piatto quasi niente zuppa, tutta carne giovane e tenera. Alle prossime elezioni l’amministratore della catena di ristoranti, divenuto capo politico del partito gulasch, sovvenzionato da imprenditori dell’Arcipelago, diventerà stando ai sondaggi governatore della città. Oggi un piatto di gulasch lo puoi avere per soli 99 centesimi.

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  7. Un ex capo scout, una giornalista freelance, un cameriere d’albergo, una studentessa universitaria, uno scrittore esordiente, sono solo cinque dei dodici concorrenti di un format famoso in tutta Europa: “Arcipelago Gulash”, un reality show nel quale i partecipanti sono chiamati a superare delle prove via via sempre più ardue, scelte dal pubblico con il sistema del televoto. È previsto un meccanismo basato su credits e graduatorie e vincerà chi riuscirà, dopo quattordici giorni, a guadagnare il punteggio più alto al quale si aggiungerà il gradimento espresso dal pubblico.
    I dodici candidati cominciano la loro avventura nell’isola d’Elba e ogni due giorni vengono trasferiti nelle altre sei isole dell’arcipelago toscano dove ad aspettarli c’è una nuova sfida da affrontare.

    L’inizio è subito problematico: i concorrenti devono arrangiarsi sia nelle modalità di accampamento sia nella condivisione di spazi unici e non tutti sono all’altezza di risolvere le difficoltà legate all’adattamento. Renzo è inconcludente, Laura fa la diva, Pierluigi è preciso ma troppo lento, Elena sente la mancanza di Facebook.
    Cominciano a delinearsi le prime alleanze e sorgono i primi conflitti.
    Finché il terzo giorno, nell’isola di Capraia, un’alluvione mette in crisi gli equilibri raggiunti.

    La pioggia non dà tregua, le capanne costruite con scarsa attenzione sono distrutte, resistono quelle cui i concorrenti più solerti hanno dedicato tempo e speso energie, anche la liaison nella frattempo nata fra Elena e Renzo è compromessa da necessità che svelano aspetti negativi dei reciproci caratteri. Il pubblico fa il tifo per i concorrenti immersi nell’avventura mettendo alla prova la loro capacità e lo spirito di sopportazione con attività sempre più impegnative: i partecipanti si misurano in gare di abilità manuale, astuzia e intelligenza.

    La quarta sfida è superata da Valeria, un’altra concorrente più defilata ma caparbia, che con calma e pazienza riesce a vincere la gara di orienteering e a raggiungere la meta prima degli altri. Lei, nella graduatoria generale, è quella con il punteggio più alto.
    Questo genera molta invidia e porta un gruppo di concorrenti, sobillati da Pierluigi, ad allearsi contro di lei per frenare la sua corsa verso la vittoria. I boicottatori ingenerano dubbi, si fanno portavoce di informazioni false, mirano a screditare la giovane Valeria.

    L’ultimo giorno, a Giannutri i gareggianti si preparano per la sfida finale: saranno coinvolti in un gioco di ruolo chiamato “Gulash”, in cui ognuno sarà parte fondamentale del gruppo ma uno solo dimostrerà di essere l'”ingrediente” leader. Obiettivo del gioco è salvare l’isola dall’invasione delle cavallette.
    Nel grande paiolo di Cala maestra, Renzo impone subito la sua linea di azione: distruggiamole. Gli fa eco Umberto: occorre dimostrare che lo abbiamo fatto per autodifesa. Laura punta al politically correct: se gli insetti sono qua è per un motivo, capiamo quale. Valeria si muove convinta: mettiamole in salvo. Elena non ne vuole sapere niente: ha il terrore delle cavallette. Pierluigi prova a mettere fuori gioco Valeria, ma quando, durante il combattimento simulato e la conseguente fuga per mettersi in salvo, cade, lei è la prima a fermarsi per aiutarlo, arrivando ultima al traguardo. L’episodio spiazza la concorrenza e impressiona in positivo il pubblico. Valeria conferma la sua leadership e il pubblico le regalerà la vittoria.

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  8. Ci ho provato.

    1- Viola è una donna snob, asociale, egoista, completamente a servizio dei pregiudizi e delle convenzioni sociali. Odia gli uomini, non sopporta i bambini, detesta gli animali e gli stranieri. Ricca di famiglia, abita da sola, in una lussuosa villa fuori città. Lei, non ha mai dovuto lavorare per guadagnarsi da vivere, per questo, non riesce a dare un valore essenziale al denaro in cui vede soltanto un mezzo per esercitare il potere e soddisfare capricci. L’unica attività in cui sembra mostrare un po’ di passione è la pittura. Il giorno del suo quarantesimo compleanno partecipa a un’asta, dove si accanisce per aggiudicarsi una vecchia campanella d’ottone, solo perché desiderata da un’altra donna, disprezzata fin dai tempi dell’università e alla fine, riesce a spuntarla.

    2- Soddisfatta della vittoria, una volta a casa, deciderà di sbarazzarsi subito di quell’inutile gingillo che oltre a non avere nessun valore, emetteva un suono stridulo e fastidioso; ma accadrà qualcosa di imprevisto. Viola, si risveglierà la mattina dopo, in una camera piccola e sciatta, sopra un ristorante ungherese. Confusa e spaventata, cercherà di capire come sia finita in quel posto e perché, ma l’unica cosa che scoprirà è che quella assurda situazione era in qualche modo legata al suono della campana. Incredula, suo malgrado, sarà costretta a fare i conti con questa nuova esistenza e a cercare un modo per tirarsene fuori. E’ così, che lei, giorno dopo giorno, inizia a vivere molte esperienze che la porteranno a riflettere su se stessa e sul modo in cui aveva sempre vissuto. Presto si renderà conto che le dimensioni della campanella mutavano in base alle sue scelte. Più la campana diventava piccola, più si avvicinava alla realtà dalla quale proveniva. Questa consapevolezza, le da la speranza di essere sulla strada giusta per ritornare alla normalità.

    3- Una sera, in un locale, conosce Isai, appassionato di tradizioni popolari, leggende e simbolismo. Combattuta l’ostilità da sempre nutrita nei confronti degli uomini, Viola, troverà il coraggio di raccontargli la sua storia e di chiedergli aiuto. Isai, aspirante scrittore in cerca della storia in grado di dare una svolta alla sua carriera, e incuriosito dalla vicenda assurda raccontata da Viola, accetterà di darle una mano. Insieme, inizieranno una lunga ricerca per svelare il mistero legato a quello strano oggetto che farà sì che tra i due si instauri una tenera amicizia. Per la prima volta, Viola, si sente apprezzata e amata da un’altra persona. Scioglierà, poco alla volta, i nodi della sua anima e scoprirà in se stessa talenti ignorati in precedenza. Imparerà persino a cucinare il gulasch, il piatto preferito da Isai. Inizierà anche a dipingere e a vendere i suoi quadri. Il suo talento comincia a essere riconosciuto nell’ambiente e lei, orgogliosa, ne donerà uno a un’asta di beneficenza, organizzata per devolvere il ricavato a una casa famiglia in cui era cresciuto Isai. Viola si sente una persona diversa, migliore. E’ così felice della sua nuova vita che non è più sicura di volerci rinunciare.

    4- Nel corso della serata di beneficenza, Viola avverte una sgradevole sensazione di déjà-vu. Presa dal panico, si mette alla ricerca di Isai che non trova. Tenta di scappare dalla sala, ma non ci riesce a causa della folla che le sbarra la strada. Tutto prende a girarle vorticosamente intorno, nella sua testa rimbomba assordante il suono della campanella d’ottone. A un malore e sviene. Rinvenuta, si trova in uno dei privé del locale che ospitava l’evento, circondata dai volti preoccupati degli organizzatori. Lei, non fa altro che chiedere di Isai, ma nessuno sa di chi stia parlando. Accertati delle sue condizioni, viene riaccompagnata nella sua villa. Una volta lì, fruga ovunque alla ricerca della campanella che però, è svanita nel nulla insieme alla sua nuova vita. Tra le lacrime si mette a letto e si addormenta.

    5- Quando si sveglia la mattina dopo, Viola, a un gran mal di testa, ma non ricorda più niente della precedente avventura. Tutto riprende a scorrere come se nulla fosse mai accaduto. Tuttavia, è profondamente cambiata. In particolare, non sa spiegarsi perché senta il bisogno di due cose: cucinare il gulasch e dipingere. Una domenica mattina, durante una passeggiata, resta ipnotizzata dal suono della campana di un vecchio campanile senza riuscire a capire il perché. Improvvisamente, percepisce una grande sensazione di vuoto, come la mancanza di qualcosa che non comprende, ma che giorno dopo giorno diventa sempre più grande. Per combattere la malinconica si rifugia nell’unico dono che quella surreale esperienza non aveva cancellato: la capacità di dipingere. Dipinge così tanto, da realizzare un’intera collezione di quadri bellissimi con cui deciderà di allestire una mostra a sue spese, per poterli vendere e devolvere il ricavato in beneficenza. Sarà proprio nel corso della serata che farà la conoscenza di un giornalista deciso a intervistarla sulla natura dei suoi quadri. Viola, senza averne coscienza, ritroverà gli occhi di Isai e con lui, una nuova felicità.

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