Miniplot #15


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Allietiamo questo lunedì – o almeno ci proviamo – con un Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

Lunedì prossimo, già posso anticiparvelo, avremo un nuovo “Sostiene l’autore“: partecipate numerosi!

L’incipit di oggi è: “Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto”…

Il mio miniplot è: Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto se non una pallida ombra nel sembiante? Non i capelli, adesso colore dell’arcobaleno. Non il sorriso, trafitto dal piercing. Non la voce, resa roca dalle sigarette e dalla sua trasformazione in donna. Su di me gli anni erano scivolati, lasciandomi imberbe, pettinato con la riga da una parte come aveva sempre voluto mia madre, e su di lei avevano scolpito seno, fianchi e una indole di ferro. Guardai i miei due biglietti per il concerto e li rimisi in tasca. Ridicolo. Non sarebbe mai andata a un concerto con un ridicolo lecchino come me.

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22 thoughts on “Miniplot #15

  1. L’ho letto una vita fa. Insieme a Gli occhiali d’oro. Non me ne ricordo quasi nulla se non che me li passò mia cugina che studiava Italiano. Quindi è Il giardino dei Finzi-Contini.

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  2. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto. Ormai era una giovane donna che girava il mondo. Il mio mondo, invece, girava ancora intorno a lei. Gli anni erano passati nell’attesa che lei tornasse a mantenere quella promessa infantile “Tra dieci anni tornerò e ti sposerò!” suggellata da un’innocente bacio sulle labbra e dallo scambio delle conchiglie. Era sempre stata lei quella intraprendente. Io avevo terminato gli studi all’Università ed ero tornato in paese per affiancare mio padre nella storica farmacia di famiglia. Rimanevo ancorato a quel posto e a quella promessa. Se ne ricorderà ancora? Custodivo quella conchiglia, come il più prezioso dei tesori. Un amuleto, la chiave per la felicità. Fra due giorni saranno 10 anni esatti. Che sia tornata per questo? Provai a scacciare quel pensiero dalla mia mente ma volevo crederci, mi stavo illudendo? Poi la vidi alzarsi dai gradini, spiegare un fazzoletto e mostrare qualcosa alla nonna. Un tuffo al cuore.

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  3. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto. Aveva lasciato qui la sua bambola sul tavolo dopo che mio padre la strattonò e la portò via. Mi ricordavo solo le urla di mia madre e il pianto successivo. “Non la rivedremo più…non la rivedremo più…” aveva ripetuto chiudendosi in camera. Io finii il latte, non volevo far arrabbiare mia madre ulteriormente.

    Non mi ricordavo come era vestita, ma il volto di mia sorella era uguale al mio, spesso ci scambiavano per gemelli; avevamo appena un anno di differenza.

    (Si potrebbe proseguire per pagine, meglio di no) 😁

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  4. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto.
    Ma a pensarci bene, in fondo in fondo, a me, cosa me ne fregava?
    Non era lei, forse, quello stecchino con le trecce che si divertiva a farmi le linguacce ogni volta che mi recavo alla lavagna? Che mi rideva in faccia quando balbettavo? Che con gli occhi stretti mi lanciava ogni malessere? Che quando un giorno le dissi sottovoce che avevo una fidanzatina spalancò gli occhi e per farsi sentire bene dalle sue amichette stronze urlò: -Tu? Ma chi ti piglia a te?-
    L’eco delle sue risate mi aveva fatto compagnia durante gli ultimi due anni delle elementari, poi le nostre vite si erano separate. Adesso la vedevo in piedi in attesa davanti al fruttivendolo, un essere respirante che esondava grasso da tutte le parti. Il viso era pressoché uguale, stesse labbra minute, stesso naso leggermente gobbo ricoperto da lentiggini, stessi capelli color del grano, stessi occhi di un azzurro vetro. Ma il suo corpo, il suo corpo era totalmente diverso. Aveva subito come una sorta di malvagia metamorfosi: da stecchino di legno adesso era una balena, gonfia di tutta la sua cattiveria, di tutta la sua insensibilità, grassa delle sue grasse risate, lardosa piccola infame!
    Immaginai di avvicinarmi a lei, ora, dopo quindici anni e di riderle io in faccia, vomitandole addosso tutto il mio rancore e la mia rabbia.
    Pensavo di chiederle: -E adesso a te chi ti piglia con ‘ste coscione traballanti e i buchi della cellulite grossi come i crateri della luna?-
    E mentre pensavo lei si voltò verso di me, incontrando di violenza i miei occhi. Io feci un passetto indietro, mentre un calore intenso mi infiammò il volto.
    Ci guardammo per alcuni secondi inviandoci, attraverso l’aria, pensieri afoni, intraducibili a parole.
    Mi sembrò di vederla per la prima volta. I miei pensieri si sciolsero.
    Dal tremolio delle mie labbra uscì qualcosa simile a un sorriso. I suoi occhi si fecero lucidi.
    Una nuvola oscurò il sole e il vento prese a soffiare caldo.

    Emilia Capasso

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  5. ​​Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto. Il buio del coma aveva risucchiato l’intero mio mondo, portando con sé ricordi appannati, a tratti ancestrali. E ora il risveglio – miracoloso e inaspettato – me li stava restituendo lentamente. I loro contorni si condensavano, al pari dell’angoscia crescente che cominciavo a provare per il tempo perduto. Quella ragazza guardava ora il padre che non aveva mai avuto. Ma, diversamente da me, era felice. Immensamente felice.

    P.S.: Saaaal-ve! 😀

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  6. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto.
    I suoi occhi, un tempo dolci e spalancati con curiosità sul mondo, oggi apparivano spenti e distanti, induriti dal dolore che aveva affrontato e che l’aveva fatta crescere troppo in fretta.
    Il suo viso, allora morbido e roseo, oggi magro, scavato e sofferente. Aveva solo ventidue anni ma ne dimostrava molti di più.
    Le sorrisi con calore cercando di dissimulare lo shock che la sua visione associata al ricordo di allora mi procurava, era lì per chiedermi aiuto e non volevo avvilirla più di quanto non lo fosse già, avevo impiegato giorni parlando al telefono per convincerla che poteva cambiare la sua vita, non era forse quello lo scopo che mi ero prefisso quando avevo cominciato la mia attività di volontario?
    Le cinsi le spalle e la invitai a sedere cercando di metterla a suo agio.
    «Tranquilla Maria» dissi sicura «quell’uomo non ti farà più del male».

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  7. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto.
    Eravamo così giovani e innocenti quando ci eravamo sposati, così spensierati e carichi di speranza per il nostro futuro insieme. Lei così minuta e tenera tra le mie braccia, adoravo cullarla e scoprire poco a poco i nostri corpi, sentirli vibrare all’unisono.
    E ora mi ritrovavo davanti una perfetta sconosciuta, gelida e implacabile. Che aveva messo nel conto ogni cosa, ogni piatto o tazzina che avevamo acquistato, ogni asciugamano che avevamo condiviso. Persino le scatole di preservativi voleva farmi pagare. Eppure niente mi sembrava più terribile dell’averla persa per sempre. Quella bambina non c’era più.

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  8. Perché tutti scrivono cose dolci, magari tristi, ma dolci e a me parte subito la vena nerissima?

    Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto? Qualche ciocca di capelli scolorita, impossibile ormai anche solo immaginarne quella tonalità di castano ramato che mi aveva incantato. Una foto ingiallita che ero riuscito a scattare mentre la studiavo all’uscita della scuola. E la catenina d’oro, che portavo ancora al polso, nascosta sotto l’orologio. Dieci anni e nessuno se n’era mai accorto…
    Avevo giurato che non sarebbe mai più successo. Troppo il rischio per un piacere così effimero. E per dieci anni ero vissuto ricordando ogni giorno il piacere di quell’uccisione, che era stato il sale dei miei giorni monotoni.
    Ma non bastava più e ogni giorno, rincasando dal lavoro, mi fermavo sempre più a lungo davanti alla scuola…

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  9. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto? Forse niente, forse tutto!
    Gli occhi che fissavano i miei non erano più gli stessi. I capelli corti, gli zigomi ossuti ed il mento più duro, tutto era diverso, virile, maschio. Mi guardavo allo specchio e la mia angoscia cresceva, i miei dubbi aumentavano. Come era potuto succedere? Nessuno mi avrebbe più sostenuto, capito, aiutato. Dieci anni per assecondare la mia vera natura. Sono un uomo – dicevo – imprigionato in un corpo sbagliato. Ed ora? Come faccio ora a dire a tutti che ora, io, mi sento donna?!

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  10. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto?
    L’avevo lasciata in quel Castello, tra le mura amiche, affinché imparasse ad allietare con la sua musica, a meravigliare con i suoi dipinti ed a capire la bellezza di ciò che la circondava.
    Ora me la ritrovavo davanti, armata di arco e freccia, con una profonda cicatrice sotto l’occhio destro e, più pericoloso di tutto, un sorriso malvagio.
    Non era più l’essere indifeso di qualche tempo prima, ma il pericolo da cui ora avrei dovuto difendermi.

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  11. : “Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto”…
    Sacrosanto il detto “il primo amore non si scorda mai” Un amore da elementari fatto di sguari e piccole cortesie reciproche, e indimenticabili i viaggi organizzati dalla scuola : momenti magici in cui più che partecipare alle visite obbligatorie, ci visitavamo a vicenda. No, non pensate a niente di impudico, erano i nostri sentimenti che si confrontavano in una sorta di gara a chi tenesse di più all’altro. Poi studi e strade diverse ci hanno definitivamente divisi, fino a quando, ormai ventenne, le ucite serali con amici e le scorribande notturne, me l’hanno mostrata all’angolo di una strada Non mi sembrava vero e, fatta un’iversione di marcia, abbiamo raggiunto quella ragazza che , con prontezza, si è avvicinata al finestrino sciorinando varie tariffe.

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  12. “Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto.” Potevo scoprirlo, eppure esitavo. La vita sembrava non essersi spostata da quell’ultimo pomeriggio insieme, anche se i capelli erano ingrigiti e le rughe avevano solcato più il cuore che la pelle. “Tornerò da te prima che posso”, la promessa di un padre che aveva commesso troppi sbagli per restare accanto a sua figlia. Una di quelle bugie a fin di bene destinate a fare male comunque. Un passo avanti, due indietro verso la porta. Mi chiedo disperato se quando aprirai ritroverò la dolcezza dei tuoi occhi, se saprai ancora riconoscere chi sono e ho paura.

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  13. Minimalismo macabro.

    Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto. Giravo e rigiravo l’osso fra le mani incerto se formulare o meno quel numero di telefono. Doveva essere una tibia.

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