Racconti diVersi – Il Padrino


photo credit: Michel Curi Alvarez Guitars Model No. 5013 via photopin (license)

Teorema è uno dei pezzi più discussi, e magari anche discutibili, che riguardano l’amore. Tutti la conoscono, come anche Aldo Giovanni e Giacomo fanno notare (e Tiziana, poi, fa notare a me). Ciascuno di noi ha detto la propria su quel testo ma è stata Tiziana, alla fine, a raccogliere più voti. Complimenti!

Prima di ripartire, però, vi svelo un piccolo scherzetto: il mio pezzo non era mio. Era una scena di Casablanca. Immaginavo che tutti – o almeno qualcuno – avrebbero riconosciuto Rick e Ilsa nascosti sotto i nomi di Riek e Elsa. L’arabo al posto di Amid. Le battute sono quelle, solo riadattate; l’unica deviazione l’ho dovuta fare mettendo un cappello iniziale che riassumesse in breve tutto quanto era accaduto fino a quel momento e una chiusa che non lasciasse il tutto troppo sospeso. Nessuno se n’è accorto; in diversi però avete sottolineato l’intensità del brano.

È chiaro che in quei tempi, molto più che oggi, gli sceneggiatori sapevano scrivere. Cioè costruire storie. Quale migliore palestra, per noi, se non imparare da loro? Una scena non fa eccezione e contiene in piccolo tutto quello che c’è in un racconto: c’è il conflitto, c’è un’idea di controllo, c’è un climax e c’è un finale. Ogni scena che scriviamo dovrebbe essere così e tutte quelle che non rispondono sinceramente a questi dettami andrebbero tagliate senza pietà. Nella scena di Casablanca c’è molto da imparare: pensateci, smontatela e rimontatela, scopritene i segreti meccanismi. Cosa significa? Cosa dice, sotto sotto (ovvero nel sottotesto), il dialogo tra Riek ed Elsa? A cosa serve Amid? Vi assicuro che nulla è lì per caso, o per “ispirazione” di chi ha scritto. Tutto, invece, è funzionale a un effetto: voluto, cercato, ottenuto.

Adesso che lo sapete oggi vi lascio giocare al mio stesso gioco: ecco una scena presa da Il Padrino in onore di Gastone Moschin, scomparso in questi giorni. Prendetela e trasformatela in qualcos’altro. Per farlo non basterà cambiare l’ambientazione e tenere le battute, ma bisognerà capirne il sottotesto. La scena va trasformata nell’apparenza e però mantenuta nella sostanza.

Buona scrittura e ci vediamo domenica per la consueta votazione!

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18 pensieri riguardo “Racconti diVersi – Il Padrino

  1. Casablanca: conosco solo di fama ma giusto il nome, neanche la trama. Credo di non aver mai visto un film in bianco e nero. Quando qualcuno in casa li guardava reggevo tipo 10 minuti; per me sono interminabili silenzi che non capisco e qualche battuta. Eppure il tuo testo era davvero intenso quindi proprio effetto opposto. Chissà. Il Padrino lo adoro, di sicuro tra i miei film preferiti (in particolare 1 e 2, il 3 è già qualcos’altro). Brucia la luna…

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  2. Grazie. Che bel risveglio. Quel teorema famoso…di Pitagora? No, di Ferrradini. 😀
    Il film di Aldo, Giovanni e Giacomo è molto carino, lo consiglio. Mi sono ricordata di quel pezzo sulla canzone di Ferrradini.
    Prossima sfida è tosta. Interessante e baciamo le mani. 😀

    Buona giornata a tutti.

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  3. E allora comincio io…

    L’orfanotrofio era deserto. Da fuori arrivavano urla, voci, incitamenti: la partita era entrata nel vivo e qualche minuto prima un boato aveva sancito il primo gol. I tre ragazzini, invece, erano nei bagni con un secchio d’acqua lurida e tre spugne minuscole, con l’ordine tassativo di tirarli a lucido. Tre amici inseparabili e un castigo esemplare. No, Monsignor De Verres, direttore dell’istituto, non amava che la sua autorità venisse messa in discussione.
    Jérémy e Olivier avevano già attaccato la zona delle docce quando Martial disse: “Ma davvero dobbiamo fare questo?”
    Gli altri lo guardarono, scossero la testa e ricominciarono a spazzolare.
    “Io non ho intenzione di pulire niente” insistette.
    “Se non lo facciamo ci ucciderà” disse Jérémy mentre ripassava la fuga tra due piastrelle.
    “Non può farlo, se rimarremo uniti. Fidatevi di me.”
    Gli altri si fermarono e si guardarono: le punizioni corporali, giù nell’atrio, avevano avuto come protagonisti sempre ragazzi da soli, mai a gruppi.
    “Vi fidate di me?” disse Martial, stendendo la mano davanti a sé.
    Jérémy e Olivier sospirarono e si avvicinarono. Uno alla volta, poggiarono la mano sopra quella dell’amico.
    “Sì, ma come faremo?” piagnucolò Jérémy.
    “Lasciate fare a me” disse Martial, “Ci penso io. Adesso vado nel suo ufficio e gli parlo: vedrete che cambierà atteggiamento.”
    Guardò gli amici negli occhi fino a quando ciascuno di loro annuì. Quindi corse via, lungo il corridoio, verso l’unica porta chiusa giù in fondo, nella zona degli uffici. Arrivato davanti all’uscio esitò un istante, bussò e poi entrò senza attendere nessuna autorizzazione.
    Monsignor De Verres alzò gli occhi da un breviario con l’aria di uno che stesse aspettando già da un po’. Martial, che stringeva ancora in mano la sua spugna, allungò il braccio e la depositò sulla grande cattedra di legno scuro che lo divideva dal suo aguzzino.
    “Cosa dovrei farci, con questa?” disse l’uomo.
    La voce profonda tuonò nella stanza; avrebbe spaventato chiunque ma Martial rimase impettito come una sentinella, senza che il viso tradisse nessuna emozione. De Verres posò il breviario, avendo cura di lasciare il segno alla pagina che stava leggendo.
    “Quale altra punizione dovrei escogitare, per voi?”
    “Le prometto che d’ora in avanti righeremo dritto.”
    “Ma davvero.”
    “Deve credermi. Quello di ieri è stato un incidente. Ecco: diciamo che è stato un incidente.”
    “E i bagni?”
    “È stato un incidente, no?, signor direttore. E dunque non c’è bisogno di una punizione. Vorrà dire che potrà essere più severo se mai dovessimo sbagliare ancora.”
    Monsignor De Verres sorrise. Si alzò, fece il giro della cattedra e accarezzò la nuca di Martial.
    “Mi piaci, ragazzo. Hai fegato e parlantina. Se tu fossi un novizio dei Gesuiti saresti davvero una grande risorsa. Se tu lo fossi” sospirò, “le cose sarebbero molto diverse. Molto. Potrei persino affidarti le chiavi delle camerate.” Accarezzò Martial sulla guancia e aggiunse: “Ma non lo sei.”
    Si girò, prese la spugna e la piantò in faccia al ragazzo: “Adesso prendi la spugna e torni a pulire. Tu e i tuoi sodali.”
    Lo prese per un orecchio e lo trascinò fuori dalla porta: “Pulite tutto. Subito. Tra un’ora vengo a fare l’ispezione: quel bagno dev’essere tanto lustro da poterci mangiare. Perché la vostra cena sarà servita su quel pavimento, questa sera.”
    La porta sbatté e il silenzio tornò ad occupare il corridoio. Martial prese la spugna e la passò accuratamente su di sé, proprio dove il vecchio aveva appoggiato le mani.

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  4. Ok, ci provo!

    Era il momento della pausa pranzo ma i tre operai non stavano mangiando.
    “Fino alle nove? Tutto il mese lavorare fino alle nove? Non so se ce la faccio.” Disse Marco.
    “Dobbiamo farcela per forza,” gli rispose Piero “sennò quello ci mette due minuti a cacciarci. Siamo un’azienda piccola, non abbiamo forza contrattuale, il padrone fa ciò che vuole.”
    Gino ci rimuginò un po’ su: “fino alle sei vi andrebbe bene?”
    “A me, sì,” fece Marco “ma è al padrone che non andrà bene.”
    “Non accetterà mai!” fu d’accordo Piero “col fratello, magari, ci si potrebbe parlare, ma il commenda è uno sporco sfruttatore. Meglio per noi assecondarlo, se vogliamo conservarci il posto di lavoro.”
    Gino si allontanò di alcuni passi, per riordinare i pensieri, poi tornò dagli amici: “E allora, se a voi va bene, ci ragiono io col padrone.”
    “E come farai a convincerlo?”
    “A voi non deve interessare, solo ricordatevi che vi ho fatto un piacere.”
    “E se si incazza?”
    “Non preoccuparti, gli farò una così bella proposta che sarà costretto ad accettare. Vedrai.”
    Gino si recò al bar aziendale dove il proprietario stava sorseggiando un caffè.
    “Signor Bertelli,” esordì “io, Marco e Piero pensavamo di fermarci fino alle sei stasera… e anche le altre sere.”
    Il commendator Bertelli fissò Gino come fosse uno scarafaggio: “Se non ho sentito male, hai detto fino alle sei? Eh? Eh… qua finisce male! Questo è un affronto alla mia autorità.”
    “Ma no, capo, è che siamo stanchi, abbiamo i nostri impegni, le nostre famiglie… ma lavoreremo più veloci, aumenteremo la produzione, vedrà in poco tempo ci porteremo avanti. Ci dia tempo, abbia fiducia in me.”
    “Eh… la faccia tosta a te non manca! Se non fossi nato poveraccio e avessi avuto un’istruzione ti avrei sicuramente dato un posto migliore. Ma tant’è.” Rispose ridacchiando Bertelli. “Sei proprio in gamba” osservò “ma stasera vi fermate comunque fino alle nove! E anche tutte le altre sere! Ci siamo capiti?”
    Bertelli finì rumorosamente il suo caffè schioccando le labbra, fece per andarsene ma prima di uscire si riavvicinò a Gino, gli mise una mano sulla nuca e gliela strizzò amichevolmente, come un padrone che prende per la collottola il suo cane, avvicinò il volto al suo: “Fino alle nove in punto!” sussurrò con voce minacciosa. Poi uscì.
    Gino fissò la porta da dov’era uscito il padrone, estrasse dalla tasca una grossa chiave inglese e se l’appoggiò alla nuca, nell’esatto punto dove l’aveva stretto la mano di Bertelli. La chiave si muoveva piano, avanti e indietro, mentre gli occhi neri di Gino erano fermi: fissavano la porta da dove era uscito il suo oppressore, torbidi, bui.

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  5. “ L’ho preso, l’ho preso. Dai scappiamo.” si affrettò Lino.
    “ Maledetti, ragazzi.”ansimò Donato l’orefice di via Pavese.
    “ Ci è mancato poco che non ci prendesse, quel ciccione.” incalzò Giulio.
    “ Guarda, questo è Seamaster con quadrante scuro.” affermò Lino con fare esperto.
    “ Non mi interessa che orologio è, mi servono i soldi. Tanti.”
    “ Con questo ci compriamo un bel po’ di cose.” disse Lino appoggiandosi l’orologio al polso per provarselo.
    “ Dammi la mia parte, adesso. Ho visto una macchina da scrivere da Lombardini e se gli porto un anticipo, me la farà pagare a rate. Intanto potrò prenderla e…” sospirò Giulio con gli occhi più in alto della testa dell’amico.
    “ Non posso, non c’è Parini per darci i soldi subito. E poi, se permetti,io ho più bisogno di te. Non lo vedi che scarpe che ho? Ho un buco sotto la suola,tu fai il garzone e qualcosa guadagni.”
    “ Sì, ma lo sai quanto costa una macchina da scrivere? “ rispose Giulio concitato.
    “ Dei tuoi debiti non m’interessa. Prima mi compro le scarpe io. Lo sai che Parini non paga tutto insieme.” rispose Lino prontamente.
    “ E io come faccio a comprare la macchina da scrivere? Lombardini non mi fa credito.” rispose Giulio preoccupato.
    “ Se è per questo neppure io posso aspettare, ho urgenza.”
    Si sentì una voce da dietro il bidone della spazzatura.
    “ Signor Gerretti, che desidera?” domandò Lino prontamente.
    “ Lo sai bene, Linuccio, i soldi che mi devi.”
    “ E io che c’entro con voi due? Lino,dammi la mia parte o l’orologio che poi ti do la tua. Io non voglio regalare niente a nessuno.” si arrabbiò Giulio temendo di aver rubato per niente.
    “ Chi è questo ragazzo? Mi piace questa determinazione. “
    “ Senta, io voglio la mia parte. Se lei ha un debito con Lino, non è affar mio.”
    “ E cosa ci devi fare con quei soldi, sentiamo.”
    “ E perché lo vuole sapere?” tutto seccato Giulio si avvicinava al signor Gerretti in segno di sfida.
    “ Curiosità, solo curiosità, giovanotto.”
    “ Ho visto una macchina da scrivere e non i soldi. Voglio la mia parte. Ognuno i suoi debiti. Lino c’è l’ha con lei, non io.”
    Lino nel frattempo si era quasi rimpicciolito accanto a Giulio che non dava modo di far intervenire tra lui e il signor Gerretti. Ora Lino non faceva più il prepotente con lui per dividere i soldi. Giulio aveva tirato fuori una grinta celata poco prima con Lino che stava facendo i conti per se stesso.
    “ Mi stai simpatico. Facciamo così : Lino darà la sua parte a me e tu farai lo stesso.”
    “ Non se ne parla.” col volto infuriato Giulio stava tirando su le maniche della camicia.
    “ Sei troppo frettoloso, ragazzo. La tua parte la dividiamo a metà e tu la porti a Lombardini e gli dici che ti mando io. Vedrai che la parte mancante ce la metterà lui. Mi deve tanti soldi.” toccandosi i baffi.
    “ E allora ci sto, dei debiti degli altri non m’importa.” sospirò Giulio soddisfatto.
    “ Vedi Lino? Impara dal tuo amico. Ognuno pensa per sé. Al prossimo affare. È stato un piacere.” allontanandosi dai due ragazzi.
    “Veramente, signor Gerretti…”
    Lino non fece in tempo a dire la sua, Gerretti era lontano e Giulio gli rideva in faccia per l’umiliazione subita. Lino non faceva più il prepotente con l’orologio al polso come prima.

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  6. Un uomo di mezza età attraversò il corridoio con la giacca sotto braccio, la camicia scompigliata sopra la cintura, una scarpa non allacciata, in estasi dopo avere goduto della compagnia di una Venere. La sua si chiamava Lola e gli aveva appena soffiato dalle mani un bacio, appoggiata allo stipite della porta di una camera immersa nella luce rossa di un abat-jour pieno di ninnoli kitsch. Solo quando lo vide svoltare l’angolo, la giovane donna si strinse la vestaglia sui fianchi e si precipitò a bussare alla porta accanto. Fiona venne ad aprire in déshabillé e Virginia, poco dopo, raggiunse entrambe in corridoio, lasciando un uomo nudo sul letto, ad aspettarla.
    “Allora? Si va?” – disse eccitata Virginia.
    “Bisognerà dirglielo oggi, però.”- aggiunse Fiona, con tono incerto.
    “Andrò io a chiederglielo in serata.”
    “Sei sicura, Lola ? Non è che la facciamo arrabbiare?”
    “State tranquille. Le farò una proposta che non potrà rifiutare.”
    In una sala soffocata da vecchi mobili e statue barocche, seduta dietro un bancone rivestito di velluto, una donna grassa, con una parrucca sintetica in testa, ciglia e neo posticci, sorrideva ai clienti e intascava avidamente le loro quote di denaro.
    Lola si avvicinò e con nonchalance fece scivolare un foglietto rettangolare sul piano del tavolo spingendoglielo fin sotto gli occhi.
    “Sarebbe?”
    “La prima di Giselle. Al teatro. Domani sera. Io, Fiona e Virginia vorremmo andare.”
    La maîtresse sollevò lo sguardo dalla locandina e mise a fuoco la giovincella che aveva di fronte.
    “Cioè, tre delle mie migliori risorse, le più richieste, lascerebbero scoperto il turno di domani sera per… per assistere a un balletto?”
    “Le prometto che recupereremo domenica: lavoreremo h24. Riceveremo i clienti senza pausa tutto il giorno.”
    Gli occhi della donna si strinsero ancora di più sullo sguardo fermo di Lola e il minuto di silenzio che seguì disperse nell’aria la spavalderia con cui la ragazza le si era rivolta.
    “Naturalmente, domenica non le chiederemo alcun compenso”, – aggiunse questa, spremendo le perle che aveva attorno al collo.
    Il neo, fisso, al lato della bocca, si smosse insieme a un sorriso che regalava speranza:
    “Oh, che bella rappresentazione: Giselle! Ricordo un tempo, avevo poco più della tua età e mia madre mi portò a vederla nel teatro antico della città.”
    La vecchia signora accarezzò la locandina con un dito e con una mano si cotonò la parrucca.
    “Ti vedrei bene, mia cara ragazza, sul palco a danzare: avresti potuto fare la ballerina con la tua bellezza e il tuo garbo. Se non avessi scelto un’altra strada, naturalmente.”- ghignò gettando un’occhiata all’orologio della parete di fronte.
    Lola abbozzò un sorriso, senza perdere di vista un solo suo movimento.
    “Subisco il fascino della grazia fanciullesca, una mia debolezza”, aggiunse la maîtresse, mentre, ancheggiando, si avviava pesantemente verso le scale oltre il bancone. Sventolava tra le mani la locandina dello spettacolo teatrale, poi, al primo gradino, si voltò verso la giovane:
    “Divertitevi anche per me.”
    Lola si portò le mani al petto: era un sì.
    “Ah, non dimenticate di indossare biancheria di pizzo sotto i vestiti. Qualunque ora facciate, vi aspetto qui, dopo il balletto.”
    Le stelle che avevano illuminato gli occhi della ragazza si spensero all’istante.

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