Piccoli esercizi di stile #3 – il tempo


photo credit: Onasill ~ Bill Badzo Byran Ohio ~ Historic Downtown ~ Northwest Ohio via photopin (license)
photo credit: Onasill ~ Bill Badzo Byran Ohio ~ Historic Downtown ~ Northwest Ohio via photopin (license)

Per cercare di superare i nostri tabù della scrittura, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Se volete sapere perché stiamo facendo questi esercizi e quale ne sia il senso, non vi resta che leggervi l’introduzione. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va – e soprattutto cosa no – nelle storie che pubblicheremo.

Questa settimana parleremo del tempo. Che non è quello atmosferico. Il tempo verbale cambia parecchie cose e i vari tempi non sono equivalenti: mentre l’imperfetto si addice alla narrazione e al raccontare – non per nulla è il tempo delle favole – il passato remoto è un tempo d’azione tanto quanto il presente. L’esercizio di oggi tenta di farci percepire direttamente queste due differenze: si tratta di scrivere una piccola storia (diciamo almeno una mezza pagina, anche qualcosa di più) con un tempo per poi riscriverla con l’altro.

Però fate attenzione: se per passare da uno all’altro non avrete da cambiare nulla, se non i verbi, allora è possibile che ci sia qualcosa che non va. Che non stiate usando i tempi per le loro potenzialità e peculiarità. Oppure è possibile che il pezzo che avete scritto sia troppo breve per mettere in luce le differenze tra i due. Ad ogni modo, rileggendo le due versioni, credo che dovreste vederne chiare le differenze; quanto a me,  quando scrivo, utilizzare un tempo o l’altro fa divergere decisamente le mie storie.

Provo a farvi un esempio, riscrivendo e riutilizzando per l’ennesima volta il pezzo di Sandra della settimana scorsa (scusa, Sandra, se ti “uso” così); vi prego anche di notare l’uso che lei ha fatto del trapassato, con una storia che procede per immagini con annessi, microscopici, salti all’indietro per recuperarne la continuità. Con il passato remoto tutto ciò non si può fare. O meglio, si può fare ma la resa non mi soddisfaceva per nulla, tanto che ho dovuto cambiare parecchio prima di arrivare a un punto decente.

Imperfetto

Non c’era più. Occupava poco spazio, non più di quello che aveva occupato nella pancia della madre, e l’assenza del suo pianto era insopportabile quanto quello della donna che ne aveva preso il posto. Anche il silenzio dell’inesistente pianto del padre riempiva l’aria, mentre girava muto attorno alla bara e con un gesto incerto implorava gli addetti di non chiudere.
“Ancora un secondo!” aveva detto, infine, piano. Non era una richiesta, era un ordine.
Eppure non c’era più tempo: il cordoglio prevede un rituale che consuma i cuori. Lui aveva stretto la mano della moglie e insieme avevano accarezzato la piccola per l’ultima volta. Accanto a lei c’era l’orsacchiotto e un paio di fotografie che li ritraevano insieme.
L’uomo aveva fatto un cenno col capo, lo sguardo basso, come per dire: “Ora”. Avevano chiuso. Un suono lieve, che suggellava quattordici mesi di vita. La donna, a quel rintocco di legno, aveva deglutito.
Lui aveva sollevato quella piccola scatola bianca, coperta di roselline, con fatica. Si era incamminato verso la chiesa; lo sguardo vuoto e immerso in un silenzio insostenibile.

Passato remoto

Occupava poco spazio, non più di quello che aveva occupato nella pancia dalla quale era uscita da poco più di un anno, eppure non c’era più. Accanto a lei c’era l’orsacchiotto e un paio di fotografie che li ritraevano insieme. L’assenza del suo pianto era insopportabile.
La madre lo sostituì con un pianto altrettanto insopportabile. Il padre con il silenzio di un pianto inesistente; girò muto attorno alla bara e con un gesto incerto implorò gli addetti di non chiudere.
“Ancora un secondo” sussurrò, infine. Non era una richiesta, era un ordine.
Poi non ci fu più tempo: il cordoglio prevede un rituale che consuma i cuori. Lui strinse la mano della moglie e insieme accarezzarono la piccola per l’ultima volta.
L’uomo fece un cenno col capo, lo sguardo basso, come per dire: “Ora”.
Chiusero. Un suono lieve, che suggellò quattordici mesi di vita. La donna, a quel rintocco di legno, deglutì. Lui sollevò quella piccola scatola bianca, coperta di roselline, con fatica. Si incamminò verso la chiesa; lo sguardo vuoto e immerso in un silenzio insostenibile.

Spero che le differenze si colgano e che il senso dell’esercizio sia chiaro: il fatto è che il tempo in cui è scritta la storia non è secondario e dovrebbe essere scelto consciamente, sulla base di quello che vogliamo raccontare. Soprattutto andrebbe scelto in base al modo in cui vogliamo raccontare. E noi, qui, stiamo proprio parlando di stile.

Ecco il tema di oggi: C’è un puntino nel cielo. È un pixel bruciato.

Ecco la regola di oggi: Scrivere una breve storia prima usando l’imperfetto e poi usando il passato remoto.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale.

Buona scrittura a tutti.

Annunci

35 pensieri riguardo “Piccoli esercizi di stile #3 – il tempo

  1. Direi che il tempo verbale è fondamentale. L’esercizio di trasformare lo stesso testo in tempi diversi è ottimo. Complimenti. Non sarebbe male come forma didattica per i ragazzi.
    Perdonami per il testo cortissimo, ma ho delle giornate stracolme.
    Diciamo che basta il pensiero.

    Imperfetto:
    Aveva bruciato tutto quel dispettoso.
    Quel fumo si intravedeva alto, alto.
    Che era successo? Il bambino aveva appiccato il fuoco bruciando il computer di mamma; aveva detto la vicina ai pompieri.

    Passato remoto:
    Fu tutto bruciato da quel dispettoso.
    Intravidero quel fumo alto, alto.
    Che successe? Il bambino appicò il fuoco bruciando il computer di mamma; si sentì dire dalla vicina ai pompieri.

    Speriamo di non aver sbagliato. Corro al lavoro, ci vorrebbe più calma per pensare ai tempi verbali. Speriamo non ci siano errori.

    Liked by 1 persona

  2. Interessante esercizio. Il caos però mi nasce quando usi il passato remoto eppure alcune frasi restano invariate (come “Occupava poco spazio” o “Accanto a lei c’era l’orsacchiotto e un paio di fotografie che li ritraevano insieme.”). Forse perchè pur andando al passato, le frasi sono riferite al quel momento presente. E mi consolo, perchè è una cosa che mi fece notare un beta in un racconto come errore: poi gli ho trasformato la frase e s’è reso conto che non aveva più senso.

    Mi piace

    1. Bisogna fare attenzione: il passato remoto non possiede il senso di continuità dell’azione propria dell’imperfetto. Ergo, non è possibile rendere tutto con il passato remoto.
      Inoltre l’imperfetto ha valenza narrativa: anche usando il passato remoto (che ha un effetto “telecronaca”, se mi passi il termine) succede di aver necessità di raccontare un fatto, magari anche antecedente, senza doverlo per forza mostrare.
      E lo scopo dell’esercizio è proprio nel capire le due differenze: c’è un tempo per raccontare e c’è un tempo per mostrare (che Qoelet mi perdoni!).

      Mi piace

      1. Esatto. Con il passato remoto l’azione finisce un fatto ben preciso e concluso e distante dal momento che sto parlando.
        L’imperfetto, indica sempre un’azione passata ma che ha un effetto di continuità mentre lo sto dicendo, non del tutto conclusa, diciamo.
        Questo è quello che spiego agli studenti stranieri.
        Credo che sia il modo più semplice per fare la distinzione tra i due tempi verbali.
        Poi, ci potrà essere una maniera più esaustiva, ma penso che si comprenda abbastanza bene così.
        Spiegare troppo, a volte confonde.

        Liked by 1 persona

  3. Con tanti dubbi…

    C’è un puntino nel cielo. È un pixel bruciato.

    Guardava lo schermo del pc, la testa piegata di lato. C’era qualcosa che non capiva. Ripensava a quella domenica di cielo blu, aria fresca e un po’ di felicità.
    Erano al lago. Aveva montato il cavalletto e posizionato la reflex, aveva settato le varie impostazioni e, infine, programmato il timer e lo scatto multiplo. Si guardavano negli occhi, poi sorridevano e guardavano dritto nell’obiettivo. Infine erano scoppiati a ridere fragorosamente, di quella gioia allegra che viene da dentro senza un motivo ben preciso, frutto di sensazioni accumulate. Guardava il risultato di quegli scatti direttamente dal display della reflex come a voler ulteriormente fissare i ricordi di quella giornata. Ma più di tutto guardava quel cielo blu che le dava serenità, dopo tanto tempo. Se lo ricordava bene quel giorno. Ogni dettaglio, che aveva poi voluto fermare in quelle foto per poter aiutare, in un giorno lontano, la memoria.
    Guardava lo schermo del pc, la testa dall’altra parte. Proprio non riusciva a capire. Pensava addirittura a un UFO. Puff, che sciocchezza. Un palloncino forse? Eppure non c’era, se lo ricordava quel cielo, blu e basta. Niente altro! Un difetto della lente forse? Non poteva essere, l’aveva controllata.
    Ora sorrideva, era di nuovo lei. Capiva e questo la rasserenava.
    Era solo un pixel bruciato.

    Guardò lo schermo del pc, la testa piegata di lato. Ripensò a quella domenica passata al lago: il cielo blu, l’aria fresca e un po’ di felicità.
    Ripercorse mentalmente quel momento. Quindi montò il cavalletto e posizionò la reflex, settò le varie impostazioni, programmò il timer e lo scatto multiplo. Lo guardò negli occhi, lui ricambiò lo sguardo. Sorrisero. Poi guardarono dritto nell’obiettivo. Alla fine scoppiarono in una fragorosa risata, di quella gioia allegra che viene da dentro senza un motivo ben preciso, frutto di sensazioni accumulate. Guardò il risultato di quegli scatti direttamente dal display della reflex come a voler ulteriormente fissare i ricordi di quella giornata. Poi guardò di nuovo quel cielo blu: fu di nuovo serena, dopo tanto tempo. Si ricordò di ogni dettaglio: volle fotografare tutto per poter aiutare, in un giorno lontano, la memoria.
    Piegò la testa dell’altro lato e, di nuovo, guardò lo schermo del pc. Ancora non capì. Pensò addirittura si trattasse di un UFO e, immediatamente, scosse la testa a scacciar via quella sciocca idea. Un palloncino forse? Eppure non vide nessun palloncino alzarsi in cielo quel giorno! Di nuovo si perse in quel ricordo blu. Un difetto della lente forse? La controllò di nuovo.
    Capì. Si rasserenò e sorrise.
    Poi chiamò il tecnico per riparare il monitor. E fu la fine per quel pixel bruciato.

    Liked by 3 people

      1. Prima di tutto se postare o no. Perché io non scrivo e non voglio fare lo scrittore. Però mi piace provare a capire e mettermi alla prova; ho voluto provare con questo esercizio perché il tema mi ha ispirato una storia. Poi, ovviamente (è ovvio no?), quello di sbagliare e peggio essere fraintesa. Quindi prima di tutto dubbi non legati direttamente alla scrittura…per questo si rimanda sempre al mio analista che si sfrega le mani e se la ride. 😉

        Per quanto riguarda il testo in sé, ho scritto il primo di getto e fatta qualche correzione pensavo potesse andare…poi nel postarlo ho cambiato qualcosa per poi riportarlo alla versione precedente. A momenti non so più neanche distinguere la forma del verbo! Nella forma al passato remoto, invece, ho fatto molta fatica e trovo renda ancor meno l’idea di quello che volevo raccontare. Cosa volevo raccontare? Una volta mi hai scritto che se bisogna spiegarlo allora non è scritto bene. Non credo valga sempre ma in questo caso sì. 😀 Continuo a chiedermi se è meglio cambiare il meno possibile per evidenziare le differenze o mantenere il senso della storia modificando di più? Fondamentalmente vorrei sapere se l’esercizio, così come richiesto, è stato rispettato.

        Mi piace

        1. Sì, l’esercizio è stato rispettato perché bisogna mantenere il senso della storia, non lavorare il meno possibile; come opinione personale, preferisco il secondo.
          Non è detto che l’autore sappia fino in fondo cosa sta scrivendo, però è chiaro che se i lettori chiedono spiegazioni allora nel testo manca qualcosa.
          Il fatto che tu abbia fatto fatica significa che l’esercizio funziona bene nello scardinare i meccanismi mentali precostituiti. 😉

          Liked by 1 persona

  4. Articolo interessante. Io che non ho alcuna base in materia vado a istinto, di solito uso il passato remoto, qualche volta l’imperfetto quando voglio mantenere una certa “distanza” tra il lettore e i protagonisti della storia. Chissà se è giusto…
    L’uso del presente invece non mi piace, soprattutto quando viene mescolato agli altri tempi. Ci sono anche grandi scrittori che lo fanno (penso a Kundera per esempio), ma non mi piace.
    Perdonami se non faccio gli esercizi per casa, ho troppo sonno 😉

    Mi piace

    1. Io ho scritto diverse volte al presente. Alla fine, nella mia testa, non è tanto diverso dal passato remoto. Come tutte le medaglie ha dei pro e dei contro; soprattutto, in testi di respiro ampio (penso ai romanzi), rende la costruzione della trama piuttosto complicata.
      Come dico sempre, gli esercizi non hanno date di scadenza: possono essere fatti prima o dopo, riportati qui oppure no. Non ha importanza. L’importante è riflettere sulle cose.

      Liked by 1 persona

  5. Bello e ottimo esercizio. Adoro le variazioni. È difficile sostituire un passato remoto a un imperfetto (3 volte nel testo), e infatti, come è scritto nella spiegazione, nell’esempio riportato si sostituisce soprattutto il passato remoto al trapassato prossimo (8 volte); e, sì, l’effetto è diverso: si perdono i passaggi temporali, i salti all’indietro. Sono totalmente d’accordo che variare i tempi di una storia sia un esercizio utilissimo e che serva molto a focalizzare il significato dei tempi verbali. Grazie, mi metto al lavoro.

    Mi piace

    1. Ciao Many Kazem, benvenuto su questo blog 🙂
      Lo so: il trapassato mi ha preso la mano ma continuo a considerare l’imperfetto come il tempo “portante” del primo pezzo. Quello su cui si regge la costruzione della storia. Come si dice: non so se mi sono spiegato, ma io mi sono capito. 😉
      Questo tipo di esercizio lo pratico spesso, quando inizio a scrivere qualcosa di nuovo: trovo difficile sapere in anticipo quale gusto avrà la storia, una volta messa sulla pagina.

      Mi piace

  6. Tutti i pomeriggi consumava occhi e schiena davanti a un computer. La scusa ufficiale era che molti compiti per casa necessitassero dell’ausilio informatico. I vocabolari appesantivano inutilmente gli scaffali della libreria e i volumi dell’enciclopedia Treccani giacevano abbandonati in garage, ormai sostituiti dalla pratica e straconsultata versione digitale. Perché Eugenio viveva in simbiosi con il suo portatile e l’unica dotazione cartacea di cui disponeva aveva la forma dei manuali e di un paio di quaderni tenuti dentro lo zaino. Tornava a casa all’ora di pranzo e concedeva la sua compagnia a tavola giusto il tempo di un piatto di pasta, dopodiché si fiondava in postazione. Prima di cominciare a studiare, il suo relax aveva un solo nome: League of legends, un videogioco online che aveva sostituito ogni altro suo interesse. E se non era il gioco strategico, era un rompicapo di logica, o il nuovo video di uno youtubers con ottocentomila iscritti. La sua vita sociale si esauriva lì: di fronte a monitor e tastiera. Le sue conoscenze avevano solo una casa, il web e lo scambio di relazioni avveniva tramite chat: fiori ridotti a emoticon per fare sorridere le ragazze, sintassi moderna piena di kappa e contrazioni incomprensibili per salutare un amico: “ciao, ke fai?” Dv t trv?”
    Era ossessionato da tutto ciò che avesse forma e funzione tecnologica: “Sono un nativo digitale d.o.c.” diceva, fiero. “Non entrare nella stanza se no ti “oneshotto” gridava al fratello. Persino le stelle, in cielo, erano pixel bruciati, nei messaggi d’amore inviati tramite whatsapp alla fidanzata.
    La madre non aveva voce in capitolo, anche lei messa a tacere come pericoloso malware infiltratosi nella sua vita.
    Forse era giunto il momento di chiedere aiuto a qualcuno.

    Consumò occhi e schiena davanti a un computer, tutti i pomeriggi, con la stessa scusa ufficiale: i compiti per casa che necessitavano dell’ausilio informatico. Nessun vocabolario fu più necessario, inutile peso dimenticato sugli scaffali della libreria. Riservò lo stesso trattamento ai volumi dell’enciclopedia Treccani abbandonati in garage, ormai sostituiti dalla pratica e straconsultata versione digitale. Eugenio visse la sua adolescenza in simbiosi con il suo portatile, disponendo di un’unica dotazione cartacea che teneva dentro lo zaino e aveva la forma dei manuali e di un paio di quaderni. Anche quel giorno tornò a casa all’ora di pranzo e concesse la sua compagnia a tavola giusto il tempo di un piatto di pasta, dopodiché si fiondò in postazione con un solo pensiero: giocare a League of legends, un videogioco online ideale per rilassarsi prima di cominciare a studiare e degno sostituito di ogni altro suo interesse. Ore buttate su quel gioco strategico, come su un rompicapo di logica o sul nuovo video di uno youtubers con ottocentomila iscritti. La sua vita sociale si esaurì presto di fronte a monitor e tastiere. Le sue conoscenze ebbero solo una casa, il web, e lo scambio di relazioni avvenne sempre tramite chat: fiori ridotti a emoticon per fare sorridere le ragazze, sintassi moderna piena di kappa e contrazioni incomprensibili per salutare un amico: “ciao, ke fai?” Dv t trv?”
    Rimase a lungo ossessionato da tutto ciò che avesse forma e funzione tecnologica: “Sono un nativo digitale d.o.c.” disse, un giorno, fiero. “Non entrare nella stanza se no ti “oneshotto” gridò un pomeriggio al fratello. Persino le stelle, in cielo, divennero pixel bruciati, nei messaggi d’amore inviati tramite whatsapp alla fidanzata.
    La madre non ebbe mai voce in capitolo, anche lei messa a tacere come pericoloso malware infiltratosi nella sua vita.
    Si chiese se fosse giunto il momento di chiedere aiuto a qualcuno.

    Liked by 2 people

  7. Le mie osservazioni:
    Non mi è venuto facile trasformare il brano usando il passato remoto. Credo che si perda un po’ il ritmo raccontato che, secondo me, rende di più all’imperfetto.
    Poi ho dovuto intervenire su qualche frase, perché mi è stato impossibile rendere al passato remoto alcuni passaggi.

    Secondo te cosa ha funzionato e cosa no delle due versioni?

    Mi piace

    1. Partiamo dall’inizio: “ausilio informatico” non s’affronta. Solo il MIUR può dire “ausilio informatico” – nel XXI secolo – senza che qualcuno si ribalti dal ridere. 🙂

      Passiamo al resto. Tu hai raccontato una situazione, non l’hai mostrata. La tua voce narrante è estremamente giudicante, pur se non in maniera esplicita. Quindi l’imperfetto era il tempo giusto.
      Il passato remoto ti ha costretta a rivedere (almeno un po’) la voce narrante, scardinando l’idea che avevi. Questo ha portato più ritmo e meno giudizio, cosa che penso sia preferibile per un lettore. D’altronde la voce narrante era più incerta, proprio perché “strozzata”.

      L’esercizio, in effetti, mirava proprio a rendere un tempo ovvio e l’altro ostico: un pixel bruciato nel cielo è irrealistico e, quindi, predispone per raccontare una fiaba. Al contrario, il tema fiabesco rende complicato mostrare degli avvenimenti.

      Mi piace

      1. Non capisco la tua frase “Ausilio informatico non s’affronta”: che significa?
        Come potrei dire, allora, se voglio parlare di un aiuto che viene dall’uso del computer?
        Ho un’altra domanda: non ho mai capito fino in fondo la necessità di astenersi dal dare un giudizio pur se non esplicito su una situazione. Se l’intenzione dell’autore è di mostrare l’aspetto negativo di un fenomeno che male c’è? Si può discutere di preferenze, ma anche di errori? A me, per esempio, sembrava più sciolta la prima narrazione.
        E poi, ormai che sono andata in fissa con questo famoso “mostrare”, in questo caso, ci stava più un raccontare e meno un mostrare,credo.
        Voglio capire meglio.
        In pratica, era solo un tuo giudizio soggettivo, oppure è il racconto che non funziona?

        Mi piace

        1. Ma tu che cosa intendi per “ausilio informatico”? Cioè, se io vado in un negozio e chiedo un “ausilio informatico” mi fanno il gesto del carciofo (se mi va bene). Invece in burocratese quella cosa lì è un oggetto ben specifico, utilizzato in ambito assistenziale e di disabilità in particolare, che il resto del mondo chiama “computer” o, magari, con il nome specifico della periferica. Ecco perché dico che non s’affronta: mi sembra un modo contorto per chiamare un oggetto normale.

          Il giudizio non è un male. Però io parto da un assunto: chi legge preferisce scoprile da sé, le cose. Come diceva ieri Helgaldo sugli scrittori “brutti, sporchi & cattivi”, i romanzi belli sono quelli in cui la voce narrante non ti dice quanto sia sbagliato il protagonista. Quanto quello che fa non vada bene. Anzi, piuttosto il contrario: tutti solidarizziamo con lo scarafaggio di Kafka anche se è schifoso. Ci immedesimiamo perché la voce narrante non ci dice che dobbiamo evitare lo scarafaggio in quanto “sbagliato”. Se Kafka avesse scritto denigrandolo, non sarebbe quel capolavoro che è.
          L’aspetto negativo si mostra per assurdo, direbbero i matematici: cioè mostrandone le conseguenze catastrofiche. Immedesimandosi con qualcuno che sbaglia, avendo chiaro che ogni scelta che fa è quella sbagliata, ma capendo che la coerenza del personaggio non può che portarlo a compiere proprio la scelta sbagliata. Ecco: in quel modo soffriremo con il protagonista, ma saremo noi a giudicare. E l’autore, non giudica? Certo: lo fa costringendo il personaggio a soffrire. 😀

          Come ho detto, il tema l’ho scelto perché portava a raccontare e non a mostrare. E, com’è ovvio, le opinioni sono solo mie. Per il resto un racconto di venti righe, sempre a mio giudizio, non potrà mai “funzionare”. È troppo corto. Però è sufficiente per esercitarsi. Tutto qui. 🙂

          Mi piacerebbe anche sapere cosa ne pensa Helgaldo, di tutto questo. Ma non si fa più vivo qui 😦

          Mi piace

          1. Passo veloce sul tecnicismo: “ausilio informatico” è in effetti un termine che appartiene agli strumenti informatici per la disabilità (presente lo schermo/occhiali con cui s’interfaccia Stephen Hawking per parlare? rilevano il suo movimento oculare). E’ quindi eccessivo per un semplice personal computer. Casomai, “supporto informatico” al posto di ausilio. Ma anche “computer” (anche il “tablet” è un computer, seppur di piccole dimensioni).

            Liked by 1 persona

          2. Ah, no no! Ma io non volevo trovare un altro modo per dire computer, io mi riferivo proprio all’aiuto facile offerto dal computer quando mette a disposizione tutti gli strumenti utili allo studio: dal vocabolario al traduttore, tutto per non scomodare il cartaceo. Infatti, subito dopo, ho parlato di dizionari ed enciclopedie archiviate. Però l’equivoco è terribile, perché nella mia ignoranza non sapevo che l'”ausilio informatico” fosse il computer stesso.

            Insisto: ma nel raccontino all’imperfetto, qual è la formula per non mostrare il giudizio velato dell’autore? Prenderesti una frase in cui la cosa è evidente per farmi un esempio pratico?
            (Oggi sono fastidiosa come una mosca!) 🙂

            Mi piace

          3. Per NON giudicare? Non saprei, davvero. L’unica cosa sensata che mi verrebbe da dire è un paragone: non si “fa” buio, ma si nasconde la luce. Pare uguale, ma non lo è. Proseguendo nella similitudine, non si fa il “non giudizio”, si evita di farlo. (Quest’ultima perla è offerta dalla dott.ssa Grazia Arcazzo 😛 )

            Prendi queste frasi:
            – Eugenio viveva in simbiosi con il suo portatile;
            – Tornava a casa all’ora di pranzo e concedeva la sua compagnia a tavola giusto il tempo di un piatto di pasta;
            – Prima di cominciare a studiare, il suo relax aveva un solo nome.
            Ogni volta la voce narrante (assai autobiografica, immagino) ci mostra una cosa sottintendendo che è sbagliata: non si abbandona la tavola quando gli altri stanno ancora mangiando, si gioca in compagnia, il computer è solo uno strumento. Tutte cose ovvie, almeno a una certa età. Forse la voce narrante dovrebbe mettersi “nella testa” di Eugenio; mostrarci il suo fastidio per i genitori e le loro regole insulse; mostrarci infine il dispiacere per aver agito così (magari perché perde i genitori; tu, in caso, tocca pure ferro!).
            Spero di aver reso l’idea.

            PS: Che poi faccio tanto il figo e, quando scrivo, faccio anche di peggio. Però sulla teoria non me la cavo male.

            Mi piace

          4. Lo sapevo che questo spunto doveva essere scambiato per qualcosa di autobiografico: madre di un adolescente, che gioca a quel gioco lì, una volta ne ho pure parlato… però stavolta mio figlio c’entra poco: poi, adesso, ha ben poco tempo da dedicare ai videogiochi, al liceo gli fanno un mazzo grosso così! 😀 e, per fortuna, io e lui abbiamo un rapporto poco conflittuale (ancora)
            Ho solo giocato un po’ con una cosa molto scontata nelle case con ragazzi adolescenti. 🙂
            (Per la cronaca: ad avercela una mamma come me!) 😛

            Liked by 1 persona

    1. Nel mio testo preferivo la versione Imperfetto. Nel tuo quella Passato Remoto. Quindi, forse, non è questione di gusto in generale preferire una forma verbale all’altra. La preferenza cambia a seconda dello stile, del tema…non lo so. Ci devo pensare.

      Mi piace

      1. Dici che il tema possa essere determinante ai fini dell’uso del tempo verbale? Il tuo a me è piaciuto di più al passato remoto, per esempio.
        Forse dipende da cosa cerchiamo in una storia o di come vorremmo farla arrivare al lettore. Non saprei…

        Liked by 1 persona

  8. Il passato remoto e l’imperfetto descrivono due azioni diverse (come si è detto, una continua nel presente e l’altra finisce nel suo tempo). Ho notato che le storie che tendono troppo “al remoto” non riescono a convolgermi del tutto. Ne parlavo ultimamente con altri lettori e mi hanno confermato questa impressione: è come se le sentissimo un po’ troppo lontane, come se partissero con più distacco. Dipende anche dalla storia, è ovvio, ma in linea di massima è così.

    Liked by 1 persona

Lasciare un commento è sempre una buona idea!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...