Piccoli esercizi di stile #1 – gli aggettivi


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photo credit: StefanSzczelkun last years election IMG_2884 via photopin (license)

Nella nostra scrittura si annidano dei percorsi preferenziali. Finiamo per scegliere sempre quelle espressioni, sempre quel modo di rappresentare le cose, sempre quel particolare “stile”; càpita, però, che rileggendoci non riusciamo più a trovare quello che credevamo d’aver messo. La nostra idea, che è la scrittura che amiamo leggere, finisce per essere diversa da quella che mettiamo sul foglio.

La questione non è essere incapaci: se fosse così, semplicemente, ci mancherebbero le parole e scriveremmo utilizzando quelle poche centinaia di lemmi che compongono il vocabolario di base. Quello che voglio dire, invece, è che le parole le abbiamo ma le usiamo male. Non perché a sproposito, o in maniera errata, ma perché le usiamo per difenderci. Scrivere è un’operazione dolorosa: significa scavare nella propria mente proprio in quei posti in cui non vorremmo farlo. Significa riaprire quei cassetti che avevamo giurato di tenere chiusi. I tabù della scrittura si annidano nel come e non solo nel cosa.

Così, finisce che mettiamo la mascherina e prendiamo le distanze, che è l’equivalente di una piccola anestesia. Il minimo necessario per raccontare la nostra storia, senza che la ruvida tela della trama strisci sulle nostre cicatrici. Usiamo belle parole, appropriate. Descriviamo, per esempio, un coltello che incide con la precisione del bisturi. Non è sbagliato, per carità, ma quando una lama si infila sotto la pelle, e si fa strada tra le carni, spezzandole, noi urliamo e piangiamo e il male che morde assomiglia a tutto tranne che a un lindo strumento medico.

Per cercare di superare anche questi blocchi, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Vi darò un tema e una regola. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va e cosa no nelle storie che pubblicheremo.

Ecco il tema di oggi: Sei l’amico invisibile di un bambino. Lui sta crescendo. Tu stai svanendo.

Ecco la regola di oggi: Senza aggettivi.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale. C’è una regola sola: niente aggettivi. Se avete dei dubbi, ci sono dei siti che fanno l’analisi grammaticale online. Tenete presente, comunque, che la medicina che fa bene è solo quella amara. Voglio dire: van bene le descrizioni dei personaggi, del loro mondo, del loro sentire; meno le scorciatoie per cui si scambia “tremante” con “che tremava”.

Buona scrittura a tutti.

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64 pensieri riguardo “Piccoli esercizi di stile #1 – gli aggettivi

    1. Prendiamo una città piccola. Facciamo centomila abitanti. In quella città c’è un sacco di gente capace di fare un sacco di cose; dalla panetteria all’ingegneria, per intenderci. Eppure quanti, di quelli, hanno un libro in libreria con sopra il proprio nome? E quanti di quei libri hanno lettori anche al di fuori di quella città?
      Ecco: basta questo a capire quanto sia difficile.

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  1. Buongiorno ^_^
    È un’idea bellissima e ho deciso di volerci provare. Il tema è intenso. Sono l’amica invisibile di nessuno, ma a volte, ho lo stesso paura di svanire. Prendo la pala e inizio a scavare…

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  2. Sono come un’ombra, che non ha bisogno di sole per esistere. O forse ero. Tocca parlarti al passato, amico.
    Soltanto tu mi vedi, e io con coraggio cercavo per te i rifugi quando giocavi a nascondino e arditamente ti suggerivo quando correre alla tana e quando rimanere celato in cantina. Io, l’amicizia che si fa perfezione, io che mai ti ho lasciato solo. Eppure tu stai crescendo e nella tua strada verso la vita mi ha lasciato indietro, senza voltarti mai. Soltanto tu mi vedevi e ora non mi vedi più.
    Non c’è posto per me nelle birrerie, nei pub, con gli amici fatti di carne e pulsioni. Le parole che dico non sono più la musica che vorresti ascoltare ma brusio da scacciare. Non ci sono giochi da fare insieme nella cameretta nei giorni di pioggia. Non ci sono eroi, travestimenti, pirati e banditi. Non sono più lo sceriffo, il fantasma del castello che ti fa paura. Non sono più la mano da afferrare la notte nel buio.
    Sono il fratellino da evitare, quello che mette in imbarazzo, quello che stai abbandonando.
    A cosa mi servirebbe piangere, se non vedresti neppure le mie lacrime ora? Quante ne ho asciugate sulla tua maglietta, quando ero l’amico che tutti avrebbero voluto avere e solo tu avevi.

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  3. Gianni è l’amico che preferisco. Anche se il fatto che la lista degli amici finisca lì gli regala un paio di lunghezze di vantaggio. Siamo cresciuti insieme. Cioè, lui è cresciuto e io ci ho provato. Solamente Dio sa con che forza ci abbia provato, eppure non ci sono riuscito; ho giocato con lui, ho camminato con lui, ho imparato a parlare e a ragionare con lui. Ma niente: non è bastato. Lui adesso ha la scuola, i compagni. E le compagne. Tra loro, Cristina: a lei non dice che ha paura di cosa ci sia la notte, sotto al letto; quando giocano insieme io, semplicemente, non esisto. Né esisto quando c’è la partita di pallone o le sfide alla playstation.
    Non serve dirlo a parole, rinnegarmi: basta dimenticarmi. Così, a forza di non esistere, mi toccherà tornare da dove sono venuto.

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  4. Anche stanotte mi ha ignorato. Ho atteso nell’ombra dietro la tenda che mi rivolgesse un pensiero, ma non l’ha fatto. Un tempo si alzava dal letto, scostava la tenda, guardavamo insieme le stelle e mi regalava segreti che nessuno poteva ascoltare o comprendere. Li conservo e li custodisco perché di segreti sono fatto. Da mesi, però, la tenda non si muove eppure il ragazzino sa che sono ancora qui, gli basterebbe allungare una mano per trovarmi.
    Ormai condivide segreti col cellulare, li regala a qualcuno che sta dietro una tenda di schermi e tastiere, qualcuno che ha la faccia di punti e parentesi, anziché guardare le stelle con me. Di segreti sono fatto, di fantasie, di racconti, di emozioni e soffro perché, notte dopo notte, le faccine nel cellulare mi stanno derubando e uccidendo.
    È così che funziona, dicono, il ragazzino che hai accudito per anni cresce e ti dimentica, non si può vivere per sempre con un amico dietro la tenda.
    Perché no? Dico io, mentre ne afferro un lembo per asciugarmi le lacrime.

    Uh, l’ho presa un po’ tragica, ma il compito è fatto. Al maestro le correzioni.

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    1. Mi pare che stiamo andando alla grande. 🙂
      Il tema era quello che era, dunque saremo tragici. L’ho scelto proprio perché la via facile per raccontarlo passa per gli aggettivi; ma io non volevo che lo raccontassimo: dev’essere il lettore a sentirlo, non noi a dirglielo.

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  5. Ciao Michele. E’ la prima volta che scrivo sul tuo blog, un saluto è doveroso. Mi cimento, spero di non fare casino. Ecco qui il mio esperimento sgrammaticato:

    Ti lascio andare, non perché voglio. Devo. È nella natura delle cose. Mi dispiace, non per me. In fondo io non esisto se non esiste più ciò che definisce lo stupore e l’incanto di un mondo da scoprire. Mi accorgo solo ora che in realtà non è separazione, è piuttosto memoria accantonata. Ciò che dava senso alla speranza. Quando non mi vedrai più avrai solo certezze. Incomincerai a contare i giorni in attesa della fine. Questo accade quando si smette di dar voce alla bellezza dei sogni. Non è colpa mia, non è nemmeno colpa tua. Stai diventando adulto. Solo.

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    1. Ciao Massimiliano e benvenuto. Mi fa piacere che tu voglia unirti a noi: più siamo, più diventa facile aiutarci a crescere con questa cosa complicata che ci siamo scelti come passione.

      Purtroppo, non volermene 🙂 , ci sono alcune cose nel tuo “esperimento sgrammaticato” che secondo me non vanno: la memoria “accantonata”; colpa “mia”; colpa “tua”.
      Si potrebbe discutere su “adulto”, in quanto sostantivato… 😉

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      1. Grazie Michele, immaginavo, vizio maledetto quello di scrivere “al volo”. Bene, però è stato ugualmente divertente. Mi ha fatto piacere ricordare il mio amico immaginario che non sento più da tanto.
        Bravo, ottima iniziativa.

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  6. Stavo giusto per chiedermi se accantonata fosse un aggettivo. Gli aggettivi possessivi sono i più difficili da sopprimere/sostituire. Prima ho usato il sito suggerito, anche se non su tutto il testo perché diventava un lavoro lungo. Però molto utile.

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    1. Il sito, come tutte le cose automatiche, non è sempre preciso. Però aiuta. Io poi, che con l’analisi grammaticale ero – e sono – un disastro…
      Comunque, al di là del gioco, e delle sue regole formali, spero che si veda la differenza tra i brani “soliti” e quelli di oggi. Io, perlomeno, la vedo tutta.

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    2. Questi sono giochi bellissimi. Purtroppo non sono disciplinato quando scrivo e questi esercizi aiutano. Ho il vizio di farmi prendere dall’emotività ed esco dagli schemi fallendo l’obiettivo. Imparerò.

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  7. Ci provo, anche se questo gioco lo trovo molto difficile, specialmente per il tema scelto!

    Lo guardo, mi guarda. Si ricorda ancora di me. Sono settimane che non mi parla più. Una volta passavamo le giornate a giocare, e c’erano solo sorrisi e risate ad accompagnarci. Gli altri non capivano come mai fossimo sempre insieme. Mamma e papà si erano iniziati a preoccupare. Perchè non ti fai un amico, all’asilo?, gli dicevano. Alla fine gli amici li ha trovati, e io sono iniziata a svanire. Quando sedeva da solo sul tappeto, circondato dai pennarelli, arrivavo io e mi inventavo una storia dopo l’altra, solo per lui: iniziava a disegnare le cose che gli raccontavo, e i suoi scarabocchi mi riempivano di orgoglio. Oggi mi guarda ma non sa che ci faccio ancora nella sua cameretta. Sarà meglio che me ne vada o presto dimenticherà i momenti passati assieme e i suoi occhioni si riempiano di lacrime quando si sveglierà la notte e mi vedrà accanto al suo letto, a vegliare su di lui. Meglio che me ne vada prima che inizino gli incubi.

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  8. Oggi ti ho visto in un angolo della classe, nessuno ti rivolgeva la parola, piangevi in silenzio. Avrei voluto che tu mi chiamassi e io mi sarei seduto accanto a te, ti avrei fatto compagnia. Come sempre. Avrei inventato un gioco per distrarti, ti avrei preso la mano e portato nel mondo delle favole in cui io e te ci siamo sempre divertiti. Che t’importa se la tipa laggiù non ti considera, non hai ancora bisogno di complicarti la vita. E prova a reagire: chi ti prende in giro non ti conosce, non sa nemmeno cosa si perde ad avere un amico come te. Perché mi ignori? Guardami, io non sono come gli altri, io non ti tradisco, io non ti tiro pugni nello stomaco, io non ti minaccio per farmi dare il cellulare. Io non ti farei mai piangere. Lo so bene che sei cresciuto e che ora non hai più bisogno di me, ma ti prego, lasciami dire ancora una cosa: asciuga le lacrime. Tira su il petto. Sei un uomo, ormai.

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  9. Caspita ragazzi, siete fantastici oltre che veloci! (aggettivi, aggettivi, quanti aggettivi che uso io.) Arriverò, non so quando. Per ora, vi leggo dal treno e devo dire che il racconto di Marina mi ha emozionata. Bellissima anche l’immagine del fantasma fatto di segreti usata da Simona. E niente, continuo a pensarci. Buon pomeriggio a tutti. 😃

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  10. Ti chiedo scusa per non averti protetta quando ne avevi bisogno, ma non ero all’altezza mi mancava la preparazione. Ti ho lasciata soffrire la vita senza capire che tu eri lì per darmi una mano, per aiutare me. Non so se ho ancora tempo per correggere i miei errori, forse sono io l’errore. A questo punto se cancello l’errore, cancello anche te e tu non lo meriti perché la tua vita non è mai arrivata.

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  11. Presto sarò senza lavoro! Che palle! I contratti a termine sono la norma. Giusto il tempo di abituarsi al pupo ed è ora di cambiare. Speriamo che non mi capiti una bambina. Odio sorbirmi ore di simulazioni di pappe e bagnetti. A me piace fare il pirata e me la cavo come esploratore. Ho la certificazione da astronauta e so anche maneggiare una spada laser, se capita. Piuttosto che imparare le regole per l’ora del the, però, piuttosto la morte!
    Oggi, però, a nessuno interessano più le referenze, né l’esperienza fatta. Il curriculum non lo leggono, scorrimento delle graduatorie, come per il reclutamento degli insegnanti… E una paga da fame.
    Quasi quasi faccio il corso da mostro sotto il letto…

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  12. Fuori tempo?? Metto le scarpette da corsa…

    Lui sta crescendo. Io sto mutando. Sembra quasi che svanisca, ma in realtà cambiano solo i ritmi di presenza ed i motivi per cui mi chiama.Sto cambiando il ruolo che mi fu affidato. Gli piace disegnare, ma non disegna quello che vede, lui va oltre. Lui pensa storie. Inventa persone. Costruisce case. Progetta avventure. Immagina ambienti. Crea sensazioni. E lo sento che ci metterà poco a passare dalle matite di ogni colore ad una penna soltanto. Diventerà scrittore, lo so. Ora mi chiama per sapere se mi piace il disegno e chiedermi qualche suggerimento. Poi mi invocherà tutte le volte che avrà terminato una pagina, per sapere se va bene, se va male, chi la leggerà, piacerà? I dubbi cresceranno con lui. Le difficoltà aumenteranno con il numero delle parole. La stima scenderà a picco giù nel cestino della carta. Mi invocherà anche nei giorni in cui io sarà costretta al silenzio. Dovrò nascondermi per lasciarlo maturare. Dovrò apparire solo quando occorre davvero. Non sono più un’amica, sono una musa. Dovrò imparare la crudeltà, per il suo bene.

    Ed ho eliminato: carta straccia; imparare ad essere crudele. Si infilano ovunque, e si truccano pure!

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    1. E lo sento che ci metterà poco a passare dalle matite di ogni colore ad una penna soltanto.

      Ciao Barbara, mi aiuti con l’analisi di questa frase? Poco e ogni ci stanno o è una svista?

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      1. ci metterà poco : poco dovrebbe essere pronome indefinito, non c’è un sostantivo a cui fare da aggettivo
        matite di ogni colore : ogni potrebbe in effetti essere aggettivo; e pensare che l’ho messo per evitare matite “colorate”. Sostituire con “dalle matite dei colori dell’arcobaleno”?

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        1. Io l’ho inteso come Michele perché il sostantivo è omesso ma sottinteso. Comunque esercizio molto difficile, bravi tutti e grazie Barbara per il confronto. 🙂

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  13. Ciao… ^_^

    Hei, amico che fai? Sono nascosto qui da un pezzo e non mi hai ancora trovato. Eppure, ho fatto rumore: ho battuto i piedi, le mani, ho tossito, fischiettato la nostra canzone. Mi vedi? Sono fermo, dietro al divano. Mi senti? Perché non vieni a cercarmi? Se non torni, se mi dimentichi… Chi voglio prendere in giro. Tu, non stai giocando. E questo non è nascondino.

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      1. Tranquillo, capita che qualche scritto possa sfuggire. Tu sei quasi perfetto. Non svanire, per favore. ^_^
        Però, io spero sempre che arrivino le vostre considerazioni su quello che scrivo. Siete il mio manuale dei consigli.
        Ciao.

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  14. Mi ci sono messa anche io, ieri sera prima di dormire. il risultato è questo: so già che qualche possessivo mi è scappato, avrei potuto toglierli ma senza mi sembrava non si capisse 🙂 E ci sono un paio di casi dubbi, in cui è più predicato che aggettivo.
    In ogni caso, l’utilità di tutto questo è sorprendente: di fondo, ci vogliono molte molte meno parole di quelle che usiamo, e molto più semplici, per raccontare una storia.

    – Lo prendiamo un tè?
    – No.
    – Ma ho già messo a scaldare l’acqua.
    – Ti ho detto di no.
    Sta in piedi, il viso incollato allo specchio, e prova a mettersi un rossetto che non sta bene sul faccino di bambina.
    – E se leggessimo una storia? – riprovo – Una volta lo facevamo sempre, ti ricordi?
    – Ma non vedi che ho da fare!
    Si volta e mi cerca nella direzione da cui crede sia venuta la mia voce: mi guarda attorno per un momento, ma infine mi vede. Torna a girarsi verso lo specchio e stringe le labbra.
    Ha tutto un modo di fare, di muoversi, di toccare le cose, che non le ho mai visto, che non so dove abbia preso.
    – Certo che questo brufolo…
    – Ilaria – la chiamo. – Dobbiamo fare un discorso.
    Lei alza un sopracciglio, poi si sporge ad accendere lo stereo.
    – Ilaria, sono serio. Tra un po’ non mi vedrai più.
    Ma lei si allunga di nuovo verso lo stereo e alza il volume, che mi copre la voce.
    – Non ci sarò più, capisci?
    Comincia a ballare al ritmo di una musica mai sentita.
    – Lo capisci che quando mi cercherai, io non ci sarò più?
    – E chi ti ha detto che ti cercherò?
    Resto in silenzio, mentre mi sento la rabbia montare dentro davanti a questa ragazzina che una volta mi era amica. Rovescio a terra le tazzine da tè di plastica, ma lei scuote la testa e continua a ballare, controllandosi il riflesso nello specchio. La guardo e con una manata rovescio tutta la Nouvelle Cuisine, da cui cadono piattini, pentole e padelle su cui fino a ieri cucinavamo insieme.
    Finalmente si volta, con in viso una rabbia che non ho mai visto, come quella di sua madre. Vedo il suo sguardo posarsi sulla cucina di plastica sul pavimento, poi vedo che mi cerca. Guarda dove crede di trovarmi, ma non mi trova. Mi guarda sopra, mi guarda sotto, a destra e a sinistra; poi mi guarda attraverso, dritto dove sono io. E non mi vede. Non mi vede più.

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    1. Ciao Daria e benvenuta 🙂

      Non sto a controllare l’esercizio perché ne hai capito perfettamente lo spirito. Hai ragione: è incredibile scoprire che esistano parole, che ci sembrano indispensabili, che alla prova dei fatti diventano un peso per le nostre storie.

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      1. Sono entusiasta di questi esercizi, sappilo!
        E la meraviglia è scrivere un racconto, uno vero dico, che ha tutto un suo senso e sta in piedi da solo (magari guidato da un titolo) in così poche righe. Chiunque abbia voglia di commentarlo in qualche modo, mi sarà utilissimo 🙂

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  15. Dove sei? Perchè non giochi più con me? Sei sempre preso con gli amici, mi schifi, eppure mi adoravi. MI parlavi, mi ascoltavi… E ora? Ti sei dimenticato del tempo trascorso insieme? Scommetto che ti sei scordato come mi chiamo. Sono Eugenio. Immagino di sì, sono un lenzuolo per te, come i fantasmi ad Halloween. Praticamente non mi vedi e non mi senti.

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