Thriller paratattico n. 71 – L’insostenibile peso della Verità


Dopo qualche mese di assenza torniamo a parlare del Thriller Paratattico di Helgaldo. Non sarà l’inizio di una nuova serie ma un esercizio estemporaneo, nato da una riflessione su cose che ho letto in rete: oggi parliamo dunque della Verità.

Helgaldo, in un suo guest post pubblicato sul blog di Salvatore, ha scritto:

Oscar Wilde ha fallito. Come Dorian Gray combatte e perde la sfida per conservare la sua bellezza fisica, così Wilde perde quella con l’estetica letteraria. Il suo classico, tutti i classici, vengono indicati come oggettivamente belli perché hanno resistito all’usura del tempo. Ma è una conclusione scorretta, a mio avviso. Non si tratta di bellezza estetica. Si tratta invece di verità.
Dorian Gray e tutti i classici che gli sono pari, sono oggettivi perché veri, non perché belli. Nel profondo raccontano la verità. E la verità sa essere bella anche quando è cruda, spiacevole, inguardabile. E tutte le volte che da lettori incrociamo libri veri, quei libri inevitabilmente ci attraggono e ci piacciono. Allora, istintivamente, li definiamo belli.

Anche Giulio Mozzi in “Parole private dette in pubblico” dice:

Insisto: la letteratura serve a parlare della verità. Non ha competenza esclusiva sulla verità. Non ha pretese sulla verità. Non si dà lo scopo di determinare la verità. […] Possiamo parlare della verità indipendentemente dalla nostra opinione sulla sua esistenza, così come possiamo parlare indifferentemente di cose che esistono e di cose che non esistono […] La letteratura non ha altra utilità.

Infine Francesca de Lena  nel suo blog commenta:

La verità (che non possederemo mai) di un narratore è quello in cui crede e quello in cui crede determina il mo(n)do – il contenuto, la forma, lo stile, il montaggio, il punto di vista, i personaggi, la trama, le scene – con cui comporrà la storia. Questo è il motivo per cui un corso di scrittura creativa e qualsiasi discorso sulla narrazione dovrebbero cominciare non dal “punto di vista” o dal “personaggio” ma da: l’idea in cui credi.

Tutta questa premessa solo per dire che, quando scriviamo, il nostro faro dovrebbe essere la nostra verità sul mondo (o almeno una delle nostre verità sul mondo). Senza questo ingrediente scriveremo una magari bella successione di scene e di dialoghi ma difficilmente scriveremo una storia che possa interessare un lettore.

E dunque?, direte voi. Dunque è qui che si annida il seme da cui cresce quella pianta assai elusiva che è la voce di un autore: sono le sue verità che ce lo fanno odiare o amare. Ma questo non basta: la verità dell’autore si esplicita non (solo) attraverso il narratore ma (soprattutto) attraverso i personaggi e le loro verità. È il cozzare (cioè il confliggere) di quelle verità che mostra quanto sia vera (o quanto sia del tutto falsa) la verità del narratore e, in definitiva, quanto sia vera la verità dell’autore.

Adesso entra in gioco il nostro thriller: voi avete le vostre verità e i personaggi hanno le loro: mostratecele. Riscrivete il thriller in questo senso. Oppure scrivete un monologo per un personaggio (magari anche per più personaggi). Mostrateci la loro verità e, sullo sfondo, la vostra verità attraverso il thriller. Come già per l’esercizio sulla voce dei personaggi , nel caso dei monologhi non è necessario dare troppe indicazioni su chi stia parlando: si dovrebbe capire a orecchio.

Sarebbe interessante vedere cosa succeda quando la verità del narratore e quella dell’autore divergono. Facciamo un esempio: Billy Budd, in lettura proprio in questo periodo da Helgaldo, può essere interpretato come una metafora della natura. Almeno così sostiene Wikipedia: poiché Billy è ‘radicalmente buono’, non può integrarsi nella società umana. Di fronte all’ingiustizia Billy non può parlare, può solo agire: la natura è muta. Poniamo invece che il capitano Vere avesse evitato di condannare Billy perché personalmente convinto che egli sia buono. Che addirittura avesse fatto condannare Claggart per diffamazione. Come sarebbe cambiata la storia? Alla fine, comunque, tutti sappiamo che le cose al mondo non vanno così e la storia sarebbe diventata una specie di dimostrazione per assurdo, fatta da Melville.

Torniamo a noi: io e il mio narratore abbiamo le nostre verità in tasca. I miei personaggi hanno le loro. Potrei usarli per fare dimostrazioni per assurdo o per mostrare quanto io abbia pensi di avere ragione. Ecco dunque i miei assunti di partenza:

  • Narratore: la realtà è uno schifoso incubo.
  • La ragazza di Montmartre: la realtà è un bel sogno.

Svolgimento

La ragazza si era persa per Montmartre. Giovane e leggiadra aveva imboccato quegli stretti vicoli, acciottolati con malagrazia, incurante di tutto: del proprio vestito corto e sbarazzino, delle scarpe con il tacco alto, della borsetta troppo facile da sfilare. Ma, soprattutto, incurante del sole che scendeva. Si era trovata senza accorgersene spersa in una ragnatela di vecchie e buie viuzze, senza idea di dove andare. La paura era salita, gelida. Era salita su dalle caviglie fino a stringerla alla gola.
Le era sembrato un segno che, in tutta quell’oscurità, fosse spuntata una lama di luce su per una scala: prima che quel miraggio svanisse, si era affrettata a salire i gradini che portavano verso quell’insperata salvezza, travestita da voci festanti dietro una porta.
Attraversata la soglia s’era trovata in un bar. In un bar di ubriachi, per la precisione. Le voci s’erano spente di colpo. Uno aveva posato il boccale e s’era alzato dalla sedia, senza staccarle gli occhi di dosso. Poi un secondo. Un terzo. Il resto li aveva seguiti: quelli erano un gregge, lei era il pascolo.
Le loro mani s’erano protese. La borsetta era stata la prima a sparire, poi quelle dita luride avevano cominciato a saggiare la consistenza della stoffa leggera e, sotto di quella, delle sue carni delicate.
La ragazza aveva gridato. Aveva scalciato, graffiato, morso. Aveva chiuso gli occhi per non vedere. Aveva spento la mente per non sentire. S’era riavuta solo quando polsi e caviglie erano stati morsi da una nuova sensazione: corde e legacci ruvidi, buoni solo per segare la pelle. Braccia possenti l’avevano caricata di peso, il vento fresco della notte l’aveva investita dappertutto e lei aveva volato. Oh, sì: per un istante aveva volato. L’aveva fatto abbastanza a lungo da pensare di poterlo fare per sempre.
Poi era stata l’acqua. Nera. Fangosa. Risa sguaiate avevano accompagnato il suo dondolio, nell’attesa che andasse a fondo. O che arrivassero i ratti, partiti dalla riva affamati e curiosi. Il fiume le invase la gola. Il naso. I polmoni. Finalmente avrebbe dormito per sempre.
E lo avrebbe fatto se non ci fosse stata quella mano: gentile, ma insistente. E quella voce che la chiamava. Non voleva svegliarsi, non ora che avrebbe potuto dormire.
Aprì gli occhi: c’era il dentista, davanti a lei. «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!» La notte era svanita. Il suo sogno sarebbe rimasto.

Infine ecco la base di tutto, il thriller che tante volte ci ha accompagnato:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Ricordate che da domenica, come al solito, pubblicherò un post per votare i vari svolgimenti. Buona scrittura!

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23 thoughts on “Thriller paratattico n. 71 – L’insostenibile peso della Verità

  1. Buongiorno, che idea spettacolare. Il “mio” thriller che torna a trovarmi in un momento in cui sono ai ferri corti con la scrittura. Vorrei dire che ci proverò di certo, ma non lo so. Intanto, preferisco non leggere le versioni che arriveranno, non tanto per non farmi condizionare, ma perché quando leggo cosa scrivono gli altri mi scatta automaticamente la domanda: “ma io che cavolo ci provo a fare?” A volte, la scrittura sembra un pianeta irraggiungibile se non hai a disposizione una nave spaziale che riesca a viaggiare almeno alla velocità della luce. Può darsi che il voler raccontare la mia verità mi aiuti.
    Scusa lo sproloquio. Buona giornata. ^_^

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  2. Ho una domanda: in caso di un monologo di un personaggio, questo deve essere uno che è sempre apparso nel thriller? ( dentista, gli uomini che la importunano, lei stessa…) Oppure un personaggio nuovo, mai citato?

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    • Se è uno dei soliti non ci sarà bisogno di tanti preamboli, perché sappiamo chi sono. Se sarà un personaggio nuovo sarà forse un poco più difficile, perché dovrà giustificare in un qualche modo la sua presenza ed esistenza.
      Io la vedo così 🙂

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      • Sono per le cose complicate, sennò non mi diverto. Però “se po fa”…
        Vedo. Ora in testa ho un’idea, poi è possibile che non prenderà forma.
        Mi ritiro in meditazione. Ooohmmm…

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  3. Questa storia della natura in Billy Budd, cado dal pero. Dopo pagine e pagine non mi è mai passato per la mente neppure lontanamente questo concetto, ma non sono un critico. Da semplice lettore, che cerca la verità, una qualche verità, in un libro, istintivamente sono portato a pensare che l’interpretazione di Wikipedia, per restare in tema, non sia la verità di quella storia, di quello che l’ha ispirata e di quello che produce nei lettori. Non discuto però che sia anch’essa una qualche forma di verità, ma non sarei così perentorio nell’indicare questa e non un’altra. E la verità di quanto hai riportato di mio nel blog di Salvatore? Oggi quelle parole mi sono suonate nuove, ma l’ho scritto davvero? Anche qui: dov’è la verità?

    Sto pensando che thriller scrivere…

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  4. «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    L’ultimo intervento era finito e, con esso, la giornata.
    «E con questo fanno cento interventi. Sono sufficienti per convincerti?» disse il dentista sistemando gli attrezzi. La donna rimase impassibile, come assorta nei suoi pensieri. Poi si sfilò il camice e lo appese. Ricercatrice di scienze noetiche, anche quel giorno – l’ennesimo – si era spacciata per assistente alla poltrona con il chiaro scopo di vedere da vicino gli effetti della psicolamicina. Il dentista intuì le sue perplessità, non senza un certo disappunto.
    «Diciamo che da un punto di vista puramente statistico, cento casi sono pochi per le mie ricerche» disse la donna.
    «Lo so bene. Sono pochi per un qualsiasi test clinico. Ma hai appena ottenuto un riscontro del cento per cento. Ricordo bene? Abbiamo usato la psicolamicina come anestetico su cento pazienti.» disse il dentista. «Cento» ripeté con enfasi. «Il tuo aggeggio qui» proseguì indicando un’anonima scatoletta piatta appesa alla parete «non ha rilevato nessuna attività cerebrale anomala. Per inciso: niente sogni, niente incubi durante le sedute.»
    «E niente onde theta potenziate» puntualizzò la donna. Tirò una riga sul foglio di riepilogo che teneva nella sua cartella e la richiuse. Il suo esperimento era volto alla ricerca di una sostanza in grado di potenziare una particolare classe di onde cerebrali. Ma niente di tutto ciò era mai accaduto. Anche la psicolamicina poteva essere ridotta alla stregua di un normale anestetico. Avrebbe valutato in un secondo momento se ritenere quel risultato un fallimento. La ricercatrice, nonostante la sua fama di studiosa attenta e meticolosa, non avrebbe mai potuto immaginare che quella nuova sostanza spalancava una nuova frontiera nello studio della mente umana. Durante le sedute, infatti, tutti i pazienti avevano sviluppato capacità di guarigione psicosomatica istantanea. Molti di loro non avevano più accusato dolori articolari né infiammazioni di alcun genere. Si erano inconsapevolmente guariti.

    P.S.: Forse(?) molto (!) fuori tema e decisamente poco parathrillotattico: quindi mi autoelimino :-P. Ho solo voluto divertirmi con le verità: perché limitarsi a due? Io ne ho nascoste almeno tre. Ma se ne vede una quarta… forse la più affascinante.

    P.P.S: Saaaaaaalve! 😀

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  5. Lei era sempre puntuale. Tutti i giovedì faceva la stessa strada. Quel viso timido mi aveva colpito da subito. La prima volta rimasi ad ammirarla a bocca aperta. Appoggiai la bicicletta al muro, lei neppure mi notò. Non mi nascosi subito; mi misi dietro la vetrata del forno le volte successive. Una donna bella, sofisticata. Io ero sempre sporco di farina. Quanto mi piaceva. Mi colpì la sua aria dispersa; non conosceva il quartiere. Col tempo il suo passo fu dritto e sicuro. Aveva imparato la strada per andare dal dentista. Andai a leggere la targhetta posta fuori dall’edificio. Dovevo essere sicuro che lei fosse entrata.
    La prima volta che la vidi presi uno spavento. Entrò nel bar di fronte. Attraversai la strada poco dopo. Degli uomini la portarono via. Corsi a perdifiato con la mia bicicletta, non potevo essere tanto veloce, quegli individui viaggiavano in auto. Arrivarono alle sponde del fiume, era stata gettata in acqua. Mi tuffai subito. Non pensai. La presi, la abbracciai. Non potei resistere. Un bacio lungo. Aprì per un attimo gli occhi. Li aprii anch’io. La sveglia suonava e mi alzai dal letto. Era mezzanotte meno dieci. Dovevo andare al lavoro. Ero pronto sulla porta. Lei era sempre puntuale. Lei andava in discoteca a quell’ora. Sentii il tacchettio vicino alla mia porta. Aprii. Ero dietro di lei. Era bella. Presi la bicicletta nel sottoscala. Si voltò. Uscimmo insieme, non parlammo. Io andai a destra, lei si diresse a sinistra. L’avrei incrociata in sogno stanotte.

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  6. Sono giovane, posso permettermi ancora di indossare una minigonna e non c’è ragione al mondo per cui io non possa sentirmi libera di uscire vestita come voglio. E se una sera, stanca del lavoro e della routine, decido di fare una passeggiata in un bel quartiere parigino, non c’è ragione al mondo per cui debba evitare di farlo, solo perché la scure coltre di buio lentamente getta ombre sulla città e aumenta le paure.
    Mi sono persa in mezzo ai vicoli di Montmartre e la solennità decadente dei palazzi da cui sono circondata mi incute una certa soggezione.
    Non mi accadrà nulla, non sto facendo niente di male io.
    Cammino rasente a un muro, le gambe mi tremano, ma solo a causa del freddo. Trovo un portone aperto, c’è una luce in fondo alle scale, sento delle voci: se è un posto accogliente mi fermo qualche minuto, magari bevo pure qualcosa.
    È solo un bar frequentato da uomini. Non è quello che mi aspettavo, ma tanto vale chiedere aiuto, magari qualcuno sa dirmi come fare ritorno.
    I maniaci mi guardano la minigonna, hanno i muscoli tesi:
    “Cos’è non avete mai visto un paio di gambe depilate?”
    Che fastidio tutti quei gesti laidi in mia presenza: questi porci si toccano, escono lingue, si avvicinano ghignando. Farfugliano qualcosa, mi strappano la borsa dalle mani. Che maniere rozze! Incrocio le gambe, mi faccio piccola: loro sono tutti ubriachi, io, invece, sono solo il nudo oggetto delle loro bassezze.
    Si sentono forti, si credono invincibili, si fanno predatori di fronte a una facile preda. Finisco per urlare, non sopporto che qualcuno mi metta le mani addosso, odio la prepotenza di chi pensa che basti avere di fronte una donna inerme per dimostrare una superiorità inesistente. Mi legano e aprono la finestra. Mi buttano di sotto, i ratti che pullulano lungo le sponde della Senna finiscono di strapparmi a morsi la minigonna; pure loro vili, ignobili, come questa notte che mi è nemica. Dondolo in mezzo alle onde, le mie lacrime si mescolano all’acqua putrida, specchio della lordura che mi sento addosso e dentro.
    Perché mi è accaduto tutto questo? Non ho fatto niente di male.
    Non respiro.
    Non ho fatto niente di male.
    Sprofondo lentamente.
    Non ho fatto niente di…
    “… Si è fatta male?”
    È la voce del dentista a riportarmi alla realtà: una lampada mi acceca, giurerei di non avere soltanto la bocca indolenzita. Mi viene spontaneo provare ad allungare un lembo della gonna, il ghigno del dottore è come quello dei maniaci nell’incubo.
    Non so se sono disposta a credere che per mezza corona mi abbia solo toccato il dente da estrarre.

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  7. Mia moglie, che vuol far sempre di testa sua, mentre tramonta il sole, ha la brillante idea di andarsene a passeggio per il quartiere parigino di Montmartre. Poi dirà che si è persa, colpa delle strade tutte uguali. Cammina tra i vicoli costeggiando case d’appuntamento, palazzi fatiscenti, file di muretti scrostati. Trova un cartello che dice Proprietà privata, e lei ovviamente se ne frega ed entra nel portone, dirà per chiedere un aiuto. Sale le scale praticamente al buio, in mezzo ai topi, mica rinuncia, e si ritrova in un bar tristissimo, qualche vecchietto seduto qua e là, con un mezzo bicchiere di vino o intento a un solitario. Si precipita da loro urlando per farsi sentire, sono tutti mezzi sordi, gesticola, li scuote con la mano, chiede se qualcuno l’accompagna in macchina, gli pagherebbe un altro bicchiere per il disturbo. Nessuno che guida, straccioni e ubriaconi, dirà poi. Non la degnano, poverina, solo lei crede di destare ancora l’interesse degli uomini. Gli odori di chiuso del locale quasi la soffocano, va alla finestra, l’apre per respirare. La Senna! Una barca a remi ormeggiata lì vicino. Di chi è la barca?, chiede ad alta voce. Mia!, risponde il barista, mentre esamina un bicchiere lurido. Mi porti subito dall’altra riva, ho un appuntamento, ordina perentoria. Tanto insiste che riesce a convincerlo per sfinimento. Giunge all’altra riva proprio davanti allo studio del dentista. «Tenga mezza corona, anche se non se la merita: pensavo che saremmo finiti in acqua, rema come un ragioniere». Poi protesta con la segretaria del dentista, un’oca che non sa che ci sta a fare se non quello, deve assolutamente ricevermi a tutti i costi, anche se è lei in difetto, bastava non avesse perso tempo per Montmartre. Ma che c’è andata a fare? Comunque è rincasata tardi, erano già le dieci. Domani mi fa uguale.

    Ma voi credete che domani a canasta dirà quello che ha detto a me? La conosco troppo bene, si inventerà una storia pazzesca con le sue amiche, neanche fosse Hitchcock!

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  8. Una mano mi scuote, mi sveglio, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».
    Non sento altro: lo scroscio dell’acqua sulla testa, sulla pelle; mi scivola addosso mentre chiudo gli occhi e tento di lasciare andare i cattivi pensieri nello scarico insieme al bagnoschiuma sporco, al mio odore, alle nevrosi di questa giornata.
    Camminavo, il timido sole del pomeriggio calava dietro la cattedrale cedendo il posto ai toni più suggestivi del tramonto. I vanitosi viali di Montmartre, bagnati da una seducente luce dorata trasportavano i miei passi tra i vicoli per godere ancora un po’ di quella suggestione unica.
    Esco dalla doccia, infilo l’accappatoio e friziono i capelli con l’asciugamano. Mi guardo allo specchio: “sono io?” Mi riconosco e al tempo stesso sono pervasa da un forte senso di estraneità. “Ma sì, che idiota. E’ solo stanchezza. Una giornataccia da dimenticare”, mi dico, sforzandomi di sorridere.
    Camminavo e il cielo pian piano si oscurava, lasciando le strade semideserte avvolte da una scura coltre di buio. Corridoi interminabili, anonimi che rendevano il quartiere più famoso di Parigi un postaccio. “E’ colpa mia, è solo colpa mia; non dovevo essere qui”, ripetevo tra un singhiozzo e l’altro.
    Prendo il pigiama dal termosifone, lo indosso e subito sono pervasa da un calore familiare, una carezza, un lieve conforto per quel freddo che sentivo crescermi dentro. Ritornano i ricordi, ospiti tanto attesi quanto indesiderati.
    Rasentavo un lungo muro, terrorizzata, come un verme che teme di essere schiacciato da un momento all’altro e striscia… striscia… fino a trovare un riparo. C’era una rampa di scale, intravedevo una luce su in cima che si faceva più penetrante man mano che mi avvicinavo.
    Guardo che ore sono: manca un quarto d’ora alle ventitré; mi verso dell’acqua in una tazzina e mando giù il sonnifero, spero di riuscire a dormire stanotte, a non perdermi in sogni inutili.
    Alla fine di quelle scale mi attendeva l’inferno. Ho odiato. Ho capito cosa vuol dire odiare. Un bar pieno di uomini ubriachi. Entrai quasi zoppicando, stretta nelle spalle, lo sguardo basso, la mano a serrare le narici, “che puzza!”, il respiro trattenuto a fatica. Detestavo l’espressione ebete con cui mi fissavano. Cercavo aiuto. Ma loro, mostri con la faccia da ebeti si avventarono su di me, per derubarmi, abusarmi; incuranti delle mie urla, del mio dolore, della mia rabbia. Ho conosciuto il terrore, la disperazione, la vergogna. Ho pianto fino a restare senza lacrime. Potrebbe essere stato uno qualunque di loro a legarmi e a gettarmi nel fiume, in pasto ai topi.
    La testa comincia a girarmi, forse, la pillola sta facendo effetto. Mi distendo sul letto e chiudo gli occhi. Se fossi più coraggiosa troverei il modo di addormentarmi per sempre. Il respiro rallenta insieme ai battiti. La testa si fa pesante. Dondolo, sprofondo in uno stato liquido di semi-incoscienza. Ora, come quella sera, mi sento soffocare.
    Una mano mi scuote, mi sveglio, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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