54 thoughts on “Palestra di dialogo – una premessa e un tentativo

  1. L’idea è ottima, mi sarebbe però piaciuto che si lavorasse sul tuo dialogo, invece mi pare che chiedi di usare quell’incipit di dialogo per poi svilupparlo in proprio. Un po’ come gli altri esercizi che proponi. La fantasia vince quindi sulla tenacia e il rigore. Tutti scrivono dialoghi deboli, anziché provare a rafforzarne uno. E tutto si disperde.

    Il tuo dialogo mi pare letterario. La prima frase è contorta e innaturale. In fondo si dà della stupida da sola. Uso del congiuntivo raffinato. Insistenza sulla pancia piena o vuota. Uomo vero, lodarti con gli amici, fiori. Davvero in un rinfacciarsi qualcosa sono questi gli argomenti? Quando litighi con una donna tiri davvero in ballo Brad Pitt? E i puntini di sospensione? Andrebbero riempiti con qualcosa, magari una parolaccia. Penso che siano il punto dove emerge il carattere di lei, che ancora non appare. Non so, se trovo del tempo provo a riscriverlo, intanto chiedo se qualcuno ha voglia di riscrivere il tuo dialogo senza aggiungere altri elementi che lo cambino nella sostanza, anche per discuterne, se no non ci sono misurazioni, ma solo elenchi di dialoghi claudicanti.

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    • È un inizio; m’è venuta l’idea dei dialoghi e l’ho buttata giù ma, come tutte le prime idee, ha molto di perfettibile. Perfezionare un dialogo in effetti potrebbe essere più interessante perché altrimenti si finisce che ciascuno scrive il proprio e non si esce mai dal proprio orticello.

      La prima frase l’ho pescata dai soliti elenchi di inviti al dialogo che vengono dal mondo anglofono. La frase con i fiori è una famosa frase di Brad Pitt per Angelina; visto com’è andata a finire ho voluto giocarmi una citazione. Lei, in effetti, non appare. Non appare mai. L’idea iniziale era di farne una di quelle donne molto brave a puntare il dito ma che, quand’è ora di costruire, non sanno da che parte iniziare; una persona per la quale l’altrove è sempre più importante del qui e adesso.

      Allora cambiamo l’invito all’esercizio: come riscrivereste il mio dialogo per farlo funzionare?

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  2. «Hai detto che ero speciale. Ma c’è una cosa che non ammetteresti mai: di esserti sbagliato.»

    «Sì eri speciale perché eri diversa da tutte le altre donne che avevo incontrato»
    «Hai detto “eri” quindi non lo sono più? Speciale, intendo»
    Lui emise un leggero sospiro e continuò «non so, forse eri speciale perché eri la libertà, la trasgressione, la fantasia, il sogno»
    «Ero speciale perché ero l’altra, quella da cui potevi correre quando eri stanco di tua moglie»
    Lui annuì sconsolato e, come quando era nervoso, si accese una sigaretta «forse è così»
    «E adesso che sono diventata anch’io una moglie non sono più speciale» concluse lei uscendo dalla stanza, non aveva più voglia di parlare e non voleva mostragli le sue lacrime.

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          • Ho provato ad aggiustare il tuo dialogo, è venuto fuori uno sviluppo diverso della storia.

            «Hai detto che ero speciale. Ma c’è una cosa che non ammetteresti mai: di esserti sbagliato.»
            Aveva pensato ad alta voce, non avrebbe voluto innescare una discussione, ma la frase le era uscita.
            «Hai messo in forno la cena?»
            «Ma hai sentito cosa ho detto? Sai pensare solo alla cena!» era come parlare al muro.

            Mario aprì il frigo. «Senza mangiare non si campa, se ti pare poco.»

            «Pensi solo ai tuoi miseri bisogni primati, mangiare, bere, le camicie stirate. Io non sono tua madre e neanche la tua cameriera!»
            «Ma cosa dici! Io non penso che tu sia la mia cameriera. La cena per me è un momento da passare insieme»
            Gli era venuta in mente quella cosa, a lui piacevano quei riti, mangiare insieme, guardare la televisione abbracciati sul divano, perché a lei non bastava più?
            «Se non sono la tua cameriera allora potresti sorprendermi qualche volta e portarmi fuori a cena!»
            «E spendere dei soldi, a mangiare in casa si risparmia» esclamò lui «e poi tu cucini così bene, molto meglio del ristorante!»
            Adesso pensava di cavarsela con la lusinga, lo detestava quando faceva così. E pensare che aveva sempre detestato gli uomini tirchi e invece ne aveva sposato uno!
            Ma lei cucinava meglio del ristorante! Non c’era bisogno di un aiuto in casa perché lei era già bravissima nei lavori di casa!
            «Usi sempre questa scusa, ma io non mi accontento. Anch’io vorrei ogni tanto rilassarmi e non essere sempre al tuo servizio.»
            «No, amore, lo so. Sono vent’anni che non ti accontenti e che fai di tutto perché neppure io lo sia.»
            Oddio adesso rivoltava la frittata come al solito.
            «Mi chiami “amore”, ma l’amore non sai davvero cos’è. L’amore è cercare di rendere felice l’altro con qualche piccolo pensiero. È questo che fa un uomo vero.»
            «Ah. Quindi per te non sono neppure più un uomo.»
            Lei sollevò gli occhi al cielo, lui non capiva era come parlare al vento. Ed era stanca, davvero stanca di lui e di assecondarlo in tutto.
            «Dovrei coccolarti con fiori, baci e complimenti. Farti sorprese e assecondarti in ogni momento. Magari un sacco di regali e vivere solo per te. Parlare ai miei amici solo di te. Indirizzare tutti gli argomenti su di te e lodarti davanti a tutti.»
            «Quando mai l’hai fatto? In che film?»
            «Appunto, non l’ho mai fatto ed eri contenta, per questo pensavo fossi speciale, perché adesso tutto questo non ti basta più?»
            Lei tirò fuori la teglia dal forno. Non aveva più voglia di discutere inutilmente.
            «Senti smettiamola, hai ragione tu. Forse sono solo stanca, ho avuto una giornata pesante al lavoro»
            Dispose i piatti in tavola e fece le porzioni, lui come al solito non aveva neanche apparecchiato la tavola.
            Lui la strinse a sé «povero amore, ti hanno fatto arrabbiare in ufficio?»
            Lei annuì stancamente. Il giorno dopo lui sarebbe andato a trovare sua madre come ogni sabato mattina e sarebbe rientrato all’ora di pranzo.
            Avrebbe avuto l’intera mattinata per preparare la sua valigia e andare via, per fortuna due anni prima aveva comprato quel piccolo appartamento in centro per fare un investimento.
            Da donna speciale quale era aveva ideato un piano B per la sua vita.

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          • In questo dialogo, a mio parere, il punto di vista è troppo ballerino: si salta dalla testa di lui a quella di lei senza soluzione di continuità. Forse sarebbe meglio non entrare nella testa di nessuno e lasciare che il lettore immagini a proprio piacimento 😉

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  3. «Hai detto che ero speciale. Ma c’è una cosa che non ammetteresti mai: di esserti sbagliato.»
    «Hai messo in forno la cena?»
    «Hai messo in forno la cena? Hai messo in forno la cena!? E’ tutto qui quel che hai da dire? Ti serviva una donna per avere sempre qualcosa pronto da mangiare. Ecco cosa intendevi per speciale.»
    Mario aprì il frigo. «Non ricominciare. Senza mangiare non si campa, se ti pare poco…»
    «Sei solo un animale. Pensi a soddisfare i tuoi istinti: fame, sonno, sesso. E usi la birra per lubrificare quei quattro neuroni che ti ritrovi…»
    Mario tacque. Stappò la birra, imperterrito. E poi si voltò.
    «E tu? Mi hai mai fatto sentire speciale?» disse.
    «Io non mi accontento.»
    «No, amore, lo so. Sono anni che fingi di accontentarti. Ma non ci riesci e fai di tutto perché neppure io possa accontentarmi. E comunque non hai risposto alla mia domanda: mi hai mai fatto sentire speciale?»
    «Ti basta chiamarmi “amore”, vero? E dimmi: ti senti a posto con la coscienza?»
    «Sono un animale, l’hai detto tu: che coscienza vuoi che abbia?»
    «Almeno gli animali hanno memoria. Ricordi che giorno era ieri?»
    «Non cambiare discorso! Mi hai mai fatto sentire spec…»
    «Era il nostro anniversario di matrimonio!» lo interruppe lei. «Il nostro ventesimo anniversario.»
    Mario accusò il colpo.
    «Capisci cosa intendo per non accontentarsi? Mi basterebbe un uomo vero.»
    «Ah. Quindi per te non sono neppure più un uomo. E cosa dovrei fare? Dovrei coccolarti con fiori, baci e complimenti? Farti sorprese? Regali? Dovrei vivere solo per te, parlare ai miei amici solo di te, lodarti davanti a tutti?»
    «Non essere ridicolo. Basterebbe poco, lo sai. Un mazzo di fiori. Non dico rose rosse… Almeno al ventesimo anniversario avrei potuto sentirmi speciale per qualche minuto…»
    Mario rimase in silenzio. L’orologio del forno prese a trillare.
    «La tua cena è pronta. Te la metto in tavola o hai bisogno di una donna speciale?»

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  4. Non sono mica il giudice. Preferisco il dialogo di Darius perché ha un incipit, un climax, è una fine. Mostra più carattere e fa vibrare il dialogo. Lavorerei sui tempi verbali, mi sembra che parlano al passato, il presente sarebbe più efficace. Hai detto-dici, ti serviva-ti servo, ecc.

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    • Ho preferito mantenere una certa spontaneità per cercare di rendere realistico il dialogo: di solito in questo genere di conversazioni non si bada molto ai tempi verbali che si usano. Si presume che i due protagonisti debbano essere presi più dal botta-risposta che dall’uso dei verbi…
      Io di solito quando discuto animatamente non mi prendo la briga di azzeccare il congiuntivo… 😀

      Di solito tengo un tempo verbale per il dialogo e un tempo verbale per le il testo extra-dialogo (in questo caso il passato remoto).
      Le altre sbavature sono i classici errori della scrittura di getto. 😛

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    • Comunque questo è solo un dialogo, non un racconto. Anche qui dovrebbe esserci una triade incipit-climax-fine? La cosa su cui ho puntato, nel mio svolgimento, era che ci fosse un cambio di relazione tra i partecipanti: nulla di più.

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      • Quando di solito i personaggi parlano hanno degli obiettivi da raggiungere con il dialogo. Quando la discussione inizia, se c’è un conflitto, deve poi aversi una modulazione, se non proprio una soluzione. Direi che è un fatto istintivo, mi pare che Darius sia andato verso quella direzione. Non è detto che l’abbia fatto consapevolmente.

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        • Diciamo che ho ragionato istintivamente, cercando realismo. Mi sono immaginato il dialogo in una situazione reale e ho cercato di renderlo credibile.

          Non ho cercato soluzione: l’ultima battuta della donna («La tua cena è pronta. Te la metto in tavola o hai bisogno di una donna speciale?») è una domanda che lascia in sospeso tanti possibili sviluppi. Ho cercato di farla ironica (non è detto che ci sia riuscito… 🙂 ).

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  5. «Mi dici sempre che sono speciale. Ma non fai altro che prendermi in giro.»
    «Hai messo in forno la cena?»
    «Hai messo in forno la cena!? E’ tutto qui quel che hai da dire? Ti serve una donna per avere pronta la cena. Ecco cosa intendi tu per speciale.»
    Mario aprì il frigo. «Non attaccare con i soliti discorsi…»
    «Sei una bestia. Pensi solo ai tuoi istinti: mangiare, bere, scopare. E ti fai di birra per lubrificare i quattro neuroni che ti ritrovi in testa…»
    Mario tacque. Stappò la birra, soddisfatto. ne bevve un sorso e appoggiò la bottiglia, con cura, sul frigorifero.
    «E tu? Mi fai sentire speciale?» disse.
    «Io non mi accontento.»
    «No, non mi fai sentire speciale. Sono anni che fingi. Basta ipocrisie, voglio il divorzio»
    «Ma cosa dici, amore?»
    «Sono una bestia, l’hai detto tu: lascia perdere l’amore»
    «Almeno le bestie hanno memoria. Ricordi che giorno è oggi?»
    «Non cambiare discorso! Non mi hai mai fatto sentire spec…»
    «E’ il nostro anniversario di matrimonio, bestia!» lo interruppe lei. «Il nostro ventesimo anniversario.»
    Mario restò a bocca aperta.
    «Capisci cosa intendo per non accontentarsi? Mi basterebbe poco.»
    «E cosa dovrei fare? Coccolarti dopo vent’anni? Farti sorprese? Regali?»
    «Non pretendo molto. Mi basterebbe poco, e lo sai. Un mazzo di fiori. Andare a ballare come facevamo allora… Almeno oggi potevi farmi sentire speciale per qualche minuto…»
    Mario rimase in silenzio. L’orologio del forno prese a trillare.
    «La tua cena è pronta. Te la metto in tavola tra due minuti.»

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    • Mmm… No: preferisco quello di Darius. Una richiesta di divorzio (a meno che non sia una boutade tipo l’arrivo di Godot) è l’equivalente di una bomba nucleare: non si può tirare e poi fare finta di nulla e andare a cena.

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      • Quanta gente litigando dice “mi ammazzo”, “ti ammazzo”, “ti lascio”…No, le famiglie si mettono a cena dopo essersi detti cose anche peggiori, come se nulla fosse stato detto. Proprio perché si è detto, e non si ribatte, resta nell’aria come un macigno.

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          • Ma infatti a me è venuto di metterci quello, mentre a un altro il tradimento. Quello che dovremmo analizzare e se il dialogo ha un ritmo, è drammatico, dà la sensazione che i personaggi non sono piatti, elimina i dettagli inutili. Non è in gioco il contenuto, ma la forma. Proprio quel far sembrare vero ciò che è soltanto verosimile.

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          • Come dicevo, così a me pare sbilanciato. L’uso dell’armamentario pesante mi predispone a un cambio di ritmo e intensità che non ho visto: il risultato è che ne traggo l’impressione che i personaggi siano finti e che lui accenni al divorzio solo perché “deve”.

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        • Secondo me stona la donna che, subito dopo aver sentito la parola “divorzio”, dice “Ma cosa dici, amore?”. Mi ha dato l’idea di un cambio troppo repentino…
          Parere mio personalissimo, naturalmente. 😉

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          • Ok, giustissimo. Quindi riprendi il mio dialogo e riscrivilo portando le tue varianti, come a me è venuto spontaneo con le tue. Vediamo cosa resta e cosa cambia. Si chiamano versioni, ce ne possono essere infinite. Lavoriamo sul testo.

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          • «Mi dici sempre che sono speciale. Ma non fai altro che prendermi in giro.»
            «Hai messo in forno la cena?»
            «Hai messo in forno la cena!? E’ tutto qui quel che hai da dire? Ti serve una donna per avere pronta la cena. Ecco cosa intendi tu per speciale.»
            Mario aprì il frigo. «Non attaccare con i soliti discorsi…»
            «Sei un animale, ecco cosa sei. E come ogni animale, pensi solo ai tuoi istinti primordiali: mangiare, bere, scopare. L’unica differenza è che ti fai di birra per lubrificare i quattro neuroni che ti ritrovi in testa…»
            Mario tacque. Stappò la birra, soddisfatto. Ne bevve un sorso con velata teatralità. Poi appoggiò la bottiglia con cura sul frigorifero. E si voltò.
            «E tu? Tu mi fai sentire speciale?» disse.
            «Io non mi accontento.»
            «Non cambiare discorso. Te lo dico io: no, non mi fai sentire speciale. Non mi ha mai fatto sentire speciale. Sono anni che fingi. Fingi di essere felice, fingi che vada tutto bene, fingi di essere soddisfatta della tua vita. Fingi a letto…» Fece una pausa. Voleva che quelle parole acquisissero il giusto peso, senza che ci fosse però il tempo di controbattere. «E poi? E poi salti fuori ogni tanto con i soliti discorsi: “non sono speciale”, “sei un animale”, “pensi solo a mangiare”, “ti fai i tuoi porci comodi”… Basta ipocrisie, voglio il divorzio.»
            Lei si voltò verso la finestra. L’attimo sembrò cristallizzarsi.
            «Pensi che sia una soluzione, il divorzio?» chiese guardando fuori dalla finestra.
            «Se davvero pensi che sono una bestia… per te dovrebbe essere una soluzione.»
            «Almeno le bestie hanno memoria. Ricordi che giorno è oggi?»
            «Ecco un altro dei tuoi soliti discorsi: salti fuori a dire “Ricordi che giorno è oggi?”. Tu ricordi sempre tutto. E io sono quello che non ricorda mai nien…»
            «E’ il nostro anniversario di matrimonio…» lo interruppe lei. «Il nostro ventesimo anniversario.»
            Mario accusò il colpo. E il suo silenzio mise a nudo questo suo torto.
            «Capisci cosa intendo per non accontentarsi? Mi basterebbe poco.»
            «E cosa dovrei fare? Coccolarti dopo vent’anni? Farti sorprese? Regali?»
            «Non saprei. Magari evitare di parlarmi di divorzio proprio il giorno del nostro ventesimo anniversario…»
            Mario rimase in silenzio. L’orologio del forno prese a trillare.

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          • Per ora è quello che mi piace di più. Riconosco che quello di Marina ha delle potenzialità maggiori e che la sua “lei” è meglio strutturata, ma per ora – come dialogo – è meno robusto. Qui avrei evitato il “Mario rimase in silenzio” finale, lasciando il forno a suonare da solo.

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  6. “Hai detto che sono speciale. Ma c’è una cosa che non ammetteresti mai: di esserti sbagliato.”
    Mario le diede le spalle.
    “Hai messo in forno la cena?”
    “Non hai sentito nemmeno quello che ti ho detto. Pensi solo a mangiare tu”
    “Senza mangiare non si campa, se ti pare poco.”
    “Vivi solo di istinti, come gli animali. E allora sai che ti dico? Sì, mi pare poco, anzi pochissimo, rispetto alle cose che contano, che io non ti ho mai fatto mancare.”
    “Che sarebbero… ?”
    “Attenzioni vere, dici che ti rendono felice. Per questo ai tuoi occhi sono sempre stata così speciale. O forse lo hai dimenticato?”
    “Provo a fare lo stesso con te, peccato, però, che tu non te ne accorgi, occupata come sei a guardare i difetti altrui”
    “Io non mi accontento.”
    “No, amore, lo so. Sono vent’anni che non ti accontenti: ti regalo fiori e non ti accontenti, ti invito a cena e non ti accontenti, i complimenti sono sempre pochi, cosa pretendi da me?”
    “Ti basta chiamarmi “amore”, vero? E regalarmi fiori e portarmi a cena fuori, ogni tanto, per essere a posto con la coscienza, ma io lo capisco sai, che lo fai solo per dovere, che i complimenti non sono autentici, non sono mica un’idiota.”
    “Sono stufo delle tue insicurezze.”
    “Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
    “Che vuoi dire?”
    “Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
    “Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
    “Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
    Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
    “Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
    “È un’ammissione, la tua?”
    “Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”
    “Sei un bastardo.”
    “E tu hai ragione: forse ho sbagliato a pensare che tu fossi speciale.”
    Lei fece un passo indietro.
    “Certo, ne basta uno”, poi si scagliò contro il marito e lo riempì di sberle.

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    • Ne basta uno. Sì, ma “uno” cosa? 🙂

      E poi: il finale mi sembra fuori fuoco. Lei sta per picchiarlo, ma non c’è nessun segno premonitore: non un urlo, non un gesto, nemmeno un punto esclamativo. Poi ci sarebbe da aprire le cateratte della grammatica: per me “Almeno per qualcuno lo sono davvero” significa che lui ha una relazione omosessuale e “Sì, ti ho accontentato” che la moglie è un uomo 😉

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      • :-O

        Okay, allora:
        1) “…forse ho sbagliato a pensare che tu fossi speciale” dice lui
        “Certo, ne basta uno” dice lei (ne basta uno speciale: sarcasmo relativo al biglietto)

        2) Il marito ammette il tradimento, lei gli dice “bastardo”, dunque accusa il colpo ma ha una reazione di sdegno che peggiora quando lui le dice “hai ragione, forse ho sbagliato a pensare che tu fossi speciale”. La rabbia aumenta e lei fa la battuta (con stizza e ironia) e poi lo piglia a legnate. (Magari la storia potrebbe continuare che lui prova a frenare questo suo attacco isterico, no?)

        3) Non capisco perché le cateratte della grammatica: avrei dovuto dire “per qualcuna” o “sì, ti ho accontentata”?
        Non ho mai sentito che, con riferimento a una figura femminile, si usi il pronome indefinito “qualcuna”.
        Su accontentato/a ho delle perplessità (cioè credo di essere sicura, ma accetto di mettermi in dubbio)

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        • 1) Non lo avrei mai capito 🙂
          2) Non so… il dialogo mi dà l’impressione di essere soffocato, come. Che non si lasci andare alla giusta dose di violenza.
          3) Io avrei detto qualcuna e accontentata.

          Però non saprei, eh. Io dico solo le mie sensazioni; magari “quello strano” sono proprio io 🙂

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          • Eh, no non è questione di stranezza o meno, parliamo di grammatica. Passi tutto il resto, quello che non piace, quello che non arriva, quello che non è scritto bene, ma le regole grammaticali non possono essere oggetto di interpretazioni soggettive: è corretto dire “qualcuno”, grammaticalmente. Se c’è un’aula piena di ragazze, l’insegnante dice: “c’è qualcuna di voi che può prestarmi una penna?”

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          • In questo caso “qualcuno” vuole dire “uno”, riferito a persona. Vale sia per un uomo sia per una donna. Diremo “c’è una che mi ama”, ma “c’è qualcuno che mi ama”. Non diremo mai “c’è qualcuna che mi ama”. Quindi per qualcuno lo sono davvero, per una lo sono davvero. Credo…

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          • Ma se io dico: “c’è qualcuno che mi ama” intendo dire che il soggetto (e il sesso) di chi mi ama è indeterminato. In questo caso è determinatissimo (oppure la moglie avrà una risposta molto ovvia alla domanda: “cos’ha lui che io non ho”).

            Dai, Hel: ti tocca fare un nuovo post (e Donata finirà per toglierti l’amicizia).

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          • Qualcuno vuol dire “alcuni” oppure “uno” oppure “persona importante”. Ci vorrebbe qualcuno pratico di grammatica per risolvere questo tuo dubbio, per esempio Donata. Non dici ci vorrebbe qualcuna pratica di grammatica per risolvere questo tuo dubbio, per esempio Donata.

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          • Sul “qualcuno” io penso che sia naturale utilizzarlo sia per riferirsi a un uomo che a una donna. Non penso sia una questione grammaticale (anzi: non lo ritengo affatto un errore di grammatica) ma una questione di abitudine. Voglio dire: nella vita di tutti i giorni, quando parliamo diciamo “c’è qualcuno che” senza badare al fatto che questa persona sia uomo o donna.

            Inoltre si tratta di una frase posta all’interno di un dialogo e credo che debba essere scritta con naturalezza per dare credibilità allo scambio di battute (eh, sì: sono un po’ fissato con la credibilità… 😛 ). Se Marina avesse scritto “qualcuna” sarei inciampato nella lettura inarcando il sopracciglio… 😀

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          • Sia la Crusca che Treccani, in buona sostanza, rimandano all’uso di entrambe le forme. La mia, se vogliamo, è più precisa ma fa riferimento a un uso della lingua meno attuale: la semplificazione in atto fa spesso cadere questo tipo di accordo in favore di una parola che rimanga invariabile.

            PS: Io ho inarcato il sopracciglio al “qualcuno” di Marina. E se dico che sono andato a letto con qualcunO, allora facilmente mi vedrete al prossimo Gay-Pride. È anche evidente che i miei gusti (di lingua e anche altro) sono molto all’antica. 😉

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  7. «Hai detto che ero speciale. Ma c’è una cosa che non ammetteresti mai: di esserti sbagliato.»
    «Hai messo in forno la cena?»
    Rise stizzita e gettò uno sguardo distratto al timer del forno che lentamente scandiva il tempo. «Che vuoi che mi importi della cena!»
    Mario aprì il frigo. «A me, importa. Senza mangiare non si campa, se ti pare poco.»
    Picchiò le mani sul tavolo: «Te la brucio la cena!»
    Erano uno difronte all’altro, ma i suoi occhi continuavano a ignorarla.
    «Sei peggio degli animali, neanche a loro basta la pancia piena per essere felici.»
    «Basta a me, per non essere infelice.»
    «Io non mi accontento.»
    «No, amore, lo so. Sono vent’anni che non ti accontenti.»
    «Amore, usi questa parola come un insulto.»
    «Ringraziami se non ringhio e mordo, gli animali lo fanno.»
    «Io sono stufa: questa non è vita. Non è quello che voglio.»
    «Davvero? E cosa vuoi?»
    «Un uomo.»
    «Certo, un uomo! Come ho fatto a non pensarci», esclamò, picchiandosi la fronte con una mano.
    «Farmi sentire che ci sono. Che ci sei per me.»
    «Fiori, baci, complimenti? Stronzate così? Magari, fingere di vivere solo per te?»
    Lei fece un passo indietro. «Lascia perdere, non sapresti neanche fingere.»
    Mario si scelse una birra e richiuse il frigo. «Hai ragione. Non so fingere. Ma su una cosa hai torto: so ammettere quando sbaglio. Mi domando se saperlo, ti fa stare meglio.»

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  8. Non so, proverò qualcos’altro.
    Intanto questa parte non mi convince:
    ” «Davvero? E cosa vuoi?»
    «Un uomo.»
    «Certo, un uomo! Come ho fatto a non pensarci», esclamò, picchiandosi la fronte con una mano.
    «Farmi sentire che ci sono. Che ci sei per me.»
    «Fiori, baci, complimenti? Stronzate così? Magari, fingere di vivere solo per te?»”

    Forse, così mi suona meglio:
    «Davvero? E cosa vuoi?»
    «Un uomo…»
    «Certo, un uomo! Come ho fatto a non pensarci», la incalzò, picchiandosi la fronte con una mano.
    «Qualcuno che mi faccia sentire che ci sono. Che ci sia per me», proseguì, con la voce che le si strozzava in gola.
    «Fiori, baci, complimenti? Stronzate così? Magari, dovrei fingere di vivere solo per te?»

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