Sostiene l’autore n. 18


Philip Roth - da Internet
Philip Roth – da Internet

Questo brano è stato inviato in maniera anonima da un autore, perché venga commentato in maniera anonima dai lettori di questo blog.

Le regole per partecipare sono spiegate in questo post.

Tutti i brani che hanno partecipato alla rubrica “Sostiene l’autore” sono elencati in questa pagina.

Buona lettura e buon commento.

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Lezione di vita

Ripensandoci ho capito che molte delle mie parole possono aver turbato la suora, o per lo meno averla messa a disagio, ma lì, nella classe, mentre illustravo ai suoi studenti la mia caduta e la successiva riabilitazione, lei non batteva ciglio. Probabilmente pensava che il mio gergo pieno di parole un po’ sboccate fosse un prezzo basso da pagare per la posta in gioco. Alla fine era molto soddisfatta del risultato ottenuto.

In realtà non credo di aver fatto alcunché: parlavo, schietta, asciutta, nell’unica maniera in cui sono capace. Loro ascoltavano. I ragazzi, diciottenni, immacolati, pieni di possibilità.

Io sono solo di pochi anni più vecchia ma al contempo due vite avanti. Leggevo nei loro occhi; sono brava in questo, capacità conquistata faticosamente per strada, dove si devono capire le intenzioni degli altri in un amen, altrimenti sono guai. Vi leggevo il solito. Un po’ di tutte le solite cose che vedo negli occhi delle persone. Alcuni mostravano compassione, altri addirittura ammirazione: per la risalita, ovviamente. Sguardi ingenui, puliti, o che credono di esserlo. Qualcuno se ne fregava altamente di me, come forse è giusto che sia. Altri, invece, pensavano che a loro non sarebbe mai successo. Forse hanno ragione, chissà? Volate basso, raga!

Qualcuno di loro sapeva bene di cosa stavo parlando. No, sono sicura che nessuno di loro si fa, ma le canne… be’ quelle le conoscono bene. Matematico. Una ragazza mi guardava lanciando i pensieri altrove, offrendo al popolo un’espressione neutra, quasi assente, ma ogni tanto non ci riusciva e i nostri occhi si incrociavano e ci capivamo perfettamente noi due.

Loro sono di una scuola in, la maggior parte avrà il futuro assicurato, protetti dalla famiglia, avviati nel loro percorso precostituito, accompagnati verso ciò che è il loro bene. Forse sono quelli che più hanno bisogno di sentire storie come la mia. I ragazzi delle scuole meno elevate hanno già il fratello o l’amico che come me è stato in comunità, sono più vicini al mondo reale.

Mi fanno delle domande, ‘sti signorini, anche sensate. Certe però gli sfuggono; ci pensa allora Mauro, il mio tutor, a porle, sebbene lui conosca già le risposte.

Parlo di me, di com’ero prima: una ragazzina introversa distante mille chilometri dal mondo in cui ha poi vissuto. Spiego di come mi sentissi una nullità e provassi un bisogno forte di cambiare. Racconto delle belle compagnie che poi così belle non erano, e della parabola discendente verso il fondo. Sempre più in fondo, sempre di più.

Tutti sono colpiti quando spiego che nel mondo della strada tutto sparisce: affetti, amicizia, amore. Tutto si riduce ad un’unica questione: averne. E per averla si fa di tutto. Si ruba in casa, e questo non turba nessuno, è una storia già sentita. Quello che invece sorprende è quando spiego che tra noi, tra gente finita così, ci si addormenta abbracciati e quando ci si sveglia si scopre che ti mancano delle cose, ed è il migliore amico o il moroso che te le ha fregate per ricavarne qualcosa. Tutto è niente di fronte al bisogno, nessun ideale resiste, nessun valore. Nulla.

Proseguo la mia storia spendendo due parole sulla mia famiglia. La mia splendida famiglia. Sì, è vero la colpa è mia. Ero io che stavo fuori come un balcone, ma loro, cos’hanno fatto loro per me? Adios, mi hanno detto, emigra!

Per il mio bene hanno pensato bene di sbattermi fuori di casa. Grazie famiglia!

I ragazzi sembravano stare dalla mia parte, questi meravigliosi prodotti della migliore società, e come non potrebbero… La crème de la crème, tutti contro il razzismo, contro il bullismo, socialmente impegnati, a favore delle minoranze e di chi ha problemi. Perfetti.

Come ho detto prima, sono due vite avanti a loro. Non è che mi fermi all’apparenza, alla buccia: a parole tutti son buoni!

Ed eccomi qui, nel mio lettino, anche per oggi la mia buona azione l’ho fatta, la mia triste storia è servita, almeno così pensa Mauro, e sono qua, a mordermi le unghie mentre rifletto su questa vita, la mia terza vita, una più merdosa delle altre.

 

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Il commento è anonimo

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1 – Sostiene un lettore…

…Non so, mi ha un po’ annoiato.
Il linguaggio l’ho trovato un po’ pretestuoso, eliminerei il corsivo di alcune parole e alcune espressioni come Volate basso raga.
Se fossi un editor non avrei molta voglia di proseguire nella lettura, sia chiaro c’è in giro molto peggio, anche di
edito, ma non ho visto guizzi, nella trama o nello stile, che aiutino il testo a emergere, che è quello che serve per farsi pubblicare.

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2 – Sostiene un lettore…

…Iniziamo dalla parte facile, il brano meriterebbe una sfrondata, ci sono frasi e periodi che aggiungono poco o nulla ma si limitano ad allontanare il lettore, tipo “…sono brava in questo, capacità conquistata faticosamente per strada, dove si devono capire le intenzioni degli altri in un amen, altrimenti sono guai.” e ripetizione facilmente evitabili come: “Per il mio bene hanno pensato bene”.

La parte difficile riguarda il brano nel suo insieme. Pecca, come molti testi di questo genere, di mancanza di immedesimazione nel personaggio, e come se fosse visto attraverso un filtro, non sono i pensieri di un ex tossico che vive in comunità, ma quello che l’autore immagina possano essere i suoi pensieri, e se ne percepisce il distacco. Ammetto che non è una cosa facile ma è un problema che ritrovo spesso negli aspiranti scrittori, ad esempio quando cercano di entrare nella testa dei bambini, ma lo fanno con occhi adulti.
In questo modo però viene a mancare empatia col lettore che resta alla finestra, distaccato.
E poi c’è il rapporto con gli studenti che a me sembra ambiguo, dovrebbe forse disprezzarli, ma si crea empatia? Come può essere? Come quello coi genitori. E questo accresce la sensazione che l’autore non sia riuscito ad entrare nel personaggio.

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3 – Sostiene un lettore…

…Piacevole, con una buona scrittura.
Volevo solo sapere se è un brano ritagliato da un racconto più lungo o da un romanzo, perché l’incipit mi sembra la continuazione di un discorso o di una situazione precedenti.
La fine mi piace molto (in effetti, sembra più un racconto). Sì, allora, è solo l’inizio che mi lascia qualche perplessità.
Esistono scuole superiori “in” gestite da suore?
Lo chiedo perché non lo so, eh!

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4 – Sostiene l’autore…

…Comincio col ringraziarvi per i primi interventi.
Lettore 1, il tuo commento è chiaro e, per me, molto utile. Solo non ho capito perché il linguaggio è pretestuoso.
Lettore 2, hai ragione, posso sfrondarlo. “Per il mio bene hanno pensato bene”, invece, o va bene così o è un errore più grave di una ripetizione facilmente evitabile perché è stata una scelta consapevole.
E veniamo alla parte difficile. “Pecca, come molti testi di questo genere, di mancanza di immedesimazione nel personaggio”. Se hai percepito questo, probabilmente significa che hai ragione, speravo di aver reso il personaggio abbastanza reale. Invece non trovo ambiguità sulla posizione della ragazza: vede gli studenti fortunati e finti, non c’è empatia; prova rancore per i genitori che avrebbero potuto fare di più per lei.

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5 – Sostiene un lettore…

…Dunque, secondo me l’idea di base è buona e potrebbe funzionare, però sono d’accordo con il lettore 2, non c’è empatia col personaggio. Ho avuto anche io la sensazione che l’autore non sia entrato completamente nella testa di questa ex tossica e la sensazione viene amplificata dallo stile della scrittura. Tutto viene raccontato ad alto livello, è molto generalizzato: ad esempio potrebbe colpire molto la parte in cui si dice che sulla strada ti addormenti ed è il migliore amico ad averti rubato qualcosa pur di ricavarne della droga, si potrebbe sentire tanto la perdita di fiducia, però scritto così non lascia niente. Forse questa e altre parti “notevoli” della vita sulla strada di questa tossica potrebbero essere proprio mostrate al lettore, e in generale credo che il racconto funzionerebbe di più se si vedesse la ragazza narrare a questi studenti e trasmettere il proprio vissuto. Così come è scritto, sembra il racconto di un racconto e il distacco emotivo è troppo vasto.

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6 – Sostiene un lettore…

…Sono il lettore 1.
Mi sembra di percepire una sorta di sforzo per utilizzare parole non banali, es. al contempo, che rischia di ottenere l’effetto contrario, pretestuoso appunto e poco spontaneo.
Grazie.

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7 – Sostiene l’autore…

…Lettore 3, grazie per i complimenti. Sì, è un racconto. La scuola è un Liceo Classico e, nell’ora di religione tenuta da una suora, questa invita una ex tossicodipendente a raccontare la sua storia.
Lettore 5, ti ringrazio per il tuo commento che mi ha aiutato a capire meglio anche quello del lettore 2.
Vorrei chiarire solo una cosa: la ragazza non crede nel progetto della scuola. Partecipa perché il suo intervento fa parte di un percorso che deve seguire ma a lei non frega niente di essere un monito per quei bravi ragazzi: non è spinta da nessun impulso altruistico e salvifico. Da qui questo distacco che, purtroppo, dovevo riuscire a rendere come suo invece è risultato mio.
La parte, solo accennata, in cui si dice che sulla strada ti addormenti ed è il migliore amico ad averti rubato qualcosa pur di ricavarne della droga, sono d’accordo con te: andava ampliata.

Lettore 1, ho capito. Grazie.

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8 – Sostiene un lettore…

…Stabilito, mi pare, che è un racconto devo ammettere che pur scritto bene, correttamente, è troppo generico. Non entra nella vita del personaggio, in fondo passa più tempo a criticare gli altri che a raccontare di se stesso. Direi che il personaggio è antipatico. Di solito sono gli altri, quelli bene, a criticare il drogato. Qui è il contrario. Ha tre vite che non le piacciono e se la tira pure.
E poi non c’è una sola immagine che non sia il solito cliché sulla vita al margine. Generico. Proprio uno che vuole dare una lezione di vita dall’alto, molto meglio la suora, i ragazzi bene (che non sono così fessi in realtà), i genitori.
Ma è questo che si voleva dire?

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9 – Sostiene un lettore…

…Sono il lettore 3: secondo me la noia di questa ragazza che deve rendere conto della propria esperienza a una classe di gente che la guarda per giudicarla (al più per rimanere indifferente) si nota: il riferimento sarcastico alla scuola in, l’espressione “sti signorini” oppure “spendendo due parole sulla famiglia” (come a dire: vi dico il necessario perché mi tocca) e alla fine, quando parla di “buona azione” quotidiana “servita” come vuole il tutor.
Semmai, forse, il racconto potrebbe sì, essere approfondito in alcuni punti.

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10 – Sostiene un lettore…

…Lo stile non è male, ma va alleggerito, come segnalato da altri lettori. Manca il conflitto. La protagonista è fuori dalla droga e parla a dei ragazzi della sua esperienza, durante la lezione non avviene alcun mutamento psicologico apprezzabile né in lei né in loro. Se fosse lo spezzone di un romanzo ci potrebbe anche stare, ma in un racconto un brano così lungo statico che non offre neppure una profonda introspezione è eccessivo. Non riesco a immaginare dove possa stare in un racconto (forse all’inizio come presentazione della protagonista?) senza appesantirlo.

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11 – Sostiene l’autore…

…Lettore 8, riguardo alla critica sui cliché, purtroppo è il meglio che ho saputo fare: difficile essere originali. Però la tua frase “Di solito sono gli altri, quelli bene, a criticare il drogato. Qui è il contrario. Ha tre vite che non le piacciono e se la tira pure.” mi conforta.
Lettore 3, grazie del sostegno.
Lettore 10, il tuo commento sulla mancanza di conflitto, sull’assenza di mutamento psicologico è per me illuminante. Ne terrò conto.
Vedo che siete tutti concordi che il racconto dovrebbe essere alleggerito e approfondito in alcuni punti. Vi sono grato per i suggerimenti.
Il fatto che vi ringrazi continuamente non è una posa ma una reale riconoscenza. È da poco che scrivo e ho bisogno dei vostri consigli/critiche.

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12 – Sostiene un lettore…

…Poco fa una persona mi ha scritto un messaggio su Facebook per domandarmi se fossi io l’autrice di questo brano, quindi mi sono incuriosita e sono venuta a leggere.

Inutile dire che ho ritrovato una buona affinità tematica, e in parte anche stilistica, che mi fa gradire questo racconto, ma credo che ci siano anche aspetti che devono essere migliorati.

Per prima cosa, non vedo il senso dei corsivi, che mettono in evidenza concetti che invece dovrebbero perdersi nel flusso di coscienza, senza attirare l’attenzione su di sé.

L’opinione che la protagonista ha dei ragazzi è perfettamente coerente con il contesto, ma non mi è piaciuta l’espressione “volate basso, raga”, che mi sembra troppo (spero che Michele non mi censuri), da bimbominkia, quindi in contrasto con una persona che è sì cresciuta per strada, ma ha trovato la propria stabilità ed equilibrio.

Per quel che riguarda la seconda parte, quando la ragazza inizia a ripercorrere la sua storia, anch’io percepisco una sorta di distacco. Non c’è niente che renda questo personaggio unico, perché tutto scorre attraverso il cliché, senza un’immedesimazione che consenta all’autore di sposare appieno le emozioni del personaggio, e poi trasporle sulla pagine. Quindi, anziché dire: “iniziai a parlare di me”, per poi fare un elenco, io l’avrei fatta parlare direttamente, avrei fatto sentire la sua voce, e lasciato percepire le sue emozioni. Dici che ha avuto tre vite: okay, ce le vuoi descrivere un po’ meglio? Vuoi buttare lì dei dettagli, degli elementi che ci aiutino a entrare in sintonia? Non so, magari c’era un limite di parole e non hai potuto farlo, però con questa estrema sintesi, e con il discorso indiretto, tieni il lettore un passo indietro. è un peccato, perché l’idea mi piace molto. 🙂

“Al contempo” forse è un termine troppo colto per una ragazza di strada, e quindi poco adatto al contesto, ma io non vedo il tentativo di essere originali a tutti i costi. Anzi: l’originalità non è un peccato, dovrebbe essere una specie di “honzon”, un oggetto di culto dinnanzi al quale inchinarsi tutte le mattine.

P.S. Qui forse ti sei persa una virgola prima di “noi”:
i nostri occhi si incrociavano e ci capivamo perfettamente noi due.

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13 – Sostiene un lettore…

…Lettore 2

Ho notato che molte cose che avrebbero dovuto essere nel racconto l hai messe nei commenti, mi ha dato l’impressione che tu ti sia chiarito meglio cosa volevi dire rispondendo alle nostre domande. Questo è bene, a volte si ha la sensazione di avere in mente la storia, ma non è così, non del tutto, e il confronto, anche l’autoconfronto, aiuta a chiarire certi punti.
Tornando al racconto, entrare nella testa di un ex tossicodipendente è un’operazione che io non sarei in grado di fare, infatti faccio il lettore, non lo scrittore 😀 Forse cambiando il punto di vista, magari scrivendolo in terza, potrebbe riuscire più facile.
L’impressione di ambiguità nel rapporto con gli studenti me l’ha data quello scambio di sguardi (tra l’altro incrociare lo sguardo di un tossico è una cosa inusuale, non so se ti è mai capitato, ma lo sguardo tende sempre a fuggire da qualche altra parte).
Un’altra cosa che potresti valutare è di rivedere il linguaggio, in fondo sconvolge la suora con le sue espressioni sboccate, ma parla da studentessa modello.
Manca la rabbia verso quegli studenti secondo lei privilegiati, che magari provano disgusto per lei, o che la compatiscono in un atteggiamento radical-chic. Manca il senso di abbandono. Mancano tante cose che aiutano a scoprire la protagonista, i perchè l’hanno portata dove è arrivata, il percosso di rinasciita, la rabbia sociale, l’incolpare la famiglia per il prima e per il dopo, ecc.
Una cosa però mi è piaciuta, il fatto che all’inizio non si capisca subito di cosa si stia per parlare, ma ci siano solo un paio di accenni, che invogliano il lettore a proseguire.

P.S. quella ripetizione personalmente l’ho trovata solo brutta, forse voleva essere ironica? Ma è il mio giudizio soggettivo.

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14 – Sostiene un lettore…

…Mi accodo a ciò che è stato detto dagli altri lettori: il racconto ha dei buoni spunti, ma anche a mio parere è troppo ancorato ai cliché sull’argomento. Tuttavia, riconosco quanto sia difficile affrontare questo tipo di argomento cercando di liberarsi da un’enorme stratificazione di luoghi comuni che si sono accumulati negli anni. Collegandomi a ciò che ha scritto Michele qualche tempo fa in un post in merito ai cliché, è difficile che una stesura primaria di un testo sia libera dai condizionamenti di “tutti i film che abbiamo visto, di tutti i libri che abbiamo letto e di tutte quelle cose che offrono cliché a volontà” (aggiungerei in questo caso, di tutte le volte che abbiamo assistito a “lezioni” di questo tipo a scuola e/o in altri contesti). Tuttavia, credo che questo testo, almeno in un paio di occasioni offra qualche immagine interessante, o almeno dei tentativi di evasione dai luoghi comuni. Ad esempio ho apprezzato come è mostrata la perdita di umanità tra i tossicodipendenti e la progressiva trasformazione in consumatori passivi, totalmente asserviti alla droga:

“Tutti sono colpiti quando spiego che nel mondo della strada tutto sparisce: affetti, amicizia, amore. Tutto si riduce ad un’unica questione: averne. E per averla si fa di tutto. Si ruba in casa, e questo non turba nessuno, è una storia già sentita. Quello che invece sorprende è quando spiego che tra noi, tra gente finita così, ci si addormenta abbracciati e quando ci si sveglia si scopre che ti mancano delle cose, ed è il migliore amico o il moroso che te le ha fregate per ricavarne qualcosa. Tutto è niente di fronte al bisogno, nessun ideale resiste, nessun valore. Nulla.”

Certo nel testo è solo un abbozzo, ma mi è sembrato almeno un tentativo di aggirare la frase fatta che spesso si è letta (o si è sentita in occasioni come quella narrata): “è la droga che si compra da sola”. La parte successiva sulla famiglia, invece, mi ha convinto poco, perché è davvero un cliché comune questo della “cacciata di casa” che, seppur si verifichi nella realtà, spesso sottende a delle situazioni familiari complesse che necessitano di un approfondimento narrativo e non una trattazione così sbrigativa come nel testo.
Io consiglierei all’autore/autrice di partire da qui per cercare di liberare il testo dai cliché e, sempre collegandomi a ciò che ha scritto Michele qualche settimana fa, lo/la inviterei a ragionare meglio sull’ambientazione, sul personaggio/Io narrante (personalmente proverei a raccontarmi i punti salienti della sua storia a parte, per conoscerlo meglio, e per cercare di capire cosa dovrà emergere nel testo finale e cosa sarà superfluo dire, perché emergerà dalle sue parole e dalle sue azioni) e sui personaggi secondari (i ragazzi mi sembrano dipinti un po’ troppo per sommi capi, anche se capisco che qui sono raccontati attraverso un filtro volutamente carico di pregiudizio da parte dell’Io narrante).

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15 – Sostiene un lettore…

…Questo brano mi ha suscitato parecchie emozioni, mi fa pensare a una ragazza in una comunità di recupero che racconta la sua esperienza. Non so se ho interpretato bene, ma intravedo una storia dietro tutto questo discorso. Una storia con un successivo sviluppo.

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16 – Sostiene l’autore…

…Lettore 12, i corsivi non erano per mettere in evidenza ma perché credevo che parole gergali e altre non in italiano andassero messe in corsivo. Cercherò di eliminarle o limitarle.
L’espressione “volate basso, raga” viene dal fatto che lei non è molto bendisposta verso questi ragazzi perbene, che in fondo un po’ invidia, e quindi emerge dell’astio.
È vero, forse veniva meglio se facevo percepire le sue emozioni ma io la vedevo così, indolente, apatica, scoglionata.
Terrò sempre presente questa cosa del tenere il lettore indietro e ci lavorerò (Grazie).
“Al contempo” non pensavo fosse un vocabolo troppo colto.
Per la virgola hai, ovviamente, ragione.
P.S. Sei proprio sicura io sia una lei?

Lettore 2/13, anch’io per lo più faccio il lettore e adesso che sto provando a fare lo scrittore mi accorgo di quanto è difficile. Provaci anche tu, dai.
I tuoi manca, manca, mancano hanno un senso e mi serviranno in futuro.

Lettore 14, per i cliché come non darti ragione. D’altronde, come riconosci anche tu, è molto difficile liberarsene. Per il resto grazie per i consigli e andrò a leggermi quanto scritto da Michele.

Lettore 15, non ho ancora deciso se questa storia avrà uno sviluppo.

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17 – Sostiene un lettore…

…Sono la lettrice 12.

Autore, inizialmente dopo aver letto il tuo racconto ho pensato fossi una ragazza, perché molti uomini avrebbero, per una sorta di sessismo intrinseco, scelto un uomo come protagonista, essendo questa una storia in cui il genere del personaggio principale non ha, dopotutto, una grande rilevanza. Poi, però, ho visto che hai usato il maschile parlando di te stesso, quindi ho cambiato idea. In fondo, tu non hai inserito dettagli precisi per contraddistinguano la tua protagonista da un altro eventuale soggetto maschile. Se decidessi di cambiare genere, il racconto potrebbe restare invariato. E questo dimostra, ancora una volta, una sostanziale scarsa immedesimazione. 🙂

La regola dei corsivi è giusta, ma in narrativa se ne può tranquillamente fare a meno, perché rischia di mettere in evidenza parole che non dovrebbero avere rilevanza alcuna.

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18 – Sostiene l’autore…

…Lettrice 12, la tua spiegazione sull’uso dei corsivi mi sarà molto utile. Non avevo mai considerato l’aspetto evidenza/rilevanza.
“E questo dimostra, ancora una volta, una sostanziale scarsa immedesimazione.” Tu e altri avete espresso questa critica, costruttiva, che accetto serenamente. Però, quest’ultima, sulla scelta del genere, mi sembra un po’ una forzatura.

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19 – Sostiene un lettore…

…Sono di nuovo lettrice 12.

Per la questione del genere, volevo dire che se il protagonista fosse un uomo si potrebbe non notare la differenza, a meno che non volessi usare qualche parolaccia in più, o accentuare ulteriormente la chiarezza del testo. Non era una critica, perché comunque il racconto mi è piaciuto. 🙂

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20 – Sostiene l’autore…

…Lettrice 12, avevo capito, e sono d’accordo, che sostenevi che uomo o donna non cambiava nulla. Sono, invece, in disaccordo sul fatto che aver scelto una ragazza, essendo io uomo, abbia avuto una rilevanza sulla scarsa immedesimazione. Tutto qui.
Per il resto, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e per i consigli che mi hai dato. Tu e tutti gli altri.

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21 – Sostiene un lettore…

…Cosa manchi a questo racconto l’hanno già sottolineato gli altri lettori, e mi trovano alquanto d’accordo. Considerato che ho davvero partecipato ad una testimonianza di ex tossicodipendenti, anche se non era una scuola e certo non sono un ragazzino da un bel po’, non ho sentito la stessa immedesimazione di allora, nonostante dal vivo le parole fossero poche, difficili da tirare fuori anche dopo anni di recupero, e con un velo di ostilità verso tutto il mondo, anche verso noi spettatori che eravamo lì per un aiuto economico. Trattandosi poi di una donna, mi sembra strano che l’unica considerazione sia “rubare per averla”, perché in realtà le donne prima di tutto si “vendono per averla”. Qualcuna resta anche incinta, si trova ad affrontare una gravidanza da sola e poi il figlio finisce in adozione, se lei ricade nel giro. E l’ostilità aumenta. Perciò cambiare genere del protagonista non è così istantaneo. O non dovrebbe esserlo.

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22 – Sostiene l’autore…

…Lettore 21, ti ringrazio per il commento ma, se permetti, vorrei farti notare alcune cose: assistere dal vivo ad una testimonianza, come hai fatto tu, credo abbia un altro impatto emotivo a prescindere; la protagonista della mia storia la vedevo così, come ho già chiarito, indolente, forzata a recitare una parte; per il discorso del vendersi: per lei addormentarsi abbracciata e risvegliarsi derubata forse è peggio che vendersi; infine, non credo che i ragazzi sia immuni dal “vendersi per averla”.

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