Palestra di dialogo – il contorno


da Internet
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Continuiamo questa piccola carrellata sui dialoghi e sulla tecnica che ne sta alla base. La volta scorsa abbiamo visto che un dialogo serve a produrre una piccola trattativa tra i personaggi, avendo come fine ultimo una modifica dei loro rapporti. Certo non serve né come riempitivo, né come strumento per passare informazioni al lettore; personalmente sopporto poco quando un autore produce battute del tipo:

«Oggi ho visto Mario, tuo marito.»

perché è chiaro che una moglie non ha bisogno di farsi spiegare a chi sia maritata. Così come un chitarrista – magari la rockstar protagonista del romanzo – non dovrebbe rivolgersi mai a un collega dicendo:

«Come ben sai, un giro armonico classico è composto dalle note Do, La minore, Re minore, Sol settima.»

perché verrebbe inchiodato da un’occhiataccia (nella migliore delle ipotesi).

Stabilito quindi che il lettore è un mero spettatore di qualcosa che accade, e che ogni cosa che accade (quindi anche un dialogo) serve solo a modificare rapporti e relazioni in modo che la storia avanzi, c’è un’altra cosa che andrebbe tenuta presente: la coerenza simbolica di tutto quanto è presente nel testo. Helgaldo, molto tempo fa, scrisse un bel post che riguardava l’ambientazione; quello che ha scritto vale per le descrizioni anche in senso lato: la volta scorsa il mio dialogo si è svolto vicino a un frigorifero. Nessuno si sarà posto il problema del perché, immagino. Se lo rileggete, scoprirete che, nel mio piccolo, avevo cercato un parallelo tra lei e il frigo: entrambi freddi, da cui lui prende quello che gli aggrada senza dover pensare di doverlo in un qualche modo riempire, meno che mai scaldare. Ogni parola in una storia dovrebbe avere un proprio perché, anche quella della più inutile descrizione.

Certo in un dialogo tanto breve, del tutto estrapolato dal contesto, era difficile notare questo particolare. È anche vero che era messo lì proprio per non essere notato, ma per dare uno spessore alla scena come se fosse una specie di messaggio subliminale. Oggi quindi faremo qualche esercizio proprio su questo: io vi fornirò un contesto e un dialogo, e voi cercherete di migliorarlo “condendolo” con particolari che possano riflettere simboli e significati. Il dialogo non è mio ma l’ho preso dall’incipit del primo romanzo auto-pubblicato che ho trovato; corretto qualche errore e “spacchettato”, è pronto per una robusta operazione di “aggiustaggio”. Questo dialogo, brevissimo, non fa certo avanzare la storia: siete pertanto liberi di rimodellarlo in coerenza con l’esercizio di oggi.

Contesto: Christian Leone (C) ha qualche vecchia ruggine con il professor Giuseppe Iovine (I), docente di filosofia. Christian ama le opere di Dan Brow come Angeli e Demoni, che considera avvincenti e ricche di cultura (sic. E anche sigh.) mentre con la professoressa di Lettere (L) ha un rapporto migliore. Con il resto della classe i rapporti sono nulli: Christian pare disinteressarsi di tutti e loro, a tutta prima, ricambiano. Al primo giorno di scuola, Christian arriva in ritardo; durante la mattinata tutti hanno qualcosa di speciale della loro estate da raccontare ma lui sente di non avere nulla da dire e non ha voglia di ascoltare nemmeno Marco (M), un compagno con il quale ha legato appena un po’.

Dialogo:
C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
I: « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
[passa la prima ora]
L: « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
C: « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
L: « Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario. »
C: « Ci proverò. »
[passa la mattinata]
M: « Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
C: « Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo. »
M: « C’è qualcosa che non va? »
C: « Marco, ho appena detto che non conosco il perché. »

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30 pensieri riguardo “Palestra di dialogo – il contorno

  1. C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
    I: « Leone, vai subito fuori. Entrerai la prossima ora, se chi verrà dopo di me sarà più magnanimo. »
    [passa la prima ora]
    L: « Leone, Leone, sei proprio incorreggibile. Speravo che l’estate ti avesse fatto bene! »
    C: « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
    L: « Immagino, ma conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta cerca di arrivare per tempo. Fatichiamo tutti ad alzarci la mattina. »
    C: « Ci proverò. »
    L: “Ci riuscirai.”
    [passa la mattinata]
    M: « Chri! Sai che sono stato in Grecia? Che mare, che ragazze, che souvlaki! »
    C: « Uhm. »
    M: « C’è qualcosa che non va? Le tue vacanze? Non mi hai mandato neanche un messaggio.»
    C: « Sono nervoso, sono sempre nervoso quando sono qui. Il professor Iovine mi ha messo subito di pessimo umore, e toccherà sopportarlo per nove mesi! »

    Il dialogo di base non è molto ispirante, Michele. ma ci ho provato.

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  2. C: « Buongiorno, scusi il ritardo. »
    I: « Non lo scuso. Fuori. »
    C: « Ma professore… »
    I: « Chi avete alla prossima ora? Lo spiegherai a lui »
    [passa la prima ora]
    L: « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
    C: « Ero in ritardo di due minuti! »
    L: « Lo sai quanto è pignolo il professor Iovine. La prossima volta cerca di arrivare in orario. »
    C: « Ci proverò. »
    [passa la mattinata]
    M: « Chri! Perché stai così sulle tue? »
    C: « Sono nervoso, non so nemmeno io il perché. »
    M: « Qualcosa non va? »
    C: « Ti ho detto che non lo so! »

    Ho tolto ciò che mi sembrava ridondante (“di SOLI due minuti”, “NON SO… quindi NON CHIEDERMELO”, “ti ho APPENA detto”) o anche non del tutto corretto (“TE ne stai sulle TUE”).
    E poi qualche piccola variazione discorsiva per dare (a mio modesto e opinabile avviso) maggiore naturalezza alla conversazione.

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    1. Il dialogo è piatto proprio perché deve essere riempito: se avessi preso un bel dialogo, magari di Shakespeare, sarebbe stato impossibile da lavorare proprio perché sarebbe stato perfettamente costruito. Sotto ho fatto un esempio (anche rubando un po’ 😉 )

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  3. Mmmm… no: direi che mi sono spiegato piuttosto male, a quanto vedo. Quello che ci serve è il contorno, cioè calare il contesto nel dialogo. Una cosa così, per esempio:

    Quando entrai in classe erano tutti già ai propri posti. Sedie e banchi disposti simmetricamente. Ragazzi rigidi come assi di legno, come solo il professor Iovine era capace di fare. Io, per tutta risposta, entrai molleggiandomi sulle gambe con l’aria di chi entri in pista da ballo piuttosto che a scuola:
    « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
    La risposta, tagliente, non si fece attendere:
    « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »

    Così me ne uscii senza dire altro e mi sedetti sulla scala che era vicino alla porta della mia aula; non che la cosa mi dispiacesse anche se avrei preferito che fosse l’ora di ricreazione per guardare le ragazze. Se ne sarebbero state tutte eccitate a raccontarsi le avventure dell’estate, avventure che io non avevo avuto. Ragazze con le gambe accavallate, ragazze con le gambe non accavallate, ragazze con gambe pazzesche, ragazze con gambe orrende, ragazze che dovevano essere ragazze stupende, ragazze che dovevano essere delle stronze, a conoscerle. Sarebbe stato un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Invece dovetti attendere di entrare con la professoressa di lettere; arrivò vestita con una gonna scura come un lunedì di gennaio. Quando mi vide non seppe dire altro che:
    « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
    « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
    « Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario. »
    « Ci proverò » sospirai.

    La mattina passò inutile. Non facevo altro che domandarmi chi fossero, i miei compagni, che ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutti quanti. Una volta finita la scuola e l’università, dico. Mi immaginavo che quasi tutti sarebbero diventati dei perfetti cretini. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa con la sua stupida macchina con un litro. Un altro se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping-pong. Qualcuno, infine, sarebbe diventato di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. L’aula era come vuota, piena solo di fantasmi. Solo Marco era riuscito a condensare due parole per me:
    « Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
    Ma io non ne avevo proprio per nessuno:
    « Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché. Quindi non chiedermelo. »
    « C’è qualcosa che non va? »
    « Ti ho detto che non è aria » intimai.

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  4. Si dice che la fortuna sia cieca. “E la sfiga ci vede benissimo” pensò Christian. Quella massima era talmente vecchia che non lo faceva nemmeno più ridere. Anzi: pareva una persecuzione. Proprio quel giorno, il primo giorno di scuola, era riuscito a prendere al volo solo l’ultimo bus. Peccato che avrebbe dovuto prendere quello precedente per arrivare con un buon anticipo, giusto quel quarto d’ora utile per non dover correre in classe a perdifiato. Maledetta sveglia. Con l’ultimo bus sarebbe arrivato davanti a scuola solo tre minuti prima dell’inizio delle lezioni. Di solito erano sufficienti per salire di corsa in classe. Ma quel mattino alcuni lavori stradali avevano costretto i mezzi pubblici a un giro più largo. E più lungo.
    Christian arrivò quindi in ritardo di una manciata di minuti. Un ritardo che avrebbe potuto essere insignificante per tutti. O quasi.
    «Buongiorno, professore.»
    Christian entrò in classe e si avviò con malcelata disinvoltura al banco.
    Il professor Iovine, proprio l’ultima persona al mondo che avrebbe voluto rivedere il primo giorno di scuola, lo squadrò con la solita freddezza glaciale.
    «Leone» rispose senza salutare. «Che fa, scusi? Si accomodi fuori, entrerà la prossima ora». Il tono distaccato era perentorio e trasudava ovvietà.
    “Sguardo spento, viso di cemento”. Christian ricordò la fama che si era guadagnato il professore. Uscendo riassaporò l’amarezza che gli suscitava quell’individuo e la sua ostinazione a dare del “lei” agli studenti. Era il modo più perfido per tenere le distanze. Non gli rimase che accomodarsi fuori. Il motivo era sottinteso, non aveva bisogno di farselo spiegare: il suo ritardo – di soli due minuti – non era passato inosservato. “La sfiga ci vede benissimo” ripensò.

    La giornata era iniziata male ma cercò di guardare il lato positivo: non avrebbe rivisto Iovine per il resto della settimana visto che il programma scolastico del nuovo anno prevedeva solo un’ora di filosofia. Cercò di distrarsi con lo smartphone e informò sua madre dell’inconveniente con un breve messaggio. Lei, magnanima, gli rispose con una “faccina” di consolazione.
    Passò in corridoio la professoressa di Lettere a illuminargli la giornata. Era una dei pochi docenti che sapeva stimolare la sua curiosità e che, soprattutto, non giudicava con supponenza la scelte delle sue letture. Gentile come sempre, aveva intuito la situazione e lo apostrofò con simpatia.
    «Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo…»
    «Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti» si giustificò lui.
    «Conosci la severità del professor Iovine» disse lei inarcando un sopracciglio con tacita complicità. Pur essendo passata un’intera estate quella giovane professoressa riusciva a riallacciare rapporti con i suoi studenti come se li vedesse tutti i giorni. Christian apprezzò quel breve scambio di comprensione. «La prossima volta vedi di essere in orario.»
    «Ci proverò».

    La mattinata passò pigra, come tutti i tipici primi giorni di scuola, quando si riprendono lentamente le abitudini con l’estate ancora negli occhi. Al pari del professor Iovine, Christian ritrovò anche tutti i suoi compagni. A parte la stima e la pura cordialità, non aveva un grandissimo rapporto con loro. Ma come poteva averne? Mentre loro se ne stavano lì a parlare di vacanze, mare, montagna, avventure estive e calcio, lui si era trastullato con letture e cinema, spinto costantemente dalla voglia di scoprire il mondo e di fantasticare su di esso. Anche a volerlo, davvero non riusciva a trovare di che attaccar bottone. E come se non bastasse, Christian odiava i videogiochi e non riusciva ad apprezzare lo sport in genere. Solo Marco, il classico secchione della classe, poteva capirlo. Ma in fatto di letture e cinema, erano su due pianeti diversi. Christian amava la narrativa d’azione, Marco i grandi classici.
    «Chri! Perché te ne stai sulle tue?» gli chiese.
    «Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo» rispose cercando di tagliare corto.
    «C’è qualcosa che non va?»
    Già, cosa c’era che non andava? A parte la sveglia, il bus, il ritardo e Iovine, tutto sommato, non c’era nulla che non andasse. Oppure no? Forse la ripresa della scuola aveva riportato alla ribalta quel sentimento velatamente frustrante di sentirsi solo, di non avere nessuno con cui condividere con entusiasmo i suoi interessi.
    «Marco, ho appena detto che non conosco il perché» ribadì Christian cercando di scacciare i suoi pensieri.

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  5. E rendere la tua storia in un contesto non convenzionale, per esempio fantastico? Del tipo…

    “Nulla di ciò che ho visto è vero” si disse Christian. Se lo stava ripetendo da quando si era svegliato, ma non riusciva a pensare ad altro. La rivelazione che aveva avuto in sogno era troppo assurda e al tempo stesso troppo reale per riuscire a distrarsi.
    “E anche se fosse vero, meglio comportarsi come nulla fosse.” si disse, mentre entrava dalla porta principale della scuola. Prima di salire le scale per raggiungere la sua sezione, controllò l’orologio sospeso sopra al box dei bidelli.
    “Mannaggia, con tutto quello che è successo ho fatto tardi!” realizzò, affrettando il passo.

    Appena aprì la porta, si ritrovò addosso gli sguardi di tutti i compagni di classe, e si sentì a disagio: non gli piaceva essere al centro dell’attenzione. Subito dopo, un fatto lo sconvolse: ogni compagno era nella stessa posizione, con le braccia allungate sul tavolo. Più che tante persone, sembravano la stessa, copiata più volte come in un quadro surrealista.
    “Dio mio, allora è vero che tutti tranne me sulla terra sono stati sostituiti da robot alieni stanotte!” pensò, sgranando gli occhi. Fu solo un attimo, poi Christian cercò di acquisire di nuovo il controllo. Doveva comportarsi normalmente se voleva che non lo scoprissero.
    In quel momento, sentì qualcuno schiarirsi la gola. Girandosi verso la cattedra, vide che il professor Iovine – o quello che ne aveva preso le sembianze – lo squadrava a braccia conserte.
    «Buongiorno professore, scusi il ritardo.» balbettò, cercando di mascherare lo sconcerto nel tono di voce.
    «Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà.» sibilò il professore, secco.
    “Potevano sostituirlo con un robot più gentile, invece di una copia perfetta” pensò Christian mentre usciva, sorridendo con amarezza. Sarebbe stata una battuta divertente, se non fosse per l’inquietudine di tutta la situazione.

    L’ora successiva era quella della professoressa di lettere. Appena la vide, Christian si sentì raggelare. Era ovvio che anche lei fosse stata sostituita, ma non l’aveva ancora realizzato.
    «Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo.» disse lei, avvicinandosi. Christian si spaventò quando vide nel suo sguardo un bagliore metallico che cozzava con la sua espressione allegra.
    «Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti.» biascicò, cercando di non dare a vedere il suo stato d’animo
    «Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario.» lo rimproverò lei.
    «Ci proverò.» replicò Christian, ma la sua mente era altrove.
    “Ho perso una delle poche persone che teneva davvero a me.” realizzò, mentre abbassava la testa, cercando di ricacciare indietro le lacrime.

    “Assurdo, è tutto così assurdo! Mi sembra di essere in un romanzo di Dan Brown” pensò Christian mentre usciva dalla classe. La tensione lo stava divorando: quando qualcuno gli toccò la spalla, sobbalzò.
    Girandosi di scatto, Christian si accorse che era Marco, forse l’unico dei suoi compagni con cui aveva legato un po’. O meglio: era il robot umanoide che imitava in tutto e per tutto Marco. «Chri! Perché te ne stai sulle tue?» disse, con un aria preoccupata.
    «Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo.» mentì lui. Lo sapeva benissimo, il perché.
    «C’è qualcosa che non va?» lo incalzò l’altro.
    «Marco, ho appena detto che non conosco il perché.» ripeté, impaurito. Cosa voleva da lui quell’essere?

    P.S. a me Dan Brown piace. Non sarà il miglior romanziere del mondo, ma trovo i suoi libri divertenti 😀 .

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      1. Credo che sia perché a me la letteratura del fantastico attrae molto di più di quella mainstream, che si tratti di leggere oppure di scrivere. E così cercando di inventarmi qualcosa sul tuo dialogo, mi è venuta fuori questa sorta di mini-tributo alle storie allucinate di Philip K. Dick 😀 .

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        1. Pensavo che alla base ci fosse una motivazione simbolica: per esempio, il fatto che siano tutti dei robot avrebbe potuto riflettere la società omologante di oggi. Attraverso questa metafora il contesto assume un nuovo spessore; il fatto che lui sia l’unico potrebbe avere un senso salvifico oppure descrivere l’alienazione di chi non si integra (come descritto nel contesto), ecc ecc.

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          1. Non avevo pensato a questo. In effetti, nelle mie storie mi capita spesso di inserire alcune metafore simili, o almeno qualche elemento simbolico. Ma stavolta volevo solo scrivere qualcosa di carino e anticonvenzionale attorno al tuo dialogo, tutto qui ^_^ .

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  6. La campanella era appena suonata quando portai il mio corpo ancora assonnato davanti all’ingresso principale della scuola. A distanza osservavo gli studenti scambiarsi rapidi cenni di saluto e affettuose pacche sulla spalla, mentre si affrettavano a raggiungere le loro aule. Pensai a un branco di pecore. Io no. Mi spostavo a passo di bradipo. Che motivo aveva quell’euforia? Era solo il primo giorno di scuola. Un giorno inutile. Mi sforzai di riportare i pensieri alla realtà e raggiunsi la classe. Raddrizzai le spalle e mi decisi a entrare. I miei compagni erano già tutti li, seduti nei loro banchi come bravi bambini.
    C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
    I: « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
    Tutti gli occhi si fissarono su di me. Risposi con un ghigno e infilai la porta. Non avevo nessuna voglia di seguire quella lezione. Arrivare in ritardo aveva i suoi vantaggi, dopotutto. Sfilai la giacca e lasciai cadere lo zaino sui gradini, dove mi misi a sedere. Tirai fuori l’e-reader e presi a leggere, per la terza volta, un capitolo di Angeli e Demoni, rammaricandomi di non essere un illuminato. Il tempo passò più in fretta del previsto. Mentre fissavo lo schermo sentii il suono della campana che annunciava la fine della prima ora e rumore di sedie che venivano spostate. Sistemai l’e-reader nello zaino e mi alzai. In quel momento, notai la professoressa di lettere che avanzava verso di me.
    L: « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
    Mi ammonì con quella gentilezza solita, capace di richiamarmi all’ordine.
    C: « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
    L: « Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario. »
    C: « Ci proverò» dichiarai, sapendo di mentire. Scostò indietro i lunghi capelli neri e mi cedette il passo per lasciarmi entrare in classe. Il resto della mattinata trascorse senza avvenimenti degni di nota. Le solite chiacchiere tra compagni nello spacco tra una lezione e l’altra; tema: vacanze, vacanze e ancora vacanze. Cosa avrei potuto raccontare io, ammesso che me l’avessero chiesto? Che mi ero fatto il culo tutta l’estate a lavorare per pochi euro in una pizzeria?
    M: « Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
    La voce di Marco bloccò il mio rimuginare, ma non la sensazione di disagio e amarezza che mi si rovistava dentro. A esclusione della professoressa, lui era stato il solo a rivolgermi la parola, ma io non avevo nessuna voglia di giocare ai compagni di scuola.
    C: « Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo. »
    Non gli avrei raccontato i fatti miei, anche se ne avevo un disperato bisogno. Essere scortese, tenerlo a distanza, questo dovevo fare.
    M: « C’è qualcosa che non va? » Mi fissava con la fronte aggrottata e un sorriso appena accennato.
    C: « Marco, ho appena detto che non conosco il perché. »

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  7. I miei pensieri, i miei compagni, il mio e-reader… nella testa temo di avere una coltivazione selvaggia di aggettivi possessivi. Si possono togliere, perfavore? Grazie.

    Buongiorno 🙂

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  8. Caspita, questo è un bell’esercizio! Ma in testa ho troppa roba…davvero. Ho il gran finale per il thriller che ribolle da ieri…poi ho un racconto che sta lì da un po’ (titolo: “Formiamo persone felici”, una cosa stranissima, non manco io da dove arriva), poi ho un racconto con i sei personaggi in cerca d’autore di Silvia Algerino (che penso di titolare: “Condominio Rosa”, che è il nome del condominio dove vivo, così i condomini di sicuro saran costretti a leggere 😛 ), e ieri sera m’è venuto in mente che arriva San Valentino…e non lo vuoi scrivere un racconto per San Valentino?
    Non vorrei dire, ma da quando frequento questo tuo blog e questi esercizi, mi si sono aperte le cateratte del cielo della scrittura! 😀

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    1. Sono contento di contribuire allo sbloccaggio di chi scrive. 🙂
      Gli esercizi sono qui anche a futura memoria: non sono compiti in classe, da consegnare entro un certo tempo. Possono persino essere svolti in privato, senza la necessità di condividere il proprio operato: sono a disposizione di chiunque li voglia usare per migliorare 😉

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  9. Lo avevo scritto e me lo sono dimenticato dentro la cartella che raccoglie i miei esercizi letterari nel tablet. Credo che fosse ancora lì perché era da rivedere. Ma non lo farò. Lo pubblico così com’è.

    La foto sbucò dal diario, mentre, seduto dentro il pullman, Christian si stava accertando di avere messo il libro di Platone dentro lo zaino. Era il giorno del rientro a scuola dopo le vacanze estive e chi aveva alla prima ora? Quel rompiballe del professore Iovine, di Filosofia. Questa chiamasi sfiga.
    Prese la foto, se la rigirò fra le dita e Karla, la ragazza danese conosciuta in campeggio, piroettava davanti ai suoi occhi assorti.
    Era stato talmente poco il tempo trascorso insieme: un incidente con la tavola da windsurf, una coca cola offerta al beach bar, un falò in spiaggia, l’altro che ci provava come lui, un cretino che faceva il figo solo perché aveva qualche etto in più nei muscoli.
    “Occavolo, la fermata del pullman. Si fermi, si fermi! Scendo qua.”

    C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
    I: “Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà.”
    C: “Ma prof., è il primo giorno di scuola, un po’ di pietà!”
    I: “Ancora con questo Prof.! Io sono il professore Iovine. Professore, capito? Va beh, non mi fare perdere tempo, Leone. Vai, vai…
    Lo sapevo. Uno stronzo resta stronzo, c’è poco da fare!

    [passa la prima ora]

    L: “Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo.”
    C: “Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti.”
    L: “Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario.”
    C: “Ci proverò.”
    Christian rivolse all’insegnante di italiano un sorriso di circostanza e uno d’intesa a Marco, l’unico della classe che non gli stesse sulle palle.
    M: “Ho un mare di roba da raccontarti” – disse il compagno a bassa voce – la Sardegna è piena di gnocche che basta che fai un po’ il cretino con loro e te la servono su un piatto d’argento”
    Christian strinse nel frattempo la foto che aveva tolto dal diario e messo in tasca.
    C: “Davvero?”, senza troppo entusiasmo.
    M: “Ma che hai? Perché te ne stai sulle tue?”
    C: “Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo.”
    M: “non mi dire che è per il professore Iovine!”
    C: “ma no, quello è uno psicopatico!”
    M: C’è qualcosa che non va?”
    C: “Marco, ho appena detto che non conosco il perché.”
    Mentiva. Anche lui aveva incontrato in vacanza una gnocca che, però, l’aveva servita sul piatto d’argento all’altro: il cretino palestrato.

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