Piccoli esercizi di stile #6 – Il ritmo


Immagine di pubblico dominio

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Per cercare di superare i nostri tabù della scrittura, al solito, c’è un’unica strada: esercitarsi proprio là dove minore è la nostra zona di comfort. Se volete sapere perché stiamo facendo questi esercizi e quale ne sia il senso, non vi resta che leggervi l’introduzione. Saranno esercizi difficili? Solo nella misura in cui saranno fatti bene, perché sarà fin troppo facile sfuggirne il senso e adempiere alla norma. Non ci saranno vinti e vincitori; mi piacerebbe, invece, che tra tutti ci aiutassimo suggerendo cosa va – e soprattutto cosa no – nelle storie che pubblicheremo.

L’argomento di oggi è il ritmo; ne ha parlato proprio ieri Marina, ma giuro che non c’eravamo messi d’accordo. A volte qualcuno lo confonde con il tempo, in particolare quello della narrazione. Nel caso aveste qualche dubbio, la risposta è no: non sarà facendo succedere cose, né facendo passare un anno a pagina, che aumenterete il ritmo. Né, d’altronde, va confuso con la tensione; si può dire, invece, che il ritmo è una (non l’unica e neppure la migliore) delle tecniche che si possono usare per aumentare la tensione narrativa.

Quando parliamo di ritmo stiamo parlando di respirazione. Il lettore, anche se legge con il pensiero, lega la propria respirazione alle parole che legge. Pensarle equivale a pronunciarle. Non mi credete? Provate a chiedere a qualche atleta professionista sull’efficacia degli allenamenti mentali. Oppure a qualche musicista professionista: ricordo bene una intervista di Allevi in cui spiegava che, per lui, immaginare di suonare il piano – riproducendo nella propria mente tutte le difficoltà e le particolarità del gesto tecnico – era equivalente in tutto e per tutto a provare.

Dunque, la respirazione. Quando siamo allarmati, o sotto stress, la frequenza si alza e abbiamo respiri brevi e poco profondi; quando, viceversa, siamo calmi, la frequenza si abbassa, con respiri lunghi che riempiono maggiormente i polmoni. L’obbiettivo è dunque alzare e abbassare la frequenza dell’atto respiratorio in chi ha in mano il nostro libro, coerentemente con quello che stiamo raccontando. Per farlo abbiamo a disposizioni solo due leve: la punteggiatura e le parole. La prima è piuttosto ovvia: virgole, punti e punti e virgola corrispondono a diversi tipi di respiro e vanno messi nel punto esatto in cui bisogna respirare; le frasi vanno dunque costruite di conseguenza. Nel secondo caso non intendo i loro significati, ma proprio i vocaboli come insiemi di sillabe: vocaboli corti e facili rendono il respiro veloce, vocaboli lunghi e frasi complicati rendono il respiro lento; se sbagliate, rischiano addirittura di renderlo sincopato.

Facciamo un esempio, come al solito: prendiamo l’incipit de “Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann” di Proust, tradotto da Natalia Ginzburg.

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco primo e Carlo quinto.

Considerate le prime due frasi: c’è un senso di velocità; la candela si spegne e il protagonista s’addormenta subito. Le frasi sono brevi, il discorso diretto è brevissimo.

Considerate ora il seguito: di colpo rallenta, c’è la lentezza di chi non riesce a dormire e comincia a rigirarsi nel letto, mentre il tempo sembra smettere di scorrere. La frase è diventata lunghissima e vi obbliga a prendere un respiro altrettanto ampio; la scelta di aver sostituito i punti con i punti e virgola non è casuale.

Difficile? No. Difficile è farlo sempre, in perfetto accordo con quello che si scrive. La storia di oggi, quindi, dovrete scriverla tenendo ben presente il ritmo; dovrete scriverla veloce quando serve e lenta dove volete sospendere la sua corsa. Uno degli errori tipici delle scritture veloci (paratattiche o all’americana, visto che spesso la scrittura d’oltreoceano è così) è nell’uniformità: fate attenzione a non rendere le frasi tutte lunghe (cioè corte) uguali, perché la noia e la ripetitività spezzeranno la storia. Il respiro è importante, ma altrettanto lo è la musicalità delle parole.

Ecco il tema di oggi: Sconosciuti. Amici. Migliori amici. Amanti. Sconosciuti.

Ecco la regola di oggi: Scrivere una storia che sincronizzi la parabola della traccia con il ritmo della scrittura.

La storia può essere lunga o corta, nello stile che più vi aggrada e vi è congeniale.

Buona scrittura a tutti.

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42 thoughts on “Piccoli esercizi di stile #6 – Il ritmo

  1. Buondì. Mi vengono in mente delle storie assurde.
    Qualcuna da censura. Mi vengono estremamente lunghe. Non mi sembra che rendano il senso del ritmo. Non sono sicura. :/

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  2. Buongiorno ^_^

    Non mi piace fare le cose di corsa, ma poi finisce che non faccio, quindi, ho deciso di improvvisare. (Ho ancora il POV da finire.)

    Non avrebbe saputo dire quale fu il momento preciso in cui da semplici sconosciuti diventarono amici. Accadde e basta. Un pomeriggio, lui la salutò. Lei, sorrise. Un incontro casuale di uno sguardo e una bocca. Così fecero i giorni successivi. Distratti. Di corsa. Finché, non diventò un’abitudine, più un vizio, qualcosa che si attende con impazienza. Non ci volle molto: i saluti diventarono lunghe chiacchierate al tavolino di un bar e telefonate chilometriche a tutte le ore. Email, messaggi, pensieri che avevano la forma di cioccolattini. Aveva un modo di parlare e di farla ridere che avrebbe potuto brevettare come unico al mondo. Fu lui che chiamò quando rimase con una ruota bucata sull’autostrada Napoli-Roma. Quello, lo saprebbe dire con certezza, fu il momento in cui il suo migliore amico diventò qualcos’altro. Gli sfuggì un bacio con le mani ancora sporche di grasso, i visi arrossati, l’urgenza di nascondersi dal mondo. Di vestire altre vite, per poche ore. Seguirono passeggiate mano nella mano, emozioni impacchettate in scatole chiuse con nastrini lucidi; corpi intrecciati, respiri lasciati tra le lenzuola degli hotel. Non avrebbe saputo dire il momento preciso in cui da amanti tornarono a essere sconosciuti. Accadde e basta. Come molte altre cose.

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  3. Non so se cancellare il tuo numero.
    Ho solo un nome un rubrica, senza cognome.
    Una pazzia.
    Tentenno. Respiro. Chiudi gli occhi.
    Respiro di nuovo. Ma poi la mente viaggia.
    Come faccio a toglierti dalla testa?
    Dio mio! Le tue mani; i tuoi baci sul collo.
    I libri buttati a terra. La biblioteca vuota. Non custodivi più tutti quei libri. Mi hai sfiorato le mani volontariamente quando mi passasti le dispense per la tesi.
    I libri non erano più al suo posto e noi lo stesso.
    I vestiti si fondevano con i fogli, le pagine aperte.
    E ancora il giorno dopo.
    E i giorni successivi.
    Poi ci abbracciavamo e parlavamo per ore.
    I sorrisi si mischiavano alle confidenze.
    Da amanti ad amici o tutt’uno.
    Poi ho finito la tesi.
    Le dispense e i libri non mi servivano più. Ma tu sì.
    Non so se cancellare questo numero.
    Da quando non ti vedo più alla biblioteca, non so cosa potrei dirti al telefono.
    Non saprei parlarti come prima.
    Non ho nulla da dirti. E tu nemmeno.

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    • Questo è tutto veloce; non è detto che sia sbagliato, l’importante è che sia voluto. La traccia segue una parabola ma, così facendo, tu l’hai resa come una retta. Dritta come una fucilata. Senza fiato come una corsa.

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          • A parte che non riesco a dargli il ritmo giusto ( mi sono fissata e non riesco a essere imparziale nelle modifiche che faccio), ho usato tempi verbali diversi.

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          • Sì, ma è coerente con la narrazione: presente – flashback – presente. In realtà tu non hai seguito la parabola della storia, ma hai preso l’istante finale e l’hai trasformato in un contenitore di quello che c’era stato.
            Per cambiare i tempi dovresti riscrivere la storia con un intreccio diverso.

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          • Mi suona male.
            Più lo leggo, più trovo un errore.
            Il problema è che non lo posso stracciare come farei con un foglio di carta.
            Non è sempre bello vedere qualcosa scritto male e non gettarlo direttamente.
            Tecnologia. :p
            Se fosse stato scritto su carta…già sarebbe nella pattumiera. 😀

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          • Se serve da esempio per non fare gli stessi errori, va bene che ci sia.
            E poi non sempre tutto riesce bene. Non si può far vedere solo quando scrivi in modo adeguato. Non c’è niente di male a sbagliare, è umano.
            Più che altro, mi riescono così più difficili e poi mi perdo con questo.
            Questo ritmo me lo sognerò per un po’.
            Comunque meglio essere perfezionisti e critici.
            Il fegato lo saluti, ma ne guadagni nel migliorarti. 🙂

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  4. Dici?
    All’inizio lei riflette, respira. Poi c’è più la parte più veloce.
    Infine torna la calma data dall’ estraneità.
    Non sono sicura di questo che mi dici.
    Credo è perché sia corto il testo, conciso.
    Ma le emozioni vanno a salire e poi scendono di nuovo.
    Non mi sembra tutto veloce altrimenti non scemerebbe alla fine.
    All’inizio poteva essere più lento lo stacco del ritmo, ma non lo vedo piatto.
    Poi mi sbaglio, eh.

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    • No: il ritmo non lo dai con i significati. È una cosa che passa per una sorta di comunicazione non verbale, data dalla lunghezza delle parole (indipendente da quello che vogliono dire) e dal posizionamento della punteggiatura. Dove vuoi rallentare dovresti fare una frase da 50-60-70 parole, per esempio. Le tue frasi sono tutte corte, invece; e gli a capo rendono il testo ancora più nervoso.
      Questo è uno dei motivi per cui dicono di non usare gli avverbi, specie quelli di modo. Se scrivi la parola “velocemente”, pensando di rendere l’azione concitata, la tua scrittura in realtà sta rallentando: la parola è lunga, complicata, costringe a rallentare la respirazione. “Fretta”, al contrario, funziona: è corta, come il fiato di chi corre.

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  5. Ogni tanto torno a guardare dalla mia finestra la tua, di fronte. Spero sempre di vederti come quelle volte in cui a entrambi bastava fare un cenno da dietro i vetri per ritrovarci, dopo pochi minuti, in terrazza a osservare le nuvole nel cielo e parlare dei nostri sogni. Poi una volta mi hai preso una mano e te la sei portata sul petto, mi hai chiesto se sentivo il battito accelerato del cuore, se avevo capito che ero io uno di quei sogni e se ero pronta per non essere più soltanto la tua migliore amica. A un passo da te, ti ho abbracciato, con quel desiderio pulsante di baciarti divenuto subito dopo voglia di scoprirti, di conoscerti sotto le lenzuola, di inseguirti con lo sguardo in ogni dove per non perderti, per essere sempre piena dei tuoi sorrisi e per portarmi a casa il tuo profumo. Dentro la valigetta da lavoro, al mattino. Sotto le coperte, nel mio letto, la notte. Riconoscere che amare è stato amarti, che amarti è stato sopportare tutto di te, pure quando pensavi a un’altra. Lottare, difendere il ricordo di noi, tornare a fissare il cielo dalla nostra terrazza, da sola.
    Adesso resto furtiva a osservare due ombre, dietro la tenda della tua finestra, diventare un’unica macchia scura che presto si confonderà con il buio della stanza, mentre io andrò a dormire con la nostra storia ancora sul cuscino.

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  6. Ciao, alla fine partendo da Marina sono approdata anche qui! 😀
    Non sono sicurissima di aver capito con precisione l’esercizio, ma come al solito mi butto e ci provo.^^

    Le giornate al negozio passavano con la lentezza tipica della ripetitività: Sara arrivava al mattino, apriva le serrande cigolanti e osservava lo squallore di un’attività in via di chiusura. Da cinque giorni, ormai, aveva rinunciato a spolverare e a sistemare gli scaffali, che da parecchio tempo non venivano osservati da qualcuno che potesse essere definito un cliente. Così, la ragazza si limitava a sedersi dietro al bancone silenzioso, provando a leggere qualcosa, ma il più delle volte rimanendo a fissare il vuoto.
    Quel giovedì mattina decise di presentarsi al negozio con un’ora di ritardo, dopo aver vagliato la possibilità di restare direttamente a casa. Cosa potevano fare, licenziarla? Tra qualche giorno sarebbe stata senza lavoro comunque, e di certo non ci sarebbero stati clienti pronti a lamentarsi.
    Su quest’ultima affermazione si sbagliava. Il ragazzo aveva il cappotto bagnato e un’espressione che non prometteva nulla di buono.
    “Il cartello dice: apertura alle nove.”
    Sara aprì la bocca, poi la richiuse. Quindi la aprì di nuovo. “Scusa, ma tu vuoi comprare qualcosa da noi?”
    “Direi proprio di sì.”
    “Davvero?”
    “Come, scusa?”
    “Niente, niente.” La ragazza armeggiò con la serranda, si spostò per far entrare il cliente. “Prego.”
    Il giovane entrò e lei dietro di lui.

    *

    Tre giorni dopo, il cellulare continuava a lampeggiare. ‘Qualche altro cliente interessante?’
    Sara sorrise, divertita. I sullo smartphone: ‘No, nessuno.’
    Restò in attesa, mentre whatsapp la avvertiva che Andrea stava scrivendo un messaggio. Provò a distogliere lo sguardo, prese un giornale e se lo aprì davanti: ma non lo vedeva.
    Lo squillo di una notifica. ‘Ok, ho fatto la domanda sbagliata. Qualche altro cliente in generale?’
    Stavolta Sara rise davvero. Prese di nuovo in mano il cellulare.

    *

    Era in pigiama, con i capelli appiattiti sulla fronte e gli occhi gonfi. Continuava a piangere e più ci pensava più piangeva. Non era l’esser stata scartata per il lavoro, per l’ennesimo lavoro: stavolta era l’umiliazione. Quel tipo aveva cercato di metterla in difficoltà dall’inizio, se n’era accorta. L’aveva trattata come fosse un’idiota. Cosa aveva più di lei, una laurea? Se la ficcasse in quel posto.
    Quando squillò il campanello, Sara fissò la porta. Non voleva vedere nessuno, soprattutto non voleva che qualcuno la vedesse in quello stato. Si avvicinò, indecisa se aprire o no, senza avvicinarsi allo spioncino per paura di far rumore
    Il campanello suonò di nuovo. Sara fece per muovere un passo. Ma poi un altro squillo, e poi un altro ancora.
    “Oh, andatevene a quel paese!” Aprì la porta di scatto. “Ma chi diavolo…?”
    “Pensavo non mi aprissi più.”
    Andrea era di fronte a lei, sorridente, con un mazzo di fiori in una mano e un cartone di pizza nell’altra. Sara lo fissò interdetta, sbattendo le palpebre gonfie. Poi gli sorrise e lo fece entrare.

    *

    Il ristorante dava su un’ampia piazza lastricata: quando c’era bel tempo, il sole si rifletteva sulle panchine di marmo bianco; quando invece pioveva, le luci dei lampioni e dei fari delle macchine si spezzettavano sui sanpietrini. Le facciate delle case avevano un che di antico, uno stile che Sara ancora non riusciva a identificare, ma che tutto sommato le piaceva. Si sentiva come una bambina che guardi il mondo senza capirlo e rimugini su ciò che resta imperscrutabile.
    Da quando lei e Andrea si erano lasciati, le giornate avevano preso a girare attorno agli stessi punti, incagliandosi nei momenti in cui avevano costruito delle abitudini insieme. Senza di esse, i giorni passavano monotoni, privi di significative differenze tra quando la mattina usciva di casa e quando, di sera, vi rientrava. Il nuovo lavoro al ristorante aveva via via occupato la parte preponderante della sua vita e vi si era adagiata con stanchezza, senza riserve, senza la voglia di guardare oltre i piatti che portava ai clienti. Un anno prima, un ragazzo con il cappotto fradicio di pioggia si era affacciato alla sua vita; altrettanto velocemente ne era uscito. L’aveva lasciata con la sensazione che fosse stata solo una parentesi di gioia frenetica in una vita destinata alla lentezza con cui scorre un fiumiciattolo di campagna.

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    • Ciao Eleonora, benarrivata 🙂
      Fai bene a buttarti: qui l’importante è scrivere. Senza paura, perché gli esercizi sono fatti per provare tutti insieme a fare cose e capire certi meccanismi.

      Lo svolgimento è giusto. Personalmente, ma è questione di gusti, avrei allungato i dialoghi nella prima parte: dopo un inizio lento, un dialogo serrato è un cambio molto brusco.

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  7. Uhm…se mi ci metto arrivo solo fino a metà. Il ritornare sconosciuti mi è troppo triste 😦
    [e poi oggi manca concentrazione, con due operai che girano con la carriola sopra il mio tetto…]

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