Racconti diVersi


photo credit: Michel Curi Alvarez Guitars Model No. 5013 via photopin (license)

La settimana scorsa un autore ha presentato un testo che, a modo proprio, ricalcava una celebre canzone di Lucio Dalla. La discussione che ne è nata è stata diversa dalle solite, con alcune considerazioni sul fatto che potesse essere inadatta alla rubrica in quanto “esercizio di stile”. Nello stesso contesto, in un paio di occasioni diverse si è convenuto che l’esercizio di trasporre testi in piccoli racconti è tutt’altro che banale.

Persino in un grande contenitore di musica leggera come è Sanremo vengono valutati, per quanto ne so, i testi dei brani alla luce della loro capacità di raccontare una storia o di usare la lingua, al di là dell’aspetto puramente vocale e canoro. Mi piacerebbe quindi fare un esperimento, una specie di erede morale del mitico Thriller paratattico: prendere una canzone e declinarla in un breve brano. Perché noi siamo esperti di storie in sei parole e non abbiamo bisogno di pagine su pagine, ma ci bastano un pugno di righe per rendere un racconto

Come primo tentativo potremmo prendere proprio un brano sanremese del 2006 dal titolo “Lei ha la notte” di Tiziana Blu, Nicky Nicolai, Marco D’Angelo, Marco Rinalduzzi:

Sempre il solito via vai
Notte che non passa mai
Labbra rosso fuoco: è lei
Hai mai visto Dio com’è?
Rosa guarda il tipo e
Stringe la borsetta a sé
Guarda nei suoi occhi e poi
Ride mentre dice «sì»
Vieni a riscaldarti un po’
In un bar con me
Lei ha la notte
Ed ha il sorriso che è per lui
E la tristezza e la bellezza
L’ebrezza della sera
Lui non se ne andrà più via
Brulichio di gente e smog
Crepitio di neon e drink
Ghiaccio nei bicchieri e… lei
E qualunque vita sia
Ma che differenza fa
Rosa beve il whisky e via
Se ne va con lui
Lei ha la notte
E la tristezza e la bellezza
Ed ha la quiete e la tempesta
La pelle più perfetta
Lei da quel che ha
Da via quel che ha …se
Lei, lui, la città
Sul fondo c’è già
Un’alba che da
La luce del giorno
E nello sguardo e sulle labbra
Le lacrime, le stelle
Per lui lei avrà
Disse al vento che passò
Spargi i desideri che ho.

Potete provare a scrivere il racconto oppure dire perché, secondo voi, questa canzone o nessun’altra canzone sia adatta. Oppure che l’esercizio sia troppo complicato, o stupido, o quello che pensate. Vediamo se riusciamo a capire meglio cosa ci si possa fare davvero, con il testo di una canzone.

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38 pensieri riguardo “Racconti diVersi

  1. Io lo so cosa ci farei con questo! 😋
    Scusa, è una cosa seria e la tua è una buona idea, ma ho ascoltato la canzone ed è na botta di vitalità, al mattino! 😂
    Okay okay, ci penso. 😄

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  2. Non ho seguito la discussione, ma i testi musicali non si di certo inadatti per un esercizio di stile. Se solo si immaginasse cosa c’è dietro il lavoro del paroliere. Mi ricordo di quando modificai, per gioco, da Salvatore una canzone e fu tutt’altro che semplice da far incastrare con la musica. Al di là di quello, i testi musicali sono un ottimo esercizio. Io me li rivedo spesso. È una mia fissa, ma aiuta molto. Assolutamente viene sventrato un testo dai critici. Non è semplice fare il paroliere. Se tu analizzi un testo di Mogol è un ottimo esercizio. E non è banale. Addirittura si può scrivere su ispirazione di una canzone e trarne una storia, come suggerisci e io già l’ho fatto. Una canzone può essere citata e messa in un racconto.
    Avevo postato da Helgaldo un articolo inerente a musica e scrittura, ma non credo di trovarlo facilmente.
    Scusa l’intervento, ma si sottovalutano i testi musicali, per enfatizzare solo le parole che si scrivono per un racconto. Seppure incastrare le parole con la melodia del brano è molto più complesso e con una metrica ben delineata.

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  3. Mi piace molto questo esercizio e anch’io proverò a farlo. Solo leggendo il tuo pezzo mi è venuta in mente una bellissima lista di canzoni da sottoporti. 😉

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  4. In un’altra vita sarebbero stati fatti l’una per l’altro fin dall’inizio. L’ho sempre pensato.
    E lo penso ogni volta che si presentano alla reception del motel. Il via vai delle notti mi ha insegnato a cogliere vite con pochi sguardi.
    Anche ora li osservo. Li osservo quel poco che basta per sfoggiare la mia solita cortesia distaccata. Ma li vedo.
    Lei ha la notte, lui il buio. Solo l’oscurità li accomuna.
    Ma anche la notte più buia può avere improvvisamente le sue stelle.
    Le stelle delle speranze di lei che intravedo sempre nei suoi sorrisi. Sono speranze impercettibili che colgo solo quando la vedo con lui.
    Lei ha la notte per farle brillare. Lui il buio per farle risaltare.
    Ne sono certa. Forse non sarà questa. Ma l’ultima notte verrà. E non li rivedrò più.

    P.S.: non sono sicuro di aver capito bene la sfida. Mannaggia a Chiara e alla scrittura di getto! 😀 😀 😀

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  5. L’ho invitata al bar prima di andare da me. Era così infreddolita. La tramontana stasera tagliava le mani. Si scaldava incrociando le braccia mentre si sporgeva verso il mio finestrino. Che bocca! Rosso fuoco e pelle diáfana. Il suo “sì” all’invito di un cappuccino al bar mi aveva stampato un sorriso che di riflesso lei mi donava il suo. Il vento le scompigliava i capelli. Quanto avrei voluto sistemarli e farle una carezza. Il mio gesto istintivo di stendere la mano verso lei, lo incanalavo un secondo dopo sulla maniglia della porta del bar per aprirla. Non voleva togliersi il micro cappotto, benché si intuiva che non era in tenuta da dirigente d’azienda. Ma aveva la sua divisa, da prostituta. Il vecchietto in fondo lo esternava senza reticenze. Ecco il secondo che la apostrofava in semi-silenzio, ma si udiva. Ero riuscito a farla sorridere di nuovo quando le davo la mano per riscaldarla, non solo per il freddo di poco prima.

    P.s non ho capito bene neppure io, ma essendo la prima volta su questo esercizio, ci perdonerai. 😉

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  6. Uhm… io e Sanremo non andiamo molto d’accordo, a parte quando La scimmia nuda balla o si festeggia La terra dei cachi o finalmente qualcuno manda vaff… per 37 volte urlando.
    Ecco, dei testi in italiano che raccontino storie? Masini, Bella stronza (la preferita di mio padre, lui antidiluviano ha pure voluto il cd in auto).
    Probabilmente preferisco la musica straniera perché non capendo un’acca lì per lì di quel che dicono, immagino di mio. Il bello è quando scopro che le parole (che i testi si trovano anche tradotti) corrispondono a quel che avevo immaginato. Anche le note hanno il loro linguaggio.

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    1. A me viene in mente Mary dei Gemelli Diversi: trovo ci sia la storia e la struttura del racconto. Sulle canzoni straniere mi ha fatto questo effetto Wind of change.

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  7. Aggiungo: la maggior parte delle canzoni hanno la struttura stessa di un racconto. Intro, prima strofa, seconda strofa, conflitto, ritornello, terza strofa, ritornello, assolo – rap – melodia lunga – stacco (come dire scontro e risoluzione del conflitto), ritornello, finale, o ritornello ripetuto. Tre o cinque atti. Non ho fatto l’esame alla Siae come cantautore, ma un certo schema c’è.

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  8. Lui era seduto al solito tavolino del bar, lontano da casa, sorseggiando il suo drink, aspettando.
    Lei era passata: solito tubino nero vestito sopra la pelle candida, e le labbra rosse come una foto in bianco e nero ritoccata.
    Perso nella sua ossessione era uscito e, per la prima volta, le aveva rivolto la parola. Non sapeva che dire e, vigliaccamente, si era rifugiato nel suo mondo.
    Lei, molto più giovane ma immensamente più esperta di lui, aveva accettato il suo gioco.
    Due whisky, due passi, due confessioni: lei era quello che era, lui quello che non avrebbe dovuto essere.
    All’alba si erano lasciati: lei con una speranza, lui con la certezza della sua perdizione.

    Brano 2 (inviato per posta e aggiunto da Michele):
    Sempre il solito via vai! Sempre queste interminabili notti, cazzo!
    E questo che vuole?
    Occhi gentili.

    Un bar? Certo, perché no?
    Santa Margherita protettrice, non posso crederci, sta capitando proprio a me.
    Venuta da un paesino, ingenua, ingannata, costretta.
    Se solo potessi cambiare, se solo ne avessi la possibilità.
    Grazie per quello che mi dai. Dopo tanto tempo mi sento un essere umano, non solo un pezzo di carne.
    Non posso crederci di averne trovato uno così tonto. Giocati bene le tue carte, Rosa!
    Piango per come mi fai sentire: una persona. Ma tu non puoi fare niente per me. Lasciami al mio destino.
    È l’alba ormai, questa è stata la notte più bella della mia vita. Va’ ora, e non tornare più da me, non posso permettermi di illudermi, mi spaccherebbe il cuore.
    Vai, bello. E torna domani sera.
    Speriamo che sia la volta buona, cazzo!

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  9. Il sole si alzava crudelmente nel cielo e le lacrime nere si asciugavano sul suo viso.
    Spense la sigaretta sulla ringhiera osservando sfinita la mano sporca del trucco della sua vita.
    Pregava.
    Il vento le ghiacciava le spalle, ma non il cuore. Quel cuore sfibrato ma non ancora finito, quel cuore non ancora fumo e cenere. Cenere come quella sparsa ora sui suoi stivali bianchi.
    Pregava, Rosa. Pregava Dio che il vento spazzasse via i pensieri felici, illusioni pungenti.
    Quell’uomo era solo uno dei tanti ed era stupido credere potesse salvarla.
    Come se ci fosse davvero la possibilità che le cose cambiassero, che lui fosse più che un cliente, che quell’improvvisato e assurdo appuntamento la liberasse per sempre dal suo carcere notturno.
    Sognare l’avrebbe distrutta definitivamente.
    Ma lui non se ne sarebbe andato più via. Sarebbe rimasto. Fino alla fine.

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    1. Ciao Elisa e benvenuta tra queste pagine 🙂
      Grazie per aver partecipato ed esserti unita a questa combriccola di gente che prova a migliorare la propria scrittura. Colgo l’occasione del tuo esercizio per fare un piccolo ripasso: da domenica fino a martedì tutti gli esercizi verranno messi in competizione e votati. Il vincitore non ha premi, ma solo gloria 😀

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  10. Esco, un loop di cose viste, sentite, respirate con l’aria. Trascino i passi sulla strada bagnata dall’umidità, distraggo i pensieri, improvviso, invento un’altra vita dentro questa sera. Soffermo lo sguardo stanco sulle luci al neon, sulle insegne dei bar, fino al momento in cui mi volto e la vedo, ferma al semaforo; è lei che accende la notte con le sue labbra rosso fuoco. Non voglio essere banale, rimorchiare non è il mio forte: «Hai mai visto Dio com’è?»
    Mi guarda, vorrei sapere cosa pensa mentre stringe la borsetta a sé. Aspetto una reazione, forse scappa. Non scosta lo sguardo, resta e scoppia a ridere: «sì.»
    Rido anch’io, non smettiamo quando entriamo in un bar per scaldarci un po’. Siamo io e lei, seduti uno di fronte all’altra, nascosti dalla folla tra lo smog e i rumori del locale. Siamo noi, le luci soffuse e le chiacchiere bagnate al whisky.
    «Vieni via con me?» Un altro sì. Complici, confondiamo le nostre storie, le labbra, l’odore dei nostri corpi. Sei bella Rosa. La tua pelle è perfetta Rosa. Rendi perfetto perfino questo buco che chiamo casa. Prima di andare, Rosa, lasciami il profilo del tuo corpo come un poster appeso alla parete. La luce del giorno ci ruba le ultime stelle ancora negli occhi. E’ il momento dei saluti, dei verbi volti al passato.

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  11. Una lacrima scioglie l’inchiostro della parola “mai”, poi una mano lentamente molla la presa e lascia cadere nel vuoto una lettera senza destinatario.
    Il foglio dondola nell’aria, sospinto da un soffio leggero che lo accarezza sotto le stelle, volteggia prima di incastrarsi fra i rami di un albero. È su quel pezzo di carta che la luna appoggia il suo riflesso di luce: una macchia bianca in mezzo all’oscurità della notte.
    Labbra rosso fuoco, crepitio del neon di un bar, smog, ghiaccio nei bicchieri, sente ancora il calore della vicinanza a uno sconosciuto, il sorriso è una colpa: le parole che raccontano un incontro fugace, adesso, sono consegnate alle bizze del vento, affinché il vento porti via sogni e desideri che non si realizzeranno mai.
    L’aveva guardata negli occhi, spogliata senza toglierle i vestiti; aveva scelto lei, fra tante, la ragazza triste con la borsetta stretta al petto.
    “Come ti chiami?”
    “Rosa”
    Dietro il finto “sì”, aveva letto la sua scelta di vita sbagliata.
    Un sussulto del vento libera la pagina scritta dalla sua prigione di foglie. La lettera plana di nuovo leggera, ondeggia nell’aria arrendendosi, infine, al contatto con il suolo. Lì rimane ferma. Come le luci della città, le stelle, la sua certezza.

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  12. Ci si può vestire con la notte? Coprirsi con le stelle?
    L’ho vista che era sotto a un lampione, sua piccola Luna personale. Di lei mi colpirono le labbra e non dimenticherò mai come si stamparono sull’orlo di vetro del drink. Due chiacchiere, quattro risate fatte al ritmo sincopato delle insegne che nessuno guardava più.
    Ci siamo scoperti ancora insieme al mattino: non era così che sarebbe dovuta finire.
    Ormai svestita delle sue stelle, ho lasciato che la brezza del nuovo giorno le portasse via: d’ora in avanti se ne sarebbe occupato il sole mentre le nostre ombre avrebbero giocato a fondersi l’una con l’altra.

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  13. Ho visto solo ora la tua bellissima idea Michele, cercherò nelle prossime settimane di trovare il tempo per mettermi in gioco, nel frattempo andrò a vedere i testi in gara e a votare il mio preferito.
    Ciaooo!

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