Racconti diVersi – Cicale


photo credit: Michel Curi Alvarez Guitars Model No. 5013 via photopin (license)

La settimana scorsa abbiamo rielaborato L’avvelenata di Guccini e Ivano mi ha battuto sul filo di lana raccogliendo quattro preferenze, proponendoci un fantastico svolgimento ambientato nella Grecia antica (e voi sapete, ormai, quanto questo mi abbia fatto piacere). Onore a lui, dunque, e un “Ritenta, sarai più fortunato” a tutti gli altri.

Dato che le canzoni che scelgo io sembrano sconosciute ai più (ma vedrete, andando avanti, che ve ne fornirò di ancora più sconosciute!) e che in diversi avete espresso il desiderio di avere brani di cui fosse più nota anche la musica, oggi prendiamo un pezzo che non potete non conoscere: Cicale. Se passare da Guccini alla Parisi vi pare oltraggioso, e a me senza offesa per nessuno lo pare, potrete rivalervi su Viola Emi: è stata lei la più lesta a richiedere una “dedica”. Eccovi quindi il testo, epurato delle ripetizioni:

Delle cicale
ci cale ci cale ci cale
della formica
invece non ci cale mica

automobili telefoni tivu’
nella scatola del mondo io e tu
per cui la quale
ci cale ci cale ci cale

per carnevale
ci cale ci cale ci cale
di chi fa il pianto
ci cale ma mica poi tanto

sole rosso fa l’arancia..
di lassu’
luna gialla fa il limone..
di quaggiu’
per cui la quale
ci cale ci cale ci cale

non voglio fare l’altalena..
su e giu’
io sto bene dove..
ci sei tu

cica cica’..
e questo e’ brutto e questo e’ bello..
chi lo sa’..
merlo del castello..
vola e va’
cica cica’..
io sto’ qua.. ah..

Di chi sta’ male
ci cale ci cale ci cale
di chi fa il pianto
ci cale ma mica poi tanto

Buona scrittura e ci vediamo domenica per la consueta votazione!

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49 thoughts on “Racconti diVersi – Cicale

  1. Se andiamo con le dediche, io ascolto una lista lunga al giorno, potresti star bene per mesi e mesi. Complimenti Ivano. Sono sincera, col testo della mia “Avvelenata” ci ho sperato. Per una volta che mi piaceva un mio testo…
    Cicale è una canzone leggera, ma mica dobbiamo andare sul pesante (non in senso di hard rock ) per forza, o sì?
    Vado ad accendere la radio. Buona musica a tutti.

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  2. ahahahahah

    Michele però non sbolognare tutto a me, avevo citato una serie di titoli motivandoli e tu hai scelto questo (scelta che condivido perché voglio proprio vedere cosa se ne tira fuori). 😀

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  3. Ringrazio per i voti e per i complimenti.
    Mi è piaciuto molto il tuo testo, Tiziana, anche se alla fine ho votato per Michele.
    Mi piacerebbe conoscere la motivazione di Violaemi per “Cicale”. 🙂

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  4. Complimenti a tutti per aver rielaborato il brano della settimana scorsa. Io ho provato a partecipare, ma il mio testo è rimasto un po’ così per mancanza di tempo e ho preferito lasciar perdere. Vediamo se a questo giro riesco a partecipare. 🙂

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  5. Basta! Sbottò Heather. Da oggi si cambia.
    Duccio si strinse nelle spalle. Poi riprese ad archiviare. Fascicoli su fascicoli ancora da visionare e catalogare. E innumerevoli scatoloni ancora da aprire.
    Dai. Andiamo. A ballare! Stasera voglio andare a ballare!
    Dobbiamo finire qui. Che credi? Non va neanche a me di starmene rinchiuso qua dentro ma tant’è. E poi fra cinque minuti avrà già cambiato idea, bofonchiò senza che lei riuscisse a sentire.
    Gne gne gne.

    Finiremo domani! O dopo domani. O quando sarà! Stiamo chiusi qui dentro per 14 ore al giorno da 2 settimane ormai!
    Dobbiamo essere responsabili.
    Dobbiamo VIVERE, questo dobbiamo fare! Non voglio più lamentarmi e piagnucolare. Voglio agire, divertirmi. Gioire del sole e della luna. Eterno Carnevale: così voglio vivere.
    Ma il lavoro, il dovere… provò ad obiettare Duccio.
    Sì anche il lavoro. Ma anche! Non solo. E non ora.
    Dici così adesso. E domani ti sarai già pentita.
    Cicala dell’ottavo giorno, Duccio. Cicala dell’ottavo giorno voglio essere.
    Non capì la citazione.
    Smettila, aggiunse, con questo continuo altalenare: oggi entusiasmo, domani depressione. Un continuo su e giù che mi sfinisce.
    Da oggi, sull’altalena ci salgo solo per toccare il cielo, con te che mi spingi.
    Ci cale. Duccio sorrise.
    Stavolta fu lei a non capire. Non conosceva quel dialetto, quelle sfumature della lingua. Ma si erano ormai chiusi la porta dell’ufficio alle spalle.

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  6. “Formiche a destra, tu cicala a sinistra.”
    Mi stringono i fuseaux proprio lì. Neri che mi smagrivano, ma chi era la cicala precedente l’anno scorso, un grissino?
    Serata di beneficenza per raccogliere i soldi per la festa di San Bernardino. Stesso vestito, ma due rappresentazioni diverse. Ma i soldi per un pantalone più largo non si potevano considerare oppure potevate chiamare di nuovo Alfredo.
    “Cicale, cicale, cicale…non voglio fare l’altalena su e giù…”
    “Smettila, non te ne approfittare che non riesco a muovermi, sfotti tua sorella,”
    “Eppure hai un qualcosa di affascinante.”
    “Se non ti togli, vedrai quello che ti succede. Fammi fumare una sigaretta. “
    Sandrone, non aveva tutti i torti, sembravo un ballerino con queste gambe. Mi massaggiavo le cosce che cominciavano a non pulsare più da quanto mi stringevano. Mi sa che se non finisce presto lo spettacolo finirò morto come la sorte della cicala. Eccole tutte le formichine pronte per entrare in scena. Sentirmi dire che se continuerò a cantare tutta l’estate, mi straniva. Mi irritavano questi pantaloni, qui qualcuno l’aveva sostituiti. Non si spiegava altrimenti. Quasi, quasi…Sandrone mi aveva ispirato.
    In scena! Pronti?
    Sono pronto, eccome.
    “…per cui la quale, cicale, cicale, cicale…”
    Le risate si sentivano nonostante gli applausi. Un tonfo dietro il palco dopo la mia nuova versione della canzone della cicala e uno strappo dopo l’inchino. In piazza non si parlava d’altro che dello spettacolo di ieri sera : la canzone la cantavano tutte le formiche che avevano partecipato più un coro accorso dal bar mentre passava la signorina Serafini, la maestra di canto alias la direttrice del teatro, alias la curatrice, alias tuttofare. Si stava sentendo male anche ora, non aveva tolto neanche gli occhiali da sole. Chissà che male al fondoschiena. Botta secca a terra! La testa solo un bozzetto. Ma i fuseaux! Uh! Quelli sì che erano rotti, ma da dietro non aveva visto nessuno. Prossimo anno li dovranno comprare nuovi.
    “Salve, signorina Serafini, simpatica la sua canzone.”
    “Qua…quale?”
    “Cicale, cicale, cicale…”
    Ed ora chi la raccoglierà?

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  7. Zazueraaa zazueraaaaa A E I O U Ipselon Fio maravelha la la larallalà.
    La notte rischiarata l’arietta fresca l’odore dell’abbronzante al cocco il sangue vorticoso infuocato.
    Brigitte Bardot Bardot Brigitte beijou beijou.
    Era bella una volta la Bardot ora è bella Megan Fox ma sei più bella tu che stai ballando con me e per me. E la luna è grande e le stelle luccicose come la tua pelle lucida di goccioline piccolissime. Minuscolissime? Microscopicissime come puntini di sale. Salate come granelli di sole.
    Ai ai caramba ai ai caramba.
    Automobili e smog nuntereggae più lavoro e ufficio nuntereggae più ipocondria ipocrisia malinconia che è la più brutta che ci sia egoismo invidia nuntereggae più leccaculo nuntereggae più. Ta ta taratatatta taratatatatta ta ta ta.
    Brazil la la la la la la la laa.
    E via col trenino che sembra più un bruco che si dimena nel becco di un merlo che vola e va’ verso la torre a salvare un amico dalla tristezza.
    E questa nottebambina durerà per sempre. E questa notte sì.
    Eh meu amigo Charlie eh meu amigo Charlie Brown Charlie Brown…

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  8. Indosso il body di pizzo e merletto, le scarpe col tacco alto e sottile; sciolgo i capelli sulle spalle e li ravvivo con le mani per renderli più vaporosi. Nascosta dal sipario sbircio la sala: neanche un posto vuoto. La platea freme. E’ arrivato il momento, sento annunciare:
    “Signore e signori accogliamo con un forte applauso la fantastica Heather!”
    Sorridente, faccio il mio ingresso sul palco. Ovazione. Inchino. La musica riempie ogni spazio libero della stanza, guida i miei passi: Arabesque, Chassé, Passé, Pirouette, Plié, Relevé…
    Posa finale, sorriso, occhiolino, inchino. Resto ferma per qualche minuto davanti allo specchio del vecchio armadio di legno nella camera da letto della mamma. Il respiro affannoso, il sudore lungo la schiena. Osservo il mio riflesso allo specchio immaginando una telecamera indugiare sul corpo per concludere con un primo piano. Fisso il pubblico di bambole e peluche sistemato sulle sedie in fila davanti a me. Mi sento euforica, ho ancora voglia di ballare, per la cena c’è tempo. Aziono il giradischi e corro dietro la tenda pronta a ricominciare lo show; mentre danzo, sento crescere la convinzione o forse, solo la speranza che un giorno sarà tutto vero.

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  9. Non zo mai trovare parole zoddizfazenti per dirti quello che zento e cozì finizco per ztarmene qui a teztare e zaggiare il dizcorzo che ti vorrei fare. Tutti i giorni ti penzo e imbaztizco di continuo i dialoghi che mi piacerebbe zcambiare con te. Avrai capito che zono perza per te, zì. Vorrei avere il coraggio di zoztenerlo anche in tua prezenza ma non ci riezco. Non riezco a guardarti negli occhi perché ogni volta mi perdo nei penzieri e non ne ezco più o, pezzo ancora, mi faccio di zazzo. Ho cozì paura di dire qualcoza di zbagliato che finizco col zembrare zolo ztronza: zo che penzi quezto di me.
    Mi piaci da zempre ma l’ho capito zolo adezzo: non zono mai ztata brava con i zentimenti. Tu zei l’ezatto oppozto di me ed è per quezto che ti trovo cozì zplendida. Zai, dopo molti anni bui e zotterranei zono riuzita a chiudere quazi tutte le mie queztioni in zozpezo zentendomi in pace con me ztezza. Pronta a zpiccare il volo. Ho chiuzo quazi tutte le queztioni, tranne te. Io non conozco quazi nulla di te ze non quello che vedo, affacciata di quazzù.
    Non zo ze preferizi la zemola o l’inzalata, non zo ze il rozzo è il tuo colore preferito, non zo ze hai la fobia dei zerpenti, ze preferizi la muzica al zilenzio ma l’amore è quezto. È zcoprire. È una zcommezza. È dire: “zo poco di te ma voglio che ztiamo inzieme anche ze zo che zaremo zempre diverze”.
    Ze tu mi chiedezzi il perché di tutto quezto io non ti zaprei rizpondere, l’amore è troppo complezzo per poter ezzere zpiegato in zemplici penzieri. Zo zolo che tu hai il potere di farmi zorridere anche quando la mia eztate zi zquaderna. Vorrei che tu zapezzi tutto ciò che zento e provo ogni iztante della mia vita. Quando ci zei, quando non ci zei, quando ti zcruto, quando mi zcruti, quando zorridi, quando rizplendi. Zicuro: vorrei che lo zapezzi.
    Forze zono io il problema. Mi dizpiace. Forze zto perdendo tempo e ho zolo bizogno di crezere. Quando zarò creziuta zarò in grado di affrontare il futuro. O forze non crezerò mai e la mia vita zarà zemata via nella tua atteza. Zo zolo che zto cercando di non zfaziare tutto come mio zolito.
    Zappi che quando zarai angoziata, quando avrai il mondo avverzo e ti zentirai zmarrita: io ti zozterrò zempre. Ricorda che avrai zempre qualcuno che non riuzirà mai a deteztarti zolo perché zei una formica.
    Con amore,
    Cicala

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  10. Non ho mai capito quel “ci cale, ci cale, ci cale”, che pure mi ha dato problemi a scuola. La maestra me lo correggeva. “Ma maestra, lo dicono anche in tivù!”

    A proposito di dediche, posso citare la mia preferita?? 😉
    Il finale dei vecchietti:
    “The question is: what is a Mahna Mahna?” (la domanda è: cos’è un Mahna Mahna?)
    “The question is: who cares?” (la domanda è: chi gliene importa?)

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  11. Qualcuno ha rubato le nostre ali?
    Perché guardate me? Sono una formica io, che volete che me ne faccia delle vostre ali.
    Sei una formica anomala, però: le formiche non mangiano arance.
    E perché, le cicale succhiano limoni?
    Questo non è un limone: è la luna.
    E allora se il limone è la luna, questi sono spicchi di sole, non fette di arancia.
    Siete matte da legare, formica e cicale ci cale ci cale. Ma che sono commestibili sole e luna? Per cui la quale, smettetela con questo carnevale.
    Ha parlato il merlo del castello.
    Merli sarete voi.
    No, noi siamo cicale, cantiamo con la luna in bocca cica cica e siamo sempre allegre.
    Non saltate sui letti: se ci becca l’infermiera niente tv per i prossimi sette giorni.
    Ma quale infermiera. Siamo in estate: via i telefoni, via la tv, si fa festa. Questo è brutto, questo è bello.
    Lasciate stare i miei vestiti.
    Altalena su e giù…
    Datemeli, ho detto!
    Che fai, merlo, piangi?
    Merli sarete voi!
    Che è ‘sto manicomio? Avete fatto piangere il merlo.
    Ma questo vestito è nero ed è della formica.
    Avete fatto piangere anche la formica.
    Della formica non ci cale mica.
    Il vestito è miooo.
    cica cica.
    Ho detto giù dal letto.
    Ma dove sono le nostre ali? Qualcuno ha rubato le nostre ali?

    Quella sera si rese necessario somministrare una dose doppia di sedativi alle pazienti della stanza cinque.

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