Io ti parlerei. O forse no. La gara


Il primo anno abbiamo fatto una gara di incipit mentre l’anno scorso abbiamo avuto una gara di explicit; quest’anno ci riproviamo con i dialoghi. Devo ringraziare tutti per la partecipazione: abbiamo molti brani notevoli tra cui scegliere. Come sempre, il mio plauso va a coloro che stanno partecipando con dialoghi scritti di proprio pugno, ben sapendo che dovranno scontrarsi con penne sopraffine: a loro va, ancora una volta, il mio grazie più sentito.

Scrivere dialoghi è difficile. Persino sceglierli, e decidere dove tagliarli, è difficile. Sono loro la spina dorsale delle storie e, forse, il cuore delle storie: senza dialoghi le pagine si sgonfiano come soufflé venuti male e solo un maestro può scrivere tanto lieve da evitare che le parole si ammassino in un noioso mattone.

Non ci resta che iniziare: sapremo essere a livello dei migliori? Vi ricordo brevemente le regole:

  • Di seguito sono presentati, in ordine casuale, i brani che mi sono stati inviati: possono essere sia di autori pubblicati che di scrittori che ancora non hanno proposto al pubblico le proprie opere;
  • Il post non è spezzato in più pagine per permettervi di stamparlo; vi consiglio di farlo, perché leggere su carta non è la stessa cosa che leggere a video. Almeno, per me è così;
  • Alla fine del post potrete scegliere i tre dialoghi che preferite. Non c’è necessità di giustificare il voto, ma potrete farlo senza remore nel post in cui presenterò la classifica; per evitare qualsiasi turbativa, i voti parziali non saranno visibili. Io, avendo più informazioni di voi, non voterò;
  • Avrete tre giorni e mezzo per votare, cioè tutto il fine settimana fino a lunedì a mezzogiorno: questo per lasciare il tempo sia a chi si collega dal lavoro sia a chi lo fa da casa;
  • Lunedì a mezzogiorno presenterò la classifica dei brani, ma non rivelerò chi me li abbia spediti: saranno proprio i “mandanti”, se lo vorranno, a svelare nei commenti gli autori.

Buona lettura e buon fine settimana.


Brano 1

L’arcangelo Gabriele con due battiti di ali volò nei pressi del Signore.
«Dimmi tutto, Capo!»
«Gabri, abbiamo un problema.»
«Che problema, lo sai che io risolvo problemi.»
«Ti ricordi di questi umani?»
«Quali?»
«I terrestri.»
«Ah, quei gran coglioni sempre in baruffa fra loro. Certo e come potrei scordarli. Ho detto loro un sacco di volte: comportatevi bene che se no il Padre dei Cieli si incazza.  Ma non mi hanno mai voluto dare una soddisfazione di pace.»
«Ecco, vedi. Avevamo promesso loro la fine dei tempi, e adesso che me ne sono ricordato, è giusto portarla  a compimento.»
«Mi pare doveroso, Capo.»
«Che poi io li avevo anche avvertiti. Ti ricordi la prima volta, il diluvio?»
«Come scordarlo, mi hai fatto stare penzoloni 40 giorni e 40 notti a tenere le cateratte aperte. A pensarci mi duole di nuovo il braccio.»
«E che dire di Sodoma?»
«Vero, lì poi hai dovuto mercanteggiare con quel rompiscatole di Abramo: e se trovi cinquanta giusti la risparmi la città? Ok, la risparmio per cinquanta. E se sono trenta? E venti? Meno male che a dieci si è fermato, perché io di giusti ne avevo contati giusto nove.»
«Già, per uno l’abbian fottuto.»
«Eh, e poi che gran bel botto è stato quella volta. Sodoma si è proprio sbrindellata. Si son affacciati pure i cherubini per vedere lo spettacolo!»
«E quindi Gabri, non c’è due senza tre, la facciamo questa benedetta strage finale? Che ne pensi?»
«Bella idea, Capo. Come li sterminiamo questi esseri umani che assomigliano a certe blatte delle taverne del Paradiso. Col DDT?»

Brano 2

“Allora, come ti sembra questo castello?” disse il più anziano dei due appoggiando le mani sulle ginocchia.
“Fantastico… non è facile… ma a me piace un sacco”, rispose Robin con affanno.
“E gli anni successivi sarà ancora meglio, vedrai. Sai già cosa ti piacerebbe diventare?”
“Cavaliere… io voglio diventare un cavaliere”.
“Interessante… e perché, se posso chiedere?”.
Sembrava una domanda banale eppure non lo era affatto.  
“Perché adoro maneggiare le spade e mi piacciono i combattimenti in battaglia. E poi ci vuole coraggio: mi piacerebbe essere come Sir. Librant, temuto e rispettato da tutti”.
“Capisco”, continuò il giovane accanto a lui “Sai che lui iniziò qua dentro come guaritore?”
“Veramente?”.
“Certo, lui credeva di diventare un formidabile guaritore, poi nel corso del tempo ha cambiato idea”.
“E perché?”.
“Non c’è una vera e propria motivazione, presumo sia normale: mentre si cresce, si matura e si cambia… tu puoi avere la tua idea, il destino la sua: dipende da chi tra i due avrà convinzione maggiore”.

Brano 3

“Fammi capire: siamo fermi nel parcheggio. L’auto davanti a te mette la retro, ti viene addosso e tu che fai? Non dici nulla?”
“Mi sembrava di conoscerla.”
“Ma chi?! Perdinci, chi? La ragazza che ti è venuta addosso?”
“…sì.”
“E quindi? Ti sembra una ragione valida per non scendere nemmeno a guardare? Sei rimasto seduto al volante come uno scemo. Basta un bel paio di gambe con tacchi a spillo e subito gli ormoni ti offuscano il cervello!”
“Perché, che è successo?”
“Cazzo, i fanali davanti sono in frantumi. Questa è l’auto di papà!”
“Ma non è sua. È l’auto aziendale…”
“Appunto! Peggio ancora!”
“Almeno ho il suo numero.”
“Il suo numero! Prega che non se lo sia inventato.”

Brano 4

“Ricapitoliamo?”
“Ricapitoliamo.”
“Dunque. Novembre 2014.”
“Cioè l’anno scorso…”
“Qualcuno nelle campagne qui intorno individua il primo faggio. Lo abbatte nella notte. Si concentra sulla porzione di tronco che spunta dal terreno, ne ricava una torcia di rilevamento ed esegue il suo piccolo rito.”
“In pratica appicca il fuoco.”
“Il tutto accade in realtà la notte di Halloween, ma ci si accorge ai primi di novembre. In ogni caso, in città si pensa a una bravata.”
“Esatto. E direi che è comprensibile.”
Voltò pagina e raccolse le idee.
“Novembre 2015, vale a dire pochi giorni fa. Stessa scena, altro faggio. Bene. Dunque la bravata, chiamiamola così, si è ripetuta a un anno di distanza e, almeno noi, sappiamo che non si tratta affatto di una bravata. Pare proprio che qualcuno stia cercando qualcosa.”
“E qui la faccenda si complica.”
“A questo punto decidiamo di chiedere a Giovanni di estrarre la parte di tronco rimasta nel terreno per esaminarla in laboratorio.”
“Ma?”
“Appena rimuove con il trattore quel che resta del tronco, fa una scoperta del tutto inaspettata.”

Brano 5

K chiuse la porta con due mandate.
«Ora probabilmente ce l’ha, il coltello»
«Hai un telefono?»
«No» rispose.
«Dovresti metterlo.»
La ragazza alzò le spalle
«Ti ucciderà» disse A.
«Non ora. Ci sei tu.»
«Allora più tardi, quando me ne sarò andato.»
K tornò a sedersi e alzò nuovamente le spalle.

Brano 6

“Ciao Jun” sorride Sara intimidita.
“Posso fare qualcosa per te? Vuoi mangiare o bere? Desideri qualcosa?”
“No niente, grazie” risponde lei educatamente. Lui torna nella posizione originaria e con la sinistra libera alza nuovamente il volume del video.
Poi Sara ci ripensa e aggiunge: “Forse una cosa ci sarebbe”.
“Dimmi pure.”
“Ti va di lavarmi i piedi?”
Lo chiede senza quel tono di servilismo che accompagna i suoi incontri, quando lei fa tutto ciò che vuole l’altro. Purché resti. Purché non la lasci sola per quell’ora o due che impiegherà a soddisfarlo.
“I piedi?” chiede Jun per assicurarsi di aver sentito bene.
“Ti dà fastidio? Se non ti va non…”
“No, no, chiedevo solo conferma. Calma calma, non saltare come una cavalletta. Aspetta allora. Vado in bagno e torno subito.”
“Non devo venire con te?”
“No, no. Facciamo qui.”


Brano 7

«Ok. Io dormo qui?» chiese L con un filo di voce.
«Se vuoi. Oppure nella stanza qui accanto, dove c’è un divano più capiente. Se vuoi ti posso far stare anche nel mio letto, e dormire io quassù.  Però è un letto piccolo e scomodo, di quelli antichi: forse stai meglio quassù.»
«Allora dormo qui.»
«Va bene. In ogni caso, se hai bisogno di qualsiasi cosa io sono qui al piano di sotto.»
«Ok.»
«Beh, allora buonanotte.»
«’notte.» tagliò corto lei, col tono di un automa.
“Uff, non sarà una convivenza facile, vero?” sospirò M tra sé, mentre si dirigeva verso le scale.

Brano 8

Fragile e piccola, con le sue paure mi costringeva a nascondere le mie.
“Stai pensando alla canzone di Ligabue?”
Rimango di stucco.
“Dimentichi che so leggere nel pensiero? Cosa ti fa pensare che sia fragile? E quali paure dovrei avere?”
Quanto è difficile vivere con una figlia che improvvisamente scopre di saper leggere nel pensiero.
Ma la difficoltà più grande è controllare i propri pensieri. Mi guarda e so che le basta aspettare.
Aspettare che le risposte si affaccino nella mia mente.
“Perché dovresti controllare i pensieri?”

Brano 9

«Ohi ahiai… commissario, detective, cosa ci fate qui… siete venuti a trovare un mori-bondo all’ultimo giorno della sua esimia vi-ta… ohi ahiahi.»
«Che ti succede Spaccabolli?» chiese il commissario.
«Sto male, sto morendo, non vedi?»
«Chiamo il dottore.»
«No… Il dottore no… voglio andare dalla Santuzza senza soffrire…»
«Chiamo Don Pasquale per l’estrema unzione.»
«Nemmeno… mi vorrebbe confessare e io sono già confessato. Muoio senza pecca-to.»
«Dobbiamo parlare.»
«Lo vorrei tanto, ma giusto oggi non posso che sto per morire. Ohi… ahi… ohiohi…»
«Smettila che sei più sano di me.»
«No… non è vero… la morte è morte e quando arriva arriva. Ahi…»
«Ma tu non sei mai stato malato una sola volta nella tua vita.»
«Lo so… il destino fu… tutte le malattie mancate si sono concentrate oggi… sto mo-rendo…»
La detective si avvicinò all’orecchio del commissario: «Cerca di essere più diplomatico.»
«Hai ragione.» Fissò il postino e gli sorrise maligno come un demonio prossimo all’ira. «Allora visto che devi morire, che ne dici se ti pesto? Tu sai qualcosa sulla vittima?»
«Non so niente… giuro… sto morendo. Gran ohiohi»
Il commissario si avvicinò con l’indice minaccioso.
«Sei implicato pure tu?»
Lo Spaccabolli salì il lenzuolo fino agli occhi.
«No…I morti predestinati non sono implicati in niente, lo giuro.»
«Diamine parla, sto perdendo la pazienza.»
«E io la vita, pari siamo.»

Brano 10

«Ti sei mai chiesto perché le tue storie finiscono sempre allo stesso modo?», gli chiese un giorno sua sorella Gloria.
«Ti metti sempre con donne che sai già che lascerai, hai paura di impegnarti davvero».
«Veramente sono loro che lasciano me», replicò Andrea.
«Sei tu che le metti in condizioni di farlo! E non fare finta di non saperlo».
Andrea rimase muto, sapeva che Gloria aveva ragione. Tutte le volte provava un po’ di delusione di fronte alla fine di una storia, anche se non poteva negare di sentirsi anche molto sollevato.


Brano 11

Poi, all’improvviso, il merlo volò via. Jimmy lo seguì con il binocolo mentre si allontanava finché non sparì dalla nostra vista.
«Aveva le ali nere come i tuoi capelli», commentò distogliendo l’attenzione dalla parentesi che aveva ravvivato quella mattinata.
«Forse è proprio questo che sei… un piccolo merlo molto lontano da casa».
Guardai verso la nostra roulotte, nascosta tra gli alberi.
«Non sono lontana da casa, Jimmy», risposi senza capire. Casa per me era dove era lui.
«A differenza dei corvi, delle cornacchie e degli altri uccelli neri i merli non portano sfortuna. Però non è facile scoprire i loro segreti, vogliono che li indoviniamo. Dobbiamo guadagnarci la loro saggezza».
«E come ce la guadagniamo?». Arricciai il naso, perplessa.
«Dobbiamo imparare la loro storia».


Brano 12

– L’hai sempre saputo che sarei stato vegetariano?
– Certo. Non l’ho deciso sull’onda del momento perché avevamo finito le salsicce
– E pensi che sia giusto?
– Cosa vuoi dire?
– Non avrei dovuto avere la possibilità di scegliere?
– Potrai farlo quando sarai più grande.
– Perché adesso non sono abbastanza grande?
– Perché non cucini. Io non voglio cucinare carne, e quindi devi mangiare quello che cucino io.
– Ma non mi lasci neanche andare da McDonald’s.
– Cos’è, una ribellione adolescenziale prematura? Non posso impedirti di andare da McDonald’s.
– Davvero?
– Come potrei? Sarei solo delusa se lo facessi.


Brano 13

«Leo,non hai mangiato nulla stai male?» mi chiede mamma, alla quale non si può nascondere niente.
«Non lo so, non ho fame» rispondo seccamente.
«Allora sei innamorato.»
«Non lo so.»
«Che vuol dire “non lo so”? O lo sei o non lo sei…»
«Sono confuso, è come se avessi un puzzle di un milione di pezzi senza l’immagine completa da cui partire. Devo fare tutto da solo.»
«Leo, ma la vita è così. La vita la costruisci tu strada facendo, con le tue scelte.»
«Ma se non sai scegliere?»
Mamma rimane in silenzio. Lo sapevo, non c’è risposta, niente istruzioni.
«Devi cercarla nel tuo cuore. Le verità più importanti sono nascoste, ma questo non vuol dire che non esistono. Sono solo più difficili da scovare.»
«E tu cosa hai scoperto in questi anni, mamma?»
«Che l’amore non vuole avere, l’amore vuole soltanto amare.»


Brano 14

Arrivo all’indirizzo, che mi è stato dato dall’agenzia, di via Belle Arti 11.  Mi vedo riflessa nella vetrina, il barista è di lato appoggiato al bancone e guarda il televisore appeso alla parete. Entro e sparo la prima cavolata che mi salta in mente «Ciao sono Beyoncé.»
Il barista si gira verso di me appoggiando entrambe le mani al bancone «Prego?!!»
«Scusi scherzavo. Piacere sono Laura Basili, mi manda l’agenzia interinale, ma vorrei essere come Beyoncé.»
«Già! E io vorrei essere Indiana Jones ma come vedi mi mancano i capelli e il ghigno.» La sua pelata luccica sotto la luce impietosa e malevola del locale. Mi allunga la mano «Ricominciamo. Ciao sono Carlo. Il grembiule lo trovi appeso dietro a quella porta, puoi lasciare lì la giacca e la borsa.» Sbigottita  annaspo un «Mi mi assuume!»
«Senti non ho tempo da perdere, tra un po’ qui ci sarà l’inferno. Prima ti metti il grembiule prima ti potrò spiegare cosa devi fare.»
Mi dirigo verso la porta. Ho trovato un lavoro, temporaneo ma pur sempre un lavoro.
Quando torno, mi allunga un menù rettangolare «Mi piacciono le persone veloci e di poche parole. Prendere l’ordinazione e portare i piatti sempre con il sorriso stampato in faccia, anche quando il cliente è un marone.» indica il menu che ho in mano «quelle sono le prelibatezze per studenti squattrinati di mia moglie Anna. Se superi indenne la serata senza fare casini con le comande, ti assumo anche se non sei Beyoncé. Maa… mi spieghi perché Beyoncé?» ora però sorride.
Sbuffo «Emm… stavo ascoltando una canzone dei Coldplay con Byoncé, quando mi sono vista riflessa nella vetrina e ho pensato, così come sono, questo non mi assumerà mai, non sono certo una Beyoncé!»
Carlo ride, «Ma se vuoi essere come Beyoncé, mi spieghi perché ti sei mezza rasata e quel po’ di capelli che ti restano sono  blu?»
«Per ripicca. Avevo litigato con mia madre.» «Ah!» Carlo apre il lavastoviglie «non studi?»
«Non è che mi riesca un granché bene, così gliel’ho data su.» Carlo si asciuga la fronte con il polso: Perfetto! È proprio quello che mi mancava. Una ragazza ribelle, più una moglie con le paturnie, più una suocera che rompe. Mi sa’ che se non voglio diventare santo subito, questa non la tengo. «Ehi fata turchina!» mi tocco automaticamente i corti capelli e Carlo in tono burbero ma mal riuscito continua, «Scordati quegli auricolari. Non farti vedere qui dentro con quei cosi nelle orecchie, altrimenti la vedi quella porta?» me la indica con il mento, mentre pulisce con uno straccio il bancone. Accenno un sì e comincio ad arrotolare platealmente il filo degli auricolari, li faccio sparire nella tasca dei jeans. Poi rivolta verso lui le mostro le orecchie, «Vede? Non ho più i cosi.»
Carlo pensa: Però! È simpatica. Vedremo.


Brano 15

– La chiesa di Montegrovaldo non c’è più! È sparita. Non ne è rimasto nemmeno un mattone, Eminenza. – disse l’uomo della curia al telefono.
– Non è possibile! Adesso rubano le chiese? Avrai sbagliato indirizzo.
– Via Santissima Maria Vergine 1, non ci si può sbagliare, Eminenza. Vedo un ragazzo, aspetti che chiedo. La richiamo più tardi. –
Il giovane, inseguito dall’uomo di chiesa scomparve dentro un portone, uscì da una finestra che dava sul lato opposto da dove era arrivato e corse in Comune a chiedere aiuto.
– Don Peppino, è arrivato il Monsignore, cosa facciamo? –
Il prete allarmato tirò fuori il fazzoletto e prima di asciugarsi la fronte lo sventagliò davanti al sindaco.
– Siamo rovinati. –
– Non si preoccupi. Non ci sono prove contro di noi. Ricordi che abbiamo agito nell’interesse dei cittadini.


Brano 16

Mentre cammino assorto, incrocio casualmente lo sguardo di un tale che fa la mossa di fermarsi, ma poi prosegue. Un’analoga incertezza rallenta il mio passo. Eppure quel volto, quell’espressione mi sono familiari. Mi giro e il tipo è in mezzo alla strada. Adesso mi sta guardando. Torna indietro.
«Davide!» Il suo slancio non è contagioso.
«Sì, e tu…»
«Ma come, non mi riconosci? Sono io, sono Giulio. Hai già dimenticato?»
Dopo un paio di pacche sulle spalle di circostanza, prendo l’iniziativa di continuare la conversazione dentro un bar.
«La vita è una rissa, amico, se non sei allenato, ricevi solo pugni in faccia. Non puoi difenderti» mi dice sorseggiando il suo caffè corretto con la grappa.
«Bevi ancora?»
«Smetto. Ma poi riprendo. Sembra che io non sappia fare altro: riconoscere gli errori e non riuscire a starne alla larga.»
«Dovresti provarci seriamente, invece. Non hai una bella cera.»
«Già.»
«Già» ripeto, incapace di aggiungere elementi persuasivi in grado di distogliere Giulio dalla propria autocommiserazione.
«Non sono mai stato bravo con i propositi. Tu ne sai qualcosa» continua.
«Sono passati molti anni. La vita cambia.»
«La tua, forse. La mia è solo parcheggiata altrove.»
«Infatti non ti ho più visto in giro.»
«Noi due non ci vediamo esattamente dal giorno… da quel giorno.» Mette un punto.
Il senso di disagio si piazza dentro il mio sguardo. Non riesco a fermarlo sul suo che sembra affollato di ricordi pronti a investirmi; getto gli occhi a destra e a sinistra, alla fine li appoggio sul solco che attraversa in orizzontale la guancia di Giulio: i peli della barba non crescono più dove c’è la cicatrice.


Brano 17

– Vlada! Cosa stai facendo!
La donna, riversa sul letto, aveva in mano una bottiglia di vodka quasi vuota.
– Luigi. Detto me che non vuole più vedermi.
– Se Gianna ti vede così, ti sbatte fuori a calci.
– No. Figlia brava. Capisce. Io parla con lei. Non mi lascia sola.
– Ti ha dato in custodia sua madre, e tu cosa hai fatto? Ti sei messa a bere. Guardati! Non riesci neppure a stare in piedi.
– Figlia brava, mi vuole bene.
– Ti vuole bene fin quando tu ti occupi di sua madre.
– Io detto di andare tranquilla in montagna, io mi occupo di mamma, nessuno problema.
Maria alza gli occhi al cielo.
– Bastava che le chiedevi aiuto! Ti avrebbe ascoltato. Ora non si fiderà più di te.
– Tu mi capisce vero? Tu straniera come me. Io sono qui per mia figlia malata, devo pagare medicine.
– Tua figlia è già guarita! Devi tornare a casa dalla tua famiglia. Non c’è più niente che ti trattiene qui.
– Luigi, lui bell’uomo, lui soldi. Lui sorrideva me. Io credevo lui mi amava.


Brano 18

“Lo sapevo che avrei dovuto comprare una di quelle moderne valige con le ruote! Mannaggia a me!”
“Cosa diavolo state facendo?” Gli urlò dietro la donna “Non avrete mica intenzione di lasciarci?”
“Perché non dovrei? A quanto pare non avete alcun bisogno di me, se pensate sia corretto eliminare le prove! Le pare giusto aver strappato quella lettera, nel bel mezzo di un’indagine che sto seguendo scrupolosamente, anzi, vi dirò di più, a un soffio dalla risoluzione del caso?”
“Come dite? Siete quindi vicini alla fine di questo mistero angosciante?”
“Lo ero, ma voi avete buttato tutto all’aria! E io me ne vado! Non resterò un minuto di più al castello. Garantito!”
“Non faccia così, la prego.”


Brano 19

Volteggiai per qualche istante su me stessa, facendo ondeggiare l’enorme gonna come una campana.
«Niente male, che ne dici?» domandai. «E comunque è parecchio visibile.»
Alla fine recuperò la voce.
«Visibile?» gracchiò. «Visibile? Dio mio, si vede ogni centimetro del tuo corpo, fino alla terza costola!»
Abbassai lo sguardo.
«No, non è vero. Non sono io, quella sotto il pizzo: è una fodera di charmeuse bianca.»
«Si, be’, sembri proprio tu!» Si avvicinò per ispezionare il corpetto del vestito, e mi sbirciò dentro la scollatura.
«Cristo, riesco a vederti persino l’ombelico! Non vorrai mica presentarti in pubblico conciata così!»
Queste parole mi fecero un po’ rabbia. Come se non bastasse il generale nervosismo per tutto quello che il vestito rivelava, a dispetto degli schizzi alla moda che mi aveva mostrato la sarta, i commenti di J. mi spinsero sulla difensiva, e quindi a ribellarmi.
«Me lo hai detto tu, di farmi notare», gli rammentai. «E questo non è assolutamente niente, in confronto alle ultime tendenze della moda. Credimi, sarò il pudore in persona, rispetto a MdP. e alla DdR.» Con le mani sui fianchi, lo squadrai gelida da capo a piedi. «Oppure vuoi che mi presenti con il vestito di velluto verde?»
Distolti gli occhi dal mio décolleté, J. serrò le labbra.
«Mphm», commentò.
Nel tentativo di essere conciliante, mi avvicinai a lui e gli posai una mano sul braccio. «Su, avanti», lo blandii. «Sei già stato lì, prima d’ora: di certo lo sai come si vestono le signore. E sai bene che questo vestito non è poi così estremo, per quell’ambiente.»
Mi guardò e sorrise, un po’ imbarazzato.
«Si», ammise. «Si, è vero. È solo che… be’, tu sei mia moglie. Non volevo che gli altri uomini ti guardassero come io ho guardato quelle signore.»
Scoppiai a ridere e gli gettai le braccia al collo, attirandolo a me perché mi baciasse. Lui mi cinse la vita, palpando inconsapevolmente con i pollici la morbida seta rossa nel punto in cui mi inguainava il busto. Poi prese ad accarezzare il tessuto scivoloso sempre più su, fino ad arrivare alla nuca. Con l’altra mano mi afferrò la morbida rotondità di un seno che si gonfiava al di sopra del corsetto attillato, sensualmente libero sotto un unico strato di seta pura. Alla fine lasciò la presa e si raddrizzò, scuotendo la testa dubbioso.
«Suppongo che tu debba indossarlo, ma per l’amor di Dio sta’ attenta.»
«Attenta? A che cosa?»
Contorse le labbra in un sorriso dolente.
«Sant’Iddio, donna, hai un’idea dell’effetto che fai, con quell’abito? Mi verrebbe voglia di commettere uno stupro qui su due piedi. E quei dannati mangiarane non hanno neanche la mia capacità di controllo.» Aggrottò appena le sopracciglia. «Non potresti… coprirti un po’, lassù in cima?» Indicò con un gesto vago il proprio jabot di pizzo, fermato da una spilla di rubini. «Un… volant, o qualcosa del genere? Un fazzoletto?»
«Gli uomini», lo redarguii, «non capiscono niente di moda. Ma non preoccuparti: la sarta mi ha detto che è proprio a questo che servono i ventagli.» Aprii con un colpetto il ventaglio di pizzo intonato con un gesto che avevo impiegato un quarto d’ora di pratica a perfezionare, e me lo sventolai con fare seducente sopra il seno.
J. batté le ciglia meditabondo, davanti a quella performance, poi si girò per prendere dal guardaroba il mio mantello.
«Fammi un favore», disse drappeggiandomi il pesante velluto intorno alle spalle. «Procurati un ventaglio più grande.»

Brano 20

 «Pensavo che potremmo andare al cinema», disse lui.
«Non m’interessa.»
«Non hai voglia di vedere un film?»
«No.»
«Allora cosa vorresti fare?»
«Devo lavare le tende.»
«Di sabato sera?»
«È una sera come le altre.»
«Non vuoi che usciamo?»
«Potresti scendere tu e prendere una bottiglia.»
«Direi che non è una buona idea.»
«Invece è un’ottima idea.»
«Non mi pare.»
«Perché no?»
«Perché avevamo deciso di smettere con quella roba.»
«Tu hai deciso. Io non ho deciso niente», disse lei.

Brano 21

“Ciao, Benedetta. Sono contento di vederti. Ho chiesto espressamente di te a Luca.”
“Mi fa piacere. Cosa devo questa particolare richiesta nei miei confronti? Non so se Luca te lo ha detto, ma io sto lavorando a…”
“So tutto. Faccio finta di aver sentito un saluto. Tienilo a mente quando sei di fronte a qualcuno, specie per lavoro. Si saluta. Non si brontola. Si ascolta.”
Benedetta era rossa di vergogna e stava per andarsene quando bussarono alla porta. La segretaria era bella e aveva un tempismo nel metterti a disagio. Farsi vedere rossa in volto, con lo spolverino facendo una sauna, mal truccata non era il massimo.
“Grazie Stefania, puoi lasciare lì il vassoio. Non voglio essere disturbato. Ti chiamo io se ne avessi bisogno.”
“Va bene, signor Montini. Le ricordo che alle tredici ha un pranzo con l’avvocato.”
“Chiamalo e disdici. Dì all’avvocato che sono a pranzo con la signora Brunetti. Lui capirà. Digli inoltre che sono libero venerdì per vederci. Grazie.”
Quella bellezza annuì senza batter ciglio.
Io ero furiosa, invece.
“Buongiorno signor Montini. Così va bene?”
“Direi che impari in modo rapido.”
“Ma come ti permetti di trattarmi così?”
“Siediti, per favore. Ho bisogno di parlarti di noi, prima che del lavoro.”
“Visto che c’è, fai fare un’altra telefonata dalla tua segreteria a Luca.
Digli di farti seguire col lavoro alla casa dei Carlini da un altro. Lui capirà.”
Benedetta bevve il caffè e si portò via il cornetto.
“Ti ringrazio per la colazione. Stamattina per venire nel tuo studio e arrivare in tempo, non ho mangiato nulla. Spero che mi comprenderai.”

Brano 22

“Buon giorno!” disse il vecchio.
“Ciao” risposero i due bimbi.
Il vecchio guardò la vecchia.
“Ecco, lo sapevo, guarda come sono oggi, senza educazione, senza creanza” sussurò. “Ci saremmo mai permessi, noi, di dire “Ciao” a degli sconosciuti? Davamo del voi anche ai nostri genitori. “Voi babbo”, “Voi, mamma!” Altro che ciao! Crescono senza rispetto.”
La vecchia sorrise. “I tempi sono cambiati, sta’ calmo. Sono le usanze nuove, poi forse hanno ugualmente rispetto dei genitori, ma c’è più confidenza, noi avevamo anche un po’ paura, dei nostri; è meglio non avere paura dei genitori.”
“Paura, paura, eravamo meno sfacciati” borbottava il vecchio giocherellando con la pipa. “E guarda come sono vestiti, sembra che sia festa, e invece è un giorno feriale. Anche le scarpe! Ma se le porti tutti i giorni, le scarpe, sai quante ce ne vogliono, alla fine dell’anno. E’ che i soldi non costano più niente, al giorno d’oggi. Ai miei tempi ci si guardava di più, bisognava risparmiare. Un paio di scarpe durava una vita, e se andavi scalzo d’estate, risparmiavi le scarpe e i piedi si rinforzavano.”
“O sta’ mò buono” si spazientì la vecchia. “Se li spendono, vuol dire che i soldi ce li hanno. Vestiti buoni tutti i giorni, e meglio alla domenica, credi che siano sempre vestiti così? Anche le scarpe, chi gira più a piedi nudi, oggi? Ci sarebbe da vergognarsi.”
“Però non era mica brutto , girare a piedi nudi. Dopo l’inverno, le prime volte che te le toglievi, i piedi ti facevano un po’ male, ma dopo…” Il vecchio sorrise. “Ragazzi, andavo via che sembravo pagato, sui sassi, in mezzo agli sfunzigoni del grano, quando facevo l’erba per i conigli, anche in mezzo all’ortica, andavo. Eeh, che tempi.”
“Ora è tutto diverso” fece lei pensosa, “anche il paese, guardalo, è tutto cambiato.”


Brano 23

“Cazzo ci fai qui?” Mi chiede.
“Be’, presumo sia ancora casa mia. Ti ho mandato non so quanti messaggi e quando ho visto che non eri interessata a rispondere ho smesso, altrimenti ti avrei avvisata. Sono tornato, sono tornato per restare.” Preciso.
Faccio il cuor contento, metto via l’arrabbiatura e reprimo la voglia immensa che ho di andare nella cameretta ad annusare i nostri meravigliosi bambini, non voglio spaventarli, né disturbare il loro sonno, mi vedranno domattina. Sorrido.
“Ti sei comportato di merda!” Mi dice lei.
“Mah sai, è una bella gara tra me e te, se fossimo in un partita a calcio direi che si è trattato di un fallo di reazione. Comunque io ripartirei da zero, anzi da qui, dal fatto che o mi dici cosa diavolo c’hai da un po’ di mesi a questa parte, e lasciamo pure stare quel pupazzo del menga, ma guardiamo la realtà che tu mi dai sempre contro o la pianti.”
“Sono stanca.”
“Di me?”
“…”
“La marcia in più è capire che a volte si è stufi, ma non del marito, stanchi del lavoro, di dover pensare alla cena, della nebbia o dell’afa, delle interferenze, delle ore che non passano mentre le stagioni passano troppo in fretta, ma questo non significa che il matrimonio sia in crisi, a volte occorre stare un po’ da soli, allontanarsi di pochi centimetri per non lasciare che la polvere cada anche sull’amore, coprendolo, oltre che sui mobili.”
Le dico così, anche se la crisi c’era eccome, ma sono intenzionato a buttarmela alle spalle. Così continuo:
“Tu ce l’hai questa marcia in più? Vuoi staccare qualche giorno anche tu? Hai un altro?”


Brano 24

Eccolo là, tronfio nel suo completo griffato, il dom perignon nel secchiello e il calice mezzo vuoto.
Guardalo, pensò. Guarda come mi guarda.
– Ciao Filippo, scusa, – disse il batterista sedendosi.
– Buongiorno, – il fratello teneva i gomiti sul tavolo e una mano dentro l’altra. Ne approfittò per esibire un’evidente occhiata all’orologio.
– Cos’è? Pausa pranzo veloce? Devi rientrare presto? – chiese il fratello maggiore.
– Non più del solito. Ordiniamo?
– Fai tu per favore.
– Non guardi nemmeno il menù? – piuttosto contrariato.
– Mi fido di te, dài.
Filippo scosse la testa con un sorriso di compatimento e ordinò piatti a cui Anchise non prestò alcuna attenzione. Poi con lo stesso ghigno gli si rivolse:
– Ti devo chiedere come va?
– No, no. Non devi fare un bel niente.
– Be’ qualcosa dovrò pur fare visto quello che vieni a pretendere.
– Ti ripeto che non devi fare niente. Solo quello di cui hai voglia.
– Ho l’aria di uno che ha così voglia di darti ancora soldi? Eppure sono qui.
Anchise ingoiò la saliva e le parole che era meglio non dire.

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32 pensieri riguardo “Io ti parlerei. O forse no. La gara

        1. In generale io preferisco quando si è costretti a lasciare fuori qualcosa: perché significa che si è ben ponderato a chi dare i voti. Nel caso contrario, invece, sarebbe preferibile votare i brani meritevoli anche sono meno di tre: il sistema accetta comunque il voto e l’analisi dei risultati non è falsata da preferenze avute “obtorto collo”.

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  1. Io ne avevo selezionati 5 alla fine. E poi ho ulteriormente selezionato. Ovviamente ho escluso quelli che ho inviato anche se mi piacevano molto perché il voto sarebbe stato falsato dal conoscere il resto della storia.

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