Dialoghi (teoria)


Prima di cominciare, comunico agli amanti della “Storia in sei parole” che questa settimana saremo ospiti di Chiara e del suo Appunti a Margine. Ancora qualche giorno e ci troveremo là, a giocare come sempre; oggi, invece, discuteremo di dialoghi e di come costruirli.

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La settimana scorsa ci siamo fatti venire un dubbio su come si possa scrivere un buon dialogo avendo a disposizione un materiale banale come quelle poche parole che si scambiano un marito e una moglie al mattino, appena svegli. Io ho provato a scriverci un raccontino e anche alcuni di voi hanno dato la propria versione.

Qualcuno ha scritto uno di quei dialoghi che io chiamo “da sceneggiatura”, composti cioè quasi solo da battute, con pochissime concessioni a legature e descrizioni accessorie. Facciamo un paio di esempi, giusto per capire di cosa stiamo parlando:

Dialogo “da sceneggiatura”

«Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’. Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?»
«…»
«E allora la smetta di scassare la minchia. Appuntato, rilegga!»
«Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.»
«Tutto qua, Appuntato?»
«Tutto qua, Commissario.»

Dialogo “da romanzo”

Il Commissario cacciò una gran manata sul tavolo. «Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’» disse, sventolando l’indice sotto il naso della ragazza. «Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?»
La ragazza abbassò gli occhi, ma non disse una parola.
«E allora la smetta di scassare la minchia» mormorò l’uomo addolcendo la voce, come se avessero appena stretto un tacito accordo. Poi si voltò verso la scrivania nell’angolo e ordinò: «Appuntato, rilegga!»
Il militare eseguì ubbidiente: «Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.»
«Tutto qua?» disse il Commissario, scuotendo la testa.
«Tutto qua» confermò l’Appuntato, allargando le braccia sconsolato.

Iara si è domandata quale versione fosse la migliore e io ho risposto “dipende”. Gli esempi sono miei e quindi non sono il massimo, ma spero che sia chiara la differenza. Se volete un esempio di cosa sia capace di scrivere Anne Tyler, potete leggere l’estratto (o comperarlo, se vi piace) di Una spola di filo blu. L’autrice che vi ho segnalato, aveste qualche dubbio sulle sue capacità, è stata diverse volte finalista al Premio Pulitzer e l’ha vinto nel 1988. Bastano le prime pagine per vedere che anche lei usa dialoghi con pochissime legature; qualcosa che si avvicina più al primo esempio che non al secondo.

Il pregio principale di questo tipo di dialogo risiede nel fatto di essere cinematografico; ha molto ritmo e trascina il lettore nella scena. Dato che in generale si utilizzano battute brevi, i personaggi non possono prodursi in spiegoni e chi scrive è inchiodato al fatidico “show, don’t tell”. Il tempo dell’azione è focalizzato sull'”adesso”, proprio come in una sceneggiatura. Tutto oro quello che luccica? Forse, ma solo a patto di lucidarlo bene con tanto “olio di gomito”.

Prima di tutto, senza poter vedere chi stia parlando, dopo qualche riga il lettore rischia di perdere la “sincronia” e di non essere più in grado di attribuire le battute. Certo, uno bravo è capace di dare una “voce” distinta a ogni personaggio (e noi ci abbiamo fatto un thriller) ma qualche aggancio ogni tanto bisogna pur darlo.

Un secondo problema è che si perde del tutto l’ambientazione: cosa ruota attorno ai nostri personaggi, mentre parlano? C’è il sole? Si odono rumori? Se stiamo scrivendo un giallo, potrebbe passare anche l’assassino con in mano l’arma del delitto ma, se nessuno lo dice, il lettore non lo saprà mai.

Qualcuno, tra gli insegnanti di scrittura creativa, insiste sul fatto che non possiamo permetterci di farli solo parlare ma dobbiamo anche muoverli, sulla scena. Se parlano e basta, il lettore perde tutte le informazioni che riguardano la comunicazione non verbale, cosa che potrebbe rendere impossibile poi capire le reazioni dei nostri protagonisti. Anche qui si può ovviare veicolando queste informazioni con battute del tipo:

«Smettila di leggere il giornale e guardami, quando ti parlo!»

ma è chiaro che non è possibile abusarne.

Infine, uno dei rischi dei dialoghi “da sceneggiatura” è che venga utilizzato per dare spiegoni improbabili. Gli americani lo chiamano “As you know, Bob” perché è tipico di film e telefilm: sta per esplodere una bomba, i nostri eroi devono staccare il filo giusto ma l’autore ha bisogno (cioè: crede di aver bisogno) di comunicare all’ascoltatore quale sia il filo giusto. Mancano giusto pochi secondi ma chi ha in mano la tenaglia dice: “Come sai, Bob” e poi gli fa una lezione di mezz’ora sulla teoria di come si costruiscono ordigni. Lezione che lui ha imparato sul campo, in Vietnam, durante la guerra. A quel punto, finalmente!, taglia il filo giusto.

D’altronde, prendiamo il secondo esempio: infarcire il dialogo con commenti, descrizioni della scena, note su cosa facciano i personaggi e altre amenità, rende lo stesso dialogo difficile da leggere. Il lettore perde il filo della discussione o, nella migliore delle ipotesi, finisce per avere l’impressione di un dialogo lentissimo.

Dunque, Iara, qual è il migliore? Io non lo so, ma l’unica risposta sensata mi sembra “dipende”. Se vogliamo ritmo oppure rallentare. Se abbiamo bisogno di raccontare o se vogliamo immergerci nell’azione sulla scena. E poi dipende anche dal fatto che io ne sappia abbastanza, di dialoghi, per farne addirittura un post: se c’è qualcuno che ha voglia di aggiungere qualche considerazione, qui sotto, è il benvenuto.

Sceneggiatura: un esempio vero

Visto che ne abbiamo discusso anche un po’ a sproposito, vi porto un esempio vero di come si scriva formalmente una sceneggiatura (all’americana, oggi la più usata).

SCENA 1.  INTERNO GIORNO
Qui si descrive l’azione che viene svolta nella scena, almeno le parti principali.
Per facilitare la lettura, spezzettare l’azione, descrivendo le singole parti da cui è composta.
                                                    MARIO
                     (qui le indicazioni di espressione più importanti)
              Qui si scrivono le battute dette dall’attore.
                                                    ANNA
                       (qui le indicazioni di espressione più importanti)
                Così si alternano le battute dei vari personaggi.
                                                                                                DISSOLVENZA IN CHIUSURA
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40 pensieri riguardo “Dialoghi (teoria)

  1. Tra i miei 10000 corsi che ho fatto ce n’è uno anche di sceneggiatura. Il foglio va diviso in due, da una parte scriveremo le cose che si sentono, prevalentemente quindi i dialoghi, ma anche rumori vari: un treno, lo squillo del telefono ecc. dall’altra le cose che si vedono quindi ambienti sì ma anche la comunicazione non verbale, la donna si toccò una ciocca di capelli. Un dialogo da sceneggiatura non in una sceneggiatura è quindi privo della seconda parte di foglio e sta alla bravura dell’autore evitare che questa mancanza diventi pregio e non faccia perdere la bussola all’autore.
    La Tyler è molto brava in tal senso. E bravo tu con questo post. Un bacione

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    1. Ciao Sandra, interessante questa cosa. Ci potresti scrivere un post a proposito su questo esercizio sulla scrittura da sceneggiatura?
      Sono demotivata, inca…ta con me stessa,, mi girano letteralmente, per essere più dolci possibili , ma dal tuo intervento, mi hai illuminato. Forse ho capito come devo sviluppare un racconto. Sinceramente non mi arrendo e non lo da vinta a nessuno. Miro dritto, anche se il dubbio c’è se ne valga la pena scrivere, ma morire d’ansia per non fare sempre bene. Devo trovare ancora la risposta.
      Il ” dipende” sta in quello che stai scrivendo, presumo.

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  2. Io preferisco la seconda versione, per esempio. però credo che dipenda anche dallo stile che più ci rappresenta nella scrittura: a me piace un dialogo che abbia una sua morbidezza, facciamo che si possa definire così. Lo immagino come un’onda, mentre il botta e risposta spezza un po’ questo ritmo flessuoso. Sono più per un’impostazione da romanzo che da sceneggiatura.

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  3. Se permetti, a me pare più cinematografico il secondo del primo, che invece definirei “radiofonico”, al cinema, infatti, la scena non è solo fatta di voci, ma ci sono scenografie, movimenti di camera, inquadrature che sottolineano l’espressività dei personaggi, gestualità, ecc.
    Forse bisognerebbe imparare a scrivere dialoghi dai vecchi sceneggiatori radiofonici, che avevano, appunto, solo la voce per dire tutto, e poi nel caso “condire” il tutto con le legature adeguate.
    Per il resto, sì, dipende.

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    1. Mi è venuto da definirlo così perché
      ho davanti agli occhi la densità di scrittura (e quindi di informazione) di una pagina di sceneggiatura e di una pagina di romanzo. Ma d’altronde che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo. 🙂

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    2. Bellissimi gli sceneggiati radiofonici, ma anche quelli televisi tipo all’Alberto Lupo ( non girare il nome che poi esce fuori Lupo Alberto, il fumetto di Silver) 😁

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  4. Io uso entrambi i tipi, a seconda di quale situazione mi trovo a scrivere. Se c’è una scena rapida e d’azione meglio il dialogo da sceneggiatura se i personaggi devono parlare, con giusto qualche breve intervento per far capire eventualmente chi è che parla o come, nel caso non sia chiaro. In situazioni più tranquille invece uso il dialogo da romanzo, anche se non in maniera troppo estesa: se due parlano, mi concentro sul dialogo, mentre lascio un po’ in disparte i dettagli che hanno intorno, a meno che non sia un azione lunga e lenta. Ma c’è da dire che non sono un tipo molto descrittivo, preferisco lasciare più spazio possibile alla mente del lettore, quindi inserisco solo quanto reputo necessario all’immedesimazione e lascio perdere il resto 🙂 .

    Comunque, in generale penso che entrambi gli stili siano validi, se uno ha la maestria giusta – e in entrambi si può stentare se non la si ha. Per esempio, mi viene in mente che anche nel dialogo da romanzo ci possono essere gli spiegoni. Mi è capitato giusto ieri di leggere l’anteprima di un libro autoprodotto – di un mio conoscente che, mi spiace dirlo, non ha proprio idea di come si scrive – in cui i dialoghi sono uno dei punti più deboli. Non solo come detto ci sono spiegoni (ma non solo nei dialoghi), ma gli manca proprio il senso del ritmo, con scene d’azione frenetica in cui però i personaggi parlano come fossero seduti al bar. E poi sono presenti dialoghi inutili, che non aggiungono nulla alla trama e sono lasciati al caso – per non parlare del linguaggio che varia dall’aulico alle parolacce e del caps lock quando i personaggi urlano (ORRORE), ma questa è un’altra storia 😀 . Tutto questo per dire che secondo me un bravo scrittore è tale se riesce a scrivere dialoghi buoni, che siano del primo, del secondo o di entrambi i tipi 🙂 .

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  5. Credo che dipenda da come si voglia impostare la narrazione. Il dialogo “da romanzo” è quello più tipico per la narrativa che si rivolge al grande pubblico, quindi, per dire, in un giallo o in un rosa io adotterei questo tipo di dialogo più congeniale al lettore medio.
    Se si sta scrivendo qualcosa di più inusuale, meno convenzionale, il dialogo “da sceneggiatura” può offrire potenzialità interessanti. Posso citare come esempio “Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig dove vi sono interi capitoli composti solo dal dialogo serrato fra i due personaggi del romanzo, senza alcun intervento in terza persona da parte del narratore. É una lettura che può risultare fastidiosa a chi predilige narrativa convenzionale, ma estremamente stimolante per chi vuole avventurarsi in qualcosa di diverso dal solito.

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    1. Devo cercare questo libro, però in spagnolo, così unisco i due studi insieme. Devo chiedere la traduzione del libro in spagnolo, non so se sia letterale. Grazie mille del suggerimento. P. S. = quando scriverai sul blog? October is coming 😁

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  6. Generalmente mi piace di più la prima versione. Ma è pur vero che in alcuni libri famosi mi sono incastrata in un dialogo, pensando “Ma chi sta dicendo cosa??” Li devi rileggere per capire cosa s’è dimenticato l’autore, e a quel punto può anche averti rovinato la scena per sempre…

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  7. Rieccomi. 😃
    Ho letto tutto con calma, inclusi i dialoghi-esercizio della volta scorsa. In generale, preferisco la versione romanzo al dialogo sceneggiatura. Il dialogo puro, anche se usato con maestria, tende a escludere dettagli che sarebbe bello conoscere. Certo che il lettore può anche immaginare, che molto dipende dall’importanza delle descrizioni aggiuntive e dal ritmo da dare alla scena che si sta scrivendo. Quanti dipende! Però, penso anche che esagerare con le spiegazioni appesantisca il dialogo e ne faccia perdere di naturalezza. Nel rileggere il mio esercizio, però, non ho trovato un botta e risposta secco. Ho cercato di aggiungere qualche descrizione che aiutasse il lettore a entrare nella stanza ( cioè, ci ho provato…), ma tu, l’hai definito ugualmente da sceneggiatura… quindi, non erano sufficienti? Erano inadatte? In conclusione, ho trovato la risposta su come mi piacerebbe scrivere un dialogo: naturale, con un ritmo adeguato e dettagli salienti che aiutino il lettore a sentirsi coinvolto dalla situazione che si sta svolgendo. Infine, cerco di tenere ben presente (da appunti passati) a non ripetere con le descrizioni cose insite già nei dialoghi.(infodump, giusto?) Ancora grazie. Questi confronti sono preziosi. ^_^

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    1. L’ho definito così perché hai sentito la necessità di mettere l’iniziale davanti a ogni battuta, perché le descrizioni sono tutte al tempo presente (o potrebbero essere trasposte senza problemi), perché hai sottolineato una pausa con dei puntini, invece di raccontarla. A meno della formattazione, la tua è quella che si chiama una “sceneggiatura americana”: ci manca INTERNO GIORNO in testata e poco altro 🙂

      Le ripetizioni sono ripetizioni e basta; infodump invece è la traduzione anglofona di “spiegone” 😉

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      1. 😃 Poi, piano piano capisco e aggiungo altri pezzettini che mi mancano. 😃
        Quindi, niente iniziali e via i puntini nella versione da romanzo. Ok. Vado a riscrivere il dialogo della volta scorsa, provando a farlo in quest’altro modo. ^_^

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  8. SCENA 1. BAR. ESTERNO GIORNO
    Iara siede a un tavolino, sola. Sorseggia un caffè. Michele la nota, si avvicina. Ha in mano una rosa.

    MICHELE
    (sorride)
    Sola?

    ANNA
    (ironica)
    Ora male accompagnata…

    MICHELE
    Volevo solo fare un po’ di conversazione.

    ANNA
    Allora apra un blog…

    DISSOLVENZA IN CHIUSURA

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  9. SCENA 1. Treno. Interno Pomeriggio

    Iara siede sul sedile ed è tutta intenta a scrivere un dialogo in versione romanzo sul keep note del suo smartphone. Dopo aver riletto, decide per prudenza di inviarsi l’elaborato alla sua casella di posta elettronica, così da poterlo rivedere con calma una volta a casa. E non vorrai fare brutta figura? Pensa con zelante pignoleria. Si appresta a evidenziare il testo da copiare, ma viene inopportunamente interrotta:
    – Mi scusi è libero? iara alza lo sguardo verso il passeggero in cerca di un posto libero.
    – Si si, prego, risponde frettolosamente, ma in tono gentile.
    Ma dove era rimasta? Ah, si il testo. Riprende l’operazione: Taglia, incolla, invia. Qualcosa non va… Iara si accorge di aver evidenziato solo una parte del testo. E l’altra dov’è finita? Cancellata! Come cancellata? Biiiiiiiiiiiiiiiiip. 😦

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  10. Molto interessante questo studio sui dialoghi e la scheneggiatura. Penso che farò anche io uno studio al proposito, evviva i corsi :). A me piacciono entrambi, io ero più del primo tipo ma mi sto avvicinando al secondo.

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  11. Ultimamente ho letto parecchi romanzi (diversi di CE) dove abbondavano i dialoghi da “sceneggiatura” tanto che io che uso spesso il secondo tipo mi sono posta il problema: faccio bene o no? In effetti il primo ha più ritmo…

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  12. SCENA 1. ESTERNO GIORNO
    Franco e Gianni sono al campo sportivo ad allenarsi a calcio.
    Arriva Daniele in ritardo e con un’aria triste.

    FRANCO
    (Affannato )
    Dani, a quest’ora arrivi?
    DANIELE
    (Assente)
    Sì…
    FRANCO
    ( preoccupato)
    Ma che fatto? Che è sta faccia da pirla?
    DANIELE
    Veronica mi ha lasciato
    GIANNI
    E che sarà mai? Tira sta palla e non rompere.
    DISSOLVENZA IN CHIUSURA

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