Miniplot #7


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L’esercizio di oggi è un Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

L’incipit di oggi è: “La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose”…

Il mio miniplot è: La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose. Di tutte le cose che avrei potuto fare in quell’istante scelsi di fare la più giusta e la più sbagliata insieme: mi avvicinai e le passai una mano sulla guancia, poi dissi solo: “Ho un’altra”.

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40 thoughts on “Miniplot #7

  1. “La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose. Strane, mah neanche troppo. Il solito letto, spogliarsi affamati per placarsi troppo presto rispetto alle previsioni. Strano fu il silenzio che seguì, senza alcun modo di riempirlo di noi, perchè non esisteva ancora un noi, eravamo soltanto e ancora lei e io, distinti e distanti: non avrebbe funzionato.”

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  2. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose. Seduta sul letto, piangeva copiosamente ma senza un lamento, nemmeno un singhiozzo. Aveva in mano ancora il cellulare con cui mi aveva chiamato, dicendomi solo: “Mi ha lasciato”. Quello che ancora non sapeva è che lui l’aveva lasciata per me.

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  3. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose.
    La guardai sbalordito, anche perché io avevo una cravatta al collo che mi strozzava e la testa in cui avrei affondato volentieri le mie unghia, quasi avessi un’orda di pidocchi scalmanati fra i capelli al posto del gel. In più, avevo svuotato mezza boccetta di profumo per coprire l’odore della naftalina che una notte all’aperto non aveva fatto evaporare dal mio completo in tweed, dimenticato per anni dentro l’armadio.
    Mia sorella stava per sposarsi.
    O forse no, considerato il modo in cui continuava a fissare l’alieno adagiato sul letto: il suo abito da sposa.

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  4. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose. Alimentai ulteriormente quel silenzio non riuscendo a proferire parola. Andai in bagno a struccarmi, mi infilai nella doccia e lasciai che l’acqua calda sciogliesse i nodi del corpo e dell’anima. Indossai l’altro accappatoio in dotazione alla suite e mi sedetti sul bordo del letto ad aspettare.

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  5. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose.
    Era bellissima anche così, al naturale, senza fronzoli inutili, senza tutta quell’apparenza pesante di cui era solita ornarsi per il suo lavoro, quello in cui indossava una maschera per apparire al mondo ogni volta in modo diverso.
    La guardai e avrei voluto abbracciarla, poi guardai l’orologio e le dissi: “Adesso preparo la base per il trucco, si va in scena anche stasera, il teatro è pieno”

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  6. Trovo molto interessanti gli sviluppi di Giulia e Barbara; è come se ampliassero la “scena” dando così modo alla storia di proseguire anche in altre direzioni.

    Approfitto del testo di Barbara per chiedere un chiarimento. “Mi ha lasciato”. Ho sempre il dubbio: maschile o femminile? Mi ha lasciato sola o mi ha lasciata sola.

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  7. ​​La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose. Le peggiori. Lo sguardo a metà tra l’assente e l’assorto mi rievocava sinistri ricordi. Era in ascolto. Capitava raramente ma quando succedeva c’era poco da stare allegri. Perché lei “percepiva le strane vibrazioni”. Strane vibrazioni che in altri momenti chiamava segnali dal futuro, predizioni, messaggi, premonizioni.

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  8. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose.
    “Non sei ancora pronta? Il taxi è giù che ci aspetta.” Rimasi sulla porta a fissarla, la felicità ancora accesa sul volto. La vidi darmi le spalle e percorrere la stanza fino alla finestra. Fuori il cielo cominciava a imbrunire.
    “Dove sono i tuoi bagagli? Posso portarli giù io, intanto che ti prepari.”
    Si voltò e sollevò appena lo sguardo su di me. Continuavo a ignorare la muta risposta che le leggevo negli occhi. Mi avvicinai, le presi le mani: “faremo tardi in aeroporto…”
    Lei si ritrasse scuotendo la testa: “non posso farlo. Io… Non verrò con te.”

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  9. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose, più assordante delle parole vuote che ci eravamo scambiate ogni giorno per mesi. Presi una salvietta e mi pulii le labbra dal rossetto, volevo rimanere nuda anch’io, lasciare che mi guardasse come mi aveva permesso di vederla, indifesa, senza maschera. Passò un dito sulle mie labbra prima di baciarle, solo allora capii che era un addio.

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  10. La trovai in accappatoio, con i capelli legati come sempre e senza trucco. Nessun rumore, nessun suono: un silenzio che suggeriva strane cose.
    É pericoloso l’attimo in cui nessun altro rumore riesce a soffocare gli echi più lontani e sinistri che rimbombano dalle profondità oscure della mente. Mi avvicinai alle sue spalle posandogli le mani intorno al collo, come se volessi carezzarla e baciarla sulla nuca, cosa che feci. Eppure, mentre posavo le labbra sui suoi capelli ancora umidi, valutavo la mia capacità di mantenere la freddezza necessaria per strozzarla. Le mie dita scorrevano apparentemente affettuose sulla sua pelle senza che lei indovinasse i miei segreti propositi omicidi.
    “Dove mi porti stasera?” domandò lei con la sua voce più dolce che tuttavia ormai mi risuonava odiosa.
    “Non so, devo prima terminare un lavoro importante” le risposi, valutando che se ero deciso a compiere quel passo dovevo prima costruirmi un alibi inattaccabile.

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