Piccoli esercizi di stile #4 – Motivazione e reazione


photo credit: archer10 (Dennis) 83M Views Germany-00151 - Cute Sculpture via photopin (license)
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Per cercare di superare i nostri tabù della scrittura, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Se volete sapere perché stiamo facendo questi esercizi e quale ne sia il senso, non vi resta che leggervi l’introduzione. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va – e soprattutto cosa no – nelle storie che pubblicheremo.

Questo è l’ultimo esercizio di stile che vi proporrò. Non perché manchino gli argomenti ma perché mi pare inutile insistere su cose che si ritrovano dappertutto, in rete, come la persona (prima, seconda o terza) con la quale si narra, gli avverbi, le forme passive, ecc.; d’altronde, l’idea di questi post non era fare una rubrica da millemila puntate o un corso di scrittura, ma solo fornire quelle due o tre cose sulle quali mi sembrava giusto riflettere.

Oggi parliamo di un modo di scrivere che di solito si associa al (famoso?) metodo del fiocco di neve: i blocchi motivazione-reazione. Come tutti i metodi, anche questo ha dei pro e dei contro e usarlo non significa scrivere automaticamente bene. Anzi. Però c’è una logica che vi invito a soppesare e a fare vostra, nei frangenti in cui ciò abbia un senso.

Prima di cominciare, vi prego di riflettere sul fatto che i paragrafi nella scrittura non sono una cosa casuale: il rientro su una nuova linea spezza il testo in unità che hanno un significato compiuto, cosa che non sempre le frasi hanno (specie con la scrittura paratattica all’americana che va di moda adesso). Questo significa che ogni paragrafo ha una propria ragione d’essere e che il loro susseguirsi può essere assimilato a quello degli anelli di una catena: averne uno claudicante significa spezzare la continuità che costituisce la nostra storia.

Una volta capito ciò, possiamo addentrarci nel cuore dell’argomento odierno: in questo tipo di scrittura i paragrafi possono essere solo di due tipi e le informazioni che forniscono al lettore non devono mai essere mischiate tra l’uno e l’altro. Il primo, di tipo motivazione, contiene pura descrizione. I nostri personaggi in questa fase non fanno nulla né dicono nulla, ma il testo fornisce a chi legge l’ambientazione in cui si muovono. Nel paragrafo successivo, di tipo reazione, sono contenuti azione, dialoghi e quant’altro. Una volta terminato, potremo ricominciare con un paragrafo di tipo motivazione, seguito da uno di tipo reazione e così via, fino alla fine della nostra storia. Questo metodo è descritto qui, per chi volesse approfondire (in inglese).

Come al solito, meglio fare un esempio. La motivazione è oggettiva, come se venisse da una videocamera:

La tigre scese dall’albero e si mosse verso Jack.

La reazione, al contrario, è interiore e soggettiva. Qui si entra, volendo, nel campo di azione del punto di vista.

Un fiotto d’adrenalina corse per le sue vene. Imbracciò il fucile, lo puntò sull’animale e disse: “Non mi avrai. Non oggi”.

Per vederlo in azione su un pezzo più ampio vi ripropongo uno stralcio di un racconto che ho scritto per il blog qualche tempo fa, che non soddisfa il metodo che vi ho presentato:

La sveglia aveva lacerato il buio con il suo trillo, come tutte le mattine. Gianni aveva allungato una mano per spegnerla e poi aveva spinto un piede fino ad uscire dalle coperte: non aveva nessuna voglia di alzarsi. Prendere contatto con la realtà un pezzo alla volta sembrava l’unica alternativa possibile per superare indenne il trauma del risveglio. Lucia, mezzo metro più in là, era immobile; comunque era impossibile che non avesse udito quell’aggeggio malefico.

Gianni aveva raccolto tutte le forze e si era alzato. Davanti allo specchio del bagno, con la faccia ormai quasi del tutto rasata, si era accorto che sua moglie non si era ancora mossa.

«Amore, è tardi» aveva detto a voce abbastanza alta da farsi sentire fin nell’altra camera.
«…»
«Sono le sette passate.»
Dalla camera era arrivato un mugolio. «Davvero?»
«Certo. Perché pensi che la sveglia abbia suonato?»
«Perché è dispettosa, ecco perché.»
Si era affacciato dal bagno. «Finirà che perdi l’autobus. E poi il tuo capo ti farà un cazziatone. Lo sai com’è fatto, quello.»
Lucia se ne era rimasta rintanata al buio, immobile.
«Non credo che andrò al lavoro, oggi.»
«Non stai bene?»
«Non è che abbia la febbre, o chissà cosa… solo non credo che andrò.»

Adesso, provo a riscriverlo seguendo le regole enunciate poco più su:

La sveglia aveva lacerato il buio con il suo trillo, come tutte le mattine. Lucia, mezzo metro più in là, era immobile; comunque era impossibile che non avesse udito quell’aggeggio malefico.

Gianni aveva allungato una mano per spegnerla e poi aveva spinto un piede fino ad uscire dalle coperte: non aveva nessuna voglia di alzarsi. Prendere contatto con la realtà un pezzo alla volta sembrava l’unica alternativa possibile per superare indenne il trauma del risveglio. Aveva raccolto tutte le forze, si era alzato ed era andato in bagno per prepararsi, al solito.

Al di là dello specchio del bagno, nel giro di cinque minuti, lo scrutava un altro sé con la faccia ormai quasi del tutto rasata. In camera, sua moglie non si era ancora mossa.

«Amore, è tardi» aveva detto a voce abbastanza alta da farsi sentire fin nell’altra camera.
«…»
«Sono le sette passate.»
Dalla camera era arrivato un mugolio. «Davvero?»
«Certo. Perché pensi che la sveglia abbia suonato?»
«Perché è dispettosa, ecco perché.»
Si era affacciato dal bagno. «Finirà che perdi l’autobus. E poi il tuo capo ti farà un cazziatone. Lo sai com’è fatto, quello.»
Lucia se ne era rimasta rintanata al buio, immobile.
«Non credo che andrò al lavoro, oggi.»
«Non stai bene?»
«Non è che abbia la febbre, o chissà cosa… solo non credo che andrò.»

Il fatto di aver scritto solo poche righe non aiuta, ma spero che almeno sia chiaro il concetto.

Perché funziona? L’uso d’elezione di questo modo di scrivere è nelle storie d’avventura o, comunque, d’azione. Il suo maggior pregio è nel mimare il comportamento che abbiamo nelle situazioni di pericolo: prima ci si guarda attorno, per capire da cosa siamo circondati e per decidere come reagire, e quindi si agisce di conseguenza. In questo modo è facile, per il lettore, immedesimarsi nei personaggi: è portato a vivere la storia insieme a loro.

Perché non funziona? Le storie non sono sempre così dicotomiche, né vivono di sola azione, a meno di non scrivere per un qualche telefilm americano. Ogni volta che si scende verso l’intimismo, verso il flusso di coscienza o che si lavora sulle emozioni di un personaggio, diventa complicato stabilire cosa sia “fuori” (cioè motivazione) e cosa sia dentro (cioè reazione).

Ecco il tema di oggi: I miei papà si sono incontrati in parrocchia.

Ecco la regola di oggi: Scrivere una breve storia usando coppie di paragrafi motivazione/reazione.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale.

Buona scrittura a tutti.

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45 pensieri riguardo “Piccoli esercizi di stile #4 – Motivazione e reazione

  1. Buongiorno Michele. ^_^
    Anche questa settimana l’esercizio proposto è interessante. Un po’ mi dispiace che sia l’ultimo. Ho trovato questo modo di esercitarsi molto utile. Sicuramente, proverò anche se ultimamente, preferisco non condividere, ma si vedrà, chissà. Che poi, ero convinta che la motivazione fosse interiore e la reazione/azione oggettiva. Sono proprio fatta a rovescio. Buona giornata. 🙂

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  2. Bene, torno più tardi. Intanto volevo rispondere qua alla tua domanda da me sugli accenti. Chiaramente ho chiesto al marito: no, non sono tipo dialetto, nerò senza accento è sbagliato e basta. Magari il bimbetto – aggiungo io – parlava apposta sbagliato sai tipo gioco.
    Bacione che bello che apprezzi i miei post!

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  3. Il portone della chiesa si aprì e i fedeli furono sul sagrato in un fiotto di giacconi e cappotti prevalentemente color malinconia come la giornata che prometteva pioggia e manteneva tristezza.

    Luigino fu lesto a materializzarsi accanto al muro come se fosse stato tra i primi a uscire, mentre in realtà non aveva seguito la funzione e, con la scusa di stare accanto agli amichetti nella navata laterale, si era allontanato da suo padre ed era sgusciato fuori verso la vita. Era certo che nessuno si fosse accorto di nulla.

    Le ginocchia impolverate di campetto da calcio tradivano la marachella, le passò con la mano senza ottenere grandi risultati, fece spallucce e rivolse lo sguardo alla piazza, ormai gremita.

    Quando lo vide fu sorpreso: non sapeva frequentasse la parrocchia, non l’aveva mai incontrato lì prima e d’istinto accennò un saluto per poi abbassare di colpo il braccio, vergognandosi.

    “Quello è tuo padre!”
    “Ma cosa dici?” Aveva risposto lui quando, mesi prima, Federico l’aveva informato che il signore appoggiato al grande ippocastano oltre il cancello della scuola era suo papà.
    “Mio papà è in fabbrica, ed è tutto diverso.” Federico non poteva saperlo, non l’aveva mai visto, niente di male, ma non era lui. Forse si era immaginato che quell’uomo alto alto con un cappello floscio a grossi scacchi potesse essere suo papà forse perché anche Luigino superava di almeno una spanna i compagni di classe, era iniziato per scherzo a chiamarlo Luigino, che di “ino” non aveva proprio nulla.

    Federico non aveva tirato a indovinare, lui sapeva. Aveva sentito alcuni discorsi di sua madre, circa il fatto che Luigi non fosse figlio del marito di Margherita. Non ci aveva capito molto. Ma se un bambino non è figlio del marito di sua mamma vuol dire che il marito non è suo papà. Semplice.

    Quel giorno di colpo Luigi aveva sentito i palmi delle mani sudate, se li era passati sui pantaloni, apprezzando la morbidezza del velluto e aveva gettato lo sguardo verso l’albero: in qualche modo la storia di Federico gli era sembrata non solo possibile, ma persino vera. La costanza con cui il signore del cappello, come lo chiamava tra sé e sé, si presentò nella via i giorni a seguire lo indusse a pensare che sì, era lui.

    E il suo papà di sempre, quello con la pancetta, quello che lo portava alle giostre e lo sgridava per i brutti voti, era ancora il suo eroe personale e non gli sembrava bello metterlo da parte. Non sapeva come fossero andate le cose, magari più avanti l’avrebbe chiesto alla mamma, ma per il momento preferiva godersi la grande fortuna di avere due papà.

    Una ragazzina e una nonna separavano i due papà di poche lunghezze, erano lì quasi uno accanto all’altro: uno alto alto, uno grassottello, estranei.

    “Gigi, non credere che non ti abbia visto uscire! Adesso mi racconti di cosa parlava la prima lettura e oggi pomeriggio niente pallone.”

    A Luigino parve che lo sguardo dell’altro papà si posasse con affetto su di lui, ma forse se l’era solo immaginato.

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    1. C’è un po’ di confusione. 🙂

      I primi due sono ok, il terzo (“Le ginocchia…”) dovrebbe essere descrizione ma contiene un’azione del protagonista (si spolvera). Da qui in poi il filo è perso.
      Il quarto è d’azione (accenna un saluto), il quinto pure (c’è un dialogo), il sesto possiamo considerarlo descrizione (è Federico il protagonista), il settimo è azione (si passa le mani sui pantaloni) anche se vorrebbe essere descrizione, l’ottavo tende a essere d’azione (Luigi attivamente si gode i due papà), il nono è descrizione, il decimo sarebbe quasi descrizione ma c’è l’immaginazione attiva di Luigi.

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  4. E invertire le sequenze, secondo te, è la stessa cosa?
    Per esempio, nel tuo brano, fare questo:

    «Amore, è tardi» aveva detto a voce abbastanza alta da farsi sentire fin nell’altra camera.
    «…»
    «Sono le sette passate.

    La sveglia aveva lacerato il buio con il suo trillo, come tutte le mattine. Lucia, mezzo metro più in là, era immobile; era impossibile che non avesse udito quell’aggeggio malefico.

    Gianni aveva allungato una mano per spegnerla e poi aveva spinto un piede fino ad uscire dalle coperte: non aveva nessuna voglia di alzarsi. Prendere contatto con la realtà un pezzo alla volta sembrava l’unica alternativa possibile per superare indenne il trauma del risveglio. Aveva raccolto tutte le forze, si era alzato ed era andato in bagno per prepararsi, al solito.

    Al di là dello specchio del bagno, nel giro di cinque minuti, lo scrutava un altro sé con la faccia ormai quasi del tutto rasata. In camera, sua moglie non si era ancora mossa.

    «Finirà che perdi l’autobus. E poi il tuo capo ti farà un cazziatone. Lo sai com’è fatto, quello.»
    Lucia se ne era rimasta rintanata al buio, immobile.
    «Non credo che andrò al lavoro, oggi.»
    «Non stai bene?»
    «Non è che abbia la febbre, o chissà cosa… solo non credo che andrò.»

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  5. Uno è entrato dal portone centrale, l’altro da una porticina laterale. Il mio papà della settimana, quello che ora vive con mamma, ha un cappotto lungo che secondo mamma è color cammello. Può darsi che abbia ragione. Io un cammello non l’ho mai visto e non posso controllare. Il papà del fine settimana, quello che dice di essere il mio papà vero, perché viveva con mamma quando sono nato io, ha un giaccone sopra la tuta da ginnastica. Se gli andassi vicino, sentirei il suo odore di sudore. Mamma dice che puzza, ma a me non dispiace.
    È venerdì pomeriggio e non mi è ben chiaro quale dei due papà dovrebbe essere il mio, adesso.

    – Dovevi portarlo alla palestra un’ora fa!
    Il papà del fine settimana non ha molto rispetto per i luoghi sacri.
    – Certo, così ti guardava fare il galletto con quelle, invece che fare i compiti.
    Il papà della settimana ha un tono più calmo.
    – Io ci lavoro in palestra e il mio lavoro consiste nell’aiutare le donne a fare gli esercizi. È mio dovere essere gentile con loro.
    – Il tuo dovere è aiutarlo a fare i compiti.
    – Ha tutta la settimana per fare i compiti, il fine settimana può anche svagarsi un po’
    – Rimanere parcheggiato su una panchina non è svagarsi, è rimbambirsi…
    – Non voglio litigare adesso, dove lo hai lasciato?

    Il papà del fine settimana si guarda intorno. Solo adesso gli viene il dubbio che quel ritardo non sia voluto. Mamma avrebbe già notato che il papà della settimana è nervoso. Si è sistemato due volte la cravatta.

    – È che… All’uscita di catechismo non c’era… Il parroco ha detto che aveva chiesto di andare in bagno subito prima della fine della lezione e pensava che poi fosse andato direttamente nel cortile… Lo cerco da allora…
    – Lo cerchi dalle quattro e non mi hai chiamato?
    Il papà del fine settimana non ha molta sottigliezza, dice mamma. Infatti avanza a grandi passi e molla un pugno direttamente sulla guancia del papà della settimana.
    – Ehi! Ma cosa…
    Il papà della settimana è un po’ lento a reagire, dice mamma, ma non mi delude. Ecco un bel destro diretto nello stomaco del papà del fine settimana.

    Avere due papà non mi dispiace, è che a volte è così stancante… Quello che a uno va bene, dà sui nervi all’altro. Anche mamma è un po’ nevrotica, ma almeno è una e più o meno capisco cosa posso o non posso fare. Con i papà invece è così snervante… le tute che piacciono al papà del fine settimana disgustano quello della settimana, se ho dei dubbi su una cosa di scuola devo sempre chiedere all’altro papà, con cui, in generale, dovrei fare i compiti. Entrambi mi dicono di non dire all’altro questo o quello. Così alla fine io mi confondo e si arrabbiano entrambi.
    Capiamoci. Mi piacciono tutti e due. Io non voglio scegliere. Per questo mi sono nascosto nel confessionale. Sarà come nei film. Uno solo dei papà uscirà dalla parrocchia. E a me andrà bene comunque.

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    1. Non lo so se hai rispettato l’alternanza motivazione/reazione, perché il brano mi ha colpita tantissimo e leggendo ho pensato solo alla storia. E niente. Volevo dirlo. 🙂

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    2. Sei stata ligia ma hai messo in crisi l’impalcatura: il bambino protagonista, nonché “possessore” del punto di vista, non fa nulla per tutto il pezzo. Osserva l’evolversi di una situazione sulla quale non influisce. Si può dunque dire che nella sostanza tutto è “motivazione” e che manca della parte di reazione. 🙂

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  6. Rido sotto ai baffi perché avete tutti svicolato quello che era l’ovvio paradosso del tema, legato alla genitorialità delle coppie basate su un legame omosessuale. Che è un tema spinoso e assai complicato da scrivere.

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    1. No, è che ci hai indirizzato con “si sono incontrati”, che in effetti poteva essere inteso come il loro primo incontro, ma io ho pensato “se si sono incontrati in parrocchia è perché di base non si frequentano” e mi è scattata l’immagine di una sfida all’O.K. Corral tra i banchi della chiesa.

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    2. Ecco. Mi hai bruciato la prova. 😦
      Ci stavo lavorando sui due papà come coppia. Più che altro, inserire la parrocchia nella storia mi crea qualche difficoltà… non so come dare credibilità al contesto.

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        1. Ovvio che farò fuoco e fiamme per scriverla. Spero solo di non mandare il mio cervello in fumo prima di riuscirci.
          (Però, lo sai che sono lenta, vero?) 😛

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  7. Michele, Aspetta, aspetta, io ai due papà omosessuali modello Vendola non ho proprio pensato.
    Tenar, molto bello
    Altri, nessuno ci prova?
    Comunque regole o non regole io il tema me lo tengo per altro, perchè mi è piaciuto molto, quindi grazie.

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  8. Io invece ho subito pensato ai papà come coppia. Nella mia classe ho una bambina che vive con due mamme e l’ispirazione ha subito bussato alla mia porta. I bambini sanno raccontare la realtà con una sensibilità e una semplicità disarmante.

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  9. Le note dell’organo risuonarono dentro la chiesa, mentre gli ultimi invitati si disponevano nelle panche. I fiori profumavano l’altare e ai piedi dell’ambone splendeva un vaso pieno di tulipani bianchi, peonie e fiori d’arancio.
    La cerimonia nuziale stava per avere inizio.

    Il testimone della sposa frugò nella giacca per accertarsi di non avere dimenticato a casa la custodia contenente gli anelli; ebbe un sussulto quando si accorse che le tasche erano vuote, ma intervenne subito la moglie, che gli strinse il polso e gli sussurrò a un orecchio: “è tutto a posto, caro, ricordi? le fedi le porta Simone.” Uno sguardo rapido al piccolo seduto accanto alla madre rilassò le pieghe disegnate nel suo volto.

    Nel silenzio sfiorato appena dalle note di un violino, la promessa solenne fu come una pietra lanciata contro i vetri di una finestra.

    “Vuoi tu, Samantha, prendere il qui presente Calogero come tuo legittimo sposo?”
    “Lo voglio”
    “E tu, Calogero, vuoi prendere la qui presente Samantha come tua legittima sposa?”
    “…”
    “Calogero?”
    “…”
    Gli occhi degli astanti si scontrarono come auto lanciate a un crocevia senza semaforo, il prete sollecitò la risposta, i volti paonazzi di genitori e amici stemperarono tutto quel bianco intorno a loro. Calogero si voltò verso il testimone della sposa, il testimone della sposa fece un passo avanti. La sposa sgranò gli occhi e si afflosciò sul marmo del presbiterio, quando vide i due uomini correre lungo la navata centrale, congedandosi con un laconico “bye”.

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  10. Padre Antonio guardò l’uomo che camminava lungo la navata della chiesa, Claudio, il suo parrocchiano più fedele. Si sentiva sempre felice ogni volta che lui arrivava, non si spiegava il perchè, o meglio, non se lo voleva spiegare.
    “Padre, vorrei confessarmi” gli disse Claudio avvicinandosi.
    Padre Antonio annuì e gli fece cenno di seguirlo verso il confessionale. La solita strana emozione gli serrava la gola.
    “Non posso più vivere così, Antonio. Il mio più grande peccato è che sono da sempre innamorato di te. Oggi non voglio più nascondermi, devo confessarlo a me stesso e a te. È l’ultima volta che entro in questa chiesa, non mi vedrai mai più.”
    Cluaudio disse questa frase in fretta prima di potersi pentire e subito dopo di sentì sollevato.
    Si fece il segno della croce e si allontanò verso l’uscita, infelice, sapeva che lui non l’avrebbe seguito.
    Mentre incedeva a passi lenti con il cuore stretto in una morsa si voltò ancora una volta a guardare l’altare e vide Antonio dietro di lui con lo sguardo di chi finalmente non ha più paura.

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  11. Bell’esercizio. In quanto al tema, “I miei papà si sono incontrati in parrocchia” suona diverso da “I miei papà si sono conosciuti in parrocchia”. E’ come se l’incontro avvenisse dopo l’essere divenuti papà, da qui l’esclusione dei papà come coppia già formata prima di divenire papà. 😉

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  12. Non mi è tutto chiaro. Magari riesco a capire di più insieme a voi.

    Il ragazzino se ne stava seduto in disparte su una panchina tormentando i laccetti del pantaloncino. Fissava un po’ l’erba, un po’ guardava i compagni giocare a calcetto. Un uomo alto, dal portamento elegante andò a sedersi accanto a lui volgendo lo sguardo al campo.

    «Bella partita?»
    Marco gli rispose con un’alzata di spalle.
    «Non giochi?»
    «Non mi và.»

    Se ne rimasero uno accanto all’altro, lasciando ai pensieri il tempo di adagiarsi tra loro e di diventare parole.

    «Gli altri dicono che sono strano perché vivo con due papà. Mi ero stufato di sentirli, così ho mollato un pugno a Vittorio. Quello è uno stronzo. Don Franco ti ha chiamato per questo? Sei arrabbiato?»
    «Non sono arrabbiato.»

    Ora, si guardavano dritto negli occhi. L’uomo cercava qualcosa di giusto da dire. Gli sembrava di dover pescare dei pesciolini a mani nude da un fiume in piena.

    «Tu non sei strano e io sono gay. È il nome che hanno scelto per questo tipo di amore.»
    «Capisco.»
    «Davvero?»
    «No.»

    “Palla…” Una voce stridula arrivò da un punto imprecisato del campo. Una palla rotolò fino al grande albero a pochi passi da loro. Un paio di ragazzini si sbracciavano per indicare dove tirare, ma nessuno dei due si mosse per farlo.

    «Perché hai lasciato la mamma? Perché ti sei innamorato proprio di un uomo? Dicono che dovresti farmi schifo. Tu e il tuo compagno. Anche la mamma dice… »

    Le parole evaporarono nell’aria come acqua bollente. Lo sguardo dell’uomo si piegò sulla sfera bianca e nera, immobile, sul prato. Una sagoma vestita con pantaloncini e maglietta correva nella loro direzione.

    «Sarà meglio lanciare questa palla.»
    Mentre lo diceva, aveva già calciato lontano il pallone.

    Restò in piedi, dava la schiena a suo figlio. Respirò un assaggio di quel principio di aria autunnale che ancora lasciava intatte le foglie sugli alberi concedendo altro tempo ai colori della primavera.

    «Io e tua madre non riuscivamo a essere felici insieme. Ero già un pessimo marito, non volevo diventare anche un cattivo papà.»
    «Non sei un cattivo papà.»

    Si voltò per sorridergli. Ora, i loro sguardi erano sovrapposti l’uno all’altro come un abbraccio.

    «Andrea, l’ho conosciuto qui. Allenava la squadra di calcetto della parrocchia. È davvero forte, sai? Siamo diventati amici.»
    «Qualcosa di più di amici.»
    «Si, qualcosa di più. È semplice, no?»
    «Non lo è per gli altri.»
    «Capisco.»

    L’uomo si frugò nelle tasche. Prese il portafoglio e ne tirò fuori un disegno.
    Glielo diede. Il ragazzino riconobbe quei tratti incerti come suoi. L’aveva disegnato qualche anno prima, in un noioso pomeriggio di pioggia. Una casa con il tetto rosso, un bambino al centro tra due uomini che teneva per mano. In alto, c’era scritto usando tutti i colori possibili: i miei papà.

    Il ragazzino chiuse il foglio.
    «Posso tenerlo?»
    «si»
    «Dov’è Andrea, adesso?»
    «In macchina. Ci aspetta.»
    «Allora andiamo.»

    Si avviarono senza fretta al parcheggio. Dopo pochi metri suo figlio si fermò un passo dietro di lui.

    «Papà, diventerò anch’io gay?»

    L’uomo si chinò all’altezza di Marco per incontrare dinuovo i suoi occhi, prima di rispondergli:

    «L’amore non è contagioso. Se lo fosse saremmo tutti migliori.»
    «Ancora una cosa…»

    Il papà inclinò leggermente la testa mimando un’ apprensione che non aveva.

    «Pensi che Andrea allenerebbe anche me? Ho proprio tanta voglia di fare a quei tipi lì un cu…»

    Suo padre gli stampò due dita sulle labbra per bloccare quell’esternazione vivace.

    «Ne sarebbe felice.»
    Si alzò di scatto e gridò:
    «A chi arriva prima alla macchina. L’ ultimo gioca alla play con una mano dietro la schiena.»

    Suo padre avrebbe voluto protestare, ma Marco era già corso via.

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    1. Questo pezzo è difficile da smontare. Il punto di vista (che è la cosa che io uso per discriminare il dentro dal fuori) sembra uno dei pesciolini del racconto. La prima volta che l’ho letto ho pensato che il PdV fosse quello del bimbo, tanto che stavo per dire che il brano non era diviso correttamente. Poi, rileggendo, ho avuto l’impressione che fosse più vicino al padre. Infine m’è sembrato del tutto esterno e – incredibilmente – scevro dal giudizio che una voce narrante esterna produce in questi casi.
      Volendo fare la punta ai chiodi: se il PdV fosse vicino a uno dei personaggi, bimbo o padre che sia, in alcuni paragrafi di motivazione ci sarebbero dei verbi d’azione da togliere. Se il PdV fosse esterno, non saprei come regolarmi perché non l’ho mai usato e mi manca l’esperienza.

      In generale (non per te, Iara, ma proprio per tutti – anche per me) scrivere i pezzi descrittivi di “motivazione” è difficile. Farne degli interi paragrafi è difficilissimo: persino Ingermanson fatica e spesso deroga alle sue stesse regole. (Sì: ho letto un libro suo. Ero curioso di vedere la differenza tra la predica e il razzolamento).

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      1. Michele, ho scritto di getto, senza decidere un pdv a priori. Mi è venuta così. Però, mentre scrivevo mi sentivo un’osservatrice esterna, un occhio su quello che stava accadendo tra padre e figlio. Quindi, voce narrante, suppongo.
        È difficile per me, tenere distinte le due fasi. Nella mia testa azione e motivazione si intrecciano, è come se non riuscissi a separarle nella testa. Poi, mi vengono dubbi sciocchi: il movimento di un personaggio è sempre azione? Anche quando descrivono semplicemente un momento?
        Nel mio brano, per esempio: il ragazzino seduto che tormenta i laccetti, è giusto considerarlo nel paragrafo motivazione? E il padre che si avvicina a lui e lo guarda?
        Un pensiero può essere una reazione?
        (Mi sento anch’io un pesciolino in un oceano… ma cerco di non aver paura di nuotare.) ^_^

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        1. Se il PdV è esterno all’azione e neutrale rispetto alla scena allora non so più aiutarti. Personalmente ritengo che questo metodo non sia adatto a una scrittura di questo tipo: la motivazione/reazione serve a rendere il lettore partecipe della scena mentre il narratore se ne tira fuori. Il risultato immagino possa essere poco leggibile o magari straniante: sarebbe interessante leggere un racconto lungo scritto così; all’idea di doverlo scrivere, invece, m’è già venuto mal di testa.

          Per quanto riguarda il movimento: prendi l’esempio che ho fatto nel post. La tigre si muove e scende dall’albero. È azione, ma non è il nostro protagonista, a muoversi: in quel momento stiamo solo “registrando” quello che i suoi sensi percepiscono. Quindi: se il protagonista è il padre, allora il ragazzino che tormenta i laccetti è descrizione.
          Un pensiero, invece, è quasi invariabilmente azione: la voce narrante conosce tutti (e soli!) i pensieri del personaggio proprietario del PdV. L’unica alternativa è un narratore esterno onnisciente, ma allora ricadiamo nel caso che ricordavo prima.

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          1. Ok. Senza voler modificare troppo, ho riscritto considerando come PVD quello del padre.

            Il ragazzino se ne stava seduto in disparte su una panchina tormentando i laccetti dei pantaloncini. Fissava un po’ l’erba, un po’ guardava i compagni giocare a calcetto.

            Un uomo alto, dal portamento elegante, andò a sedersi accanto a lui con lo sguardo rivolto al campo:
            «Bella partita?»
            Marco gli rispose con un’alzata di spalle.
            «Non giochi?»
            «Non mi va.»

            Rimasero uno accanto all’altro, lasciando ai pensieri il tempo di adagiarsi tra loro prima di diventare parole.

            «Gli altri dicono che sono strano perché vivo con due papà. Mi ero stufato di starli a sentire, così ho mollato un pugno a Vittorio. Quello è uno stronzo. Don Franco ti ha chiamato per questo? Sei arrabbiato?»
            «Non sono arrabbiato.»

            Si guardarono dritto negli occhi. Trovare qualcosa di giusto da dire era come pescare dei pesciolini a mani nude da un fiume in piena.

            «Tu non sei strano e io sono gay. È il nome che hanno scelto per questo tipo di amore.»
            «Capisco.»
            «Davvero?»
            «No.»

            “Palla…” Una voce stridula arrivò da un punto imprecisato del campo. Una palla rotolò fino al grande albero a pochi passi da loro. Un paio di ragazzini si sbracciavano per indicare dove tirare, ma nessuno dei due si mosse per farlo.

            «Perché hai lasciato la mamma? Perché ti sei innamorato proprio di un uomo? Dicono che dovresti farmi schifo. Tu e il tuo compagno. Anche la mamma dice… »

            Le parole evaporarono nell’aria come acqua bollente. Si accorsero di una sagoma vestita in pantaloncini e maglietta correre nella loro direzione.

            Lo sguardo dell’uomo si piegò sulla sfera bianca e nera, immobile, sul prato.
            «Sarà meglio lanciare questa palla.»
            Mentre lo diceva aveva già calciato lontano il pallone. Restò in piedi, la schiena rivolta a suo figlio, a osservare l’esito del tiro.

            Il vento consegnava ai respiri un assaggio di quell’aria autunnale che ancora lasciava intatte le foglie sugli alberi e concedeva altro tempo ai colori della primavera.

            «Io e tua madre non riuscivamo a essere felici insieme. Ero già un pessimo marito, non volevo diventare anche un cattivo papà.»
            «Non sei un cattivo papà.»
            Si voltò per sorridergli.

            I loro sguardi si sovrapposero l’uno all’altro come un abbraccio.

            «Andrea, l’ho conosciuto qui. Allenava la squadra di calcetto della parrocchia. È davvero forte, sai? Siamo diventati amici.»
            «Qualcosa di più di amici.»
            «Si, qualcosa di più. È semplice, no?»
            «Non lo è per gli altri.»
            «Capisco.»
            L’uomo si frugò nelle tasche. Prese il portafoglio e ne tirò fuori un disegno. Glielo porse.

            Il ragazzino riconobbe quei tratti incerti come suoi. L’aveva disegnato qualche anno prima, in un noioso pomeriggio di pioggia: una casa con il tetto rosso, un bambino al centro tra due uomini a cui stringeva la mano. In alto, c’era scritto usando tutti i colori possibili: i miei papà. Chiuse il foglio.

            «Posso tenerlo?»
            «si»
            «Dov’è Andrea, adesso?»
            «In macchina. Ci aspetta.»
            «Allora andiamo.»

            Si avviarono senza fretta al parcheggio. Dopo pochi metri, suo figlio si fermò un passo dietro di lui.

            «Papà, diventerò anch’io gay?»
            Si chinò all’altezza di Marco per incontrare di nuovo i suoi occhi:
            «L’amore non è contagioso. Se lo fosse saremmo tutti migliori.»
            «Ancora una cosa…»
            Suo padre inclinò leggermente la testa mimando un’ apprensione che non aveva.
            «Pensi che Andrea allenerebbe anche me? Ho proprio tanta voglia di fare a quei tipi lì un cu…»
            Gli stampò due dita sulle labbra per bloccare quell’esternazione vivace.
            «Ne sarebbe felice.»

            Marco si alzò di scatto e gridò:
            «A chi arriva prima alla macchina. L’ ultimo gioca alla play con una mano dietro la schiena.»

            Lui avrebbe voluto protestare, ma suo figlio era già corso via.

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          2. Non so: io mi ci perdo.

            Partiamo dall’inizio e parliamo di PdV: il primo paragrafo è ok. Sul secondo comincio a vacillare. Tu dici: “Un uomo”. Non gli dai un nome e addirittura usi un articolo indeterminativo: la voce narrante è molto distante. Appena parli del bambino, subito sotto, lo chiami per nome. Io, da questi segnali, tendo a pensare che il PdV sia Marco, non quell’uomo. A conferma di ciò, più sotto, dici che il bambino riconosce il disegno. Ma come può sapere il padre che il figlio ha riconosciuto il disegno senza essere nella sua testa? Non c’è un’azione che lo comunica. Ergo: il Pdv in parte del racconto è il figlio, non il padre.

            Parliamo di motivazione/reazione. Il primo paragrafo è ok, ma nel secondo *descrivi* l’abbigliamento dell’uomo. Se il PdV è l’uomo potresti dire, per esempio, che sentiva la giacca o la cravatta stringere: allora sarebbe una reazione del protagonista all’ambientazione.

            Spero di essermi spiegato. 🙂
            Magari si potrebbe fare un esercizio sul PdV…

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    1. Questo è il brutto e il bello di essere lettori “forti”: quando devo analizzare un testo leggo sempre due volte. La prima volta mi gusto la storia, vedo se fila, se mi prende, se mi interessa sapere come prosegue. La seconda vado in profondità, studio la forma, mi accorgo delle stonature. Così, nel primo caso, la tua storia mi è sembrata bella, lineare, il confronto fra padre e figlio significativo, nel secondo l’unica nota stonata che mi è balzata agli occhi (perché non ho seguito l’alternanza motivazione-reazione) è quel verbo “riconobbe” usato per il disegno. Ho pensato, come Michele, che se il pdv è quello del padre, lui non può sapere se il figlio ha o meno riconosciuto l’immagine sul foglio. Si scivola spesso in questi micro errori, basta distrarsi un attimo e l’occhio di chi narra fa una curva. 🙂

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      1. Sono certa che riesci a immaginare quanto sia importante per me avere il vostro aiuto. Sapere cosa sbaglio mi permette di migliorare e sarà paradossale, ma mi stimola a continuare. Non per sfida, ma proprio per il desiderio di fare bene. Ieri sera, per esempio, sono andata a dormire, ma non prima di aver riscritto tutto, questa volta adottando il PDV di Marco.
        Grazie Grazie Grazie.

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