Miniplot #8


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L’esercizio di oggi è il Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

L’incipit di oggi è: “Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre”…

Il mio miniplot è: Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre avevo da poco compiuto cinquant’anni. Sarà stata la cifra tonda. O forse il rendermi conto che avevo un mare di acciacchi che non erano più casuali e ricordavano troppo da vicino quelli di cui lui si era sempre lagnato. Soprattutto, la consapevolezza che il buco che aveva lasciato non si sarebbe riempito, profondo com’era per colpa di tutte le cose che aveva usato in vita e che adesso se ne stavano lì, in casa, a prendere polvere. A mostrarmi, per differenza, il calco delle mani che non le stringevano più.

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44 pensieri riguardo “Miniplot #8

  1. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre mi rinchiusi in camera lasciando Annarella sul divano a guardare la televisione. Non ce la feci a dirle che avevo perso tutto. Il lavoro, i soldi risparmiati da sempre per il mio progetto. E che doveva di nuovo rinunciare ai bei vestiti, alle uscite, alle grandi cose. Dovevamo di nuovo sopravvivere. Non sono un eroe che salva tutti come credevo, sono un comune mortale che mette la sua donna in condizioni di miseria. Mi faccio schifo.
    Annarella sentì uno sparo.

    (Non si può scrivere solo di cose allegre, stamani è così)

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  2. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre, piansi. Un bambino sente parlare di morte e crede sia una di quelle cose che capitano agli altri per qualche sfortunata disgrazia. Ma un giorno tuo padre muore e non puoi sfuggire, capisci di essere fatto di quella stessa materia. Ora, mi chiedo solo come sarà quando toccherà a me.

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  3. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre feci un giro al camposanto del paese, giusto per rendermi conto davvero che lo eravamo tutti, non solo io e lui. Il sonno eterno di papà era altrove, nella sua cittadina d’origine per suo espresso desiderio, così non avevo mai varcato il cimitero prima di quel giorno in cui avevo ritirato esami del sangue pieni di asterischi. Il cancello cigolò come sembrava persino logico, e la pace lì dentro mi piacque subito: nevicava, e mi venne in mente una battuta “perbacco! Non c’è anima viva qui!” Rimasi a lungo a contemplare il manto bianco che copriva tutto in un soffice oblio e la morte mi sembrò meno spaventosa. Poi feci la strada a ritroso, cercando di rimettere i piedi nelle mie stesse impronte per non crearne altre, e mi presentai all’ambulatorio medico per capire almeno di cosa sarei morto e tra quanto tempo.

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      1. Anche a me. Mio padre però è sepolto qui nel cimitero più grosso di Milano, tanto che all’interno ci gira un autobus. I miei nonni invece in Valtellina è un’altra storia. Comunque in entrambi i casi sono abbastanza brava a ritagliarmi un angolo tutto mio, come dici tu, per le chiacchiere.

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  4. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre feci testamento poiché, non avendo né ascendenti né discendenti ed essendo l’ultimo rappresentante della mia stirpe, sapevo che quelle poche materialità racimolate sarebbero diventate proprietà del governo ma, soprattutto, mi preoccupavo di mettere i miei scritti in mani sicure perché contenevano le mie vite segrete. Per nulla al mondo avrei voluto scoprirle ed essere costretto a ricompormi in veste umani.

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  5. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre decisi di andarmene. Lui giaceva in un letto d’ospedale accudito dalle mie sorelle, al meglio delle possibilità che la scienza offriva. La sua memoria perduta per sempre, il suo spirito vagante chissà dove. E la sua anima? Bisognerebbe esser certi d’averla, un’anima. Non credo di averne mai avuta una, nemmeno prima d’allora. E se l’avevo, ora è sicuramente perduta. Da almeno duecento anni. Senza rimpianti.

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        1. “La sua memoria perduta per sempre…”
          “E se l’avevo, ora è sicuramente perduta.”
          Ripetizione.
          Che magari ci può anche stare se vogliamo crearci un legame. Però “non è fine” 🙂

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      1. Poi ti dirò. Non ho letto nulla di lui. In realtà vorrei leggerlo in spagnolo, perché non lo sto facendo. Comunque noi due siamo come il cane e il gatto, quello che piace a me, non lo è per te. 😁 Se ci mettevamo d’accordo potevamo scrivere per l’antologia successiva di Buck e il terremoto. Roba seria. Mi ricordo ancora il tuo racconto, molto bello.

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  6. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre, capii finalmente il senso profondo del suo avvertimento. Nonostante tutto, diceva sempre, non siamo immortali. Ma io, dopo aver vissuto settecento anni, non nutrivo più nessuna speranza per quelle sue parole. L’immortalità ormai era solo una maledizione, una condanna infame alla solitudine eterna. Il mio stupore fu quindi grande quando scoprii che la chiave di tutto era un’eclissi totale di sole…

    P.S: booooongiorno! 😀

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      1. Non riesco a raggiungere il link… Cosa ho fatto? Un plagio inconsapevole?
        Chiedo venia. Di solito quando mi documento lo faccio sia per non scrivere strafalcioni, sia per non plagiare storie esistenti. È più difficile la seconda attività… 😛

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  7. Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre, avrò avuto sì e no dieci anni, provai un moto di rabbia profonda nei confronti di mia madre. Lei, però, non era lì. Lei non era mai lì, se non quando desiderava esserlo, cosa che avveniva assai di rado. Allora compresi fino in fondo quale profonda maledizione fosse essere il figlio di Afrodite. Mi aveva portato solo l’invidia del seme di Priamo, perché, anche se loro erano i figli del re, erano obbligati a onorarmi come fossi pari, se non superiore a loro. Ovviamente questo accadeva solo quando c’erano degli adulti nei paraggi. Appena ci incontravamo da soli erano insulti e pugni e loro erano tanti e io uno solo. Ma pensavo, mi illudevo, che la deferenza dei sacerdoti avesse un valore. Invece ero solo un orfano di madre viva, se vivi si possono definire gli dei, che per ringraziare mio padre di averla messa incinta lo aveva azzoppato. Ma anziché urlarle la mia rabbia, dovevo portare incenso e offerte al tempio che le era dedicato oppure avrei portato la sventura sulla città.
    In retrospettiva, non sarebbe cambiato poi molto, ma a dieci anni pensavo ancora che Troia solo una divinità potesse distruggerla.

    Ops, mi sono un po’ dilungata.

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  8. “Quando scoprii che sarei stato mortale come mio padre, fu allora che presi la decisione di sparire” esclamò l’uomo seduto al bancone del bar, l’unico locale di quella sperduta isoletta greca. Il barista annuì, aveva sentito quella storia tante volte e, ormai, quell’uomo era invecchiato e forse vicino alla morte proprio come quel padre di cui serbava il ricordo e forse il rimpianto, ma probabilmente anche il rimorso di averlo lasciato solo assieme al resto dei suoi affetti.

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