Piccoli esercizi di scrittura – Ricette per una storia #3


Nelle ultime settimane abbiamo visto quali siano le basi sulle quali costruire le nostre storie e oggi concludiamo questo piccolo trittico di fondamentali prendendo ancora a prestito l’incolpevole Helgaldo e i suoi esempi.

Tempo fa sul suo blog si era posto una domanda: «un dialogo deve essere realistico e verosimile per funzionare?». Io oggi risponderò allargando un po’ il discorso: una storia per funzionare deve essere realistica e verosimile? Non mi addentrerò in quelle che si chiamano regole di world building, coerenza interna, conoscenza “enciclopedica” del lettore reale/ideale eccetera: sul tema ci sono tonnellate di post su Internet, di solito troppo generici per essere utili; se volete qualche divagazione più interessante in proposito è meglio rivolgersi ai libri, tipo quelli di Umberto Eco.

Premesso quindi tutto il contorno, che diamo per scontato, c’è un aspetto in particolare che mi interessa: Helgaldo a un certo punto porta come esempio un dialogo preso dall’apertura di Leggenda del santo bevitore e afferma che quello è un dialogo letterario. Lo afferma mettendolo a confronto con quelli che produciamo noi, che letterari non sono. Ebbene una differenza c’è, ed è fondamentale.

Facciamo un passo indietro: mettiamo che io oggi debba telefonare a Maria ma che non abbia il numero. Per averlo, posso telefonare a un amico comune: Gigi. Purtroppo Gigi è al lavoro e dovrò disturbarlo; lo chiamo comunque e questo è il dialogo che ne segue:

— Ciao Gigi, ti disturbo?
— Sono al lavoro: è una cosa veloce?
— Sì, guarda, avrei bisogno del numero di Maria.
— Certo. Un minuto e te lo invio.

Questo è il dialogo che ciascuno di noi avrebbe avuto e che qualcuno di noi – tipo me, per esempio – avrebbe scritto se ne avesse dovuto fare una storia. Eppure le storie come questa, realistica e verosimile, sono assai noiose e lo sono perché non si genera nessun tipo di aspettativa in chi legge, soprattutto per poi negarla. Le storie interessanti, vale a dire letterariamente interessanti, producono invece dialoghi e situazioni improbabili nella realtà ma che ci fanno venire voglia di sapere come vada a finire. In quest’ottica un dialogo migliore sarebbe stato il seguente:

— Gigi, ho assolutamente bisogno di te.
— Sono al lavoro: non ho tempo.
— Ti prego! Devi darmi il numero di Maria.
— Maria? Quella Maria? Brutto bastardo: proprio a me devi venire a chiederlo?
Chiusura con rumore di telefono sbattuto in faccia.

La cosa si fa più interessante: perché due amici dovrebbero litigare per colpa di questa Maria? Il meccanismo che ne sta alla base è che le storie sono composte da tutta una serie di richieste che devono venire disattese. Durante lo svolgimento verranno in parte soddisfatte, ma solo per generare nuove richieste. Tutto questo è stato spiegato anche in questo post di Regina in cui si parla di colpi di scena e di corretta gestione delle informazioni; teniamo presente che una buona storia è composta – in realtà – solo di colpi di scena, grandi o piccoli che siano. L’unico momento in cui tutte le richieste trovano una chiusura è il termine della storia (sì, lo so che questa regola può venire disattesa, ma già è difficile scrivere buone storie dal finale tradizionale: siamo proprio sicuri di essere in grado di scrivere storie più complicate?)

Torniamo a Helgaldo e al suo dialogo “letterario”. Leggetelo e vedete se si possa riconoscerne il modo di funzionamento:

Signore: Dove va, fratello?
Vagabondo: Non sapevo di avere un fratello e non so dove mi porti la strada.

Credo che la differenza sia tutta qui: nel coraggio. Perché ci vuole coraggio a scrivere storie che continuamente neghino e blocchino, con le dovute maniere, gli sforzi dei protagonisti. Non è questione di fantasia: quella non manca a nessuno di noi. E se davvero ci mancasse, la vita ha più fantasia di tutti gli scrittori premi Nobel messi insieme e ciascuno di noi è stato protagonista di situazioni per le quali potrebbe esclamare: «No, questa non la posso scrivere perché, se la mettessi in una pagina, tutti mi direbbero che non è credibile». Invece serve il coraggio di esporsi con qualcosa che reale non è – tuttalpiù sembra – e serve la fatica di inventarsi qualche migliaio di situazioni che rimangano in bilico, oltre alla memoria dei peggiori bugiardi patentati per non perdersene neppure una.

Scrivere è davvero un brutto mestiere.

E l’esercizio? Potete scrivere un piccolo dialogo o uno stralcio di scena in cui esercitarvi a negare, nei modi più sottili, le richieste del protagonista: è ora di smetterla di scrivere di personaggi che suonano a un campanello e subito dopo c’è qualcuno che apre loro la porta (e lo dico a me stesso più che a voi). Per ultima una piccola anticipazione: ripassate questi post e quelli sullo stile, tenete in caldo la penna e allenate le meningi: sta per tornare l’annuale gara di “Scrivere per caso”!

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34 thoughts on “Piccoli esercizi di scrittura – Ricette per una storia #3

  1. “Pensi di poter continuare a comportarti in questo modo?”
    “Ciò che penso non ha la minima importanza, conta solo quello che farò e sì, andrò avanti a comportarmi così .”
    “Sei completamente pazzo!”
    “Continui a muoverti nel campo dei pensieri. L’azione è il fulcro dell’esistenza, amico. Tu pensi, pensi, pensi, io agisco.”
    “Ma agisci male! E finirai peggio.”
    “Questo è tutto da vedere.”

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  2. Premessa:
    non ho studiato né ora, né le puntate precedenti.
    Regina è molto brava e, quando posso, la seguo. È giovane e brava, tu sei più maturo e bravo. (Hai il consenso a insultarmi, ma lei è obiettivamente più giovane di noi, mi ci metto anch’io)😀
    Detto ciò, il secondo dialogo mi stimola più a continuare a leggere. (Quello in cui i due battibeccano a causa di un numero di telefono richiesto o, forse, perché entrambi hanno a che fare con Maria.( un innamorato e un ex).
    Appena capisco come scrivere un dialogo decente, lo farò.

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  3. — Gigi, ho assolutamente bisogno di te.
    — Sono al lavoro: non ho tempo.
    — Ti prego! Devi darmi il numero di Maria.
    — Maria? Quella Maria? Brutto bastardo: proprio a me devi venire a chiederlo?
    Chiusura con rumore di telefono sbattuto in faccia.

    — Sto stronzo!
    — Ma come ti permetti?
    — Fra, non ti ci mettere pure tu. A me viene a chiedere il numero di Maria. Lavoriamo, va.
    — Ma quale Maria?
    — Quella che lavora in pasticceria. Perché?
    — Quella è la mia ragazza, stronzo.
    Rumore di passi svelti e paletta da vigile a terra.

    Può andare?

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    • Mmm… no 🙂
      Cioè: io, per fare un esempio stupido, ho preso una situazione banale: il protagonista vuole una cosa e la ottiene. Un racconto però non può permettersi la banalità: per risultare interessante deve usare come stratagemma il fatto che ogni desiderio del protagonista trovi un ostacolo.
      Il tuo dialogo, essendo una prosecuzione, manca del desiderio del protagonista: Gigi, che da personaggio di contorno mio è diventato il protagonista tuo non ha bisogni ma solo fastidi. Di conseguenza il meccanismo non funziona. È più chiaro, adesso, l’esercizio?

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  4. -mi stai evitando, perchè?
    -vaneggi, non ti sto evitando!
    -invece è così, sembra quasi che tu abbia paura di me!
    -non ho paura di te, è di me che ho paura.
    -allora è vero!
    -cosa?
    -che provi anche tu quello che provo io.
    -assolutamente no!
    -negare non ti aiuterà.
    -per favore, vai via.
    -se è questo che vuoi, vado via.
    ….
    -no, non andare, ti prego. Resta.

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  5. – Gigi, ho assolutamente bisogno di te.
    – Impossibile. Io sono inutile.
    – Può essere, ma hai il numero di Maria.
    – Quale Maria? Il mondo è pieno di Marie.
    – L’unica che sia importante.
    – La Madonna? Non credo che lassù usino il cellulare.
    – Non dire idiozie.
    – La Maddalena? Avesse avuto il cellulare e internet quella, ne avremmo viste delle belle.
    – Smettila.
    – Maria di Magdala? Non ho neppure il suo di numero.
    – Sei impossibile.
    – Sono inutile. È diverso. Ci vuole applicazione e costanza per essere inutili. Tutti, più o meno, abbiamo una qualche utilità, anche solo portare in giro un po’ di virus del raffreddore per aiutarlo a diffondersi. Io mi sto impegnando davvero per essere del tutto inutile.
    – Ok, allora dammi il numero di Maria, quella inutile.
    – No, caro, non è così facile, non è assecondandomi che ti darò il numero della mia editor. Tu vuoi diventare uno scrittore di successo, non un uomo inutile ed è per questo che hai ancora molto, molto da imparare.

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  6. Un po’ così, a bruciapelo, ma ci provo.

    Jack, sei qui! Com’è andata la mia esibizione?
    Li hai sentiti gli applausi, no?
    Si, non è questo…
    Sei andata bene lì fuori, per il pubblico intendo. È quello che basta.
    Non basta a me. Ho bisogno che sia tu a dirmi che sono stata brava. Una volta, una soltanto.
    Domani ci sono le prove Liz. Le ho anticipate alle otto. Non si diventa brave senza sudare.
    Non ho mai saltato una prova, neanche con trentotto di febbre.
    Perfetto, ti aspetto domani. Puntuale.
    E te ne vai così? Senza dirmi altro?
    Ti ho già detto tutto.

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  7. Ok, ci provo anche io:

    Ti amo.
    Sei un bugiardo!
    So di avere sbagliato, ma ho capito: ti amo.
    Non ti credo! E non cambierò idea.
    Mi ami anche tu, lo so, a volte ci hai messo del tempo, ma alla fine mi hai sempre perdonato.
    Non questa volta, hai esagerato!
    Lo so. Ma non posso vivere senza di te, e dovessi metterci duemila pagine, anzi, un’intera saga di dieci volumi, 😉 riuscirò a riguadagnare la tua fiducia.

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  8. Su quale numero hai puntato? domandò la donna alla sua sinistra, accarezzando una fiche sul tavolo.
    Non ho puntato. Non sono un giocatore d’azzardo.
    Ah no? gli sorrise, ammiccante.
    No. Non più.
    In che senso?
    Nel senso che ogni tanto, in passato, giocavo, ma capitava quando me lo lasciavano fare.
    Te lo impedivano? Venivi qui di nascosto?
    No, in parte, forse. Non lo so. Ma mi scusi, di che s’impiccia lei?
    Se non sei un giocatore abituale, perché ogni sera ti vedo qui, al Casinò?
    Fece cadere la sedia all’indietro, quando si alzò.

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  9. Arrivo tardi…

    — Gigi?
    — Chi parla?
    — Avrei bisogno del numero di Maria.
    — Chi parla?
    — Un amico.
    — Chi t’ha dato il numero?
    — Un altro amico.
    — Capisco, ma ora… non c’è…
    — E quando la trovo?
    — Tra dieci minuti, un quarto d’ora.
    — Dove?
    — Nel posto per gli amici…
    — Me la porti tu?
    — Tu porta il telefono che io ti porto il numero.

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    • “Ach so!” direbbero le Sturmtruppen 🙂
      Più che altro quando dici “Avrei bisogno del numero di Maria”. “Avrei bisogno della maria” avrebbe reso tutto lampante; “Avrei bisogno di Maria” avrebbe lasciato il dubbio.
      Però l’esercizio – in questo caso – non è svolto al meglio: l’amico – del giaguaro, di per certo – avrebbe evitato di dargliela. Oppure, chiusa la chiamata, avrebbe detto: “Appuntato, prepari la macchina: c’è da fare una retata.” 🙂

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  10. Se fosse stato lampante il gioco era scoperto. Qui l’acquirente è lo spacciatore parlano indiretto. Il numero di Maria è la dose. Il telefono sono i soldi, insomma, si vede che non frequento droghe. Un disastro di dialogo…

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