Sostiene l’autore n. 19


Philip Roth - da Internet
Philip Roth – da Internet

Questo brano è stato inviato in maniera anonima da un autore, perché venga commentato in maniera anonima dai lettori di questo blog.

Le regole per partecipare sono spiegate in questo post.

Tutti i brani che hanno partecipato alla rubrica “Sostiene l’autore” sono elencati in questa pagina.

Buona lettura e buon commento.

***

4 marzo 1943

Gli scuri sgangherati lasciavano sfilare la luce dispettosa che sfiorava le lunghe ciglia di Marì. La ragazza si girò nel letto ma il profumo dell’estate, più forte di tutti i miasmi notturni, chiamava il suo giovane corpo alla vita. Marì si alzò, colma della solita irragionevole e illogica certezza che quello sarebbe stato il suo giorno migliore. Gli altri dormivano e lei sgattaiolò fuori di casa. Aveva un paio d’ore tutte per sé. Due ore di indipendenza, libera dalla squallida esistenza cui la morte prematura della madre l’aveva relegata. Era infelice la sua vita, infelice come lo può essere quella di un’orfana di puttana, cresciuta alla bell’e meglio, come uova strapazzate, un po’ cotte e un po’ crude, un po’ tuorlo e un po’ albume. Tirata su da chiunque avesse un po’ di pane e un po’ di cuore. Ma Marì portava dentro di sé dei doni unici: la speranza, l’ottimismo, la fiducia.

Camminava per le strette vie leggermente in salita, verso le colline, il profumo del mare alle spalle e in testa la musica di mille violini. Fuori dal paese la natura esuberante in quell’inizio di giugno festeggiava un’estate che solo il calendario negava.

Disteso all’ombra di un albero c’era uno sconosciuto, un ragazzo: bello, con la pelle abbronzata che risaltava sulla camicia bianca e che a sua volta dava risalto ad un sorriso ancora più bianco. Era proprio lui, l’uomo che aveva sempre sognato. Era arrivato il suo giorno migliore, quello che aveva sempre atteso. Il giovane la invitò con un gesto e Marì si avvicinò e gli sedette accanto. Lui era lì per lei, la stava aspettando, l’aveva a lungo cercata e finalmente trovata. Gentilezza ebbe in cambio Premura, Emozione barattò Sentimento. Gli occhi incapaci di separarsi, le mani impazienti di stringersi. Armonia. Poesia.

E mentre le brezze si rincorrevano fra le foglie e tra i fiori e gli abitanti dei prati volavano e suonavano i loro canti, dalla bocca di lui: brezze e fiori, profumi e canzoni.

 

Ma il tempo, per alcuni sospeso, continua la sua marcia e le ombre si allungano fino a confondersi nella luce fioca del crepuscolo.

 

Doveva tornare alla realtà, Marì. E lui, senza una parola, la rese importante: voleva rivederla il giorno dopo e quello dopo ancora per portarla via dallo squallore della sua misera esistenza, dalla tristezza del suo desolato abbandono.

Marì corse a casa felice, incurante dei rimproveri e delle botte, custodendo la propria gioia per il giorno dopo, gioia che il giorno dopo non arrivò.

 

Partì, lui, per obbligo forse, o forse per scelta; oppure morì, spazzato via dai tempi.

 

Gli scuri sgangherati lasciavano sfilare la luce dispettosa che sfiorava le lunghe ciglia di Marì. Ciglia impiastricciate, saldate dal pianto sopra occhi pesanti. Qualsiasi percossa fisica passata o futura non avrebbe mai potuto abbatterla così: il suo giorno migliore era arrivato e andato senza lasciare niente. Fiducia, ottimismo, speranza: svaniti in un sospiro di vita, effimero, fuggevole come l’acqua aspra del mare lì fuori.

La purezza e la nobiltà naturale di una persona semplice che sa accettare il male e il bene della vita non erano sufficienti a salvare Marì; il profumo dell’estate, più forte di tutti i miasmi notturni, non riusciva più a richiamare il suo giovane corpo alla vita. E i violini non emettevano più alcun suono. Tutto era spento, grigio e la desolazione che l’aveva inseguita da quando era stata partorita in un sottoscala l’aveva infine raggiunta.

Gli scuri sgangherati lasciavano sfilare la luce dispettosa che sfiorava le lunghe ciglia di Marì. Ciglia che si socchiudono svelando degli occhi radiosi e consapevoli. E i raggi del sole d’estate accarezzano il volto della ragazza che con la mano esitante ma cosciente si sfiora il ventre piatto che presto arrotonderà la sua forma, custodendo un dono d’amore, un dono d’amore che porterà ancora i violini e il profumo nell’aria, in un miracolo a cui, con innocenza, darà il nome del frutto del più grande miracolo.

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La sessione di commenti è stata chiusa.

Il commento è anonimo

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1 – Sostiene un lettore…

…La scorsa puntata non ho commentato perché il testo mi aveva lasciato completamente indifferente. Questa volta vorrei proprio capire il senso di questo per il quale riesco solo a mugugnare “bah”. Riportare in letteratura la canzone di Dalla con citazioni alle sue opere anche nell’usare il termine puttana e il nome Marì. Cos’è un esercizio?

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2 – Sostiene un lettore…

…Ti piacciono gli aggettivi, eh?
Grammaticalmente corretto, non ho notato errori e se ci sono li qualifico come refusi. Da qui in avanti puoi classificare le mie considerazioni come gusto personale.
Francamente un testo un po’ banale. Declinato alla poesia, cosa che non apprezzo. Trovo l’incipit poco incisivo, inoltre dal titolo mi aspettavo un riferimento più marcato alla guerra, mentre qui viene usata come probabile scusa per un “padre irresponsabile”, diciamo così.
Deboluccia anche la personalità della protagonista: passa da totale fiducia nel futuro a totale sfiducia per quel solo evento, cosa che temo non fosse così inusuale. Le fa perdere quell’unico punto di spessore.
Nel complesso, insomma, non mi coinvolge, non mi dice gran che.

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3 – Sostiene un lettore…

…Sono d’accordo con gli altri lettori: l’uso degli aggettivi è una delle firme di una scrittura che è ancora acerba e che si rifugia nel loro uso per non dover mostrare ciò che racconta. È una scorciatoia che non paga, purtroppo. Anche l’uso della canzone di Dalla è un boomerang: chi ascolta una canzone alla radio non ha pretese di immedesimazione né di sogno narrativo, ma si appoggia alla musica per provare emozioni. Chi scrive non ha una colonna sonora a supporto e questo impone l’uso di altri artifici: qui si ricalca il testo ma non si offrono spunti ulteriori. Niente conflitti. Niente backstory. L’impressione definitiva è che si tratti della prova di una persona molto giovane: se così fosse allora si tratta davvero di un esercizio, nella speranza che l’allenamento affini la sua penna verso obbiettivi più ambiziosi.

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4 – Sostiene un lettore…

…Non conosco tutti i testi di Lucio Dalla, quindi non riesco a cogliere i riferimenti alla sua produzione e posso permettermi di giudicare il testo per quel che è.
Non mi dispiace la sonorità poetica che si cerca di dare, ma il livello non è lo stesso durante tutto il testo, in qualche frase s’incespica e si rischia di cadere. Mi piace la ripetizione dell’incipit “Gli scuri sgangherati lasciavano sfilare la luce dispettosa che sfiorava le lunghe ciglia di Marì.” ma ne avrei lasciate solo due nel testo, il prima e il dopo, tre mi sembrano un’ostentazione.
Gli stacchi nella parte centrale che obiettivo hanno? Si vuole lasciare immaginare il lettore oppure è inconsciamente un segnale che va completata, sistemata?
Infine, sia perché non conoscevo la canzone di Dalla (ho rimediato in seguito ai commenti letti qui), sia perché potrei anche religiosamente non essere dello stesso avviso, non è chiaro cosa dovrebbe essere “il nome del frutto del più grande miracolo.” Per Dalla era chiaro nella strofa della canzone, qui no.

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5 – Sostiene l’autore…

…Inizio col ringraziarvi per i vostri commenti e offrirvi qualche delucidazione: il brano è in effetti stato ideato per la partecipazione a un concorso dedicato a una canzone di Dalla. Dalle vostre prime risposte mi sembra che siate concordi sul fatto che doveva essere più ispirato e meno seguito. Il mio intento era quello di non allontanarmi dal testo originale ma solo cercare di renderlo più sonoro, musicale, poetico, non avendo appunto l’appoggio della musica per far provare emozioni.
Al di là del fatto che sì, gli aggettivi mi piacciono, in questo caso, per quello che volevo rendere, mi erano necessari.

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6 – Sostiene un lettore…

…Tentativo di poesia mal riuscito, sia per l’eccesso di aggettivi come hanno fatto notare gli altri, sia per le immagini scelte. Un cliché dopo l’altro non emoziona, non coinvolge. Non è già sentito per la canzone, che doveva far da spunto a un nuovo modo di raccontare la stessa storia, ma perché non c’è ricerca di un modo nuovo, solo ripescaggio di usato e abusato sperando in un risultato sicuro. È un errore ingenuo, capitato a tutti all’inizio, ma poi con l’esperienza si acquista una propria sicurezza e si smette di cercarla nelle immagini facili. Già mettendoti in gioco qui, un po’ di esperienza ti rimarrà nella penna.

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7 – Sostiene un lettore…

…Non ho subito colto dal titolo il riferimento alla canzone di Lucio Dalla, dunque anch’io, leggendo, mi aspettavo una storia che avesse a che fare con quella data così precisa.
Analizzando il testo, mi ha subito colpito il linguaggio poco moderno, con un’ambizione gestita con difficoltà, molti termini si incollano tra loro e rendono la lettura poco fluida: scuri sgangherati, sfilare, dispettosa, sfiorava, rileggendo la prima riga ad alta voce sembra di sentire il suono solo di una esse che si allunga, salta, rimbalza.

“Marì si alzò, colma della solita irragionevole e illogica certezza che quello sarebbe stato il suo giorno migliore”. Il concetto espresso non riesce a comunicarmi una sensazione: che significa avere una irragionevole e illogica certezza? Gli aggettivi non rafforzano l’idea, anzi la confondono.

C’è un “come” che si ripete e suona male: “come lo può essere…” e “come uova strapazzate” (a parte che l’accostamento alle uova è debole).

Camicia bianca, sorriso ancora più bianco, l’uomo che aveva…, quello che aveva…, sono ripetizioni che potrebbero essere eliminate.

“E mentre le brezze si rincorrevano fra le foglie e tra i fiori e gli abitanti dei prati volavano e suonavano i loro canti, dalla bocca di lui: brezze e fiori, profumi e canzoni.”
Troppa affettazione che alla fine avvicina poco il testo alla poesia e molto al diabete.

Non ho capito il senso di quegli spazi così pronunciati fra i paragrafi. Nemmeno la frase iniziale ripetuta nella parte finale.

Sono d’accordo sull’uso eccessivo di aggettivi (acqua aspra del mare?)

(Questo è quello che avrei detto senza il commento dell’autore. Ora ho capito lo scopo del racconto e il fatto che sia servito per un concorso dedicato alle canzoni di Dalla giustifica di più il senso del testo, ma non cambia le mie impressioni.)

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8 – Sostiene un lettore…

…Partiva in modo discreto, giusto da ripulire un po’ da qualche aggettivo di troppo, da qualche cliché e da frasi un po’ troppo compiaciute. Poi però il racconto si perde e diventa troppo raccontato e quasi per nulla mostrato e questo è per me il grosso difetto del testo.

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9 – Sostiene un lettore…

…”Al di là del fatto che sì, gli aggettivi mi piacciono, in questo caso, per quello che volevo rendere, mi erano necessari.” Visto l’effetto che hanno avuto sui lettori, forse tanto necessari alla resa non erano.

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10 – Sostiene un lettore…

…Sono lettore 1. Deluso (e infastidito) di trovare questo testo qui. Non ne capisco il senso. Cosa sto leggendo? Giusto un esercizio che va contestualizzato in quel concorso. E che non mi piace ma questa è un’altra storia, le argomentazioni non ci stanno dato che non sto valutando in base ai criteri per cui è stato scritto. Che senso ha in questa rubrica? Boh.

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Sostiene Michele…

…Mi pare giusto che un autore possa decidere di partecipare con il testo che preferisce, che sente più suo o sul quale si sente più sicuro. Immagino che, avendo partecipato a un concorso, si sia piazzato abbastanza bene da rendere l’autore confidente nel tentare di allargare la platea. Oppure può essere che l’autore, che credeva in questo pezzo, stia cercando di capire cosa non abbia convinto i giurati. D’altronde un testo è un testo: concorso o no, finita la gara i brani non vengono bruciati ma è giusto che abbiano una propria vita.

Questa è una rubrica tecnica, il cui scopo è dare agli autori uno spaccato (giusto o sbagliato che sia) di quello che passa per la testa di chi legge: tutto questo esiste perché, de visu, nessuno ha mai il coraggio di dire fino in fondo ciò che pensa. Dunque va bene criticare l’aggettivazione; criticare il taglio troppo poetico; criticare l’aderenza eccessiva a un brano musicale. Va bene anche un “non mi piace”, possibilmente motivato. Però lasciate che gli autori siano liberi di mettersi in gioco con quello che preferiscono, assecondando la propria sensibilità.

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11 – Sostiene un lettore…

…Sempre lettore 1 (e 10). Michele sono sostanzialmente d’accordo con quello che dici ma resto dell’idea che questo pezzo non ha senso qui. È un esercizio in sé, legato a dei criteri di un concorso (il punto non è il concorso ma il fatto che il tema del concorso sia così specifico). In che opera l’autore potrebbe collocare questo testo? È un racconto? È la parte di un romanzo? L’autore stesso sostiene di non essersi voluto allontanare dall’originale. Non lo so, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Mi spiace se tu (o l’autore) pensi che il mio commento sia andato oltre il testo in sé. Non era mia intenzione. Ma come in altre occasioni, in questa rubrica, ci siamo chiesti se quello proposto fosse un racconto a sé o uno stralcio di un’opera per provare a capire se la storia era ben presente e chiara o sé certe scelte narrative avessero raggiunto lo scopo, così, in questo caso mi sento di dire che questo testo non ha nulla da darmi. Non avendo velleità da scrittore, ci tengo a precisare che i miei commenti sono solo da lettore (un qualsiasi lettore, l’ultimo dei lettori, a cui passando di qua qualcuno chiede cosa ne pensi). Comprendo il senso dell’anonimato e lo rispetto (e anche per questo ho seguito ma non commentato il n. 18) ma certe cose preferirei dirle senza “nascondermi”. (Adesso capisco meglio anche il senso del tuo intervento. L’autore non è più intervenuto da stamattina e sono stato io che mi sono sentito in dovere di mettere un piccolo paletto, come nota generale. L’anonimato ha pro e contro, come tutte le cose. NdR)

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12 – Sostiene l’autore…

…Caspita, non mi aspettavo un tale “successo”.
Vi ringrazio tutti per le critiche di cui terrò conto anche se a volte un po’ pesanti. Mi riferisco ai lettori 6 (“solo ripescaggio di usato e abusato” mi pare eccessivo), 1/10 e un po’ al 7 che sostiene che il linguaggio è datato ma quando cerco un po’ di originalità (accostamento alle uova) lo boccia. Sempre per il lettore 7: il significato della frase “una irragionevole e illogica certezza che quello sarebbe stato il suo giorno migliore” mi sembra chiaro: lei sente in sé una certezza che però vista da fuori è irrazionale.
Lettori 4 e 7: gli spazi troppo pronunciati fra i paragrafi non c’erano, non so come sono usciti fuori. (Ho fatto copia-incolla: si sono creati passando da Word al blog. NdR)
Lettore 8: credo tu abbia ragione, ci lavorerò su.
Lettore 9: anche tu hai ragione e lo esprimi in maniera sintetica e simpatica. Prometto solennemente che in futuro farò ampio uso di forbici sugli aggettivi: come non tener conto del vostro plebiscito?

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13 – Sostiene un lettore…

…Sono d’accordo sui troppi aggettivi e sull’eccessiva aderenza al brano musicale, meno sui cliché e sulla mancanza di originalità del linguaggio. Frasi come:“Era infelice la sua vita, infelice come lo può essere quella di un’orfana di puttana, cresciuta alla bell’e meglio, come uova strapazzate, un po’ cotte e un po’ crude, un po’ tuorlo e un po’ albume. Tirata su da chiunque avesse un po’ di pane e un po’ di cuore.”; oppure “Fuori dal paese la natura esuberante in quell’inizio di giugno festeggiava un’estate che solo il calendario negava.” non mi sembrano così banali. Magari sono io ad essere un lettore meno scafato.
Sono inoltre infastidito – per usare una sua espressione – dal lettore numero 1 e numero 10 e numero 11 e numero… che è sostanzialmente d’accordo con quello che dice Michele riuscendo allo stesso tempo a rimanere della sua opinione. (E mo adesso non è che facciamo a chi è più infastidito, eh. Il concetto è stato chiarito, inutile ribadirlo 😉 NdR)

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14 – Sostiene un lettore…

…Il confronto con 4 marzo 1943 è interessante. Qualcuno dice che questo è un mero esercizio di stile, slegato dal contesto abituale di questa rubrica. Qualche volta però ho trovato strofe celebri riportate all’interno di opere di narrativa, parole in grado di influire sullo stato d’animo del personaggio. Ho sempre trovato poca leggibilità in quei passaggi, che mi hanno allontanato dallo stato d’animo in cui volevano immergermi, come quando si raccontano i propri sogni nei quali nessuno riesce a immedesimarsi.

In questo caso si tenta il contrario: partendo dal testo originale si cerca di farlo rivivere con parole proprie raccontandolo in forma romanzata. Un esercizio difficile, molto difficile, ma stimolante. Al di là del motivo che l’ha prodotto (un concorso letterario specifico) la presenza del titolo all’inizio, 4 marzo 1943, delimita il confronto implicito tra il testo originale e il brano letterario. Per chi non conosce la canzone di Dalla, o non la riconosce immediatamente, la lettura del testo appare indecifrabile. Personalmente ho subito compreso quale fosse l’obiettivo dell’autore e quindi ho le coordinate implicite per giudicarlo.

A questo punto posso chiedermi se il nuovo testo riesce o no a trasmettere un’emozione diversa ma che merita di esistere rispetto al testo d’origine. Non penso che debba produrre la stessa sensazione della canzone, ma una nuova sensazione a partire da un segmento della canzone.

La mia opinione è che non ci riesce perché non ha seguito uno stile preciso. Un po’ racconto, un po’ riassunto, un po’ poesia, un po’ voler dire le stesse cose della canzone. Perciò si mischiano immagini poetiche e parti piatte, parti troppo minuziose e altre troppo concentrare. Una prima parte molto lunga e le ultime due molto stringate. È un po’ un mix di tante cose ma poco coerenti tra loro.

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15 – Sostiene l’autore…

…Lettore 14: ti ringrazio per la prima parte del tuo commento che mi conforta. E ancor di più per la seconda che mi aiuterà a essere più coerente in futuro. Ad essere poetica per tutto il brano non ci sono riuscita. Per le parti troppo concentrate, invece, dovevo stringere la storia in un tot di battute. Non cerco scuse, però, sarei dovuta riuscire comunque ad armonizzare il tutto.

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16 – Sostiene un lettore…

…Ma prima dei commenti, dell’intervento dell’autore e di Michele poi, solo io ho pensato: Ma cos’è? Amen, se è così me ne farò una ragione.

Lettore 13 aggiungi pure il numero di questo commento; sì, sempre io 1, 10 e 11. Sono d’accordo con Michele sul fatto di lasciare libertà all’autore di scegliere che testo proporre, resto della mia idea sul “giudizio” all’opera (e sul fatto che, come minimo, non sia stata una buona scelta). Non credo nemmeno di dover star qui a precisare che quello che dico si intende “secondo me” perché è ovvio che parlo in base a qualcosa di assolutamente soggettivo, risultato di gusti, esperienze e conoscenze del tutto personali. In ogni caso, come previsto dalle regole della rubrica, chi si mette in gioco sa che potrebbe arrivare una stroncatura. Il peso di questa stroncatura è anch’esso relativo, molto. Ho avuto l’impressione, in questo caso e in altri, che si predica bene e si razzola male. Va bene, le critiche fanno male ma allora non sbandierate il desiderio di sapere cosa qualcuno pensa delle vostre opere. Spesso pronti a criticare il famoso di turno che viene pubblicato solo perché già noto in altri campi. E che questo modo di fare toglie spazio alla buona letteratura. Sicuri? Non c’è spazio per tutti? E, soprattutto, sicuri di essere tra quelli sfortunati che hanno una grande opera ma non l’occasione giusta? O va tutto bene finché ci si fa i complimenti e si incoraggia sempre e comunque? Questo blog (grazie Michele) serve anche a mettersi alla prova, a confrontarsi. E questo dovrebbe essere un valore aggiunto. Senza timori anzi senza rancori. Da qui comprendo il criterio dell’anonimato ma, ripeto, non lo condivido. E appena si rompe l’equilibrio secondo cui solo alcuni “eletti” possono dire qualunque cosa (e non essere contraddetti) e per cui ognuno ha un suo ruolo ben definito, ecco che si tocca un nervo scoperto. Che poi, per dire, l’autore trova pure simpatico il commento del 9 che io invece trovo essere uno dei più pungenti. Tornando a questo n. 19. Non do giudizi non richiesti: qui mi è stato richiesto. Il tempo che investo a leggere e commentare è una forma di rispetto e condivisione: forse a qualcuno è sfuggito. Forse qualcuno non lo merita. Mi resta il dubbio di capire il perché l’autore abbia scelto di proporre proprio questo testo. Ho fatto varie ipotesi che, a questo punto, non credo sia il caso di condividere visto che avrei nulla di carino da dire. Alcune canzoni sono letteratura (e non mi riferisco al Nobel Bob Dylan e alle relative polemiche) ma a una Napule è o a una Via del campo. Restiamo su Dalla, dico Piazza Grande e la stessa 4/3/1943: a giocare con il fuoco è facile scottarsi. Volete qui, su questo testo, premiare l’audacia? Il coraggio? Ehi, si rischia che sia solo presunzione. O proiezione di sé sull’altro. Torno quindi a seguire il mantra per cui “Se non hai niente di carino da dire allora taci” che mi ha fatto diventare molto silenzioso. Mi verrebbe solo da citare Funari. A Michele invece faccio i complimenti per la gestione sempre pacata e moderata (con un pizzico di invidia, quell’invidia che si ha verso quelle cose che sai di non avere e che non avrai mai!). E a proposito, 13, magari non sei un lettore così scafato (…) ma probabilmente un ottimo scrittore sì o, chissà, un talent scout. A quanto pare, tanto, l’importante è essere convinti. Perdonatemi, non ho il dono della sintesi e nemmeno quello di riuscire a focalizzare un punto ben preciso. Fra l’altro avevo scritto il commento ieri sera ma per un errore di connessione al momento dell’invio credo sia andato perso. Forse avrei dovuto prenderlo come un segno. Ma. Niente ho proprio voluto riscriverlo.

 

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