Questioni di stile e di telecamera


photo credit: Tanveer Tarafdar via photopin (license)
photo credit: Tanveer Tarafdar via photopin (license)

Qualche tempo fa, forse ricorderete, abbiamo parlato del punto di vista. Abbiamo detto che ce lo possiamo immaginare come una telecamera, attraverso la quale il narratore ci racconta la storia; l’unica regola (empirica, ma di buon senso) che ci siamo dati è che la telecamera non vada mai spostata durante una scena. Farlo, equivale a incrociare i flussi (e tutti sappiamo che è male). Il risultato non è un’inversione protonica totale, ma una buccia di banana sulla quale finisce per scivolare, se non il povero lettore, almeno la grammatica.

Non siete convinti? Prendiamo il siparietto che si è svolto ieri a casa di Helgaldo, in cui ci siamo accapigliati confrontati in diversi:

«Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, “La principessa in fondo al mare”».

Qualcuno sosteneva che la concordanza per quel “gli” dovesse essere grammaticale, ed essendo riferito a “persona” andasse corretto in “le”. Qualcuno sosteneva che la concordanza dovesse essere di senso, ed essendo la persona in questione un uomo andasse bene “gli”*. Io dico (e sostengo la tesi di Daria) che il problema si annida più in profondità. Il che ha finito per provocare una escalation della questione tra me ed Helgaldo. Tenete a portata di mano il pezzo originale, perché sarà necessario uno sguardo d’insieme.

Leggendo attentamente, io credo che Helgaldo abbia spostato la telecamera. Infatti, la voce narrante è sicuramente esterna; pur se non prettamente onnisciente (si picca di raccontare in maniera oggettiva come se fossimo al cinema) in un punto si permette di giudicare. Il poligrafico telefona tutte le notti “forse per evadere la monotonia e la solitudine”: il narratore non lo sa, perché non pare in grado di sapere cosa stia pensando il personaggio, ma azzarda che possa sentirsi solo o almeno annoiato. Poi descrive lei e le telefonate che riceve tutte le notti. Ecco cosa ho detto a Helgaldo in proposito:

Tu stai cercando la suspense e per farlo “imbrogli”, spostando la telecamera.

Dici:
«Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, “La principessa in fondo al mare”».

Usi “persona”, indeterminato: cioè tutte le sere chiama qualcuno, ma finché lei non tira su il telefono non può sapere chi stia chiamando. In quell’attimo sospeso, per fare il tuo colpo di teatro, neghi la visione esterna del narratore e il POV può solo essere quello della donna; il narratore esterno saprebbe che è lui e direbbe:

«Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, lui chiama. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, “La principessa in fondo al mare”».

Helgaldo, invece, non concorda con la mia interpretazione. Ecco la sua risposta:

Cosa c’è in questa frase di misterioso? All’una di notte precisa, tutte le notti, chiama sempre uno. Dopo un po’ di volte capisci che non può essere che la stessa persona. E’ determinato. Cioè dire “lui” o “la stessa persona” non è equivalente? Lei non sa chi sia anche quando alza il telefono. Non è che lui dica sono Fabio o Luca. Una voce chiede una favola, sempre quella, sempre alla stessa ora, da giorni e giorni, forse mesi o anni. Non capisco in cosa sia la suspense, anzi è il contrario. La suspense è che la favola all’improvviso cambia. Mi pareva di aver scritto una frase neutra. Cioè: se cambio il pdv è inconsapevole. Ma io sto facendo un riassunto di quello che succede da parecchio tempo. Per avere la suspense devo far sì che un personaggio non sappia alcune cose, invece qui si sa tutto.

Ora lo chiedo a voi: la telecamera s’è mossa oppure no? A mio modo di vedere, il problema gli/le non è un dubbio di grammatica, ma l’effetto di una sfocatura o di un mosso. Per lui, invece, la questione è meramente formale.

A voi l’ardua sentenza.

[*] EDIT: Qui, per chi volesse, la soluzione del dubbio prettamente grammaticale.

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30 pensieri riguardo “Questioni di stile e di telecamera

  1. Punto uno. “Inizia il turno alle dieci di sera e tutte le notti all’una precisa – forse per evadere la monotonia e la solitudine – si rifugia in un ufficio e telefona a «Una favola per la notte».”
    Qualche riga dopo, leggo:
    “… Le favole non cambiano, sono sempre identiche. Cambiano semmai, forse perché non riescono a prender sonno, quelli che le ascoltano.”
    Anche qui, trovo una soluzione simile alla precedente.
    Tu dici che un narratore esterno, non onnisciente, non può sapere cosa pensa il personaggio in questione. Io chiedo: non può neanche fare supposizioni? Il forse, esprime un dubbio, non una certezza. Probabilmente, è più corretto descrivere i fatti e lasciare che il lettore tragga le sue conclusioni, ma in questo caso, quella parentesi, apre una finestra sulla vita del protagonista che altrimenti, non ci sarebbe. Leggendo, ho la sensazione di essere orientata a escludere altre ragioni a quelle telefonate notturne. Chiedo: quello di supporre da parte del narratore, non può essere un espediente per indirizzare il lettore dove vuole?
    Punto due. In generale, la percezione nel leggere “persona” o “lui”, cambia. Il primo, è un termine generico; il secondo, si riferisce a una persona in particolare. In questo caso, però, io leggo:
    «Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona.»
    “La stessa persona”, non una persona, non un tizio qualsiasi. Mi sembra che possa equivalere alla soluzione da te proposta con “lui”.
    Punto tre. Sostengo la concordanza di senso. A prescindere da tutti i ragionamenti, nella lettura, “gli” suona proprio meglio.
    Riguardo al POV, a me sembra che resti lo stesso per tutto il brano.

    Ciao. ^_^

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  2. A posteriori, dopo essermi un po’ attaccata a questa cosa della concordanza (su cui comunque resto abbastanza convinta, nel senso che nessuno ti obbliga a scegliere una parola piuttosto che un’altra, ma una volta che la scegli la devi rispettare: questo è il mio modo di approcciarmi alla lingua, che può non essere quello degli altri, e ci sta), penso questo: che ci può anche stare mettere ‘gli’ se ti suona meglio (il punto è sempre che lo scrittore è a casa propria nel proprio testo, gli deve suonare bene) ma non puoi giustificarlo con il fatto che si riferisce a un uomo, perché in quel momento il tuo sguardo è sull’operatrice e se usi ‘persona’ è perché l’operatrice sta mettendo in secondo piano il sesso del chiamante, quindi specificarlo è un’ingerenza dello scrittore nel testo. Un imbroglio del punto di vista, come dici tu.
    La cosa di cui mi sto un po’ rendendo conto in questo periodo è l’importanza del punto di vista non di per sé, che chi se ne frega, quanto ai fini della chiarezza del racconto: quando pastrocchi su chi pensa e vede cosa, alla fine rimane nella testa di chi legge resta come una confusione, una vaghezza su quello che succede nella storia. Lo vedo nelle mie storie e in quelle degli altri. E credo che questo sia ciò che vogliamo evitare 🙂

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    1. Esatto: è proprio questa la sfocatura. Quando Helgaldo spiega che “All’una di notte precisa, tutte le notti, chiama sempre uno. Dopo un po’ di volte capisci che non può essere che la stessa persona. E’ determinato.” sta guardando la storia dal punto di vista della donna. Se fosse rimasto il narratore, che vede le cose dall’esterno e cioè dall’alto, saprebbe che è lui, a chiamare. Non sempre la stessa persona, ma proprio lui: la differenza è sottile, ma fondamentale.
      Ergo, il problema non è “gli” che avrebbe dovuto essere “le”, ma “persona” che avrebbe dovuto essere “lui”. È questo che mette in crisi la frase, nella testa di chi legge…

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  3. Quando dico che non capisco, non vuole mai dire che non sono d’accordo, ma che veramente non capisco.

    Forse ora inizio a intuire quello che vuoi dire. Però c’è un però che tu e Daria dovresti farmi comprendere, con l’esempio, perché io capisco più facilmente con gli esempi. Prima di tutto quello che ho scritto è il riassunto di una storia, ok? Non è un racconto, è proprio un riassunto fatto con le mie parole. Nella realtà il poligrafico è proprio Silvio Orlando, e l’operatrice è proprio Laura Morante, ok? Quello che a me interessa, invece, è che la storia la racconto a modo mio. Ora vi riproduco la parte centrale:

    Ecco, il nostro protagonista ci lavora come operaio. Anzi, per essere contrattualmente precisi è un poligrafico. Inizia il turno alle dieci di sera e tutte le notti all’una precisa – forse per evadere la monotonia e la solitudine – si rifugia in un ufficio e telefona a «Una favola per la notte». Se non riuscite a immaginarvelo, fate conto che abbia la corporatura, la voce e la faccia di Silvio Orlando, l’attore. Con quella sia espressione malinconica, ma non triste.

    Dall’altra parte del filo, all’una di notte precisa, attacca il turno un’operatrice incaricata di leggere le favole richieste. Le favole non cambiano, sono sempre identiche. Cambiano semmai, forse perché non riescono a prender sonno, quelli che le ascoltano. Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, La principessa in fondo al mare. L’operatrice, se non riuscite a immaginarla, fate conto che abbia la corporatura, la voce, la faccia di Laura Morante, l’attrice. Con quella sua espressione stralunata e sofferente.
    La principessa in fondo al mare, dunque. «C’era una volta una principessa che viveva nell’abisso dei mari, dentro una conchiglia…». Tutte le notti la stessa storia, è proprio il caso di dirlo.

    Ok?
    Prima si parla di lui, e poi di lei. Esiste una simmetria, non è che io la cerco, è che mi viene da scivere così… Tu, Michele, se dici “ma all’una di notte lui chiama” introduci la parola LUI nella parte di storia dedicata a lei. Ora quello che voglio è che tu, e Daria, riscriviate il secondo paragrafo senza questa sfocatura che avrei introdotto, ma senza mai dire che è lui che chiama. Dovete mantenere il parallelismo totale tra le due situazioni, perché il bello è che l’incontro avviene successivamente. Sei tu, Michele, che introducendo il “lui”, spezzi il senso di questo parallelismo, che poi è il motivo per cui ho scritto questa cosa.

    Ora rifammi “Dall’altra parte del filo” senza mai dire lui. Così capisco e valuto se è più bello, più musicale, più efficace la tua non sfocatura, o la mia sfocatura.

    Il gli è l’unico legame uomo-donna, una spia linguistica, e corretta grammaticalmente, e lì stava il mio dubbio grammaticale, per preparare l’incontro tra i due. Cioè, la forza del secondo paragrafo sta proprio in quel pronome, che fa da ponte, da collante nella storia, messo non a caso lì. Se tu riesci a dire “la stessa cosa” con la stessa efficacia, con la stessa economia di parole, vuol dire che c’era un modo alternativo di narrare.

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    1. Ma il narratore è solo uno: non può essere simmetrico ma solo super partes.
      Se vuoi essere del tutto simmetrico bisogna scrivere prima dal punto di vista di lui, poi dal punto di vista di lei. Ergo, bisognerebbe cambiare la prima parte e non “al di là del filo”.

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    2. Per essere simmetrico, dovresti scrivere qualcosa del tipo (in maiuscolo le aggiunte, tra quadre i tagli):

      Ecco, il nostro protagonista ci lavora come operaio. Anzi, per essere contrattualmente precisi è un poligrafico. Inizia il turno alle dieci di sera e tutte le notti all’una precisa – forse per evadere la monotonia e la solitudine – si rifugia in un ufficio e telefona a «Una favola per la notte». CHIAMA E SENTE RISPONDERE SEMPRE LA STESSA DONNA. Se non riuscite a immaginarvelo, fate conto che abbia la corporatura, la voce e la faccia di Silvio Orlando, l’attore. Con quella sia espressione malinconica, ma non triste.

      [Dall’altra parte del filo, a] All’una di notte precisa, a «Una favola per la notte», attacca il turno un’operatrice incaricata di leggere le favole richieste. Le favole non cambiano, sono sempre identiche. Cambiano semmai, forse perché non riescono a prender sonno, quelli che le ascoltano. Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre LO STESSO UOMO. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, La principessa in fondo al mare. L’operatrice, se non riuscite a immaginarla, fate conto che abbia la corporatura, la voce, la faccia di Laura Morante, l’attrice. Con quella sua espressione stralunata e sofferente.
      La principessa in fondo al mare, dunque. «C’era una volta una principessa che viveva nell’abisso dei mari, dentro una conchiglia…». Tutte le notti la stessa storia, è proprio il caso di dirlo.

      Spiegazione: in questo caso il narratore è esterno e – oltre a non sapere cosa pensino i protagonisti – non sa neppure come girano i cavi del telefono. Cioè ognuno dei personaggi sa che parla sempre con la stessa persona, ma nessuno (nemmeno il narratore) sa ancora che sono proprio loro che si parlano.

      Un modo alternativo di risolvere il problema è questo:

      Ecco, il nostro protagonista ci lavora come operaio. Anzi, per essere contrattualmente precisi è un poligrafico. Inizia il turno alle dieci di sera. Se non riuscite a immaginarvelo, fate conto che abbia la corporatura, la voce e la faccia di Silvio Orlando, l’attore. Con quella sia espressione malinconica, ma non triste. All’una di notte precisa, a «Una favola per la notte», attacca il turno un’operatrice incaricata di leggere le favole richieste. Le favole non cambiano, sono sempre identiche. Cambiano semmai, forse perché non riescono a prender sonno, quelli che le ascoltano. L’operatrice, se non riuscite a immaginarla, fate conto che abbia la corporatura, la voce, la faccia di Laura Morante, l’attrice. Con quella sua espressione stralunata e sofferente.

      Tutte le notti all’una precisa – forse per evadere la monotonia e la solitudine – lui si rifugia in un ufficio e telefona a «Una favola per la notte». Dall’altra parte del filo, tutte le sante notti, lei sente una persona che vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, La principessa in fondo al mare. Tutte le notti la stessa storia, è proprio il caso di dirlo.

      Spiegazione: il narratore li mette in contatto, proprio come il telefono. Il “gli”, a questo punto, è d’obbligo. Anche questo è simmetrico e il narratore non ha anticipato nessuna informazione prima che il telefono suonasse.

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      1. Capisco la voglia di trovare una soluzione che vada bene, ma nel primo caso è illeggibile. “Chiama e risponde sempre la stessa donna” è un’informazione aggiunta, si vede che è posticcia, che ti serve solo perché in assenza il tuo discorso non reggerebbe più. Ti fa uscire dalla narrazione diretta con un inciso messo perché ti serve dopo, solo per questo. Sempre lo stesso errore, hai bisogno di introdurre lei nel brano dove si parla solo di lui, altrimenti non riesci a farli incontrare successivamente.

        Nella seconda parte dovresti dire non “lo stesso uomo”, ma direttamente “il poligrafico”, perché il legame l’hai già stabilito (l’hai bruciato) nella tua aggiunta sopra, che è biunivoca, e ora fingi di non averla scritta. Anticipando “chiama e risponde sempre la stessa donna”, è chiaro che non può essere che “lo stesso uomo”. Dovresti toglierlo, è ridicolo. Come se dicessi al lettore: ti dico che chiamano e rispondono sempre alla stessa ora nello stesso posto e sono pure sempre le stesse persone. Il lettore ti direbbe, vabbè che non capisco, ma scrivermelo per ben due volte casomai fossi distratto… Dal contesto si capisce senza dire lo stesso uomo, la stessa donna.

        Con l’altra soluzione non riesci più a dire, nella storia di lui, che chiama le favole all’una di notte. Hai solo un poligrafico che attacca il turno alle dieci di sera. Ma la sua particolarità è la telefonata all’una per chiedere una favola, non che inizia a lavorare alle dieci. Tralasci il meglio, non lo evidenzi, solo per far quadrare? La storia smette di essere in parallelo ma diventa una banale cronologia.

        Nel mio sviluppo si dice presentandolo che lui telefona all’una, ed è la sua particolarità. Nel tuo siamo già parecchio avanti, dopo di lei addirittura.
        “Cambiano semmai quelli che ascoltano… ma all’una di notte chiama sempre la stessa persona” è nella stessa frase. Tu invece la spezzi mettendola addirittura in due paragrafi diversi, lontani come relazione. No, è scialbo. Mi dispiace. Se devo annaquare per non sfocare, allora mi tengo il “gli”, ma con il mio sviluppo. Che mi pare più intenso.

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        1. Ah, ma io non ho detto che sia meglio. Tu, per primo, ti sei sorpreso di una paola che non sapevi incastrare. Io ti ho detto, a mio parere, quale sia il motivo vero per cui su quel gli/le si rischia di scivolare. Le mie riscritture non danno luogo al dubbio e sono meno deboli dal punto di vista logico e strutturale. Ma la letteratura è roba da umani e non da computer: come ci insegna Manzoni, non sempre la correttezza è perfezione.

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  4. No, Michele, se scrivi dal punto di vista di qualcuno sarà il suo punto di vista. Io che sto sopra posso prima racconto di Michele, che ha un blog eccetera, e poi di Helgaldo che ha un blog molto più affascinante. Poi i due poi si incontrano. E discutono di cose che faticano loro stessi a capire, una grande confusione. Lo racconto sempre io, quindi di solito baro a mio favore, pur essendo onnisciente. Ora non dirmi che devo cambiare la prima parte perché tu vedi una sfocatura nella seconda. Rimuovi la sfocatura, casomai.

    La simmetria della narrazione è la forma che dà bellezza al racconto. Poi questi due ballano a distanza… Tutto è basato su simmetrie.

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    1. Però bisogna decidersi: non si può fare che prima sei uno e poi sei l’altra. Il rischio è che poi non si capiscano le cose. Il fatto è che i due pezzi ti SEMBRANO simmetrici, ma non lo sono. Te li sto riscrivendo, simmetrici, in due modi diversi. E poi dicono che non sono generoso 😛

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      1. Ma perché sono uno e l’altra? Sto solo raccontando dell’uno e dell’altra. È questo che non capisco. Racconto, commento, ipotizzo. Ma non sono né l’uno né l’altra. Se tu racconti a qualcuno che incontri per strada di un altro che lavora con te in ufficio non commenti, ipotizzi, inventi? Faccio la stessa cosa qui, o no?

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  5. Comunque gli scrittori barano quando devono essere più espressivi.

    Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscio de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso…

    Qui Manzoni cambia il tempo verbale dentro il paragrafo, se gli fa comodo (e va benissimo).

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  6. Posso dire che siamo tutti diventati un po’ ossessionati dal punto di vista? Adesso è una delle prime cose che ti insegnano ai corsi, che trovi nei manuali e nei blog di scrittura. Sono d’accordo che non si può saltare come una cavalletta, però, alla fine, il racconto fila ed è chiaro. Nessuno che non sia uno scribacchino ossessionato si porrebbe il problema. Mi sto imbattendo in un sacco di libri scritti prima degli anni ’70 pieni di quelli che oggi considereremmo errori di punto di vista. Bei libri, che filano, che hanno avuto successo allora e sono godibili anche oggi. Forse erano scritti per i lettori e non per gli scribacchini ossessionati.

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    1. Posso dire che da semplice lettrice e amante della scrittura con questa analisi al microscopio mi sono sentita molto in difficoltà, perché dal mio POV tutto era abbastanza chiaro e intuitivo. Anzi, ero quasi pentita di aver scritto la mia; per imbarazzo, non per altro. Forse, il cambio di punto di vista c’è, forse no, non lo so; so che leggendo non mi sono sentita confusa. Mi fa piacere di non essere la sola a pensarla così. 🙂

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        1. A volte, certe cose vanno scomposte ed esaminate a fondo; anche solo per scoprire che non serviva farlo. Voi tutti, avete fatto un ottimo lavoro di analisi del testo. 🙂

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    1. Credo che, in questo discorso, tu abbia ragionato più da lettrice.
      Mi spiego: io penso che ci sia differenza fra l’occhio del lettore e quello dello scrittore.
      Tante volte chi legge, immerso com’è nella storia, non fa caso a tante sfumature; le chiamo così, perché chi è immerso nella storia, ripeto, segue senza pause il filo del discorso (quando è chiaro chi dice cosa), dunque andare a verificare dov’è collocata la famosa telecamera diventa uno spulciare il testo, significa cercare il pelo. Il lettore immerso nella lettura non lo fa mai.
      Diverso è il discorso se il lettore a un certo punto dovesse essere costretto a leggere due righe e tornare indietro perchè manca la chiarezza e vuole capire meglio: allora lì la questione sul pov può avere una sua rilevanza. In questo caso dipende dallo scrittore la capacità di averlo saputo gestire, cioè lo scrittore deve saperlo fare sempre, a prescindere che si trovi davanti il lettore appassionato o quello attento alle tecniche usate.
      Io, in primis, sono l’esempio di quello che dico: se leggo un libro e mi sta piacendo, me lo godo e basta.
      Se leggo perché lo stile di quell’autore mi piace e voglio imparare da lui qualcosa mi soffermo sulla gestione dei passaggi della storia per capire meglio come devo scrivere.
      Quando scrivo metto in pratica (ci provo) quello che penso sia giusto fare e allora non posso sorvolare su certe questioni (compreso il pov, appunto).

      Concludendo: il pov può essere trattato con sufficienza solo dal lettore. Chi scrive non può permetterselo. Chi scrive bene può permetterselo, ma con consapevolezza.
      Io non sono ancora consapevole.

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      1. Sono abbastanza d’accordo con Marina: il punto di vista non deve essere un’ossessione, uno non deve essere imprigionato a livello espressivo (e infatti in generale il tuo racconto fila perfettamente ed è molto bello da leggere a prescindere da chi guarda chi – ma chi è il narratore di questo racconto? E’ onnisciente), eppure diventa rilevante quando vai a fare una tetrapiloctomia su gli e le. Si può pure saltare da una testa all’altra fregandosene di tutto, se ci si riesce (ma di solito quello lo fa il narratore esterno e onnisciente, e non è un caso), ma ragionarci, almeno per me che tendo a tenermi troppo distante dalle storie che racconto, è necessario alla chiarezza e all’immedesimazione.
        Qua mi pare che ci siamo divertiti tutti molto ad analizzare il problema, e questa è una storia diversa.
        Helgaldo, Michele ha riscritto per rendere più chiara la spiegazione, io arrivo tardi ma comunque non credo sarei stata in grado di trovare soluzioni migliori: è chiaro che la tua forma, con la tua scrittura e il tuo tono di voce, è migliore e più fluida di qualunque esempio posticcio possiamo trovare noi per modificare la tua storia. Credo che non ci saremmo nemmeno posti la questione se non avessimo voluto cercare a tutti i costi una soluzione definitiva alla faccenda, che probabilmente non c’è.
        Ma quello che io veramente ancora non ho capito di tutta questa storia è questo: perché, se non c’è suspence, se si sa tutto ed è chiaro che è un uomo, tanto che hai voluto inserire ‘gli’ al posto di ‘le’, hai sentito la necessità di usare ‘persona’ invece di trovare un’altra soluzione? Esclusivamente per una questione di orecchio (che comunque è una risposta accettabile)?
        Probabilmente l’hai già detto cento volte e solo io non l’ho capito, eh…

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          1. Dunque, cerco di spiegarmi. Per prima cosa pongo una domanda: quello che ho scritto è un racconto? La risposta è no, non è un racconto. È il riassunto di un racconto, di una storia. Esattamente come tu che hai un blog e racconti quello che ti è successo lungo la giornata, non mi verrebbe da pensare che il narratore sia onnisciente o immerso o multiplo. Sei tu, Daria, che racconti. Qui è la stessa cosa. Ora mi fai pensare che tutto ciò che scriviamo debba avere un narratore che non coincide con il blogger… Quindi non ho in mente alcun narratore, e posso quindi avere mischiato punti di vista senza accorgermene. Ma, istintivamente, mi pare di essere stato rigoroso con me stesso. I punti di vista, Michele lo sa perché ne abbiamo discusso a lungo, non li ho mai capiti e tendo a starne lontano.

            I fatti che qui riassumo però li racconto a modo mio, seguo un come. Ci sono mille modi di riassumere una storia e me ne immagino uno che renda la lettura più godibile. Forse è solo questo che vi trae in inganno, e crea l’equivoco di trovarsi in un racconto.
            I fatti sono che all’una di notte, da molte notti, il poligrafico telefono per la favola. E la donna dopo due-tre-quattro volte che si accorge dalla voce e dalla richiesta che si tratta dello stesso uomo, ovviamente quando il telefono suona all’una di notte, pensa che sia lui. Deduzione logica, insita nei fatti come avvengono. Sarebbe sorpresa se all’una di notte precisa chiamasse un altro, date le premesse.

            Per come ho deciso di riepilogarvi i fatti, la mia scelta rispetto a persona era “le”, infatti ho pubblicato il primo post con questo pronome. “Persona” è stata scelta perché “uomo”, “individuo” e altre parole che avrei potuto usare sono, a mio avviso, più brutte, meno dolci, di quella che ho usato. Se avessi lasciato il “le”, tu e Michele non avreste aperto questa questione del punto di vista. Però ho avuto il ripensamento. Non su “persona”, che è la parola migliore tra quelle che potevo scegliere, ma sul pronome. Perché non c’è solo la concordanza grammaticale, quindi tra le parole, a legare i discorsi. Ma anche la concordanza a senso, quindi tra i concetti. Il “gli” rispetto al “le” ha un vantaggio narrativo che in questa particolare costruzione della frase batte il pronome femminile: coincide direttamente con il protagonista, un uomo. Il “le”, invece, va decodificato, sciolto nella narrazione. Prima ne vedo la funzione grammaticale che concorda con “persona”, ma poi devo aggiungere una seconda riflessione su chi è che effettivamente telefona. Un uomo o una donna? Un uomo. Questa domanda, invece, con la concordanza a senso la salti, perché sei già allineato con il senso della storia. Concordanza a senso, appunto. Insomma, rispetto alla storia che riassumo, “gli” è più preciso di “le”. Quindi il problema non è su “persona”, che non vuole portare suspense. “Persona” c’è sempre stata fin dall’inizio.

            I problemi e le possibilità fornite dai punti di vista per me sono problemi troppo complessi, bisogna produrre e leggere tanta letteratura per essere sicuri di gestire una narrazione (che non dipende solo dal punto di vista). Non credo che quelli che usano a caso la punteggiatura, che dicono che con il che ci va sempre il congiuntivo, che affermano che gli avverbi in mente vanno sempre eliminati, che esiste la regola della d eufonica, siano poi in grado di gestire qualcosa di complesso come il punto di vista. E infatti producono prosa scarsa, sciatta, illeggibile.

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      2. “Tante volte chi legge, immerso com’è nella storia, non fa caso a tante sfumature”.

        Ecco il nocciolo della questione! Ci sono 50 sfumature di grigiume grammaticale 🙂 tra lo scrittore e il lettore. E per quanto lo scrittore possa conoscerle bene tutte e 50 (e magari alternarle), non è detto che il lettore le colga o ne colga le differenze.

        A mio modestissimo parere, s’intende… 😛

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        1. No, il lettore no. Ma qui, in diversi, si piccano di voler scrivere ed è a loro che sono rivolti i post del mercoledì (e anche gli altri, ormai): solo chi scrive da parecchio – e a certi livelli – può permettersi di fare spallucce e andare “a orecchio”. A tutti gli altri, me per primo, capire e discutere i meccanismi fino in fondo non può che fare bene.
          Poi siamo tutti d’accordo che, scrivendo un testo solo ligio alle regole, non si perverrà mai al capolavoro. Ma questa è un’altra storia, temo.

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  7. Vorrei fare un’osservazione asettica, buttarla nella mischia e scappare a gambe levate 😀 …

    Ho la netta, nettissima, super-nettissima sensazione che se Helgaldo non avesse posto la sua famosa domanda (meglio “gli” o “le”), nessuno o quasi si sarebbe accorto di questa (presunta, sottolineo presunta) imperfezione grammaticale…
    Sarebbe affascinante tornare indietro nel tempo e vedere cosa sarebbe successo se la domanda non fosse mai stata posta. (Non escludo che più avanti, in tempi non sospetti, Helgaldo faccia veramente questo esperimento… Ci metterà tutti alla prova e segnerà i nostri nomi sul taccuino, come Geller di Camera Cafè… 😀 😀 😀 )

    Tutti avremmo letto il racconto (anzi: il riassunto del racconto) facendo più o meno spallucce. Non credo che il nostro “bello, mi piace” o “vabbé, poteva scrivere di meglio” sarebbe dipeso da quel “gli” o “le”…

    (ok: ora datemi un’ora di vantaggio per scappare a gambe levate… 😛 )

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    1. Poi tornerò sulla questione, però il tuo ragionamento, con il dover tornare indietro nella lettura se avessi usato il “le”, che avevo usato inizialmente (il post è stato aggiornato parecchie volte per cambiare proprio il pronome e ricambiarlo), è stato uno dei motivi per cui in generale quando scrivo effettuo molte revisioni prima di pubblicare. Se scrivendo obbligassi il lettore a tornare indietro, vorrebbe dire che la mia scrittura inciampa. Cerco di non farlo. Spero che leggendomi si vada più spesso verso il finale senza doversi mai fermare, piuttosto che dover rileggersi la frase perché non si è capito cosa ho scritto.

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    2. Be’, di questo c’è la prova: i commenti alla storia si sono limitati a dire mi piace non mi piace. Solo il giorno dopo, davanti al mio dubbio sulla storia del giorno prima, ha introdotto la questione del punto di vista. Ma n’è scaturita una discussione interessante.

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