La verità è l’anima della storia: un po’ di accademia.


Abbiamo preso il thriller paratattico e abbiamo cercato di capire come la costruzione di una storia abbia a che fare con la verità. Meglio: con la nostra verità. I voti non sono stati molti ma alla fine hanno premiato Helgaldo. La cosa interessante, al di là delle spiegazioni date dai votanti, è cercare di capire in profondità perché sia stato scelto lui e non gli altri. Il fatto è che lui ha più mestiere di noi e ha svolto l’esercizio in maniera corretta. Di certo meglio di me, che predico (forse) bene ma fatico ancora a calare la scrittura in certi meccanismi. La sua storia è risultata più vera, più credibile; al nucleo di quello che ha scritto c’è una verità in cui lui per primo crede mentre io ho fatto l’istrione e ho gridato parole travestite da verità ma vuote. Chi legge è in grado di percepirlo: in un caso la storia è interessante e nell’altro ci è indifferente.

Provate a fare mente locale per un attimo: perché il thriller paratattico funziona come esercizio? Helgaldo sostiene che sia perché è scritto sufficientemente male, a bella posta. No: il thriller funziona perché sono solo fatti e non c’è “storia”. Una storia non ha nulla a che fare con i fatti che la compongono. Prendete la vita di Giovanna d’Arco: è stata ripresa molte volte e voi stessi avrete forse visto diversi film che la riguardano. I fatti saranno sempre quelli: la nascita, le visioni, le battaglie, la caduta, il rogo. Eppure ogni film, ogni regista, ne avrà tratto una storia diversa, con una protagonista del tutto diversa: a volte pazza, a volte santa, a volte libera e battagliera e così via. Perché i film sono persino all’opposto, dunque? Perché ciascuno di essi è una diversa metafora della vita e racconta una verità: quella dell’autore della sceneggiatura.

Narrare è dimostrare questa verità in modo creativo. La storia è la prova vivente di un’idea; la conversione in azione di quell’idea. Una storia è il modo in cui si dimostra quell’idea senza spiegarla.

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13 pensieri riguardo “La verità è l’anima della storia: un po’ di accademia.

  1. Buongiorno Michele. ^_^
    Condivido la tua riflessione anche se credo che ci siano aspetti di una storia che non sono così evidenti. Nello svolgimento di Helgaldo la verità è arrivata con immediatezza, mentre negli altri andava ricercata tra le righe. Poi, l’originalità e la simpatia della situazione hanno fatto il resto. A me, piace ricercare nei testi significati che non compaiono immediatamente con le parole. Qui si stava svolgendo un esercizio e va bene premiare chi tra noi è stato capace più degli altri di far emergere la propria voce; mi chiedo solo se in un altro contesto valga lo stesso.

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    1. Io credo (e non solo io, che non avrei nessun valore) che la regola sia valida in generale. La “voce”, in fondo, è proprio questo: il modo che ha un autore di dimostrare le proprie verità. Infatti la trovi intatta sia che quello scriva un giallo o una canzone d’amore. Non trovi?

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      1. Non lo so. Non ne sono sicura. Voce dell’autore, verità e facilità con cui queste si riescono a percepire, secondo me, non sono la stessa cosa. Ci sono romanzi in cui la voce/verità dell’autore non si svela fino alla fine.

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          1. Temo di non riuscire a spiegarmi. Che la verità guidi l’autore fin dall’inizio, nella storia che vuole scrivere, mi è chiaro. È l’evidenza con cui la si lascia percepire al lettore l’aspetto su cui ho dubbi.

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          2. Più che di “evidenza” io parlerei di “non lasciarsi distrarre”. Facciamo un esempio: metti di scrivere un poliziesco la cui protagonista è una donna single e che la tua verità sia “il crimine non paga”; a metà storia, facendoti trascinare da una sottotrama, ci piazzi dieci pagine in cui abbandoni l’indagine e ti tuffi nei sentimenti della protagonista, la cui verità di fondo è “tutti gli uomini (maschi) sono fedifraghi”. Io credo che quelle dieci pagine non dovrebbero esserci.
            L’esempio forse è un po’ estremo ma capita spessissimo, eh. Chi legge non è detto che se ne accorga coscientemente, però uno dei primi effetti è la noia o la tentazione di saltare le pagine. E non dirmi che non t’è mai venuta voglia di saltare i capitoli “perché eri curiosa di sapere come va a finire”. 😉

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  2. Il thriller paratattico funziona perché riesci a elaborare una storia, ogni volta in modo diverso. Thriller a parte nel tuo blog, nello specifico vai alla parte pratica della scrittura. Si fa pratica (ripetizione, voluta).
    Faccio i complimenti a Helgaldo, non solo per il thriller vinto, ma perché è un altro istigatore alla pratica dello scrivere. Due che la sanno lunga.

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    1. La storia la puoi elaborare proprio perché nel thriller paratattico non c’è. Se dovessimo rielaborare l’incontro di don Abbondio con i bravi, troveremmo grandi difficoltà a staccarci dalla traccia di don Lisander.

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  3. Le verità della mia versione erano di tre tipi. Uno: c’è sempre chi per darsi un tono racconta quello che gli accade “migliorandolo”. Fa vacanze incredibili, vanta amicizie importanti, è sempre al top, gli accadono sempre delle avventure. Due: ci sono uomini che pensano che le donne ingannano e si autoingannano sempre in tutti ciò che dicono. Tre: tutto quello che si racconta con la scrittura non è mai la verità, ma una o più verità. Ovviamente le prime due considerazioni sono le verità dei personaggi, l’ultima del narratore. Forse anche mia.

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  4. Si Michele, mi è successo, ma questo perché sono incline all’ impazienza! :-p
    Diciamo che nel tuo esempio c’è proprio una brusca sterzata che rende bene l’idea di cosa evitare. Credo anche che questi errori potrebbero legarsi all’ egocentrismo dell’autore. Sai cosa mi immagino? Quei chiacchieroni che quando cominciano a parlare non la smettono più.

    In un romanzo, comunque, si può dare spazio a più verità, giusto? Helgaldo con il thriller ha dato spazio a più di una, anche se ben collegate tra loro.

    Domanda: la voce e la verità dell’autore non rischiano di sfociare facilmente in giudizio?

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    1. Un romanzo, come ogni storia, è guidato da un’idea principale. Questo non toglie che, attraverso altre sottotrame, si possano presentare idee diverse. E i lettori diventano impazienti quando lo scrittore non fa progredire la storia: è qui che nasce “il salto della pagina”.

      Il giudizio lo lascerei agli scrittori molto bravi: Dante ci ha costruito la Commedia e Manzoni ne ha sparso a piene mani. Io mi accontenterei, come dicevo, di riuscire a dimostrare la mia idea senza spiegarla 🙂

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      1. Io valutavo proprio il rischio di passare dall’idea che l’autore vuole esprimere, al ditino che fa la lezioncina al lettore. Non lo vedo un confine tanto semplice da rispettare.

        Buongiorno ^_^

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