Tutte le trame del mondo #6


Il tema di oggi, che mi pare piuttosto difficile da sviluppare, è Romanzi di formazione che riguardano un artista e la sua crescita; i tedeschi, come al solito, comprimono l’intero concetto in un’unica parola: Künstlerroman. Esempi famosi sono Ritratto dell’artista da giovane o Dedalus (J. Joyce) e La fortezza della solitudine (J. Lethem).

Cercheremo di superare la difficoltà dell’esercizio con una copertina allusiva e postdadaista (almeno credo). Tra le altre cose, alla voce merda d’artista ho scoperto che una delle famose lattine è stata aperta e che il filmato dell’operazione è stato usato per una installazione artistica. Se siete curiosi come me: la lattina ne contiene una ulteriore, più piccola, che porta una identica dicitura riguardo al contenuto. No, la seconda lattina non è stata aperta.

Buona scrittura.

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14 thoughts on “Tutte le trame del mondo #6

  1. Secondo me dentro la seconda lattina, c’è una terza lattina! 😛
    E se questa lattina rappresentasse tutti i compromessi che l’artista ha dovuto accettare per essere poi riconosciuto come tale? Mumble mumble…

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    • L’opera in sé è una meravigliosa crasi di concetti opposti. Diventa come la proverbiale medaglia, in cui non puoi più staccare il lato della provocazione da un significato più profondo che indaga cosa sia, davvero, la produzione di un artista.
      Prima o poi qualcuno aprirà anche la seconda lattina; indipendentemente dal contenuto, il significato dell’opera rimarrà intatto o, forse, ne verrà addirittura accresciuto.
      Ho scelto questa immagine proprio per la densità di simbologie legate all’arte e alle sue motivazioni.

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  2. Una volta mio fratello ha provato a smontare la mia aspra critica verso l’inspiegabile valore di un’opera come quella dei concetti spaziali di Lucio Fontana. Un taglio su una tela è una cosa semplice, quasi insignificante e invece, è proprio in questi casi che l’occhio di chi osserva dall’esterno dovrebbe farsi da parte e lasciare all’artista il merito di avere raccontato qualcosa. L’opera artistica è solo la parte conclusiva di un percorso, un ragionamento, un sentire che si può non apprezzare, ma mai negare.

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  3. E niente, mi vengono solo finali tragici.

    Piero, artista squattrinato, ha bisogno di una trovata geniale per ribaltare la propria vita: cronicamente a corto di quattrini e vessato dal padre, proprietario di un’azienda che produce scatolame, vede andarsene i propri anni migliori senza che nessuno riconosca il valore delle proprie opere; con lui c’è Alessandro, amico di vecchia data, che invece è riuscito a entrare nel giro delle gallerie d’arte.

    Un giorno Alessandro sfida Piero su chi possa essere un artista più grande; esasperato anche dai continui rimbrotti del padre che lo accusa di produrre schifezze, Piero decide di lanciare un’opera provocatoria: presenta al pubblico cento lattine, dentro ciascuna delle quali asserisce di aver messo trenta grammi delle proprie feci, da vendersi a peso d’oro.

    L’idea, che esplora simbolicamente la produzione artistica nel suo complesso, irrompe come un tornado nel mondo artistico e lancia Piero nel gotha dei maestri più famosi; Alessandro, illividito dal suo subitaneo successo, comincia a instillare l’idea che sia solo una trovata pubblicitaria e che in realtà le lattine non contengano nulla. La diatriba assume toni sempre più accesi, con Piero che è costretto a difendersi da accuse di frode, in quanto il contenuto non corrisponderebbe alla scritta. Per distruggerne il nome, Alessandro organizza una pubblica performance durante la quale aprirà una lattina.

    Piero non resiste alla pressione e decide di gettarsi da un ponte. Quella stessa sera, messo mano all’apriscatole e sollevatone il coperchio, Alessandro avvampa e richiude subito la latta, dicendo che Piero è stato veritiero. La mancanza degli odori tipici sulla scena della performance, però, gettano un’ombra sullo stesso Alessandro.

    Alessandro, passato da accusatore ad accusato nel volgere d’una sera, non regge la pressione e si getta dallo stesso ponte dell’amico. Prima di farlo, però, distrugge la latta aperta e con essa lo specchio incollato sul fondo.

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    • Solo se si è abbastanza curiosi da aprire una lattina 🙂

      La trama è completa nei suoi cinque punti e quindi c’è anche il finale. Mentre nel caso di Manzoni (quello vero) l’opera indaga il significato del generare arte al tempo della produzione di massa, qui l’opera indaga – se così si può dire – il senso di smontare l’arte per capirla.

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  4. Conosco abbastanza bene le nipoti di Piero Manzoni, una in particolare è la persona che ha fatto conoscere mia sorella a suo marito (compagna di coro della prima, vecchia compagna di scuola del secondo). La mia trama non è il massimo, ma non volevo non provarci.
    Eccola

    Piero Manzoni, a cui tutti chiedono se sia parente del celebre Alessandro, incuranti del fatto che si tratti di un cognome piuttosto diffuso, si rifugia sul lago D’Orta in cerca di ispirazione in un mese di febbraio freddo e umido come non mai.
    La quiete del lago in bassa stagione non è d’aiuto: non ci sono distrazioni ma la concentrazione non arriva e il giovane artista trascina le sue giornate fissando l’Isola di fronte, passeggiando tra i canneti e quando è sera nulla, non ha prodotto nulla, neppure uno schizzo per una futura scultura.
    E’ fine mese, gli mancano pochi giorni, gli ultimi di febbraio appunto, conosciuti come Giorni della merla, per un’antica leggenda riguardo i merli rifugiati nei camini o qualcosa del genere; il grigio sulla riva della deliziosa località di Orta continua a non dire nulla a Piero, che affonda nell’ennesimo prosecco sul pontile l’angoscia per un’ispirazione sfuggente e una fama lontana.
    Il 27 osservando i rami secchi sparsi sulla passeggiata lungo lago di Pettenasco prova a unirli in una composizione curiosa, i nodi del legno sembrano, sì sembrano quella roba lì, una cacca. Raccoglie grosse manciate nello zaino e le porta nel piccolo appartamento che ha preso in affitto fino al giorno dopo. I merli volteggiano e uno lo segue fino a casa.
    Munito di colla, chiodi e corde Manzoni unisce i legni in ardite sculture a cui ognuno potrà dare il significato che meglio crede, alla fine è parecchio soddisfatto. Solo lui sa che l’idea originale è stata quella di rappresentare una merdaccia di mucca, proprio come quelle che ricordava nel tratto di campagna tra le stalle e la casa dei nonni, e ora be’ ora sarà il pubblico a vedere qualcosa, come macchie di rorschach tridimensionali. Saranno la sua fortuna, il suo marchio di fabbrica, la sua ricchezza.

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      • Credo molto nei 6 gradi di separazione e da tempo medito un post. Esempio:
        io, suocera, amica greca di suocera, figlio amica greca, Tzipras (che andava a scuola con figlio amica greca di suocera)
        E siamo a 5 ma potrebbero essere 4 perché non ricordo bene se suocera conosca il figlio della sua amica, in tal caso elimineremmo il grado amica di suocera.

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  5. Piazza Navona è una delle più belle piazze di Roma, simbolo dei fasti degli antichi imperatori e culla dell’arte barocca trionfante nei monumenti architettonici più suggestivi. Ogni giorno, attorno alle tre fontane, decine di artisti sistemano i loro cavalletti e con la valigetta piena di colori, una tela e un rinnovato spirito bohémien si abbandonano all’estasi della loro ispirazione sotto gli occhi di migliaia di turisti. Chi ingigantisce i particolari del “Moro” costruito dal Bernini, chi ritrae uno scorcio della piazza in un momento di quotidianità e chi è in cerca di un’idea originale per piazzarsi sul mercato dei pittori contemporanei. Uno di questi è Piero Manzoni, ultimo di una famiglia di artisti finiti a girovagare per il mondo in cerca di fortuna: chi scrive per campare, chi suona in bettole fatiscenti e chi, come lui, dipinge per strada.

    I passanti guardano distratti la sua tela bianca, non si soffermano se non per biasimarlo e intanto Piero muove gli occhi in ogni direzione per trovare quel qualcosa che renderà la sua opera unica e irripetibile. Ciò che gli manca è l’idea che nessuno ha mai avuto, il guizzo originale che non si risolva nei soliti ritratti paesaggistici. A un tratto un cane randagio viene ad annusargli il secchiello con i pennelli e decide che un barattolo vuoto, normalmente usato per mescolare i colori, sia un buon posto per lasciare un ricordo di sé.

    Pur accorgendosi della profumata sorpresa che si annida in quel cilindro di latta adagiato in un angolo, per terra, Piero sconsolato sa solo scuotere la testa: “che giorni di m***” e lo dice ad alta voce proprio mentre due turisti stranieri gli passano accanto. Uno di loro lo guarda e gli chiede: “what’s giorni della merla?”, ma lui fa spallucce e li liquida con un sorriso da ebete. Ma ecco che, all’improvviso, viene fulminato da un’idea mostruosa: disegnare merli intingendo il pennello nella cacca del cane. Si procura dei guanti in lattice, destina un paio di punte a quel rivoluzionario progetto e sotto gli occhi sconvolti dei passanti comincia a sporcare la sua tela bianca. In poco tempo, la gente incuriosita si affolla attorno alla sua postazione, chi ridendo dell’assurdità, chi coprendosi il naso inorridito, chi affascinato da tanto coraggio e genialità. Passano poche settimane e Piero diventa l’artista di strada più oltraggioso che l’arte contemporanea del 2000 abbia mai vantato. Le televisioni di tutto il mondo vengono a riprenderlo durante le sue sedute, qualche telecamera indugia sul cane randagio che, ormai adottato dall’artista, si apposta alla solita ora per sfornare il colore monocromatico che finirà sull’opera d’arte.

    Un giorno, però, Piero è colto da malore proprio mentre si sta recando a un’importante manifestazione artistica di cui è ospite d’onore. Tutti lo aspettano con curiosità, ma alla fine della serata, al posto dell’artista arriva un sostituto che giustifica la sua assenza portando con sé un barattolo chiuso: lì dentro sono contenute le feci del cane, unico ingrediente che ha reso inimitabili le opere di Pietro Manzoni, ormai famose in tutto il mondo. Un collezionista si propone come acquirente di quel barattolo e tutti, conquistati dalla sua idea originale avanzano analoghe richieste. L’idea piace a un’azienda che produce manufatti in latta riciclabile, così viene allestito un canile per recapitare la materia prima e in pochi mesi viene messo in commercio il prodotto più innovativo conosciuto in campo artistico: la m*** (del cane) d’autore.

    Piero Manzoni cessa la sua attività artistica dopo che gli diagnosticano una rara malattia agli occhi che non gli consente più di dipingere. Le cure mediche assai costose e un’operazione impegnativa gli vengono garantite dalla cessione dei quadri a un famoso gallerista londinese, ma soprattutto dalla vendita ben più remunerativa dei barattoli dell’artista.
    Finirà i suoi giorni in una magnifica villa a Honolulu, circondato dall’affetto dei suoi cani e dalla loro prolifica m***

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  6. Completamente fuori tempo, lo so. E niente… tant’è.

    Andrea è un giovane fotografo come tanti. Ha un piccolo negozio che manda avanti grazie alle commissioni di clienti abituali. Perlopiù, si ritrova a immortalare festeggiati e invitati in eventi ordinari. Il suo sogno, però, è un altro: vorrebbe diventare uno di quei fotografi affermati che vedono le loro immagini stampate su importanti riviste, riconosciute non solo per l’utilità ultima di un ricordo, ma per la loro valenza artistica. Non c’è posto in cui vada senza la sua macchina fotografica. I suoi occhi sono alla continua ricerca di significati, di quell’ istante capace di fare la differenza nella sua arte e nella sua vita. Purtroppo, però, nonostante i suoi scatti siano bellissimi, quell’emozione speciale su carta, non arriva.

    Gli affari al negozio non bastano a pagare i suoi sogni, le attrezzature professionali necessarie per scatti di maggiore qualità, i viaggi in luoghi suggestivi e tantomeno, riescono a garantirgli una situazione finanziaria stabile. A peggiorare la situazione interviene l’apertura di un nuovo studio fotografico con a disposizione tecniche e strumentazioni all’avanguardia che attirano e rubano clienti, nonostante, secondo Andrea, le foto in bella mostra nelle loro vetrine, rappresentino un’umiliazione all’arte fotografica. La sua rabbia è tale, da decidere di mollare tutto, vendere il negozio e partire alla ricerca dello scatto perfetto da presentare a un concorso internazionale di fotografia che potrebbe offrirgli i riconoscimenti sperati. Così, rompe cassa e con gli ultimi risparmi inizia il suo viaggio.

    La data di scadenza utile per presentare il suo scatto al prestigioso concorso si avvicina, ma il giovane non ha ancora trovato la fotografia giusta. In nessuna riscontra la perfezione necessaria. Albe, tramonti, fiori, animali, volti, paesaggi, fontane, niente sembra avere quel qualcosa di veramente essenziale. Andrea, è sempre più demoralizzato, si ritrova senza più la sua mediocre, ma pur sempre dignitosa attività e senza più la fiducia e la spavalderia che l’avevano inizialmente spinto a osare. Rassegnato, decide di fare ritorno a casa, di assumersi le sue responsabilità, abbandonare i sogni di gloria e cercare un lavoro meno artistico, ma in grado di garantirgli quello che basta per pagare affitto e le bollette.

    Prima di fare ritorno a casa, Andrea si concede un’ultima escursione nel bosco, in un autunno ormai avanzato che veste la natura di sfumature che gli raccontano della sua stessa malinconia. E’ proprio mentre passeggia distratto che si imbatte in un raro esemplare di merlo bianco, accovacciato su un grande masso, circondato da foglie dai colori caldi, piccoli funghi selvatici e una luce soffusa proveniente da un cielo pallido, ricoperto da grossi nuvoloni grigi, tali, da sembrare sovrapposti l’uno sull’altro. Resta incantato dal momento e dal canto di quel piccolo e al contempo, regale uccello. Si affretta a prendere dallo zaino l’obiettivo per immortalare quello che a lui sembra l’invocazione del merlo a un sole che non può tornare. Improvvisamente, lo sentiva, aveva trovato la sua storia.
    Scatta ininterrottamente, fino a veder svanire, dietro agli alberi, in un volo libero, il suo soggetto migliore. Nel riguardare le foto, Andrea ha una brutta sorpresa. Nell’impeto di fotografare, non si era accorto di aver centrato nell’inquadratura, insieme al merlo, anche un bel mucchietto di cacca. Tutti gli scatti erano ornati da quell’elemento inopportuno. Rovinati, irrimediabilmente. Ormai, non c’era più tempo per ovviare: o dentro o fuori. In un ultimo atto di coraggiosa incoscienza, dovuta al fatto di non avere più nulla da perdere, decide di partecipare ugualmente all’evento fotografico. Intitola il suo scatto: “i giorni della merla”. In fondo, pensa, la merda è sempre stato il leitmotiv della mia vita.

    Andrea, con grande stupore vince il concorso. Viene riconosciuto il valore artistico della sua fotografia e dalla critica arrivano considerazioni entusiasmanti attribuite al significato profondo del suo scatto, simbolo di una realtà che non ha bisogno di perfezione per irrompere in tutta la sua armoniosa bellezza. Difetti, dunque, che non nascondono, né intaccano il fascino della natura. Quella merda, ad Andrea aveva davvero portato fortuna. E’, forse, per questo che nel suo nuovo studio fotografico, oltre alla foto alla parete, conserva in bella mostra, anche una lattina di cacca.

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