Piccoli esercizi di stile #2 – i filtri


photo credit: wallace39 " mud and glory " Pietas via photopin (license)
photo credit: wallace39 ” mud and glory ” Pietas via photopin (license)

Per cercare di superare i nostri tabù della scrittura, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Se volete sapere perché stiamo facendo questi esercizi e quale ne sia il senso, non vi resta che leggervi l’introduzione. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va – e soprattutto cosa no – nelle storie che pubblicheremo.

Oggi ci occupiamo dei filtri, cioè quando tendiamo a mettere i personaggi tra noi e la scena che stiamo descrivendo. Lo facciamo utilizzando parole che finiscono per frapporsi tra il lettore e la sua esperienza di lettura: gli inglesi le chiamano, appunto, parole filtro perché così le definì, per prima, Janet Burroway nel suo libro On Writing. Sono tutte parole (o meglio, verbi) che possono essere rimosse senza problemi e che fanno capo a questa lista, nonché agli eventuali sinonimi e verbi analoghi:

  • vedere/guardare
  • ascoltare
  • pensare
  • toccare
  • chiedersi
  • capire
  • sembrare
  • sentire/sentirsi/percepire
  • potere
  • decidere
  • sapere

Facciamo un rapido esempio, tanto per capirci. Prendiamo queste poche righe:

Sarah si sentì male non appena capì che aveva dimenticato la borsa nel bar di là della strada. Poteva vedere le macchine sfilare veloci, con i loro paraurti cromati. Sentire i loro clacson suonare, impazienti.  Si chiese come avrebbe potuto velocemente attraversare quella strada trafficata prima che qualcuno decidesse di rubarle la borsetta. Ma il traffico sembrava impenetrabile e scelse di tornare all’incrocio, all’angolo del caseggiato.

Poi proviamo a riscriverle così:

Lo stomaco di Sarah si contorse: aveva dimenticato la borsa al bar, di là della strada. Le macchine sfilavano veloci, con i loro paraurti cromati. I clacson suonavano impazienti. Non ce l’avrebbe mai fatta ad attraversare in fretta, non prima che qualcuno gliela rubasse: corse fino all’incrocio, all’angolo del caseggiato.

Credo che l’esempio (che non è mio e che ho adattato dall’inglese) sia chiaro: nel primo caso Sarah si frappone tra la scena e il lettore che troverà quindi più difficile immergersi nella realtà descritta. Tutto è mediato dalla presenza del personaggio. Il problema – nel mio caso specifico – è particolarmente invasivo quando cerco di scrivere dal punto di vista del personaggio oppure – e qui è anche peggio – quando tratto temi dai quali anche io voglio stare lontano e per i quali inconsciamente mi creo un cuscinetto. Il risultato è che anche il lettore si allontana e non va bene.

Ecco il tema di oggi: Bare: più sono piccole, più sono pesanti.

Ecco la regola di oggi: Descrivere dal punto di vista di un padre/una madre, senza usare parole filtro.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale. La storia va scritta in terza persona, immersa, senza parole filtro.

Buona scrittura a tutti.

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54 pensieri riguardo “Piccoli esercizi di stile #2 – i filtri

  1. Non ci sei più. Davvero ora occupi lo stesso spazio che occupavi nella culla, poco più di quello nella mia pancia? Fa tanto rumore l’assenza del tuo pianto ed è straziante il mio che si è sostituito al tuo. Eppure lo è ancora di più quello inesistente di tuo padre, che gira muto intorno alla bara e invoca gli addetti alle pompe funebri di non chiuderti ancora.
    “Ancora un secondo!” Dice piano, non è una richiesta, è un ordine.
    Ma a breve non ci sarà più tempo.
    Il cordoglio prevede un rituale che consuma i nostri cuori. Mi stringe la mano e ti accarezziamo per l’ultima volta, piccola.
    “Adesso.” Afferma lo sguardo basso di papà. Chiudono.
    E’ un suono lieve quello che ti cela per sempre alla nostra vista.
    Deglutisco quattordici mesi di te, di noi.
    E’ tanto pesante sulle braccia di papà questa scatola bianca coperta di roselline. L’orsacchiotto è dentro, con te, assieme alle nostre fotografie. Non esiste più nulla ora, solo i passi verso la chiesa e un silenzio nuovo che mai avrei immaginato.

    Non ho rispettato la richiesta di scriverla in III persona, dai una controllatina ai verbi, grazie.

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    1. Ho provato a riscrivertela in terza, sperando che tu non ti offenda. come vedi, per farlo, ho dovuto cambiare e girare un po’ di cose…

      Non c’era più. Occupava poco spazio, non più di quello che aveva occupato nella pancia della madre, e l’assenza del suo pianto era insopportabile quanto quello della donna che ne aveva preso il posto. Anche il silenzio dell’inesistente pianto del padre riempiva l’aria, mentre girava muto attorno alla bara e con un gesto incerto implorava gli addetti di non chiudere.
      “Ancora un secondo!” aveva detto, infine, piano. Non era una richiesta, era un ordine.
      Eppure non c’era più tempo: il cordoglio prevede un rituale che consuma i cuori. Lui aveva stretto la mano della moglie e insieme avevano accarezzato la piccola per l’ultima volta. Accanto a lei c’era l’orsacchiotto e un paio di fotografie che li ritraevano insieme.
      L’uomo aveva fatto un cenno col capo, lo sguardo basso, come per dire: “Ora”. Avevano chiuso. Un suono lieve, che suggellava quattordici mesi di vita. La donna, a quel rintocco di legno, aveva deglutito.
      Lui aveva sollevato quella piccola scatola bianca, coperta di roselline, con fatica. Si era incamminato verso la chiesa; lo sguardo vuoto e immerso in un silenzio insostenibile.

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        1. Wow, molto brava Sandra. Penso che con la prima persona il lettore viene immerso nella scena più efficacemente. Nella versione di Michele toglierei “anche” e “Eppure” che non mi sembravano superflui nella versione in prima persona.

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      1. Premesso che anche questa volta per capire l’esercizio ho dovuto leggere lo svolgimento, ti chiedo:
        “Ancora un secondo!” aveva detto, infine, piano. Non era una richiesta, era un ordine.
        >Aveva detto< è superfluo? Nel momento in cui si virgoletta può omettersi il verbo e lasciare intendere? Legato alla frase precedente dovrebbe comunque risultare chiaro che è il padre che parla diventando:
        “Ancora un secondo!”. Non era una richiesta, era un ordine

        (Sono ancora rimasta all'esercizio dell'amico immaginario…l'ho scritto su un pezzo di carta e buttato in borsa. Non ce la posso fare ma ci provo.)

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          1. Infatti non ero riuscita a “incastrarlo” diversamente quel “piano” e allora via tutto. Anche perché è vero che lo dice piano ma sempre un ordine è. Però potevo togliere anche il punto esclamativo! 😀

            (In generale, prima di iniziare a leggere il tuo blog, non credevo ci fosse “tutto questo” dietro un testo; un grande scrittore era tale perché bravo di suo, naturalmente talentuoso e invece c’è anche tanto altro)

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    1. Questo non è per te, adesso! 🙂

      Volevo qualcosa per il quale essere abbastanza certo che fosse fastidioso in senso trasversale, ecco tutto. Se ti va di giocare puoi scegliere un tema diverso. Oppure, in alternativa, potresti argomentare pro o contro in base alla tua esperienza. 😉

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  2. Figurati se mi offendo, Michele ti sono solo grata, del resto i tuoi esercizi scrittori sono stati a lungo l’unico momento di scrittura felice e anche ora che sono usita dal pantano della crisi rimangono utilissimi. Sarebbe molto affascinante tentare tutto in seconda persona. La tua versione è molto elegante e di grande impatto.

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  3. Strati e strati di terra, è questo che lei vede. Il bianco nella sua testa. E il nero che si sovrappone come un sipario sulla vita. Non la sua. Lei, purtroppo, c’è ancora.

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        1. Si potrebbe fare così:
          “C’era stato un tempo in cui la piccola mano s’era tesa verso di lei; ora, invece, era distesa accanto al corpicino inerte.”

          Che ne dici? (Ho messo un “invece” per contrastare i due momenti, ma non mi piace granché…)

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  4. Ho scoperto per caso (più per fortuna direi) il blog, (complimenti!) e mi sono buttato, perdonate se è poco comprensibile ma sono in fasi iniziali e molto sperimentali!

    “Come può, qualcosa che non c’è mai stato, mancare così tanto”
    Gli occhi fissi sul tronco di un albero fuori dal’obitorio.
    Sul tronco c’era un un viavai di formiche di cui era cosciente anche senza vederlo realmente.
    Divenne pian piano una formica, unendosi alla lenta processione, camminare, seguire quella davanti, camminare, portare un pezzo di foglia, camminare.
    “Come può, qualcosa che non c’è mai stato, mancare così tanto”
    Il pensiero si era formato da solo, due giorni fa, intorno a quel buco nel petto, intorno a quel nodo nello stomaco che non si muoveva.
    Nelle orecchie un ronzio. Un sottofondo come un fischio lontano, ovattato come le voci di tutte quelle persone che girano intorno e girano e parlano e girano come formiche.
    Si alzò mettendosi a correre, urtandoli e spingendoli, per andare lontano da tutto, da tutti, urlando, piangendo perchè non trovava un modo di espiare chissà quale colpa.
    Invece un altro dei tanti nessuno si avvicinò alla panchina dove stava seduto a guardare l’albero.
    “Mi dispiace, le mie condoglianze”
    Furono le sue ultime parole, gli si avventò contro facendolo a brandelli come un animale.
    “Mille grazie di essere venuto” riuscì all’opposto a rispondere, senza nemmeno alzarsi o girare la testa.
    Era un vaso troppo piccolo per tutta quella rabbia, per quell’impotenza, per quella ingiustizia.
    Le formiche camminavano sul tronco.
    “Come può, qualcosa che non c’è mai stato, mancare così tanto”
    Qualcuno lo aiutò poi a salire su una macchina, per andare non sapeva bene dove.

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    1. Ciao Gianluca e benvenuto 🙂
      Hai fatto bene a buttarti: qui siamo tutti tanto studenti quanto professori, nel senso che cerchiamo di aiutarci e spronarci gli uni gli altri.
      Il tuo pezzo m’è piaciuto: rende molto bene l’idea (e senza filtri, mi pare) di come ci si possa sentire.

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  5. Bare piccole, bare pesanti. E quando la bara non c’è?
    Dedicato a un’amica che spero non passi di qui.

    Era entrata per portare fiori freschi e una preghiera alla tomba del nonno. Il viale principale occupato dai giardinieri all’opera nella potatura l’aveva costretta ad allargare il percorso, passando per l’ala ovest.
    Delle strane piccole lapidi candide, senza nome, risplendenti al sole, avevano attirato il suo sguardo.
    L’iscrizione aveva solo una croce e una data. Il giardino degli angeli lo chiamavano, pieno di fiori, palloncini e girandole colorate.
    Bambini mai nati, tolti al ventre della madre senza vagito.
    Il respiro le si fermò in gola, il cuore accelerò all’impazzata.
    Lei non aveva nemmeno una bara su cui piangere, il vuoto se lo sarebbe trascinato dentro per l’eternità.
    Perchè una legge stupida aveva trattato suo figlio come un rifiuto speciale.
    “Non si preoccupi, ne potrà avere altri. Non c’è nulla che glielo impedisca.”
    Sette anni erano la prova che il medico s’era sbagliato.

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  6. Ci RIprovo…

    Strati e strati di terra. Non c’è altro. Il bianco nella sua testa. E il nero che si sovrappone come un sipario sulla vita. Non la sua. Lei, purtroppo, c’è ancora. L’aria è densa di silenzi. Sospiri, si levano verso il cielo. Pesanti, ricadono sulle scarpe lucide. Un gemito le sfugge dal nodo che le stringe il petto. Una bara grande quanto la custodia di un violino offusca la vista, la ragione. Si inginocchia e grida, grida, non c’è altro da fare. Un uomo con il viso coperto da grandi occhiali scuri, si muove a fatica, si china verso la donna per sorreggerla, ma tremano anche le sue braccia. Lei si alza. Le gambe restano piegate. Le spalle ricurve. “La nostra bambina, non c’è più, non c’è più.” Scivolano, le lacrime. Si stringono l’uno all’altro e restano così, immersi nel loro abisso, quasi senza respirare.

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    1. Dico la mia, ma spero che altri dicano la loro: non mi piace essere l’unico.

      A mio modo di vedere c’è poco movimento; è come se fosse una foto e la staticità mi fa sembrare la scena piatta. Molto è delegato agli aggettivi ma, così facendo, per il mio gusto hai sostituito un filtro con un altro e io fatico a entrarci dentro.

      PS: questo mi ha dato lo spunto per una nuova puntata degli esercizi di stile 🙂

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    2. A me ha colpito il ritmo. Sono tutte, tranne una verso la fine, frasi paratattiche (ora so che usare questo aggettivo evoca ben altri esercizi): brevi interventi che fotografano una condizione. A me è venuto in mente un effetto di transizione che si usa nel video editing:la sfumatura in nero fra una scena e l’altra. Questi intervalli continui e spezzati scandiscono e sottolineano uno stato d’animo ben preciso.
      Può essere un modo per rappresentare lo shock di una tragedia così grande. A me è piaciuto.

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      1. Anch’io non sono riuscita a pensare a un bambino. Sicuramente, mi sono difesa, scegliendo una bambina, creando frasi brevi. Altri dolori, non paragonabili, da cui ho cercato l’emozione, mi hanno suggerito l’idea di una irrazionale rifiuto della realtà. Nel tuo brano è forte l’impatto. C’è la creazione da parte della mente di quello che vuole. Nel mio si limita dall’assenza di forza, alle lacrime, a una non rassegnazione consapevole. L’idea che mi sarebbe piaciuta trasmettere è di come la sofferenza posss anestetizzare le emozioni, al punto da non sentire nulla. Perdere un figlio è entrare in un vuoto immenso per restarci per sempre. Non lo so, se riuscirò mai a scrivere davvero quello che sento. Grazie Marina.

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        1. Sono un uomo, per giunta neppure padre. Quindi è possibile che io fatichi a capire e capirvi. E poi si sa che i miei gusti sono impossibili.
          Tutto ciò premesso: comunicare il vuoto, l’assenza, credo sia una delle cose più difficili. Chi ci è andato vicino, rispetto al mio sentire e al mio vissuto, è stato Gianluca con il suo stratagemma di focalizzarsi su un particolare assurdo come una fila di formiche. Ha giocato a nascondere il dolore mostrando una cosa apparentemente senza senso, proprio per far risaltare lo sfondo. Questo non significa che sia l’unica tecnica valida o che non si possa fare di meglio.

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          1. Non devi fare da cuscino, quelli vanno bene la sera per dormire. Chi vuole imparare, accetta di appallottolare i propri fogli per ricominciare. Gianluca, ha reso benissimo l’effetto, ma di certo ci sono altri modi. Bisogna trovarli. Prima di scrivere ho pensato: sono al funerale di mia figlia, cosa provo? Cosa vedo? Mi sono risposta che non mi accorgerei se è giorno o notte, se c’è la pioggia o il sole. Avrei freddo, tanto freddo in ogni caso. Proverei estraneazione, un forte senso di irrealtà. Probabilmente, rabbia. Le persone presenti sarebbero solo macchie scure, come uno sciame di insetti. Le parole di conforto, lame che si insinuano nella piaga. Mi sono chiesta anche come potrebbe reagisce la mente a un dolore così grande. Negando, accettando se è abbastanza forte o sfociando nella follia. Poi, ho avuto il problema di comunicare tutto questo.
            La mia madre immaginaria vede solo la terra che ricopre strato dopo strato il bianco della piccola bara. Il nero è l’unica cosa percepita. C’è consapevolezza, il piegarsi al dolore, rassegnazione.
            Dovrà pur esserci un modo per raccontare in modo appropriato queste emozioni. ^_^

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          2. Qua hai raccontato cosa ti ha spinto a scrivere il pezzo e le parole che hai usato, ha ragione Michele, sono più d’impatto. Secondo me perché ti sei liberata dal condizionamento della prova: libera di esprimerti, la scrittura è venuta fuori più spontanea, più autentica. Scommetto che non lo avresti mai detto! 🙂

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          3. concordo con Michele e Marina.
            Questo pezzo ad esempio:
            “Le persone presenti sarebbero solo macchie scure, come uno sciame di insetti. Le parole di conforto, lame che si insinuano nella piaga.”
            Messo (perdonami se ho provato) in terza persona come qualcosa tipo:
            “Intorno sciamano persone come insetti, macchie scure che la pugnalano con lame di parole di conforto.”
            Non è venuta altrettanto bene, ma è una immagine fortissima, che mi piace tanto.
            Nel tuo originale ho notato una cosa rileggendolo dopo un’altro commento che parlava di ritmo.
            La prima parte ha più il ritmo della poesia che della prosa, che poi pian piano si trasforma in prosa.
            Ha dato questa sensazione solo a me?
            ciao

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  7. La piccola era lì, con la schiena appoggiata al tronco di un albero fiorito, ma le gemme del pesco non germogliano in ottobre.
    I rami avvizziti si erano vestiti di primavera per farsi carezza in mezzo ai pugni incassati dalla mente di una madre in lutto.
    La visione era l’unica risposta in grado di non farle piegare le gambe di fronte a una bara che piantava un chiodo nel suo petto ogni volta che gli occhi scivolavano sul corpicino inerte della bimba. Era adagiato su un drappo di seta che lei sfiorava con la punta delle dita, ingoiando pietre e lacrime al contatto con le pieghe del suo abito. Ma adesso era un’immagine vivida, se avesse fatto un passo, un solo passo in avanti, l’avrebbe stretta fra le braccia: ti riporto a casa, domani ti accompagno io a scuola. E mi raccomando, aspetta me prima di attraversare la strada, non farlo mai da sola. Capito, piccola mia? Capito?
    Stritolava gli steli delle rose tenute in mano come inutili ancore durante la preghiera, mentre la bimba si era tirata sù e, dopo averle sorriso, era corsa via restituendo all’albero i suoi rami spogli.
    La madre allungò un braccio sulla superficie fredda della cassa saldata e l’autunno scese per sempre nel suo cuore.

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  8. Poiché non è solo un esercizio estetico, chiedo la critica (tua o di chiunque altro) sul mio brano: cosa c’è di buono e cosa no in quello che ho scritto? Ci sono filtri? (non vederli, per me, significa ripeterli una prossima volta). Me la sono cavata?
    Ditemi, ditemi…

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    1. No, filtri non ne vedo. Però ti faccio due domande: perché hai esplicitato che la bambina era una visione e non hai lasciato che fosse il lettore a deciderlo (o capirlo)? E poi: hai usato per tutto il pezzo l’imperfetto. Giusto: è il tempo delle fiabe e delle visioni. Allora perché nell’ultima frase sei passata al passato remoto?

      (OK: se finirò sotto un’auto pirata, saprete chi c’era alla guida 😛 )

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      1. Perché ho sempre l’impressione di non essere abbastanza chiara. Cioè, se non avessi specificato che si trattava di una visione, si sarebbe capito? (Penso al lettore distratto che poi finisce per dire: ma che vuol dire?)

        I tempi verbali: l’imperfetto racconta la situazione. Il passato remoto la chiude. È sbagliato? Voglio capire meglio.

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        1. Bisognerebbe fare in modo che tutti (ok, quasi tutti) capiscano. Difficilissimo farlo in quattro righe. Ma scrivere vuol dire nascondere.

          Sui tempi: io non l’avrei cambiato. È uno stacco forte. Però è un’idea mia.

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        1. Dico la mia da profano.
          Io sto cercando come un pazzo in questo periodo di riuscire a scrivere qualcosa alternando la realtà ed il pensiero, una tecnica molto più cinematografica se vogliamo, il duro è farlo senza infarcire di pensò, si trovo ad immaginare, la sua mente prese a, e via discorrendo.
          E’ difficile, ma è una chiave che apprezzo moltissimo in film o telefilm (prendi i sogni segreti di Walter Mitty ad esempio) e che mi piacerebbe rendere sullo scritto.
          Quindi appoggio Michele, tanto più che avevi alberi che germogliavano e fiorivano in autunno, cosa irreale di suo quindi se non stai scrivendo di fantasy e nei pressi c’è qualcuno impregnato di magia, quello che riporti non dovrebbe essere reale.
          E farlo scoprire e decidere al lettore, ne aumenta la forza e l’impatto secondo me.
          Invece concordo con te sul cambio di tempo in fondo, almeno a me ha comunicato una chiusura, uno stacco enorme, trovo che rafforzi “l’autunno scese per sempre nel suo cuore” del finale che ti fa immaginare che da li in avanti tutte le cose saranno differenti per la protagonista.
          Opinioni personali ovviamente.
          Ciao

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          1. Ti ringrazio della tua opinione, Gianluca. Devo provare ad avere più fiducia nel lettore, hai ragione. Per il resto hai colto la mia intenzione a proposito dell’uso finale del verbo. Era proprio una sorta di definitività che volevo trasmettere, forse anche una sorta di congedo dalla storia narrata.

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  9. Secondo me, Marina, la forza nel tuo scritto sta proprio nella descrizione della visione. Una disperazione tale, da mostrare quello che ormai non c’è più. La negazione di una realtà insostenibile. Almeno, è quello che ho provato io. 🙂

    P.S. Aiutate anche me a migliorare? Anche dirmi hai scritto una cosa mediocre, scontata e banale, mi sarebbe di aiuto.

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    1. Grazie, Iara. Era proprio questo il senso che volevo dare al racconto e il fatto che tu lo abbia percepito mi fa molto piacere.

      Sicuramente il tuo brano non è nessuna delle cose che hai detto: non è mediocre, non è scontato e nemmeno banale, ma ora lo commento sopra. 🙂

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      1. Rispondo qui, sia a te Marina che a Michele. Mi fa piacere che la spinta emotiva su cui ho scritto sia giusta. E no, non l’avrei mai detto che la spiegazione sarebbe stata meglio. Il punto è che mi sono pure messa lì a cercare le parole più adatte. Non volevo usare espressioni scontante, frasi fatte. Gli insetti, il freddo, la pioggia, mi sembravano metafore banali. La libertà di dire con semplicità, mi ha permesso di avvicinarmi di più alle sensazioni che speravo di trasmettere. Che guazzabuglio. Alla prossima. 😜

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  10. Grazie anche a te Gianluca per la tua opinione. Quando ho scritto avevo paura di risultare banale.Credevo che quelle parole che mi venivano in mente spontanee non andassero bene. Troppo facile, mi sono detta. Cerca un altro modo per mostrare quello che vuoi dire. Così, nel tentativo di usare immagini ricercate, temo di aver perso molto di più. Ancora grazie. 🙂

    P.S.: Temo di avere un po’ il vizio della poesia. Involontario e senza nessuno studio, però.

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