Piccoli esercizi di stile #5 – Punti di vista


Immagine di pubblico dominio
Immagine di pubblico dominio

Per cercare di superare i nostri tabù della scrittura, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Se volete sapere perché stiamo facendo questi esercizi e quale ne sia il senso, non vi resta che leggervi l’introduzione. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va – e soprattutto cosa no – nelle storie che pubblicheremo.

Ma non erano finiti, gli esercizi di stile? Sì, però qualcuno ha voluto che continuassi. È chiaro che c’è chi suppone che io sia in grado di dire cose su questioni che, all’atto pratico, sono tra i primi a disattendere. Ma tant’è: scopo di un blog è (anche) quello di rispondere alle richieste di chi lo legge.

Il tema di questa settimana è il famigerato Punto di Vista. Sull’argomento ci sono tonnellate di libri, post, articoli e chi più ne ha più ne metta; si possono fare disquisizioni dotte e filosofiche su Autore, Narratore, Personaggi utilizzando termini complicatissimi come eterodiegetico. Se non ci credete, basta dare uno sguardo a Wikipedia.

Io non percorrerò quella strada: prenderò la via del cinema o, meglio, della regia cinematografica. È un approccio riduttivo ma di buon senso, che toglie le castagne dal fuoco nelle occasioni più comuni. Se vorrete scrivere cose complicate, dovrete approfondire la teoria in maniera opportuna. Sgomberiamo dal campo anche i testi scritti in prima e in seconda persona; nel primo caso il narratore-personaggio coincide con il proprio punto di vista e il secondo è troppo poco usato.

Parliamo dunque di una scrittura in terza persona. In questo contesto possiamo considerare il nostro narratore come se fosse una macchina da presa; a seconda di dove lo posizioneremo (e lì dovrà rimanere per tutta la scena) avremo diversi tipi di Point Of View (lo dico all’inglese per i puristi, che per punto di vista di un personaggio intendono una cosa diversa). Se lo posizioniamo all’esterno della scena – immaginiamocelo dall’alto, come se fosse un drone – allora avremo un narratore onnisciente, in grado di sapere i pensieri di tutti e di conseguenza di dare giudizi sullo svolgimento. Se lo posizioniamo sulla spalla di un personaggio, che non deve essere per forza il protagonista, allora il narratore non potrà sapere nulla di più di quello che sa quel personaggio, ignorando tutto il resto. Il terzo posto in cui possiamo mettere la nostra telecamera, infine, è dentro alla testa del personaggio. In questo modo, oltre a sapere solo le cose che lui sa, ne conosceremo anche i dettagli più intimi come pensieri e sensazioni.

In generale, quando in una scena ci sono più personaggi e non stiamo inquadrando dall’esterno, la nostra telecamera va sempre al seguito del protagonista: è quello il posto ovvio da cui il lettore si aspetta che la storia sia narrata. Se così non fosse, va segnalato molto bene. A ogni modo, a differenza del cinema, quando si scrive non ci sono stacchi: la telecamera rimane nello stesso posto per tutta la durata della scena. Scene diverse, invece, possono avere POV diversi: ci sono scrittori che ne hanno fatto una cifra stilistica e, ultimamente, è una cosa che va di moda.

Come al solito, farò un esempio. Nel pezzo che segue, del quale Marco è il protagonista, ci sono diversi errori:

Marco era arrivato di fianco al pollaio quando la porta si aprì sbattendo. Ne uscì un uomo.
«Si può sapere chi è lei?» chiese, allarmato.
«Sarà meglio che sia tu a dirlo» rispose secco.

Il punto di vista, qui, manca e di conseguenza si produce confusione. Io, che vi ho anticipato che Marco è il protagonista, vi ho fatto presumere che sia stato lui a domandare “chi è lei”, ma in realtà è stato l’uomo che è uscito dalla porta.

«Stavo passando di qui quando ho sentito un urlo» proseguì Marco, «ho pensato che ci fosse qualcuno in pericolo.»
«Veramente qui ci sono solo io» rispose Giovanni.

Marco non può sapere come si chiama l’uomo che è appena sbucato dal pollaio. La battuta andava cambiata, eventualmente, con: «Veramente qui ci sono solo io. Mi chiamo Giovanni.»

«Sicuro? Eppure sono certo di aver sentito urlare.»
«Davvero: non è possibile…» Giovanni stava per chiedere se l’urlo fosse quello di una donna, ma si fermò.

In questo caso c’è stato un salto: la telecamera, che è posizionata sulla spalla di Marco, è finita per un istante dentro la testa di Giovanni. È un errore subdolo, ma comunissimo. A volte sfugge persino a scrittori professionisti (e ai loro editor).

D’un tratto, un secondo urlo straziò l’aria. Giovanni aprì la porta: la chioccia, orgogliosa delle sue due uova, li osservava placida dal proprio nido.

Niente errori, qui, ma la storiella doveva pur trovare un finale! Il tema di oggi prevede almeno un paio di personaggi (potrebbero essere le due mogli, una moglie e il marito oppure anche altri personaggi di contorno, fate voi) e tante modalità di lettura diverse: non fossilizzatevi sul solito funerale, perché non mancano le occasioni comiche da commedia anni ’50. Sbizzarritevi.

Ecco il tema di oggi: Due mogli. Un funerale. Nessuna lacrima.

Ecco la regola di oggi: Scrivere una breve storia in almeno due versioni, scegliendo tra i tre POV di cui ho parlato oggi.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale.

Buona scrittura a tutti.

Annunci

42 pensieri riguardo “Piccoli esercizi di stile #5 – Punti di vista

  1. Nelle ultime 24 ore sono stata assorbita interamente dal blog. Il fatto è che anche la casa vorrebbe assorbirmi e io mi rifugio sempre da queste parti. Mi sa che devo arrendermi alla montagna di robe da stirare. Il che non mi dispiace se a tenermi compagnia saranno le idee su come svolgere il tuo nuovo piccolo esercizio di stile.
    A presto! 🙂

    Mi piace

      1. Allora, la teoria del “non stiro perché stendo bene” mi manda sempre in crisi, io non ci riesco, stiro tutto persino le mutande ma c’è da dire che stira pure l’orso (io stiro quando sono in part time lui i restanti giorni), le lenzuola le camicie? Oh, ma come fai?

        Liked by 1 persona

          1. In caso di necessità, anch’io adotto la tecnica dello stendere bene e basta. Ma da anni non ne ho quasi più bisogno, ho un servizio lava/stiro che si occupa di tutto. Lascio i cesti con la roba sporca, ritiro i cesti con la roba pulita (lavata, stirata, piegata o appesa a seconda del capo d’abbigliamento). E se decido di far da sola, la signora del servizio mette il broncio. Quindi mi tocca continuare così. Grazie mamma! (Sì, lo so, ho una gran fortuna in questo).

            Liked by 3 people

          2. Io ho eliminato le camicie dal mio guardaroba, uso solo magliette di cotone, il mio fidanzato solo polo e felpa (lui è uno sportivo, lo amo per questo ma sopratutto perché non usa le camicie)…Questo è il pov di chi odia stirare, però la biancheria del letto la stiro non sopporto le lenzuola e le federe stropicciate, ma in fondo queste si stirano facilmente 🙂

            Mi piace

  2. Buongiorno. ^_^
    Grazie per aver dato seguito agli esercizi e in particolare, a questo, sul punto di vista.
    Incomincio a pensare. (Anch’io devo stirare. La gravità non funziona con tutto!) ;-P

    Liked by 2 people

  3. Tutte e due vestite di rosso, per dispetto. Seduto proprio sopra la sua cassa da morto, lo spirito del defunto osservava costernato le due ex mogli. Se non avessero passato un decennio a litigare e tirarsi i capelli, avrebbero potuto anche diventare amiche, adesso. L’unica assente, al contrario di quel che si era immaginato, era proprio la consorte in carica. In attesa nella camera ardente, molto più fredda del suo nome, aveva origliato i discorsi dei suoi due fratelli. La giovane Charline era in viaggio di piacere in Messico, col suo consulente finanziario. Rise tra sè. Il testamento doveva ancora essere aperto. Saranno amare sorprese per tutti. Peccato non poter essere presente.

    [lui non può sapere dov’è Charline, per questo lo devo far origliare i parenti…]
    Ripasso per il secondo. 😉

    Mi piace

    1. Dopo fratelli io ci metterei almeno un “:” perché, se non l’avessi spiegato sotto, non avrei capito che la frase successiva è il contenuto del discorso e che riguarda la moglie in carica. E neppure che il nome di quest’ultima sia Charline… 🙂

      Liked by 1 persona

    2. [pdv di una delle ex mogli; credo che l’esercizio però abbia più senso con l’inserimento di dialogo, è lì che di solito scappa l’errore]

      Non avrebbe versato nemmeno mezza lacrima, di questo era sicura. Per Claudette questa era una festa, non un lutto. Eugène l’aveva ridicolizzata per anni, quando lei insisteva che Margherite, la prima moglie, si impicciava troppo del loro matrimonio. Che con la scusa dei figli, era sempre presente ai pranzi di famiglia dove non esitava a elargire commenti e punzecchiature su ogni inezia. Se Margherite non era riuscita a tenerselo, un motivo ci sarà pur stato! La squadrò di sottecchi, protetta dagli occhiali scuri: anche per il funerale aveva scelto un abito da magazzino. Rosso come il suo, nemmeno si fossero messe d’accordo. Ma di bassa qualità, quei sintetici cinesi mal confezionati. La calza poi le si era rotta in punta, e lo strappo faceva capolino dalle décolleté, consumate dal tempo. Avrebbe dovuto rifarsi una vita quand’era giovane, invece di frapporsi tra lei e Eugène. Per forza che poi lui aveva ceduto a quella ragazzina insulsa di Charline, figurarsi! Così l’aveva ridicolizzata di nuovo. Scappare con una ragazzina più giovane della figlia! Da morirne anche. Idiota!

      Liked by 1 persona

  4. Pov 1 – Quando sono scesa dall’auto per entrare al Cotton Club m’è parso di sentire la voce di Cesare dire che se suonavano a Milano sarebbe stato pieno di gente per ascoltare la musica, oggi invece è pieno solo perché io sono morto e gli amici han fatto la festa.
    Pov 2 – Toh c’è anche la mia ex moglie, sarà venuta a fare la groupie dei Mandolin o a rendere omaggio alla festa per il mio funerale?

    Mi piace

    1. Nel primo il soggetto nasce donna viva (scesa dall’auto) per finire uomo morto. 🙂
      Entrambi i pezzi però sono scritti in prima persona e quindi i punti di vista dovrebbero essere corretti per forza di cose. 😉

      Mi piace

  5. Una pensava ai fatti propri, l’altra sperava nell’eredità, entrambe si guardavano in cagnesco sgomitando per un posto in prima fila, che, in realtà nessuna delle due meritava. La prima moglie: la passione giovanile, la fiamma spenta troppo presto e la seconda: l’adulterio elevato a sposa, in un momento di follia. Il divorzio aveva costretto la prima a ricostruirsi una vita, cosa che era riuscita a fare, ma l’ex marito era pur sempre il padre dei suoi figli, gemelli tra loro, non poteva mancare nel posto più squallido del globo, la camera ardente di un ospedale, anzi no, clinica privata, cambia poco, che di fronte alla grande falce diventa complicato ingentilire la dimora che precede l’estremo saluto. La seconda aveva goduto a lungo delle ricchezze del defunto, e ne beneficiava ancora grazie a un cospicuo assegno mensile, nonostante il ruolo di ex, perché c’era una terza moglie, la vedova, che sedeva su una panchetta al riparo dietro uno scialle nero, incapace di guardare negli occhi le altre due, l’unica per cui la dipartita avesse lasciato un vuoto reale.

    PDV onniscente.

    In 26 anni di servizio ne aveva viste tante, ma questo gruppo pareva battere tutti i precedenti record di squallore, e non era facile. La procedura voleva che aprisse la porta e ricordasse gli orari della camera ardente, nonostante fossero affissi all’ingresso: nessuno li leggeva, chi perché distratto, come la signora vestita di nero accanto a due ragazzi che probabilmente erano gemelli da tanto si somigliavano, anche se uno portava i capelli lunghi stretti in una crocchia e l’altro corti, i figli, capì subito la donna, che i gradi di parentela li indovinava subito. Era stata in forte dubbio sulle condoglianze, facendole a tutti non si sbagliava, ma le vedove di solito pretendevano un riguardo maggiore e qui si era trovata in difficoltà. Perché c’era un’altra donna, con lo sguardo più rabbioso che addolorato che raccoglieva cordoglio e smaniava per il ruolo di protagonista. Niente prole al seguito. Nel marasma le era sfuggita una terza signora, chiusa in un tabarro nero, che ora sedeva accucciata sulla panchetta distante dal feretro, mentre tutti gli altri facevano cerchio intorno al defunto. Doveva essere di sicuro lei, la vedova ufficiale, sola, perché il dolore vero per la perdita trova consolazione soltanto nello stringersi con il ricordo, in un colloquio privato con l’altissimo.

    PDV cinepresa sulla spalla della custode della camera ardente

    Liked by 4 people

  6. Elena si avvicinò alla bara con gli occhi pieni di lacrime. Non avrebbe mai pensato che sarebbe arrivato quel triste giorno, lui così pieno di vita e di energie, se ne era andato così, da un giorno all’altro con un infarto improvviso. Appoggiò la mano sul legno chiaro con un tocco leggero come fosse una carezza. “Addio amore mio, non so come vivrò senza di te” mormorò in un sussurro. Torno verso la panca e prese posto in attesa dell’omelia del prete, inconsolabile.

    Alessandra, la prima moglie si avvicinò titubante alla bara. Appoggiò un fiore su di essa e si allontanò in fretta, senza guadare dalla parte di Elena, non aveva il coraggio di incrociare il suo sguardo, si sentiva in colpa per tutte le volte che aveva augurato a entrambi le più atroci maledizioni, piegata dalla sofferenza dell’abbandono. Ma ora lui non c’era più e lei non riusciva a spiegarsi perché si sentisse anche peggio. Adesso non le restava più neanche l’odio per continuare a vivere. E si sentiva ancora più sola e disperata. L’odio può essere una buona compagnia quando non hai nient’altro.

    Mi piace

  7. 1) La donna aprì l’armadio. L’odore del profumo annidato in alcuni abiti le diede le vertigini per qualche secondo. Li prese in rassegna uno per uno: la gamba di un jeans penzolava in modo scomposto dalla gruccia. Ripensò all’ultima scampagnata al lago, quando uno schizzo di ketchup era finito sul pantalone del marito nell’unico punto in cui sarebbe stato imbarazzante esibirlo e alle risate che si erano fatti nel tentativo goffo di ripulirlo. Invece di sistemarlo, prese quel jeans e lo allargò sul letto per vedere ancora l’alone rimasto della macchia. Una reazione feticista che accompagnava ogni suo gesto da quando l’uomo che amava non c’era più. Mentre, seduta sul letto, strofinava i polpastrelli sulla cerniera del pantalone, si accorse di un pezzo di carta che sbucava da una tasca. Acchiappò quel triangolino che si era affacciato e lo tirò fuori.
    “Quando torni a casa, ricordati di passare a prendere mia sorella.”
    Entrò in confusione: “io non ho sorelle”. Il dolore della mancanza lasciò il posto a una strana sensazione di soffocamento: girò e rigirò il biglietto di cui non riconosceva la grafia fra le mani, si alzò, si risedette, si alzò ancora. Avanti e indietro per la stanza: “io non ho sorelle. E non ho mai scritto quel biglietto”.
    Il giorno successivo, al funerale, gli unici occhi asciutti davanti al feretro ricoperto di fiori, erano quelli della donna che stava fissando dalla prima fila di panche accanto a lei. E i suoi.

    2) A un certo punto, nella vita di un uomo di mezza età, interviene una strana forma di rigetto verso la consuetudine fatta solo di lavoro e routine quotidiana: timbrare il cartellino, comprare il pane ogni giorno, guardare la tv la sera, a casa, con la moglie. Il moto di ribellione interviene quando uno meno se lo aspetta: un viaggio all’estero, un incontro insolito con una libraia, che prima consiglia, poi allude, poi accetta un invito a cena. Piccole bugie, insomma, per dare linfa vitale alla monotonia di una vita piatta. Poi accade che un iniziale diversivo diventi interesse, innamoramento, impegno ed ecco che, senza nemmeno accorgersene, un uomo di mezza età in crisi esistenziale si trova con due mogli da gestire. E una malattia, imprevista, che viene a rovinare tutto.

    Liked by 3 people

  8. Mi è venuto lunghino, scusate.

    POV Liliana
    Si erano date appuntamento in un bar nei pressi della piazza principale, per un caffè. A quell’ora del pomeriggio il locale era vuoto. Liliana controllò l’orologio: le diciassette e trenta, era precisa come sempre. Si sorprese nel trovare Rossana già accomodata al tavolino. Quella donna non era mai stata puntuale, ma era evidente che l’apertura del testamento era un buon incentivo per fare un’eccezione alla regola. Poco male, per una volta le avrebbe fatto sperimentare cosa vuol dire aspettare. Attese il tempo necessario a simulare un lieve ritardo prima di fare il suo ingresso nel locale.
    «Buonasera, sono in ritardo?»
    «Ma no, cara. Hai spaccato il minuto come sempre.»
    Liliana nascose la delusione dietro un sorriso di circostanza; Rossana non sembrava per niente seccata e tra un sospiro e l’altro, continuò:
    «E così oggi c’è il trigesimo di Maurizio. Grazie per avermi mandato un whatsapp, sono sempre così sbadata con le ricorrenze.»
    Sempre in ritardo, sempre sbadata, c’era una lunga lista di sempre che Liliana avrebbe potuto aggiungere, ma si astenne. Tuttavia, si era sempre chiesta cosa avesse trovato Maurizio in una donna svampita come quella. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel viso nascosto sotto strati di trucco; il rossetto era troppo acceso, il vestito troppo corto e quei riccioli rossi sembravano uno di quei collage mal riusciti fatti con photoshop.
    «Che verrà aperto il testamento, però, lo ricordi, vero?»
    «Certo Lili cara, che domande. Lo ricordo benissimo.»
    “No, Lili no”, aveva sempre detestato quel nomignolo.
    «Ordiniamo?»
    «Ho già fatto, spero non ti dispiaccia. Per me, un caffè ristretto e per te, se ricordo i tuoi gusti, un caffè, con un po’ di latte a parte e zucchero di canna.»
    Quella donna la innervosiva, aveva la presunzione di conoscere i suoi gusti. Per fortuna, se tutto andava come previsto i loro rapporti si sarebbero conclusi molto presto. Il cameriere si avvicinò al tavolo, servì le rispettive ordinazioni e risolta la questione conto si allontanò.
    «Scusami se ti ho lasciato pagare, sono mortificata di aver dimenticato il portafoglio in macchina.»
    «Non preoccuparti. Pagherai la prossima volta, quando ci rivedremo per dividere l’eredità. Il nostro accordo non l’hai dimenticato, vero?»
    «Puoi stare tranquilla, non ho intenzione di tradirti. Siamo nella stessa barca.»
    «Non proprio. Sei tu quella che era in camera con Maurizio quando è morto per un attacco cardiaco. Un uomo della sua età… avresti dovuto essere più cauta. Non vorrei mai che iniziassero a circolare illazioni spiacevoli a riguardo.»
    «Non hai bisogno di minacciarmi. l’eredità sarà tua al cinquanta per cento.»
    «Bene. Finisco il caffè e mi avvio, è quasi ora. Tu, raggiungimi in chiesa più tardi. Nessuno deve vederci insieme. Non vorrei che qualcuno sospettasse qualcosa.»
    «Tranquilla, nessuno ci vedrà mai insieme.»
    Liliana prese la borsa e si alzò. Improvvisamente le parve che la terra si fosse messa a girare sotto i suoi piedi. Perse l’equilibrio e si accasciò sulla sedia. Le mancava l’aria. Era come avere una corda stretta intorno alla gola.
    «Qualcosa non va, cara? Sei così pallida.» Esclamò Rossana, ostentando un tono desolato che non suonava per nulla sincero.
    «Cosa mi hai fatto?» Riuscì a chiederle annaspando aria a fatica. Rossana rimase immobile a fissarla con un’espressione glaciale stampata sulla faccia. Avvicinò le labbra al suo orecchio: “Io? Niente! Però, quello che hai versato nel caffè temo non fosse zucchero di canna. Ora, mi toccherà occuparmi dell’eredità tutta da sola.”
    «Puttana.»
    Rossana allungò una mano sulla testa di Liliana e l’accarezzò.
    «Non dovresti insultarmi. Così, andrai all’inferno.»
    La sentì sospirare.
    «Scusami, devo lasciarti. Non voglio fare tardi»; fu l’ultima cosa che sentì prima di chiudere gli occhi.

    POV Rossana
    Si erano date appuntamento in un bar nei pressi della piazza principale, per un caffè.
    Rossana era arrivata in anticipo e benché non fosse nel suo stile, le circostanze meritavano un’eccezione ai suoi comportamenti abituali. Con una mano prese a giocherellare con i lunghi riccioli rossi che le incorniciavano il viso accuratamente truccato. Per l’occasione aveva indossato tacchi alti e un tubino nero che evidenziava le sue forme sinuose. Era certa che al suo povero maritino defunto sarebbe piaciuto; soprattutto, sul pavimento. Abbassò lo sguardo sull’orologio: le diciassette e ventisette; se aveva imparato a conoscere Liliana, l’avrebbe vista arrivare altezzosa e severa di lì a poco. Nessuna smentita. Solo qualche ridicolo minuto di ritardo e spuntò da dietro a una macchina parcheggiata, avvolta in un tristissimo tailleur scuro. Il passo affrettato come se stesse arrivando di corsa da chissà dove.
    «Buonasera, sono in ritardo?»
    «Ma no, cara. Hai spaccato il minuto come sempre.»
    Se si era convinta di poterle dare fastidio con così poco, si sbagliava di grosso. Esibì un largo sorriso di circostanza a ricambiare quello di Liliana e riprese la conversazione:
    «E così oggi c’è il trigesimo di Maurizio. Grazie per avermi mandato un whatsapp, sono sempre così sbadata con le ricorrenze.»
    «Che verrà aperto il testamento, però, lo ricordi, vero?»
    «Certo Lili cara, che domande. Lo ricordo benissimo.»
    Aveva intenzionalmente scelto di chiamarla con quel nomignolo. Sapeva da una confidenza di Maurizio quanto lei lo detestasse.
    «Ordiniamo?»
    «Ho già fatto, spero non ti dispiaccia. Per me, un caffè ristretto e per te, se ricordo i tuoi gusti, un caffè, con un po’ di latte a parte e zucchero di canna.»
    Non riusciva proprio a capire come Maurizio avesse fatto a vivere con una donna noiosa e prevedibile come quella. Aveva avuto di certo ragione nel definirla abitudinaria, rigida e formale. Per fortuna, se tutto andava come previsto i loro rapporti si sarebbero conclusi molto presto.
    Il cameriere si avvicinò al tavolo, servì le rispettive ordinazioni e risolta la questione conto si allontanò.
    «Scusami se ti ho lasciato pagare, sono mortificata di aver dimenticato il portafoglio in macchina», mentì.
    «Non preoccuparti. Pagherai la prossima volta, quando ci rivedremo per dividere l’eredità. Il nostro accordo non l’hai dimenticato, vero?»
    «Puoi stare tranquilla, non ho intenzione di tradirti. Siamo nella stessa barca.»
    «Non proprio. Sei tu quella che era in camera con Maurizio quando è morto per un attacco cardiaco. Un uomo della sua età… avresti dovuto essere più cauta. Non vorrei mai che iniziassero a circolare illazioni spiacevoli a riguardo.»
    Non hai bisogno di minacciarmi. l’eredità sarà tua al cinquanta per cento.»
    «Bene. Finisco il caffè e mi avvio, è quasi ora. Tu, raggiungimi in chiesa più tardi. Nessuno deve vederci insieme. Non vorrei che qualcuno sospettasse qualcosa.»
    «Tranquilla, nessuno ci vedrà mai insieme.»
    Liliana prese la borsa e si alzò. Rossana la vide barcollare e ricadere sulla sedia. Un insolito pallore le colorò il viso.
    «Qualcosa non va, cara? Sei così pallida.» Esclamò, rendendo il tono della sua voce mellifluo e chiaramente sarcastico.
    «Cosa mi hai fatto?» Riuscì a chiederle annaspando aria a fatica. Rossana rimase immobile a fissarla con un’espressione glaciale stampata sulla faccia. Avvicinò le labbra al suo orecchio: “Io? Niente. Però, quello che hai versato nel caffè temo non fosse zucchero di canna. Ora, mi toccherà occuparmi dell’eredità tutta da sola.»
    «Puttana.»
    Rossana allungò una mano sulla testa di Liliana e l’accarezzò.
    «Non dovresti insultarmi. Così, andrai all’inferno.» Sospirò.
    «Scusami, devo lasciarti. Non voglio fare tardi.»
    Prese la borsa e si allontanò. Dalla piazza poté udire le urla stridule provenire dal locale appena lasciato. Rise soddisfatta. Finalmente, era libera. Ricca e libera.

    Mi piace

    1. Adesso mi odierai, lo so… L’esercizio era fare due POV di tipo diverso, non lo stesso POV ma di due personaggi. D’altronde, questi, sono esercizi di tecnica, non avrebbe avuto senso. Ci sono anche altri che hanno fatto due personaggi, e va bene, per carità, ma a te lo faccio notare perché ne avevamo parlato l’altra volta.
      E adesso che mi sono fatto odiare, torno a dormire nel mio angolo.

      Mi piace

      1. Va bene, non ti odio. Lo rifaccio, così mi odierai tu, per doverlo leggere. ^_^
        Però, per capire [che è evidente che non ho capito (non ancora)], va bene mantenere il POV di uno dei due personaggi e scrivere l’altro esterno, cioè, narratore onnisciente?
        La storia, può restare sempre questa?
        E almeno i due punti di vista che ho scritto vanno bene o ho sbagliato qualcosa?

        Mi piace

  9. Dovresti essere orgoglioso che vieni seguito e apprezzato per quello che fai e scrivi.
    C’è un impegno tuo non indifferente nel proporre, spiegare e sostenere.
    Questo è palpabile. Si vede che ci metti tanta buona volontà.

    Liked by 1 persona

  10. […] Questa pubblicazione è figlia della Biblioteca Scarparo, quindi ringrazio tantissimo Michele, sempre così ispirante. Il post era stato pubblicato il 28 ottobre, esattamente 5 mesi fa, una genesi davvero rapida. E’ anche figlia del part time e nonostante la rosissima collana a cui il racconto appartiene ci sono note importanti di mainstream. L’ambientazione bretone e soprattutto (per questo spero davvero che lo compreranno in tanti) quello che io giudico essere un vero up grade nel mio stile. Sono riuscita a inserire infatti una sotto trama che è un altro racconto scritto intorno a quel periodo, ne parlai in questo post. Contiene pure questo esercizio di stile, sempre di Michele. […]

    Mi piace

Lasciare un commento è sempre una buona idea!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...