Racconti diVersi – L’avvelenata


photo credit: Michel Curi Alvarez Guitars Model No. 5013 via photopin (license)

Il nostro esperimento pare riuscito: abbiamo preso “Lei ha la notte” e ne abbiamo fatto racconti. Tra tutti i partecipanti si sono distinti Marina, che ha raccolto tre voti, seguita da Elisa e Ivano (con il suo secondo esercizio) che hanno avuto due preferenze. Complimenti a loro e a noi tutti non resta altro che riprovare.

La canzone di questa settimana è datata e famosissima. Scritta da un poeta vero in uno di quei momenti di sconforto che le accuse e le dietrologie tipiche del decennio tra il ’68 e il ’77 dovevano scatenare a ogni piè sospinto. Oggi l’avvelenata avrebbe meno rabbia e molta mestizia, in questo modo che si disinteressa di politica (quella vera, quella alta) e preferisce i selfie.

Ma tant’è: godiamoci il testo di Guccini e diamo la stura alle idee. Vi ricordo che una canzone è anche – e soprattutto – una sensazione e che noi non giochiamo a fare un riassuntino ma, attraverso un racconto ispirato dal testo, ricreare un’atmosfera:

Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni;
va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia,
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato…

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’ un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d’ arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…

Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;
io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:
vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso…

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare,
godo molto di più nell’ ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare…
se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista,
io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!
Io frocio, io perchè canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino,
io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!

Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?
Ovvio, il medico dice: “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no ad un certo metro:
compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco!

Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni,
voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni…
Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!

Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!

Buona scrittura e ci vediamo domenica per la consueta votazione!

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32 thoughts on “Racconti diVersi – L’avvelenata

  1. Vediamo se col prof. mi riesce meglio un testo. Stimolante con Guccini, vediamo. Mi era piaciuto anche con l’altra canzone perché ti dà l’aggancio per immaginarti una storia. Forse la scorsa volta ho scritto un testo attinente, ma banale. Buona giornata a tutti.

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  2. Ringrazio per i miei tre voti. 🤗

    Guccini è una bella sfida: io non l’ho mai amato, però certo, non si può dire che abbia scritto canzonette. Vediamo se mi viene qualche buona idea.

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  3. Un omaggio. Io l’ho scoperto tardi Guccini, ma come anche altri cantautori, tipo De Andrè (Fabrizio).
    Sòccia… (comincio a imparare il bolognese) ha un testo forte il professor Guccini mica “cotiche”, casomai lasagne. 😁

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  4. “Ma se io avessi previsto tutto questo…” mi torna sempre in mente il verso di quella canzone tutte le volte che penso all’assurda situazione in cui mi trovo!
    Perché per tutta la vita ho scelto di fare la cosa giusta, mi sono dannata e impegnata sacrificando le mie energie migliori e ora mi ritrovo con un pugno di mosche in mano. Peggio mi ritrovo a dipendere da una stronza neanche laureata che è stata brava solo ad allargare le gambe con i capi giusti.
    “Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
    mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’ un cantante:
    giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
    e un cazzo in culo e accuse d’ arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…”
    Eh caro Guccini sapessi quanto vorrei andare in pensione e mandare a cagare tutti questi stronzi che gestiscono il mio lavoro e che sono bravi solo a riempirsi la bocca con paroloni “efficienza-efficacia-produttività-riorganizzazione” ma mi mancano ancora troppi anni per arrivare alla pensione, sono troppo giovane caro mio, anche se abbastanza vecchia da essere stufa di tutto questo marcio che mi soffoca.
    E poi al giorno d’oggi non è vero che un laureato conta più di un cantante, no macché, c’è uno che canta “andiamo a comandare col trattore in tangenziale” che conta più di me e, anche se non conta, lui guadagna più di me e non passa il tempo sotto il giogo di una stronzetta che giudica il mio lavoro tra una scopata e l’altra con il direttore generale.
    Ma tanto se avessi previsto tutto questo avrei fatto lo stesso, proprio come canta lui, non sono capace di leccare il culo a nessuno, né tantomeno di venderla per un incarico ben retribuito.
    E adesso chi rompe? Questo telefono non smette di squillare neanche quando sono in pausa!
    «Sara, è successa una tragedia!» la voce del mio collega trema
    «cosa è successo?» chiedo io allarmata
    «il direttore e la “capetta” hanno avuto un incidente, sembrano gravi entrambi»
    Resto muta, non posso dire che mi dispiace.
    «accidenti» esclamo «dai magari se la cavano» aggiungo, gli stronzi se la cavano sempre, lo penso ma non lo dico. Per un po’ in ufficio si respirerà un po’ di più. Forse Dio esiste dopo tutto.

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  5. Storia di F. V., scrittore anonimo.

    Un palco. La TV. Fazio. La gente che applaude e vuole sapere da te cosa ne pensi su qualsiasi cosa, dal cambiamento climatico alla carta igienica. Ma tu scrivi e la notte non riesci a dormire al pensiero che anche domani qualcuno vorrà da te un consiglio per la propria vita e tu gli dirai la prima boiata che ti viene in mente. Una cazzata qualsiasi, buona come quella di chiunque altro, raccattata tra le miserie che altri mille ti hanno raccontato nella speranza di avere uno straccio della tue luce riflessa.
    La critica che ti disprezza mentre ti guarda dall’alto in basso. Il tuo ultimo libro ha venduto più dei loro giornali messi assieme. Senza contare che le pagine di cultura, ormai, chi le legge più? Eppure la torre d’avorio è la loro e tu sei un pezzente che scrive “commerciale”.
    Non ti è mai interessato vendere, ma neppure ti ha fatto schifo. Ci hai provato e ti è andata bene. La cosa che più ti piace, di tutto ciò, è la facilità con cui le ragazze te la danno. Che poi… Ti piaceva, all’inizio. Ma l’abitudine toglie la doratura a qualsiasi cosa e adesso il pensiero di dividere quel poco di intimità che hai con un’estranea è un pensiero che ti fa accapponare la pelle. Preferiresti chiuderti in bagno, da solo. A volte lo fai pure.
    Solo che non riesci a smettere. Vorresti scrivere un libro che nessuno compri. Magari un libro di pagine vuote, giusto per dimostrare a tutti che non è vero, che anche tu sei come tutti gli altri. Che è tutta una montatura.
    Ma tu, la fortuna di essere come gli altri, non ce l’hai. Ti chiami F. V.: vorresti smettere e finisci per pubblicare sempre e solo best seller.

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  6. E, infine, toccò al vecchio parlare.
    “Io non so proprio quale effetto abbiano prodotto su di voi i miei accusatori. Quanto a me, mentre li ascoltavo, divenivo quasi dimentico di me stesso: tale era il fascino della loro eloquenza!
    Io non conosco le logiche del tribunale, posso solo dire la verità.
    Sono figlio di gente semplice e ignorante, che credeva solo in una tranquilla vecchiaia e magari nella scuola, eppure sono stato il primo della mia famiglia a esplorare una strada nuova. I miei errori, quindi, non sono dovuti alla fame di gloria né alla sete di denaro, solo alla mia ingenuità.
    Non voglio fare la rivoluzione e nemmeno ispirarla: non sono un poeta, né un politico, tantomeno un maestro. Ciò che io dico lo dico solo perché mi aggrada, e se non porto avanti i vostri ideali, ignoratemi, ma non aspettatevi nulla da me. In fondo voi non volete condannare me, piuttosto le mie idee, diverse dalle vostre.
    La mia povertà è la prova che non lo faccio per denaro, tuttavia ai sofisti io dico: bravi! Se ne avete le capacità, fatelo! Tanto ci sarà sempre un fallito, un sacerdote o un Meleto che vorranno condannarvi comunque.
    E s’io avessi previsto tutto questo, l’avrei fatto lo stesso. Non svestirò i miei panni né chiederò la vostra clemenza. Ho ancora molte storie da raccontare, e a chi non va bene il mio augurio sarà: Balle eis korakas!”

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  7. Se fosse vivo papà non avrebbe permesso questo scempio. Se n’è andato pure prima oggi il “signorino”. S’avessi previsto tutto questo me ne sarei rimasto a Roma a finire gli studi. Ma oramai… Sono scappato per non stare con la mia famiglia chiuso qua dentro tra l’odore di formaggio. Accarezzo le forme di ricotta mentre scolano il loro liquido. Se non fosse per me, non mungerebbe neppure tutti i giorni quello screanzato. E le pecore che colpa ne hanno? Mi asciugo le mani bagnate nei pantaloni e mi metto a pulire per terra. Accidenti a lui. Ma chi me lo fa fare di prendermi tutto a carico? Mi manca Roma, l’università e Stefania, cavolo se mi manca. Aveva ragione mio padre quando mi diceva di andarmene a studiare fuori e stare lontano da loro, da Lucio in particolare. Se gli avessi dato retta non starei a mungere e fare il formaggio quasi da solo. Tutti buoni così. Stavolta i soldi non glieli do.
    A settembre lo lascio qui e me ne ritorno a Roma. E voi che vi guardate? Non belate! Parlo pure con le pecore e da solo. Nessuno che si preoccupa se sto bene e se mi piaccia ‘sto lavoro. Io scemo, io coglione, io sfigato, io scoglionato.Da bambino era un gioco, ero il più bravo anche tra i cugini. Io fallito, io scontento, io avvelenato. S’avessi previsto tutto questo sarei andato a Torino a studiare, dopo avrei voluto vedere che cosa sapevano fare. Con mia madre malata e un fratello scansafatiche cosa potevo fare? Ma s’avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso. Mi piace star con Nerina, Bianca, Serenella e parlarci mentre gli svuoto le mammelle. Mi piace camminare tra la campagna solitaria e poi sono nato fesso. Mi piace portare il formaggio fresco a casa e mia madre con gli occhi lucidi che mi taglia la prima fetta.

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  8. Stavo per rinunciarci. Ho fatto carte false per non mancare nemmeno a questo appuntamento, però ci sono dei corsivi che devi sistemare tu.
    (Ti rispedisco il brano via mail, okay?) ☺️

    Lanciò il cellulare contro le copie del suo romanzo impilate sulla scrivania e, da ferma, sbattè i piedi sul pavimento: “stronza! Ho un’amica stronza. Ma tu guarda se devo essere criticata da una che ha scritto solo un libro nella vita e pensa di potere dare dei consigli a me. Siediti. Prendi carta e penna.”
    Il segretario, rimpicciolito su una sedia, la guardò di taglio e poi si mise il notes sulle ginocchia.
    “Allora, scrivi:
    “Egregio dott. Bertoncelli, sarei lieta se lei volesse intervenire alla serata di presentazione del mio libro che avrà luogo… va beh, dati, causa e pretesto li aggiungiamo dopo. Conosce bene la mia storia, gli anni che ho dedicato allo studio, i miei molteplici interessi, io testarda, io convinta, io arrivista, io sognatrice, io tutto, io niente. Che fai, non scrivi? Sì, sì, io tutto, io niente, bisogna fare capire all’agente letterario, checché ne dica la mia cara amichetta tutta precisina, che per telefono mi dice forse potevi scriverlo meglio, che il romanzo è un’evoluzione del mio pensiero libero e che merita non una piccola realtà editoriale, ma una grande casa editrice. Io scrivo per diletto, mi diverto, mica come quelli che lo fanno di mestiere e ci guadagnano, pure. Continua su. Dunque, eravamo… Ah, sì, io tutto, io niente. Cancella. Forse suona meglio io eclettica, io versatile, no no, io poliedrica. Sì, mi piace: poliedrica…e a culo tutto il resto. Pardon. Questo, naturalmente, non scriverlo. Sono avvelenata, oggi..”
    Il segretario la seguiva con la coda dell’occhio, mentre la grande manager tagliava la stanza in diagonale marciando sui tacchi: la donna dettava con foga la lettera di invito e i fogli si riempivano di parole deliranti: si dava del genio e della cretina, si era definita pure lesbica per un eccesso di fanatismo anarchico e, chissà, magari qualche esperienza l’aveva pure fatta.
    “… guadagnare con la scrittura non fa per me, tuttavia trovo coraggioso chi sa vendersi bene per ottenere il successo: autori compiacenti, ruffiani e opportunisti, magari pure blogger… Mai – virgola – avrei pensato – mettine un’altra – che alla scrittura sarei arrivata con tanta naturalezza, come quando canto, recito e ballo. Se io avessi previsto tutto questo, i consensi e tutti i plausi ricevuti sarebbero bastati per convincerla, caro dott. Bertoncelli, che sono in grado di avere accesso alla Repubblica delle lettere. Pertanto mi farebbe piacere che venisse a testare di presenza il valore della mia opera prima… Hai scritto tutto? Fa’ vedere?”
    La manager cantante, attrice, ballerina e adesso anche scrittrice alzò gli occhi sul povero segretario, strinse la bocca in una smorfia che le raggrinziva le labbra e disse: “io ti licenzio: delle lettere – urlò – non delle banane!”

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  9. Li rimpiango i tempi in cui mi chiudevo in camera.
    Anche se bussavano per la cena, non uscivo fin quando non avevo finito di scrivere la fine di un capitolo.
    – Stai sempre chiusa in camera, sei così pallida! Devi andare fuori!
    – Devo scrivere.
    – Mica si mangia con l’inchiostro. Chi ti credi di essere, Liala?
    – Casomai la Ginzburg. Ma tu che ne sai che al massimo ti leggi l’oroscopo di Sorrisi e Canzoni tivvù! – i rimproveri delle madri si sa, sono come l’olio di ricino, ti tocca mandarlo giù, fa schifo, ma alla fine fa bene, ti tempra.
    E il tempo che le ha dato torto sfuma i toni.
    Davanti alla sua tomba non la saluto alzando il dito medio. Ho rispetto perché so che mi ha voluto un gran bene e che mi rompeva proprio perché a me ci teneva, mi voleva perfettina e invece mi vedeva difettata.
    La casa è piena dei miei libri, quelli che ho scritto quando ho imparato a mettere le mie frustrazioni sulla carta, che non è stato facile parlare di me, che mi vedevo grassotta e bruttina, con quel naso da fiorentino. Lo stesso di cui mia madre aveva un quadro, una copia in anticamera, perché per lei la cultura va appesa al chiodo e così sia.
    Mamma, so che mi volevi in fabbrica, invece di studiare, perché è meglio un uovo sicuro oggi che forse una gallina domani, una che magari ti diventa schizzinosa e vuole sono chicchi scelti di marca costosissima.
    Che bello quando il mio compagno di banco delle elementari ha venduto i miei primi quaderni scritti fitti: il mio primo romanzo. Ne avevo scritte a mano dieci copie, e ogni volta cambiavo delle frasi, delle scene, poche volte il senso.
    Oggi all’asta le hanno battute che valevano un tessoro.
    La vedo la mia mamma, che si rivolta nella tomba a brontolare:
    – Ma la potevi tenere una copia di quella storia, no?
    Ma chissenefrega poi, quello che conta e che mi divertivo, e ancora adesso.
    E quindi finisco la minestra, alzo gli occhi al cielo, saluto quel carabiniere di mia madre e sbattendo la porta torno a scrivere di lei, di noi e di tutto il resto

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