Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #2


photo credit: garlandcannon Kaleidoscope on Red and Yellow via photopin (license)

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile. Oggi ve ne offrirò un assaggio vero, uno di quelli per cui si comprende quanto sia vero che il genio è 99% sudore.

La settimana scorsa abbiamo detto che, scrivendo una storia, è fondamentale per prima cosa avere una idea di controllo: senza quella, il minimo che possa capitarci è di scrivere una storia noiosa, che verrà accantonata con un’alzata di spalle da chiunque non sia obbligato a esibire un compiacente complimento per legami d’affetto o di varia natura.

La seconda cosa – anche questa fondamentale, per farci leggere – è evitare i cliché. I primi e più facili sono le frasi fatte e le costruzioni abusate; già quello denota la mancanza di attenzione che mettiamo nell’uso delle parole. Diceva Umberto Eco che il primo che ha fatto la rima cuore-amore era un genio, il secondo uno stupido (no, lui usava un epiteto diverso). Lo diceva perché copiare significa mancanza di attenzione verso chi legge e pure mancanza di fantasia, perché chi scrive ha l’obbligo non solo morale di dire le cose a modo proprio e non con parole di altri.

Forse non tutti sanno che: spesso gli editor professionisti tengono una lista delle frasi fatte che aborrono maggiormente, come una personale galleria degli orrori; presentare uno scritto che ne contenga più di qualcuna è un ottimo passaporto per farsi scartare.

La cosa che voglio dire oggi, e sto per dire una cosa assai impopolare, è che gli scrittori esperti non si fidano mai della cosiddetta ispirazione. Perché l’ispirazione non è altro che la prima idea che ci viene in mente e, di solito, la prima idea non è altro che una brutta copia di tutti i film che abbiamo visto, di tutti i libri che abbiamo letto e di tutte quelle cose che offrono cliché a volontà. Dobbiamo liberare la nostra immaginazione e sperimentare: questa è la via.

Se scriviamo una storia senza conoscerne il finale, lasciandoci trasportare dagli eventi, otterremo un solo risultato: farcirla di tutte le prime idee. Cose viste milioni di volte in film e telefilm o lette millemila volte. Cose che fanno esclamare al lettore: “Finirà così, lo so!”. Dietro alla porta c’è l’assassino. Dopo la curva ci sarà l’incidente. Un uomo e una donna si guardano negli occhi, poi si baceranno. È una questione di fisica: inventare situazioni nuove richiede maggiore sforzo, a nessuno piace fare fatica e non importa se a parole diciamo che scrivere è divertente.

Andiamo ancora un poco più in profondità e prendiamo un’altra di quelle regole che di solito si danno come panacea: un personaggio va definito in lungo e in largo, magari usando schede tediose e dettagliatissime. Maggiori i dettagli migliore il personaggio. Lasciate che ve lo dica: non sarà descrivendolo fino all’ultima virgola che costruiremo un personaggio a tutto tondo; non sarà conoscendone l’estratto conto (virtuale) o se è intollerante ai coloranti alimentari che salveremo il nostro personaggio dal diventare un cartonato. Un personaggio deve essere funzionale all’idea di controllo e al suo conflitto: solo così sarà credibile all’interno della storia.

Una e una sola è la fonte dei cliché: quando chi scrive non conosce i perché e i percome della propria storia. Dunque qual è il senso di definire i personaggi dall’interno? Perché ogni volta che non lo facciamo riempiremo quella lacuna con il materiale più a buon mercato che la nostra mente ci fornisce: avete indovinato, i cliché. Durante l’ultimo esercizio ne abbiamo parlato a lungo: io credo che un personaggio vada conosciuto “dal di dentro” e, quindi, a partire dalle proprie motivazioni e dai propri obbiettivi. Ogni volta che non lo facciamo sostituiremo tutto questo con un cliché esterno: il bello e dannato, il ragazzo che non accetta le proprie responsabilità ma preferisce la musica e così via. La cosa davvero importante è: perché un ragazzo rifugge le responsabilità? C’è un trauma, forse? C’è una personalità non ancora formata? Sapere che ama mettere i jeans o che ha un tic all’occhio destro non ne farà un personaggio migliore. Ancora più importante: se alla base c’è un trauma sarà perché la mia storia deve seguire e perseguire una certa idea di controllo. So già la vostra critica: anche i personaggi-burattino sono cartonati. Premesso che a mio gusto è preferibile un burattino a una storia che si muove “a caso”, il fatto è che la storia, l’idea di controllo e i personaggi sono tutte facce della stessa medaglia, tutti lati di una stessa struttura che si regge solo quando non ci sono parti deboli. E ogni lato è forte quando sappiamo fino in fondo perché debba essere costruito così. L’ingegnere sa perché in un pezzo c’è un bullone e perché debba essere di una certa misura. Il musicista sa perché in un certo punto c’è una certa nota, un certo accordo o un accento. Così uno scrittore deve sapere perché un personaggio è fatto in un certo modo, perché la trama segua un certo percorso e persino perché stia usando una certa parola e non un sinonimo: una storia è un prodotto dell’ingegno, non una cosa che capita.

A questo punto non ci resta che togliere i cliché; vi ho già detto che costa fatica, poco ma sicuro. Prendete una vostra scena: alla prima stesura non potrà che esserne piena. Cominciate riscrivendo l’ambientazione: se è in un bar scrivetela a teatro, poi al ristorante, poi in casa e così via. Scrivetene otto, nove, dieci, tutte quelle che potete; anche solo abbozzate, ma cercate di dare fondo alla fantasia. Quando infine non riuscite a inventare altro prendete tutte le varie versioni e ragionateci su: qual’è quella migliore? Quella più aderente all’idea di controllo e al mondo che contiene la vostra storia? Quella che, come lettori, vi appassiona e non è troppo scontata? Scegliete quella, oppure un mix di quei particolari che più vi stuzzicano. E se dovesse essere proprio la prima? Avete una scena cliché: dovrete fare in modo che non lo sia in tutto il resto. A questo punto prendete la scena che avete scelto e riscrivetela variando il tono, fino a trovare quello che preferite. Poi fate lo stesso con i dialoghi. Riscrivetela ancora, evitando tutte le situazioni già usate. Poi riscrivetela. Fatelo ancora. Ecco: quando la nostra mente ha esaurito tutte le soluzioni facili, (si spera) comincerà a produrre qualcosa di nuovo. Questa è la regola: riscrivetela. Andate avanti finché potete.

Se vorrete, oltre ai vostri commenti, potete lasciare le due versioni della vostra scena: quella iniziale e quella finale.

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile.

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16 thoughts on “Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #2

  1. Buongiorno Michele ^_^
    Io aspettavo questo esercizio per mettermi alla prova. Non so se riprenderò il brano su cui abbiamo discusso, ma di certo farò il mio tentativo. I tuoi suggerimenti mi dicono che sarà una prova che avrà tempi lunghi. La riscrittura richiede riflessione e sviluppi che dubito possano arrivare nell’immediato.
    Buona giornata 🙂

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  2. Sono d’accordo su ogni tua parola! E mi piacerebbe mettermi alla prova… Ho scoperto l’importanza della riscrittura quando una trentina dei capitoli del mio romanzo si sono cancellati quasi per caso dal mio computer. È stata la cosa migliore che potesse capitarmi (anche se in quel momento non la pensavo affatto così). Non sai mai quanto hai lasciato nella penna, né quanto ti sei lasciato cullare dall’idea che la prima stesura sia la più spontanea e vera, come un diamante grezzo che deve essere lasciato così com’è. La verità è che il diamante è più bello quando è stato lavorato per bene!

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  3. …che brutta bestia la scrittura: meno male che non sono scrittore. 😛

    C’è solo un problema che mi attanaglia costantemente. Dopo le millemila riscritture di un brano lo lascio che mi sembra perfetto.
    Lo rileggo dopo un anno e mi vien voglia di rimetterci mano.

    Ho come la sensazione che la percezione della perfezione (che ovviamente è altamente soggettiva) mutui in noi stessi con il passare del tempo: ciò che ci sembra perfetto oggi, domani non lo sarà più.

    Senza contare che poi la storia che abbiamo in mente comincia inevitabilmente a venirci a noia. Quella che tu mi chiami idea di controllo, che all’inizio ci sembra così bella da dire “quasi quasi ci scrivo una storia”, con il passare del tempo (e delle riscritture) si sbiadisce fino a diventare banale. Banale come un cliché… anche se non lo è.

    È come un quadro che trovi bellissimo: la prima volta che lo vedi decidi di comprarlo e di appenderlo in casa, in bella vista. Ma a furia di averlo sotto gli occhi tutti i giorni tutto il giorno, la bellezza, non dico che svanisce, ma smette di stupirci. Ma tutti quelli che vengono a trovarti (e vedono il quadro pochissime volte) magari lo trovano (e continuano a trovarlo) bellissimo.

    Quindi ben venga il voler riscrivere enne volte per (illudersi di) perseguire una sorta di perfezione. Ma occorre trovare un punto in cui dire “basta, è finito così”, pur con la consapevolezza che si vorrà rimettere inevitabilmente mano.

    È grave? 😀

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    • Io credo che nessuna opera sia mai veramente conclusa. Michelangelo, avesse vissuto mille anni, avrebbe continuato a ridipingere dettagli nella Cappella Sistina. Magari a ridipingerne pezzi interi. Shakespeare avrebbe riscritto i dialoghi chissà quante volte.
      D’altronde dopo un anno neppure noi siamo più gli stessi dell’anno precedente, con il nuovo carico di esperienze, letture e in buona sostanza di vita.
      E dunque?
      La scrittura è un processo lento. Richiede letteralmente anni (per esempio leggi questo post proprio di oggi: http://treracconti.it/intervista-paolo-zardi/ ).
      La questione che pongo, più che inseguire una perfezione (irraggiungibile per sua stessa definizione), tende a rendere la scrittura più consapevole di sé stessa. Il fine è quello di dire: ho una certa idea di controllo DUNQUE la scena deve essere in un bar per questo e quest’altro motivo. La mia storia vuole raccontare questa verità DUNQUE il mio personaggio ha certe aspirazioni.
      Forse Dante, Shakespeare, Manzoni e compagnia varia erano capaci alla prima scrittura di cogliere e valutare tutti questi aspetti. Io di per certo no: ho bisogno di provare per vedere l’effetto che fa. Provare molte volte per vedere molti effetti. Quando poi la storia, a forza di lavorarla, ci viene a noia, io credo che sia quello il momento giusto per lasciarla andare. 😉

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  4. L’idea che il computer cancello 30 capitoli di romanzo non è niente male. Bisognerebbe inventare un software che ogni tot capitoli te li cancella così devi riscrivere tutto. Quella sì che è vera riscrittura!

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    • Ma un software del genere esiste già: per attivarlo puoi aprire il tasto start e digitare “format c:”, posto che i tuoi documenti stiano sul disco “C”. In men che non si dica dovrai riscrivere il tuo ultimo romanzo, i precedenti e anche qualsiasi altra cosa che tu abbia mai avuto l’idea di salvare. 😛

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  5. A me invece la seconda versione viene sempre peggio, sempre, così quando capita qualche incidente ai file e perdo dei pezzi so già che li riscriverò peggio…
    Però faccio un sacco di scrittura mentale, nel senso che non avendo tempo di buttare giù venti versione le faccio a mente mentre faccio altro (ho già detto che inciampo spesso e mi cadono le cose, chissà perché…) e poi comparo, scelgo, così la quando mi metto a scrivere c’è l’illusione di lavorare di getto, ma in realtà quella è solo la punta dell’iceberg

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    • Naif mode on: Lavorando tutti i giorni otto ore c’è davvero un sacco di tempo per scrivere e riscrivere i pezzi. Se poi uno ha del mestiere sa quali siano i cliché e li evita già in prima stesura.
      Pensomale mode on: E si vede. La pagina è impietosa e il tempo speso a scriverla si vede fino in fondo.

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